Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1493)

 

Si presentano regolarmente alle portinerie del siderurgico di Taranto per andare al lavoro, ma apprendono in quel preciso momento di essere in cassa integrazione Covid perché ArcelorMittal non gliel’ha comunicato in tempo utile, disattivando i badge d'ingresso. È quanto sta accadendo a diversi dipendenti dello stabilimento ex Ilva di Taranto come denunciato questa mattina da Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm, in una comunicazione all’azienda (uffici Relazioni industriali e Personale). I sindacati parlano di “anomalie gestionali cassa integrazione”.

    Per i sindacati, si tratta di anomalie “che quotidianamente accadono nel sito di Taranto. Nonostante ripetute segnalazioni da parte dei nostri rsu, assistiamo alla mancanza di comunicazione cassa integrazione Covid 19 sul portale aziendale ai lavoratori”. “Ogni giorno - dichiarano le sigle sindacali metalmeccaniche - si verificano episodi dove diverse unità lavorative in assenza di comunicazione, pur presentandosi alle portinerie di appartenenza, riscontrano che il budget risulta disabilitato”.     

   “Riteniamo questo atteggiamento - proseguono - intollerabile e lesivo nei confronti dei lavoratori che già sono sottoposti costantemente a criticità e stress e vi invitiamo a correggere subito questa anomalia”. In ArcelorMittal a Taranto è tuttora in corso la cassa integrazione Covid, che è cominciata a marzo dello scorso anno e poi continuamente prorogata. Prima della cassa Covid, l’azienda, per crisi di mercato, da luglio 2019 ha attivato la cassa integrazione ordinaria. 

 

Complessivamente, quindi, allo stato sono 17 mesi che ArcelorMittal sta usando ininterrottamente la cassa integrazione su 27 mesi di gestione degli impianti attraverso il contratto di fitto con la proprietà Ilva in amministrazione straordinaria (il subentro di ArcelorMittal è avvenuto il 1 novembre 2018). La cassa ordinaria è stata chiesta per un numero massimo di circa 1200 unità. La cassa Covid, invece, è stata chiesta per un numero massimo di circa 8100 addetti, tutta la forza lavoro dello stabilimento. Nei mesi scorsi, per cassa Covid, sono state fuori dalla fabbrica circa 4000 persone, poi si è scesi ad una quota di 3000 e adesso, secondo dati sindacali, dovrebbero essercene circa 2500. Diminuzione dovuta alla ripartenza di alcuni impianti avvenuta nel frattempo tra cui acciaieria 1 e altoforno 2 fermati a marzo 2020.

   Non appena la trattativa sindacati-azienda sul nuovo piano industriale 2021-2025 riprenderà (c’è stata giorni fa una rottura sul punto e i sindacati hanno abbandonato il tavolo), la cassa Covid dovrebbe essere sostituita da quella per risruttturazione, in applicazione del nuovo piano industriale. Quest’ultima, come ha spiegato ai sindacati Invitalia, nuovo partner pubblico di ArcelorMittal, sarà una cassa a scalare, decrescerà man mano che si si avvicinerà allo step finale del 2025. Per quest’anno, stando ai numeri iniziali, ma bisogna vedere cosa emergerà ora dalla trattativa, dovrebbe riguardare circa 3000 persone. 

“Vi vedo delusi, invece dobbiamo incoraggiare, dobbiamo essere positivi”. Lo ha detto, a proposito di Ilva e rivolgendosi ai sindacati, il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti. Lo riferisce ad AGI Rocco Palombella, segretario generale Uilm.

    “Giorgetti ci ha detto che deve chiamare Invitalia dicendogli di rispettare l’accordo e che dirà ad ArcelorMittal - aggiunge Palombella - di dar seguito al piano, di pagare le persone e fare le manutenzioni agli impianti. Giorgetti ha tuttavia ammesso che c’è una cosa che incombe sulla nostra testa ed é la sentenza", prosegue Palombella spiegando che il riferimento è al Tar di Lecce. "Proviamo però ad andare avanti, ci ha detto Giorgetti, ribadendo che il presidente del Consiglio ha indicato tra le priorità di Governo l’attenzione all’ambiente; al tempo stesso il ministro ci ha dichiarato che l’acciaio resta strategico e che il mercato ora sta ripartendo”.

    Palombella conferma ad AGI che “pagheranno i lavoratori ed è positivo”, in riferimento alla integrazione economica della cigs per i cassintegrati Ilva in amministrazione straordinaria, e che questo provvedimento entrerà a far parte di “un nuovo provvedimento economico che non si chiamerà più Ristori”.

 

 “Per quanto mi riguarda - sottolinea Palombella - ho detto a Giorgetti che siamo in una situazione drammatica e che sono cambiati tanti ministri da quando questa crisi è esplosa. Ho detto pure - prosegue il segretario Uilm - che nel momento in cui si assumono decisioni e non poi non vengono portate avanti, tutto inevitabilmente si complica. L’accordo di dicembre tra ArcelorMittal e Invitalia - rileva Palombella - noi l’abbiamo contestato circa i tempi e i contenuti. Oggi il ministro non ci ha detto che l’accordo non é più quello ma che forse è un po’ datato, visto che alcune cose nel frattempo sono cambiate. Ho quindi insistito:  o come Governo decidete le cose e le applicate, ma se ci sono tentennamenti, non è che si va avanti. Ci sono delle concrete alternative ai posti di lavoro in Ilva? Discutiamone - sostiene Palombella - perché venti anni di cassa integrazione e tempi infiniti io non li accetto”.

    In definitiva, conclude Palombella, “incontro  interlocutorio, ma d’altra parte i ministri sono appena arrivati, e anche il ministro Orlando ha ricordato che la cosa é complicata, essendosene lui occupato anni addietro come ministro dell’Ambiente: bisogna trovare soluzioni rispettose di ambiente e produzione”. 

"Incontro lungo, schietto, franco e costruttivo" al Mise tra l’ad di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli e il ministro per lo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti.

    Nel corso della riunione - spiega il Mise - si è parlato soprattutto dell’impegno di ArcelorMittal e delle

conseguenze della sentenza del Tar di Lecce sulle prospettive aziendali.

    La prossima settimana il ministro si confronterà, come annunciato anche al tavolo Ilva con i sindacati, con il

sindaco di Taranto e il governatore della Puglia.

 Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, vuole sospendere la Tari per il 2021 per i dipendenti di Ilva in amministrazione straordinaria residenti a Taranto e attualmente in cassa integrazione straordinaria. Nel pomeriggio, Melucci ha inviato ai sindacati una comunicazione, convocandoli in Municipio per il pomeriggio del 25 febbraio per un confronto sul tema. Obiettivo dell’iniziativa è dare un sostegno economico a questi lavoratori, che sono fuori da molto tempo dal ciclo produttivo, non essendo stati assunti da ArcelorMittal, e  non hanno grandi possibilità  di rientrare in fabbrica perché gli ultimi accordi societari non fanno riferimento alla loro posizione. In tutto i dipendenti di Ilva in as dell’area di Taranto sono 1600 ma ora bisognerà vedere quanti risiedono effettivamente nel capoluogo. Verso i cassintegrati, il sindaco si era già interessando sollecitando il Governo ad assicurare loro l’integrazione economica al trattamento di cassa integrazione straordinaria, misura contenuta nel decreto Milleproroghe non ancora licenziato però dal Parlamento. Proprio oggi i commissari di Ilva hanno ufficializzato la loro disponibilità ad anticipare 200 euro dell’integrazione a tutti i cassintegrati che entro fine mese faranno domanda all’azienda. Un anticipo che ha la finalità di prestare un aiuto economico ai cassintegrati così come anche la misura relativa alla Tari 2021 che ha in cantiere il sindaco di Taranto. 

La sentenza del TAR che legittima, sul piano formale e sostanziale, l’ordinanza del Sindaco di Taranto avverso lo stabilimento siderurgico ad oggi Arcelor/Mittal, oggi ci impone una riflessione nuova ma forse non inedita. Almeno non per noi che sia dentro che fuori quella fabbrica, da sempre, proponiamo di ripartire dal singolo operaio per vedere la questione da una prospettiva più veritiera e se vogliamo più contingente.

Il Governo, compreso l’attuale Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani che potrà certamente dare una mano, dovranno riconsiderare il tutto, dunque, partendo da un particolare non trascurabile: Taranto.

Non solo la fabbrica strategica, non solo la produzione d’acciaio, non unicamente i contratti e le penali, ma soprattutto Taranto e i tarantini, quelli che ci lavorano nella pancia del siderurgico e quelli no.

Lo diceva anche lo stesso neo Ministro del Governo Draghi, nelle sue rubriche di approfondimento su un notissimo giornale a tiratura nazionale: “in modi diversi, l’inquinamento dell’aria impatta sulla perdita del benessere globale”.

Una contaminazione che costa circa 5.100 miliardi di dollari e incide in termini di cure quasi il 6.6% del PIL mondiale.

La sentenza del TAR, a prescindere dunque dalla definizione giurisprudenziale di eventuali gradi successivi, parlando dei “cittadini che rimarrebbero a rischio cancerogeno” mostra, non solo un cambio di sensibilità della magistratura amministrativa che probabilmente si evolve seguendo anche il pensiero sociale e l’attenzione del mondo verso l’ambiente, ma costringe a cambiare radicalmente il punto di osservazione da cui ripartire per affrontare l’ormai annosa vertenza. Punto di osservazione che è Taranto, come luogo fisico e come comunità, come “territorio” si sarebbe detto con un termine forse abusato ma poco praticato in questi anni.

Rivedere il modello di produzione, di consumo energetico, di sviluppo non è “solo” sostenibilità ambientale, ma salvaguardia di un eco-sistema composto principalmente da uomini e donne che come ci ha tristemente insegnato questa pandemia, hanno bisogno della loro salute, della sicurezza nei luoghi di lavoro, per tornare ad essere attivi, produttivi e felici.

Ecco perché come CGIL dopo aver invocato per anni trasparenza sui processi decisori che hanno riguardato non solo il piano industriale ma anche il famoso addendum ambientale, oggi torniamo a chiedere centralità per Taranto chiedendo politiche nazionali adeguate ma anche di tornare al territorio, a quel punto di osservazione territoriale a cui le politiche di lavoro, ma anche di benessere sociale, vanno declinate.

Perchè se c’è una impresa che si aggiudica un contratto promettendo investimenti, ammodernamento o ambientalizzazione, non c’è crisi dei mercati che possa cancellare la responsabilità che deriva dal rischio di impresa. Rischio che ancora una volta non potrà essere pagato da quel fronte estremo che si chiama Taranto.

Sulla vicenda Ilva-ArcelorMittal Italia, Confindustria Taranto scrive al presidente del Consiglio, Mario Draghi e chiede che le imprese possano essere, relativamente allo stabilimento dell’acciaio, “protagoniste di un cambiamento ancora possibile, partecipare ai processi di trasformazione che possano rilanciare la fabbrica e riaffermarne la sua centralità in ambito nazionale”. 

 

 Nella lettera al premier Draghi, il presidente di Confindustria Taranto, Antonio Marinaro, dice che “le imprese ancora oggi tornano ad assistere pressoché impotenti a una serie di vicende che arrivano a sovraccaricare di aspetti importanti e delicatissimi la già complessa ripartenza dello stabilimento siderurgico”. “Il riferimento - prosegue -  è, dopo la sentenza del Tar di Lecce che dispone a 60 giorni lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo, la richiesta di confisca degli impianti formulata ieri dai pm nell’ambito del processo sui reati ambientali”. Per Confindustria, sono “aspetti che, al di là della evoluzione dei rispettivi iter giudiziari, riaccendono prepotentemente i riflettori sulla complessa storia del centro siderurgico e sui suoi risvolti sociali prima ancora che economici e produttivi. In questo momento così critico della storia del Paese, in cui, pur in presenza di una forte conflittualità politica ed in piena crisi  da emergenza epidemiologica, la Sua indiscussa capacità di essere collettore di varie istanze ha prodotto un’inedita convergenza fra forze politiche diverse per il bene comune Le chiediamo di mettere in atto per Taranto la stessa strategia, coinvolgendo le autorità locali del Comune, della Provincia e della Regione, affinché si giunga ad un percorso condiviso e lo si rispetti seriamente fino a compimento. Gli obiettivi di governo da Lei individuati – prosegue nella lettera il Presidente Marinaro - di rilancio, transizione energetica e modernizzazione sono riassunti nella storia industriale che più di altre ha caratterizzato, negli ultimi 56 anni, la città e la sua provincia. Taranto potrà diventare il simbolo della riuscita di questo ambizioso programma. Diversamente – questa la conclusione dell’appello, al termine del quale il Presidente Marinaro esprime fiducia nell’intervento del Governo - il rischio incombente è quello di una distruzione ambientale ed economica, che porterà, inevitabilmente, ad una pericolosa situazione di forte tensione sociale”.

 

Il nuovo ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ha convocato per per domani alle 14.30 in presenza, nella sala degli arazzi al Mise, un vertice su ArcelorMittal, ex Ilva. La convocazione riguarda confederazioni sindacali, sigle metalmeccaniche e commissari di Ilva in amministrazione straordinaria. Non è invitata ArcelorMittal, attuale gestore in fitto degli impianti. La riunione, a quanto si apprende si apprende, dovrebbe riguardare soprattutto il tema dell’integrazione salariale ai cassintegrati ma non è escluso che si faccia il punto anche su temi più complessivi visto lo sviluppo ultimo di tutta la vicenda. 

È in corso da questa mattina, da dopo le 7, un presidio di protesta nell’area industriale da parte dei dipendenti di Ilva in amministrazione straordinaria. Circa 500, dicono fonti sindacali, i lavoratori per ora presenti con le bandiere dei sindacati metalmeccanici. I dipendenti di Ilva in amministrazione straordinaria - società proprietaria di stabilimenti e impianti dati in fitto ad ArcelorMittal - protestano per chiedere che anche per il 2021 sia corrisposta loro l’integrazione economica al trattamento di cassa integrazione. Misura attesa col prossimo varo del decreto “Milleproroghe”. In relazione alla protesta odierna, indetta dalle sigle metalmeccaniche, è tuttavia attesa questa mattina la convocazione di un incontro, per il pomeriggio, da parte del prefetto di Taranto, Demetrio Martino.

 

La Fim Cisl dichiara che “è in corso a Taranto la mobilitazione dei lavoratori di Ilva in amministrazione straordinaria, 1600 famiglie solo a Taranto, il cui futuro appare incerto. Come Fim Cisl - afferma il sindacato - chiediamo al prefetto di Taranto di farsi portavoce presso il Governo affinché venga ripristinata in fretta l'integrazione salariale alla cigs Inoltre per la Fim Cisl i lavoratori di Ilva in as non possono e non devono essere considerati di "serie B". Hanno pari diritti e non possono pagare il prezzo più alto”. Al di là della cassa integrazione, per questi lavoratori allo stato non ci sono prospettive di rioccupazione. L’accordo di settembre 2018 al Mise tra ArcelorMittal e sindacati li teneva presente in prospettiva, ma di loro non c’è traccia nei successivi accordi. Quello di marzo 2020 tra Ilva in amministrazione straordinaria e ArcelorMittal, relativa alla chiusura del contenzioso davanti al Tribunale di Milano sul recesso societario da parte della stessa ArcelorMittal, è quello di dicembre 2020 tra ArcelorMittal e Invitalia, società Mef. Quest’ultimo relativo all’ingresso dello Stato nel capitale della società dell’acciaio. 

Levata di scudi del mondo economico e industriale contro la sentenza del TAR di Lecce che dispone lo spegnimento degli impianti inquinanti di ex Ilva-ArcelorMittal.

“Evitare lo spegnimento del ciclo integrale a caldo dell’ex Ilva”. Questo è l’appello che Confindustria rivolge al Governo e a tutte le istituzioni coinvolte, a seguito della pronuncia del Tar di Lecce.

    “In attesa delle decisioni del Consiglio di Stato, vogliamo e dobbiamo sottolineare quattro aspetti essenziali di interesse nazionale. Primo: interrompere la produzione e la fornitura dell’acciaio prodotto a Taranto mette in seria difficoltà le intere le filiere della manifattura italiana che ne hanno necessità. Secondo: si avrebbe un sicuro e rilevante aggravio della bilancia commerciale nazionale, poiché occorrerebbe importare l’acciaio dall’estero in una già difficile congiuntura per la siderurgia a livello mondiale. Terzo: la chiusura nell’immediato vanificherebbe tutti gli sforzi compiuti per limitare il numero di esuberi, mettendo a serio rischio migliaia di lavoratori e famiglie. Quarto: sarebbe vanificato in maniera traumatica e definitiva il processo di investimenti intrapreso per la messa in sicurezza degli impianti e per la sostenibilità ambientale della produzione che, da oltre 8 anni, è al centro degli sforzi pubblici e privati per l’ex Ilva".

    Confindustria confida pertanto "in un’azione sinergica di tutte le istituzioni, affinché ascoltino la voce delle imprese in una materia di tale rilevanza”. 

 

Anche Federacciai, la federazione che rappresenta le imprese siderurgiche italiane, esprime forte preoccupazione. "Siamo fortemente preoccupati - afferma il presidente dell'associazione, Alessandro Banzato - per la sentenza del Tar di Lecce. Senza entrare nel merito della sentenza - che evidentemente verrà discussa nei successivi gradi di giudizio - il timore è che questo atto possa fermare o comunque rallentare il processo di risanamento e rilancio della fabbrica. Mentre proseguono i lavori per il miglioramento ambientale del sito - prosegue - sono infatti in corso le complesse attività per una ripresa produttiva che è fondamentale non solo per la filiera siderurgica nazionale ma anche in previsione dell’imminente ingresso di Invitalia nel capitale della società sulla base di un piano industriale che avvierà un graduale processo di decarbonizzazione dello stabilimento. Il nostro auspicio è pertanto quello che venga adottata una sospensiva di questa sentenza e che il Governo appena incaricato si adoperi per evitare lo spegnimento del più grande stabilimento siderurgico italiano", conclude il presidente di Federacciai. 

 

  "È il momento di riattivare un confronto serio e costruttivo sul futuro dell’ex Ilva, che tenga conto di tutte le implicazioni occupazionali, ambientali e di competitività per il nostro Paese". Questo il commento di Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager.

    La situazione rischia di creare nuova incertezza in una fase in cui, sottolinea Cuzzilla "dopo l’accordo con Invitalia, che segna l’ingresso dello Stato nel capitale della società, occorre garantire la prosecuzione della produzione senza compromettere salute e ambiente".

    La sentenza del Tar di Lecce ha confermato l’ordinanza emanata nel febbraio 2020 dal sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, legata alle implicazioni ambientali per la salute della popolazione tarantina, rigettando le impugnazioni di Ilva in amministrazione straordinaria e ArcelorMittal, che hanno già annunciato il ricorso in appello al Consiglio di Stato.

 

"Abbiamo fiducia nella volontà del nuovo Governo di riattivare il tavolo di confronto sul futuro del Gruppo ex Ilva", prosegue Cuzzilla, avvertendo che "occorre assumere subito le decisioni necessarie a evitare il rischio del blocco degli impianti e salvaguardare il futuro produttivo di un sito siderurgico strategico per la produzione industriale italiana, ora che lo Stato si è impegnato a realizzare quegli investimenti che finora sono mancati per garantire la sicurezza della produzione e il risanamento ambientale". "Federmanager da questo punto di vista è già scesa in capo da protagonista - ricorda il presidente - proponendo la proprie proposte di soluzione tecnica per il rilancio dello stabilimento tarantino in un documento curato da un gruppo di manager di Genova e di Taranto, coerente con un progetto industriale sano e a supporto di un ciclo produttivo più pulito e tecnologicamente innovativo, che abbiamo messo a disposizione delle istituzioni e di tutti gli stakeholder interessati".

    "In rappresentanza del management dell’azienda, abbiamo da tempo denunciato anche i rischi connessi alla mancanza di investimenti in manutenzione e sicurezza da parte di AM Italia, che espongono i nostri colleghi a gravi responsabilità personali", aggiunge il presidente regionale di Federmanager Puglia, Piero Conversano chiarendo che "ciò si aggiunge alle accuse che stanno sostenendo in questi giorni i pubblici ministeri nel processo 'Ambiente Svenduto' relativo alla gestione Riva".

    "Ora - sottolinea Michele Conte, presidente di Federmanager Taranto - serve un atto di responsabilità di tutte le parti coinvolte nella vicenda, anche attraverso un apposito accordo di programma, per agevolare la continuità della produzione nello stabilimento di Taranto senza peggiorare ulteriormente le condizioni di sicurezza e compromettere il futuro 'verde' dell’ex Ilva, ponendo le basi per un rapporto responsabile tra il polo siderurgico e la città". 

 Oggi è stato approvato ed emanato il Regolamento per il funzionamento della Zona Franca Doganale del porto di Taranto. Questa è stata istituita dalla legge del 27 dicembre 2019, n.160, la cui perimetrazione è stata definita su proposta del presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mar Ionio, porto di Taranto. Le aree interessate dalla perimetrazione della zona franca riguardano 11 lotti, pari ad una superfice totale di 162,89 ettari ricompresi nella circoscrizione demaniale marittima del porto di Taranto. Sono di competenza dell’Autorità portuale che è identificata come gestore  della ZFD.

 

 L’attività di delimitazione delle aree consisterà nella costruzione di una recinzione e nell’individuazione di varchi d’ingresso e di uscita sottoposti a vigilanza doganale, secondo criteri e modalità definiti d’intesa con l’Agenzia Dogane e Monopoli, anche in connessione con il più ampio processo di digitalizzazione del porto. Nella Zona Franca potranno essere introdotte sia merci unionali che non unionali. Inoltre, spiegano Authority e Agenzia, “sarà possibile svolgere attività di natura industriale e logistica nei margini di quanto consentito dalla normativa comunitaria”. Si potrà poi “agevolare il regime di stoccaggio a lungo termine, manipolazioni usuali ed altre attività legate alle merci in ambito portuale”. Essendo questo “in prossimità dei punti di arrivo/partenza da e verso le aree economiche di produzione e/o di consumo”, con la zona franca si “consente alle commodities di acquisire quel valore aggiunto tale da renderle maggiormente appetibili e competitive sul mercato”“Con l’entrata in vigore del Regolamento per il funzionamento della Zona Franca Doganale - spiega il presidente dell’Authority del Mar Ionio, Sergio Prete - si avvia la fase operativa di uno strumento di grande valore strategico per gli operatori che intendano insediarsi nel porto di Taranto o utilizzare le aree portuali e retroportuali per implementare attività produttive, commerciali o di servizi potendo godere di benefici esclusivi, di natura doganale, commerciale, finanziaria e logistico-operativa”. Secondo Prete, “la ZFD del porto di Taranto, fortemente voluta dalla Presidenza del Consiglio, dalla Regione Puglia e dal Comune di Taranto, si configura come ulteriore elemento di attrattività per lo scalo ed il suo retroporto e certamente contribuirà alla crescita del nuovo terminal contenitori e delle altre imprese portuali”. “Con l’avvio operativo della Zona Franca Doganale del porto di Taranto - dichiara  Marcello Minenna, direttore generale  dell’Agenzia Dogane e Monopoli -, si aprono grandi prospettive di crescita per le imprese che, attraverso la possibilità di stoccare, manipolare e trasformare le merci in sospensione dei diritti doganali, potranno sviluppare le proprie attività economiche, produttive e logistiche sfruttando al massimo le potenzialità della ZFD”. “Tale traguardo - conclude Minenna - è frutto della proficua sinergia istituzionale tra Agenzia e AUthority che vede le due amministrazioni collaborare anche nell’ambito di altre iniziative, come delineate nel protocollo di intesa sottoscritto nell’ottobre 2020”. 

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