Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1656)

 

 

Sono oltre ventanni che la città vede abbassare definitivamente saracinesche di negozi e botteghe, spesso storiche, nella totale indifferenza generale. Il grido di allarme e la sofferenza di artigiani e commercianti della città di Taranto non  inizia certo oggi, ma è un’inascoltata agonia di molti anni.

La realtà è davanti agli occhi di ognuno -  afferma Domenico D’Amico, Presidente di Confartigianato Taranto. Nel borgo la percezione della gravità a cui si è giunti è evidente, impensabile ma vero, con gran parte delle vie consegnate al degrado e/o al commercio extracomunitario. Il cosiddetto “salotto buono della città” ha oggi dimensioni molto ristrette. Non occorre elencare le vie abbandonate a loro stesse, la crisi delle serrande chiuse ha colpito anche le più rinomate vie commerciali.

Questo è il segno, l’ennesimo, di una città che commercialmente è asfittica, in crisi, allo stato dei fatti con pochissime prospettive di ripresa. Tutta colpa della crisi della grande industria? Dell’e-commerce? Il declino parte da lontano, ma attenzione al convincimento che la responsabilità sia solo della crisi generalizzata in tutta la nazione. Chi è abituato a guardare anche fuori dalla nostra realtà si potrà rendere conto che non ovunque è proprio come da noi: a Bari, Lecce, Brindisi, addirittura Matera,  la crisi c’è ma è arrivata anche la ripresa, il rilancio, l’inversione di tendenza. Evidentemente quelle comunità si sono date da fare, hanno progettato e realizzato.

Allora è giusto che si faccia una seria riflessione su cosa sia stato fatto nel concreto, di realmente percepibile,  per rilanciare le attività produttive e l’attrattività del centro, quali idee sono state messe in campo, negli anni, per aiutare la categoria degli esercenti e cosa si potrà fare per questa categoria, comunque in crisi anche d’identità propria (quali prodotti, quali arredi, quali immagini per i negozi?). Il dato di fatto è una forte crisi, e se una città muore commercialmente, per lei il futuro è segnato. Ma quali le ragioni? Una su tutte – continua D’Amico - macroscopica, gigantesca, ripetuta mille volte da tutti, esercenti compresi: la grave aritmetica mancanza di parcheggi disponibili in centro, oltre a quelli dei residenti, che ha agevolato e condizionato i flussi di acquisto verso i centri commerciali. Quindi, ciò che manca sono le aree di sosta disponibili per gli avventori dei negozi, e negli anni si sono addirittura erosi quei numeri per le trasformazioni stradali e piste ciclabili. Su questo crediamo (almeno speriamo) siamo tutti d’accordo. E quindi, una volta sperimentate e risperimentate le varie soluzioni per disincentivare la sosta dei residenti (l’ultima quella di dicembre scorso), poi puntualmente (anche giustamente a seconda dei punti di vista) fallita, si è sempre ritornati miseramente allo status quo, con grossolane marce indietro per quanto riguarda i residenti (“i residenti votano” è la triste giustificazione di qualcuno), mentre comunque ci restano nuovi chilometri di strisce blu a pagamento in vie dove, veramente, si fa fatica a comprenderne lo scopo se non si vuol pensare esclusivamente alla necessità di fare cassa. Una programmazione di park&ride (ottima soluzione) che però viene incomprensibilmente avviata iniziando dalla fine, forse perché economicamente più facile da realizzare: viale Magna Grecia e Corso Italia, per intercettare il flusso proveniente da viale Jonio anziché intercettare i grandi flussi di auto provenienti dai versanti orientale ed occidentale  attraverso i “promessi parcheggi di scambio” di Cimino e Porto Mercantile. Comunque la si pensi, l’unica cosa chiara, altrimenti non staremmo a riparlare della situazione, sono gli effetti: si scoraggia il raggiungimento del centro, visto che, dalle nostre parti, il cittadino avventore (la grande maggioranza) è abituato e soprattutto disposto ad andare a fare compere con la propria auto e non con i mezzi pubblici o in bicicletta e quindi va alla ricerca delle comodità,  in primis parcheggio disponibile, opzione ovviamente sempre presente nei centri commerciali. E poi la carenza di arredo urbano, la sporcizia che molto spesso regna nelle strade nonostante l’impegno della municipalizzata preposta, le scritte che deturpano ogni angolo e la sensazione di sciatteria e trascuratezza, tutta colpa di una cultura del menefreghismo e strafottenza propria di alcuni tarantini, tanto per parlar chiaro. Ed ancora la crescita senza senso degli spazi commerciali esterni:  Taranto è circondata, ogni via di penetrazione ha i suoi centri commerciali, grande e media distribuzione che ormai vende e promuove di tutto, abbigliamento compreso; ovunque si offrono posti auto gratuiti, pulizia, fresco d’estate e caldo d’inverno. L’accoglienza è il loro mantra progettuale. E altre saranno in progetto, statene certi. Ok, è il futuro, la tendenza dell’economia, il progresso. Si, ma il centro? Saracinesche abbassate e luci spente.

La soluzione? Nel nostro piccolo ci siamo rivolti a vari tecnici, abbiamo cercato di capire come hanno fatto in altre parti, la risposta è stata chiara, scontata: gli AUTOSILO, li hanno costruiti in tante città che hanno risolto il problema. Possono essere costruiti dalle Amministrazioni comunali ed anche da privati. Perché a Taranto non li avete fatti? Ci hanno chiesto. Allora ci viene in mente la sorte dell’immobile ex UPIM in Piazza Ramellini, cosa dobbiamo pensare!? Visto che la soluzione tecnica c’è, perché il Comune non ha mai messo in campo anche simili progettazioni e realizzazioni?

La situazione di oggi richiede schiettezza e parlar chiaro. Le nostre imprese ci dicono di stare a navigare nel buio, abituati da sempre a fare previsioni e sulla base di queste a fare investimenti importanti di migliaia di euro; già da diversi anni ormai, e ancor peggio dopo il covid, non è possibile fare nessuna previsione. Il colmo è che nel 2022 stiamo ancora tutti ripetendo che serve studiare qualcosa, agire subito, perchè la nostra città è storicamente fondata sul commercio, ed è proprio dal commercio che deve trarre immagine e sostentamento.

Al Commissario prefettizio, sempre per parlar chiaro, non abbiamo ovviamente da addossare alcuna responsabilità su come si è arrivati alla grave sofferenza di molti settori del commercio e dell’artigianato della città. Al Commissario abbiamo però chiesto e continuiamo a chiedere quel coraggio necessario per comprendere la delicata situazione e porre alcuni rimedi concretamente possibili che aiuterebbero, anche psicologicamente, questi incrollabili piccoli imprenditori che ancora resistono nell’alzare quotidianamente la serranda, difficilmente ascoltati e presi in considerazione se non in campagna elettorale. Al Commissario chiediamo non modifiche ma annullamento delle delibere di Giunta comunale di aprile e novembre 2021, istitutive delle incomprensibili ed ingiustificabili nuove strisce blu e le rimodulazioni orarie e tariffarie (sperimentati già da quasi tre mesi senza il riscontro di alcun beneficio per viabilità e parcheggi in centro e non solo); abbassamento delle aliquote dell’imposta sui rifiuti (TARI), ancora oggi fissate ai massimi livelli, nonostante fossimo usciti dal dissesto ed avessimo attuato la raccolta differenziata in buona parte del territorio. L’auspicio è –conclude D’Amico– che nei vari programmai elettorali (da rispettare poi) siano ben snocciolati visione, idee e progetti per risollevare le sorti delle attività produttive del territorio. Come Confartigianato abbiamo le idee chiare e siamo a disposizione di tutti per un proficuo confronto, prima e anche dopo le elezioni.    

 

“Il problema per il siderurgico di Taranto non è sulla facoltà d’uso ma sulla possibilità di comprarlo”. Così l’ad di Acciaierie d’Italia, Lucia Morselli, secondo quanto riferiscono ad AGI fonti presenti alla trattativa, ha spiegato, nell’incontro di oggi a Roma con i sindacati, il nodo di maggio 2022. Tra poco più di due mesi, infatti,  in base al contratto Invitalia-ArcelorMittal di dicembre 2020, è previsto, a fronte del dissequestro degli impianti, l’acquisto dell’azienda da Ilva in ammininistrazione straordinaria, che da novembre 2018 l’ha data in fitto al gestore, prima ArcelorMittal, ora Acciaierie d’Italia. Il dissequestro giudiziario degli impianti appare molto problematico, se non impossibile, e questo il confronto d8 oggi pomeriggio in Confindustria, a Roma, lo ha sostanzialmente confermato. Il problema del dissequestro riguarda l’area a caldo, il cuore produttivo della fabbrica. L’azienda ha rinnovato la richiesta di cassa integrazione straordinaria per 3mila dipendenti dal 28 marzo prossimo e per un anno. Di questi, 2.500 sono a Taranto. C’è stato uno scontro tra l’ad Morselli e il segretario generale Uilm, Rocco Palombella, che ha detto: “Per noi vale l’accordo di settembre 2018. Diciamo no alla cassa integrazione straordinaria perchè prefigura migliaia di esuberi”. Secondo la Uilm, sarebbero infatti 5mila perchè ai 3mila in cassa straordinaria bisognerebbe aggiungere gli oltre 1.600 di Ilva in amministrazione straordinaria, in cassa straordinaria dal 2018, e per i quali non si evidenzia allo stato alcuna concreta possibilità di ritorno al lavoro in fabbrica. Il personale di Ilva in as è quello che nel 2018 ArcelorMittal, allora subentrata ad Ilva in as, gestione commissariale, non ha selezionato per l’assunzione ed il passaggio alla nuova società. Acciaierie d’Italia investirà quest’anno 400 milioni nell’ammodernamento degli impianti e nella verticalizzazione della produzione in tutto il gruppo. Altri 400 milioni saranno investiti l’anno prossimo ha detto l’ad Morselli, nell’incontro con i sindacati sulla cigs oggi pomeriggio a Roma. Morselli - apprende AGI - ha inoltre annunciato che a giorni entrerà in preriscaldo, per la ripartenza, l’altoforno 4, sottoposto a lavori. Con esso, lo stabilimento di Taranto tornerà a 3 altiforni in marcia. La produzione prevista per quest’anno è di 5,5 milioni di tonnellate di acciaio. Affrontato anche il tema dell’energia, i cui costi per l’ex Ilva sono schizzati a 100 mln al mese. L’azienda ha comunque assicurato che andrà avanti, dato, questo, evidenziato dai sindacati che hanno messo in luce che le acciaierie del Nord nella prossima settimana rischiano di fermarsi per l’impatto dei costi dell’energia e per le difficoltà di approvvigionamento del rottame di ferro che arriva anche dall’Ucraina. 

Si è riunito nella sede di via Salinella, il Consiglio dell’Ordine degli Ingegneri della provincia di Taranto. All’ordine del giorno le dimissioni presentate dal presidente Giovanni Patronelli, alla guida degli Ingegneri dall’inizio della consiliatura.

Patronelli ha scelto di lasciare il suo incarico per ragioni di opportunità, alla luce dell’imminente campagna elettorale  che lo vedrà direttamente coinvolto nella città capoluogo.

 Una scelta, quella di passare il testimone, apprezzata e condivisa dall’intero Consiglio che ha ringraziato il presidente uscente per il costante impegno profuso che ha trovato, in questo passo indietro di alto profilo istituzionale e professionale, il giusto finale di un importante e proficuo percorso comune.

Il Consiglio, ieri sera, ha quindi rinnovato i suoi vertici.

Il nuovo presidente, eletto con voto unanime, è l’ingegner Gigi De Filippis, già consigliere delegato alla Commissione Industria e alla Commissione Formazione del nostro Ordine.

Con voto unanime, sono stati eletti alla vicepresidenza gli ingegneri Angelo Micolucci, consigliere delegato alla Commissione Urbanistica, e Claudio Murgia, consigliere delegato alla Commissione Ingegneria Forense.

Nel segno della continuità, l’Ordine degli Ingegneri della provincia di Taranto conferma la linea di apertura e di confronto costante con il territorio, a tutela della professione e degli interessi collettivi di una comunità della quale gli Ingegneri si sentono e continueranno ad essere parte attiva, terza e propositiva.

Tra fonti rinnovabili, terminali GNL ed eventualmente anche rigassificatori off shore, i porti pugliesi valutano la possibilità di diversificare il mix dell’approvvigionamento energetico. Lo hanno detto oggi in Regione Puglia, in commissione Bilancio e programmazione, i presidenti delle Autorità di sistema portuale del Mar Adriatico meridionale, Ugo Patroni Griffi, e del Mar Ionio, Sergio Prete.     La prima ha competenza sugli scali di Bari e Brindisi, la seconda, invece, su quello di Taranto. Per Prete, esistono delle “opzioni di produzioni energetiche con attenzione alle rinnovabili e carburanti alternativi”. “Sul Gnl - ha rilevato Prete - c’è un forte interesse a dotarsi da parte di molti porti italiani. Si sta già lavorando perché esistono già navi alimentate con gas”. 

 

 Inoltre, “si sta verificando la fattibilità di iniziare con piccoli impianti retroportuali”. Per un rigassificatore nel porto di Taranto, Prete ha ricordato che c’é già stata “una proposta nel 2008, che però ha visto la bocciatura del progetto alla luce del nuovo impulso dato al porto”.

    Prete ha poi evidenziato che “l’Autorità  portuale di Taranto è coinvolta da una strategia regionale per l’impianto offshore eolico che metterà in rete un certo numero di megawatt per lo sviluppo di capacità produttiva da fonti rinnovabili. I progetti nel porto di Taranto - ha aggiunto - vedono la realizzazione di una stazione di servizio utilizzando le condotte esistenti per poter rifornire i camion e i mezzi che lavorano all’interno del porto e piccole imbarcazioni. Sulla fornitura alle navi ancora il ragionamento è embrionale, ma si è propensi a creare impianti da fonti rinnovabili all’interno del porto” ha concluso Prete. Per il presidente Patroni Griffi, “la Puglia sarebbe una regione che avrebbe la disponibilità ad ospitare gli impianti offshore, dove il gas arriverebbe già liquido e verrebbe rigassificato e rimesso poi nel metanodotto”.

 

 A giudizio del presidente dell’Authority del Mar Adriatico meridionale, “sono molti i porti italiani che si sono candidati per ospitare questi impianti e garantiscono un buon livello occupazionale di manodopera locale”. 

    Secondo Patroni Griffi, “tutti i porti potrebbero essere candidati perché si tratterebbe di una condotta da collegare al metanodotto. Meno plausibili - secondo Patroni Griffi - sarebbero invece gli impianti onshore che risultano essere sostenibili solo se sono prossimi al porto o prossimi alla tubatura dove è già avvenuta la rigassificazione del prodotto”. Per il presidente della commissione della Regione Puglia, Fabiano Amati, del Pd, “è possibile realizzare impianti offshore che per capacità risultano equivalenti a quelli nelle aree portuali, allo stato già occupate da altri programmi come le zone franche doganali”.

    “L’ipotesi Cerano a Brindisi - ha sostenuto Amati -  sarebbe plausibile solo qualora si realizzasse un nuovo molo, ma tale idea risulta più dispendiosa da un punto di vista ambientale ed economico. Mi pare a questo punto che assieme ai depositi di GNL previsti sia a Brindisi che a Taranto, possiamo candidarci per ospitare impianti offshore di rigassificazione, su cui non si evidenziano problemi di sorta, come riferito in Commissione dai presidenti delle Autorità portuali pugliesi”, ha concluso Amati.

Il gas in questo momento è “un grosso problema”. Lo dicono all’AGI fonti vicine ad Acciaierie d’Italia, ex Ilva, la società che gestisce gli impianti siderurgici di Taranto. Il settore dell’acciaio sta soffrendo in questo particolare periodo e gli acciaieri, che utilizzano uno schema produttivo diverso da quello di Taranto, hanno gli impianti alimentati dall’elettricità. A Taranto invece gli impianti marciano in parte con i gas di recupero della lavorazione e in parte con l’approvvigionamento esterno.

- Il presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mar Ionio, porto di Taranto, Sergio Prete, ha inviato una lettera di diffida alla società San Cataldo Container Terminal (Scct) che, per conto del gruppo turco Yilport, gestisce in concessione il terminal container di Taranto. È a rischio di revoca o revisione la concessione relativa a un milione di metri quadrati di aree portuali e a 1800 metri della banchina del molo polisettoriale, l’infrastruttura su cui si trova il terminal. Nella lettera, Prete contesta alla società terminalista vari inadempimenti, rispetto ai volumi di traffico, inferiori a quelli previsti dal piano industriale della concessione, stipulata a fine luglio 2019 per 49 anni, e agli investimenti che Scct si era impegnata a fare. La lettera lascia uno spazio di 15 giorni per rispondere. La diffida è stata fatta perché i precedenti confronti con la società, secondo l’Authority, non hanno determinato risultati rispetto alle criticità evidenziate. 

 

A metà gennaio anche i sindacati portuali di Cgil, Cisl e Uil avevano espresso insoddisfazione per la gestione del terminal container da parte di Yilport, rilevando come l’incremento nell’arrivo di navi registratosi da fine dicembre 2021 ai primi di febbraio scorso (navi riprogrammate da altri porti su Taranto dalla compagnia francese Cma Cgm di cui la stessa Yilport è azionista) si fosse improvvisamente arrestato, riportando il terminal ad una attività modesta. “Il traffico è scarsissimo - dice Prete - Yilport, nel primo anno di operatività, si era impegnata a movimentare a Taranto 105mila teu per arrivare a 240mila teu nel secondo. Siamo molto lontani da questi numeri. Nel primo anno si è fatto appena il 10 per cento dei volumi preventivati”. Scct ha effettuato il revamping di 5-6 gru di banchina, ma, rileva Prete, doveva anche effettuare il revamping di tutto il terminal container perchè c’è un accordo finanziario con l’Authority, e "questo non è stato fatto”. 

Esuberi ridotti a 315 e accompagnati con una serie di strumenti, riapertura del sito di Ginosa

e impegno al rilancio della produzione. Sono i contenuti del Piano industriale 2022-2026 presentato da Natuzzi al ministero dello Sviluppo Economico. Lo riferiscono i segretari nazionali di FenealUil, Filca-Cisl, Fillea-Cgil, Fabrizio Pascucci, Claudio Sottile, Tatiana Fazi.

    "La gestione non traumatica del personale, la riapertura dello stabilimento di Ginosa e la produzione su cinque stabilimenti, insieme a tutta una serie di misure per ridurre al minimo le conseguenze dal punto di vista occupazionale, rappresentano un primo passo per superare la lunga crisi del Gruppo e per guardare al futuro con maggiore serenità”, affermano.

    “In particolare – spiegano i tre sindacalisti – la proposta avanzata da Natuzzi prevederebbe 315 'esuberi', dovuti al costo di trasformazione del prodotto che in Italia è più alto rispetto agli altri paesi europei e ad un maggiore efficientamento previsto dal nuovo piano industriale. L’impegno è quello di gestire il personale  in eccesso in maniera non traumatica attraverso una serie di strumenti, come il contratto di espansione, il ricorso al part time, le politiche attive per il reimpiego, gli accordi di ricollocazione, gli incentivi all’esodo, il contratto di rete di solidarietà, il rientro di parte delle attività oggi in Romania". 

 

Il Piano prevede che la produzione venga fatta su due turni e su cinque stabilimenti: Jesce 1, Jesce 2, Laterza, Graviscella e Ginosa.

    "Quest’ultimo verrà quindi riaperto, come avevamo chiesto da tempo- fanno notare i sindacati - Nello stabilimento della Martella, invece, resterebbe il polo logistico, mentre il laboratorio della sede centrale di Santeramo in Colle, in provincia di Bari, continuerebbe ad ospitare i corsi di formazione specialistica per i lavoratori".

    "Ai vertici del Gruppo – proseguono Pascucci, Sottile, Fazi - abbiamo chiesto ulteriori approfondimenti sui dettagli del Piano industriale, anche alla luce delle dichiarazioni di Invitalia sulla completa approvazione del finanziamento legato al Piano stesso. Nei prossimi giorni ci saranno una serie di incontri di approfondimento ma riteniamo che ci siano le basi per un rilancio dell’azienda, dopo un lunghissimo periodo di crisi". 

    "Scartata invece l’altra opzione prevista dal Piano industriale – concludono i segretari nazionali di Feneal, Filca, Fillea – perché oltre ad indicare un numero superiore di esuberi, 512, conteneva condizioni di più difficile gestione, la produzione su tre turni e su soli tre stabilimenti, con l’esclusione ad esempio di Graviscella, su cui invece sono stati fatti investimenti importanti nei mesi scorsi”.

“Abbiamo preso atto più volte della volontà di Acciaierie d’Italia di continuare ad investire su Taranto con una fabbrica competitiva e sostenibile, ma la realtà ci riporta ad una situazione simile a quella in cui i giocatori in campo attendono l’uno la mossa dell’altro prima di entrare in partita. E’ evidente che mancano le risorse necessarie, oltre quelle già investite dall’azienda nello stabilimento di Taranto”. Lo dichiara, a proposito dell’ex Ilva, Salvatore Toma, presidente di Confindustria Taranto, dopo che il Parlamento, approvando definitivamente il decreto Milleproroghe, ha cancellato l’articolo 21 che prevedeva di trasferire 575 milioni dalle bonifiche dei siti inquinati (di competenza di Ilva in amministrazione straordinaria) alla futura decarbonizzazione della produzione di acciaio (in capo ad Acciaierie d’Italia). 

 

“Ci rivolgiamo al Governo - sostiene - affinché dica a chiare lettere quali sono le prospettive, cosa si intende fare dello stabilimento e dell’immenso capitale umano che vi opera e quali sono, se ci sono, i progetti per Taranto. Il Governo ci dica quali risorse intende utilizzare - afferma Confindustria Taranto - ma occorre saperlo al più presto, perché la posta in gioco è altissima e la tensione fra le imprese è alle stelle. Noi - rileva il presidente Toma -abbiamo auspicato, fin dall’insediamento mio e della nuova squadra, che si avviasse finalmente un serio processo di ambientalizzazione e ammodernamento della fabbrica che potesse renderla ancora più performante e competitiva, perché è questo che le imprese ci chiedono da tempo. Abbiamo, in questo senso, richiesto più volte il nostro coinvolgimento nei tavoli di discussione, senza rivendicare protagonismi ma processi di condivisione, ma anche questa istanza non ha avuto risposte - afferma Toma -.  E’ un passaggio – quello del rilancio della fabbrica in chiave ecosostenibile - che ci metterebbe nelle condizioni di poter finalmente programmare una seria e reale ripresa per la città, ovvero il potenziamento, assieme a tutti gli attori istituzionali ed economici in campo, di tutti quei segmenti produttivi finora non sufficientemente sviluppati. Certo, i progetti di sviluppo alternativo ci sono e viaggiano autonomamente, ma non possiamo ragionare di sviluppo tralasciando una presenza così importante, dietro la quale ci sono migliaia di lavoratori, famiglie, imprese”.

    Secondo Confindustria Taranto, “i tempi lunghi ipotizzati da Bernabè sono purtroppo una conferma ai nostri timori: abbiamo alle spalle anni di stop and go, frenate e false ripartenze. E non vorremmo ritrovarci, di qui a breve, con un nulla di fatto che ci riporta al 2012, quando il futuro era sparito dall’orizzonte e la città, sul fronte socio-economico, era diventata una bomba pronta ad esplodere. Sarebbe - conclude Confindustria Taranto - un fallimento: non solo della città, ma dell’intero Sistema Paese che nessuno di noi, dopo dieci anni di sofferenze, si può permettere”.

Sui 1988 dipendenti in forza al gruppo dei mobili imbottiti Natuzzi c'è al momento un esubero di circa 700 addetti dopo che è stata rinnovata di recente la cassa integrazione straordinaria per i lavoratori in riqualificazione e il contratto di solidarietà per il perimetro salotto. Lo ha riferito Francesco Bardinella della Fillea Cgil al termine della Cabina di regia Natuzzi convocata dal Mise, a cui erano presenti oltre a ministero, azienda e organizzazioni sindacali anche Invitalia, Regioni Puglia e Basilicata”.

    La Fillea dichiara che “l’azienda ha presentato il piano industriale 2022/2026. Attraverso investimenti pari a 35 milioni di euro (cofinanziati da istituzioni), si punta a far crescere i volumi portandoli da 484 milioni di euro (2022) a 750 milioni di euro (2026),con apertura 460 negozi (Cina, nord America, Europa)”. Inoltre, dice la Fiom, sarà innovata la modellistica (attualmente il 35% dei modelli genera il 90% del fatturato) e innovati processi produttivi. Circa i 700 esuberi, per la Fillea “l’azienda ha illustrato due ipotesi su cui applicare il piano”.

 

 La prima riguarda tre siti produttivi (Iesce 1 e 2 nel Materano e Laterza nel Tarantino) su tre turni di lavoro. L’altra ipotesi coinvolge invece 5 siti produttivi (Iesce 1 e 2, Laterza, Ginosa, anch’esso nel Tarantino, è Graviscella Altamura, nel Barese) su due turni di lavoro”.

    “Come organizzazioni sindacali - dichiara Bardinella - abbiamo ribadito che il nostro obiettivo prioritario è salvaguardare tutti i livelli occupazionali evitando soluzioni traumatiche; abbiamo chiesto di approfondire nel dettaglio il piano presentato e valutare soluzioni come esodo incentivato, contratto di espansione, politiche attive”.  “Abbiamo inoltre fatto presente - aggiunge Bardinella - che la ipotesi 1 con tre fabbriche su tre turni lavorativi non è percorribile, e che ci convince di più ipotesi 2 con riapertura Ginosa e due turni di lavoro. Abbiamo anche chiesto che, se dovesse essere confermato il piano, ci sia la cabina  di regia permanente per il monitoraggio”.  “Invitalia - conclude il segretario Fillea Cgil - si è resa disponibile ad accogliere la variante rispetto al piano 2019. Nei prossimi giorni proseguirà il confronto con l'azienda e subito dopo ci sarà cabina di regia regionale”. 

 Acciaierie d’Italia ha consegnato ai sindacati la richiesta di cassa integrazione straordinaria per 2.500 lavoratori a Taranto e per 500 in altri siti aziendali. È L'ammortizzatore sociale è legato al piano industriale per ristrutturazione. L’azienda specifica che la richiesta di cigs vale dal 28 marzo 2022 al 27 marzo 2023 ma che la società dell’acciaio ha bisogno che l’intervento prosegua sino al 2024-2025. 

Volumi di produzione di 6 milioni di tonnellate sono “non sufficienti a garantire l’equilibrio e la sostenibilità finanziaria degli oneri derivanti dall’attuale struttura dei costi”. Lo scrive l’ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia, nella lettera consegnata ai sindacati per la cassa integrazione straordinaria per un anno per 3.000 addetti del gruppo di cui 2.500 a Taranto. Per l’azienda, “le attività di completamento degli investimenti e i vincoli connessi alla realizzazione del piano ambientale, condizionano i livelli produttivi che si attesteranno e permarranno nel periodo di costruzione e messa in esercizio dei nuovi impianti e della ristrutturazione di quelli in essere, su volumi di circa 6.000.000 tonnellate”.

    Nella lettera aziendale si dice che lo stop da marzo 2015 dell’altoforno 5, che rappresenta il 40 per cento della capacità produttiva dello stabilimento, ha comportato una sensibile riduzione di produzione della ghisa, solo in parte compensata dalla marcia dei restanti altiforni 1, 2 e 4, comunque già soggetti a fermate per le necessarie manutenzioni e/o revamping anche su ordine del Tribunale di Taranto”. “Acciaierie d’Italia - si legge nella lettera data ai sindacati per l cigs - intende riavviare l’altoforno 5 per incrementare la produzione degli impianti che insistono nell’area a caldo e al contempo promuovere investimenti volti a ridisegnare in chiave di futura sostenibilità ambientale, produttiva e finanziaria, il complesso delle unità produttive esercite”. Ricostruzione ed avvio di altoforno 5 avverranno, dice l’azienda, “con l’adozione delle migliori tecnologie ad oggi disponibili”. Si opererà infine anche con impianti “utili a consentire l’utilizzo di tecnologie complementari al ciclo integrale quali quelle rappresentate dai forni elettrici”. 

Nella lettera aziendale si dice che lo stop da marzo 2015 dell’altoforno 5, che rappresenta il 40 per cento della capacità produttiva dello stabilimento, ha comportato una sensibile riduzione di produzione della ghisa, solo in parte compensata dalla marcia dei restanti altiforni 1, 2 e 4, comunque già soggetti a fermate per le necessarie manutenzioni e/o revamping anche su ordine del Tribunale di Taranto”.

 

    “Acciaierie d’Italia - si legge nella lettera data ai sindacati per la cigs - intende riavviare l’altoforno 5 per incrementare la produzione degli impianti che insistono nell’area a caldo e al contempo promuovere investimenti volti a ridisegnare in chiave di futura sostenibilità ambientale, produttiva e finanziaria, il complesso delle unità produttive esercite”. Ricostruzione e avvio di altoforno 5 avverranno, dice l’azienda, “con l’adozione delle migliori tecnologie ad oggi disponibili”. Si opererà infine anche con impianti “utili a consentire l’utilizzo di tecnologie complementari al ciclo integrale quali quelle rappresentate dai forni elettrici”. 

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