Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1289)

 Dichiarano di essere stati lasciati a casa, disoccupati, dallo scorso 16 marzo. Sono i 143 dipendenti ex Isolaverde, passati a Infrataras, società del Comune di Taranto, e impiegati sinora nei progetti di bonifica ambientale “leggera” messi a punto dal commissario di Governo per la bonifica di Taranto. Poiché alla scadenza dei progetti, non è stato trovato il modo di reperire la copertura finanziaria necessaria alla loro continuità occupazionale - malgrado il commissario abbia posto la questione al ministero dell’Ambiente -, Infrataras e Comune di Taranto hanno chiuso il rapporto di lavoro col personale e pagato anche i trattamenti di fine rapporto ai 143. 

 

Adesso i sindacati dei servizi di Cgil, Cisl e Uil dicono che “le promesse e le belle parole dette nei mesi scorsi non valgono nulla ed il continuo scarica barile delle responsabilità tra Comune e commissario rasenta il ridicolo. A più riprese, nel corso degli ultimi mesi - dicono le sigle sindacali -, abbiamo sollecitato la definizione di una soluzione complessiva che consentisse di realizzare la continuità occupazionale e di reddito per tutti I lavoratori ex isola verde. Una soluzione che per spirito di responsabilità avrebbe dovuto smuovere le coscienze di  Regione, Comune e Provincia di Taranto e del commissario straordinario alle bonifiche. Un sussulto di responsabilità - rilevano Cgil, Cisl e Uil di categoria - che purtroppo è mancato e ha lasciato ogni nostro appello totalmente inascoltato”. Per i sindacati con la “pandemia da Covid-19, con un mondo bloccato che decreta l’inattuabilità di licenziamenti, i 143 ex lavoratori di Isolaverde sono l’anomalia, il dramma nel dramma che nessuno racconta o di cui si vuole assumere la responsabilità. Licenziati e a casa - sostengono i sindacati - senza neanche l’ombra di una possibilità di estensione degli ammortizzatori sociali”.

 

Il numero di domande di cassa integrazione in deroga inoltrate da parte delle imprese pugliesi alla Regione Puglia, su tutto il territorio regionale, è pari a 34.689. Lo ha reso noto l’assessore alla Formazione e Lavoro Sebastiano Leo. Ad oggi la Regione Puglia ha istruito e decretato e, quindi, trasmesso ad INPS, un numero pari a 5.573 domande di CIGD da parte delle rispettive imprese per un numero di lavoratori interessati pari a 13.343.

 

A queste, si aggiungono 492 istanze da rigettare e 120 istanze che richiedono una integrazione documentale. Nell’arco della scorsa settimana sono state lavorate una media di circa 600 pratiche giornaliere, aumentate a 900 di oggi, grazie al rafforzamento degli operatori. A partire da domani, il numero del personale impiegato nella fase istruttoria delle suddette pratiche, già fortemente implementato, sarà ulteriormente raddoppiato con l’obiettivo di raggiungere la media di circa 2.000 domande di CIGD lavorate, istruite e decretate per singola giornata, al fine di completare tutte le domande nell’arco di 10-12 giorni lavorativi. Per comprendere la straordinaria emergenza amministrativa che l’Ente sta attraversando, si consideri che, per tutto il 2012, furono lavorate dalla Regione Puglia circa 3.000 pratiche di Cassa Integrazione Straordinaria e che oggi, nell’arco di un mese, ne sono state lavorate complessivamente 6.108 definendo, nel medesimo periodo, protocolli e procedure con le organizzazioni sindacali e le associazioni datoriali”.

 Quanto impatterà il covid-19 sull’economia pugliese? Nei primi tre mesi del 2020, prima della pandemia del Covid-19, il numero di imprese e di addetti pugliesi è aumentato di 120 unità rispetto allo stesso periodo del 2019. In Puglia si contano infatti 379.610 aziende (erano 379.610 ) e danno da lavorare a 1.143.018 persone (variazione tendenziale, + 3.913). Il Sismografo di Unioncamere Puglia, dal 30 marzo al 22 aprile, diffondendo gli studi dettagliati sui settori Turismo, Food, Commercio, Meccatronica, Costruzioni, Legno-arredo e Moda ha voluto fotografare l’economia della regione ante Coronavirus, per poi nei mesi successivi fare i raffronti con la situazione nel post-Coronavirus. "Abbiamo fatto delle previsioni sul dopo, usando lo stesso metodo adottato nei nostri studi di settore” - dichiara Luigi Triggiani, segretario generale di Unioncamere Puglia. "All'avvento del terremoto Covid-19 – prosegue - la Puglia cresceva lentamente ma continuamente, mostrando segnali di ripresa praticamente in tutti i comparti produttivi dopo la crisi 2007-2013". Non solo turismo e agroalimentare: anche comparti considerati maturi, come quelli del mobile imbottito, del tessile-calzaturiero e delle costruzioni, che avevano patito più di altri l'influenza della globalizzazione, sembravano garantire occupazione e facevano intravedere la luce in fondo al tunnel. Questo terremoto è arrivato forse nel momento peggiore, in un ecosistema che comunque vede le Pmi storicamente sottocapitalizzate. 

 

In base al modello previsionale del Sismografo di Unioncamere Puglia a fine 2021 nella regione  •  si registreranno 20 mila imprese in meno, con una perdita di 69 mila posti di lavoro (da questa previsione sono già state decurtate le muove imprese registrate e i nuovi assunti); lo stock di imprese, considerando la natimortalità prevista, al 31 dicembre 2021 scenderà a 359 mila, contro le 379 mila attuali; aumenteranno anche le procedure concorsuali (31mila) e le liquidazioni (71 mila), un dato che andrà poi a rimpolpare l'andamento delle cancellazioni negli anni successivi al 2021; sull'asse temporale questi numeri si spalmeranno per un terzo nel 2020, per due terzi nel 2021; l'andamento negativo avrà quindi un picco fra 2022 e prima metà del 2023; poi si assisterà al miglioramento dei parametri, per tornare ai numeri attuali nel 2025; a livello di macro-attività economica si registreranno differenze significative fra i settori: forti sofferenze per attività edili, minerarie, commercio all'ingrosso e al dettaglio, turismo (servizi di alloggio e ristorazione, agenzie viaggi). All'interno del comparto manifatturiero, notevole l’influsso negativo su meccanica, mobili e moda. Le attività che registreranno un minor impatto saranno probabilmente chimica, elettronica, farmaceutica e con qualche problema in più agricoltura, pesca e servizi di informazione e comunicazione.

“I consumi sono crollati di oltre il 30%, i fatturati sono in ginocchio, le imprese sono in totale debito di ossigeno. Il Coronavirus, dopo le vite umane si sta portando via anche le nostre storie ed i nostri sacrifici. Ci sta uccidendo due volte”.

 

E’ un grido di dolore quello di Leonardo Giangrande, presidente provinciale di ConfcommercioTaranto che, facendosi portavoce delle tante richieste di aiuto raccolte in queste settimane attraverso il filo diretto mai interrotto, nonostante le chiusure forzate, con gli associati ed i dirigenti sindacali, invita il presidente Carlo Sangalli a proseguire, sulla strada già tracciata dalla Confederazione, ed a incalzare il Governo affinché adotti misure più efficaci per impedire la morte di migliaia di micro, piccole e medie imprese, il cuore pulsante della economia italiana.

 

In questi giorni di attesa e di ansia, in vista della fatidica data del 4 maggio, quando alcune attività potranno riaprire, ci si affanna nella ricerca di percorsi che consentano una ripartenza incoraggiati da un minimo di speranza di poter andare avanti, seppure rassegnandosi a flussi di cassa ridotti all’osso che consentano almeno i pagamenti.

“E’ innegabile però che non tutti riusciranno ad andare avanti – commenta con amarezza Giangrande- alcuni tenteranno, affronteranno con l’animo pieno di  incertezze l’incognita dei mesi a venire,   sapendo  che a giugno ci sono già i pagamenti delle tasse per ora solo rinviate.”

 

Le richieste di supporto tecnico, ed in qualche caso addirittura psicologico, sono continue: l’accesso al credito, laddove vi siano le premesse (le posizioni debitorie rappresentano infatti un grosso ostacolo) costituisce un problema.

“In questi giorni con i nostri dirigenti e con lo staff tecnico del nostro Confidi Confcommercio Puglia stiamo attivando i nostri canali per favorire e velocizzare gli iter burocratici. Talune volte ci sembra di andare ad impattare contro un muro, e probabilmente neanche per colpa del sistema bancario, quanto meno non di quello locale delle BCC, in larga massima al nostro fianco per favorire la ripresa economica del territorio. Diversamente i grandi gruppi bancari: troppa burocazia, troppi passaggi incomprensibili in una fase in cui il danaro serve come un farmaco salvavita da somministrare senza tener conto delle controindicazioni, per impedire la morte del paziente. Il Governo doveva snellire al massimo questo processo di concessione del prestito garantito, anzi addirittura aumentare la soglia dei 25 mila euro, ed invece che si fa? Si perde tempo, si richiede documentazione.”

 

Quanto alle altre forme di aiuto alle imprese: tutte discutibili, dal   bonus da 600 euro, limitato e non ancora riscosso dalla maggior parte dei beneficati, alle misure di  sostegno al lavoro, accessibili attraverso ben 5 percorsi  diversi, tutti complicati e soprattutto con la grossa negatività che le banche non sono disponibili ad anticipare le somme necessarie, per cui i dipendenti non percepiscono il reddito.  Non diversamente le locazioni commerciali:  il credito di imposta lo si è limitato alla sola categoria catastale C1 (botteghe e negozi), ma non è stato esteso ai contratti di affitto di azienda.

 

“Insomma – conclude Giangrande - un vero disastro. Come potremo superare il lockdown? Siamo preoccupatissimi e non solo per chi dovrà ancora restare fermo dopo il 4 maggio, come tutto il settore del turismo (alberghi, extra alberghiero, professionisti del turismo, spiagge, servizi di trasporto), del tempo libero( discoteche, cinema) della cultura, i pubblici esercizi (bar, ristoranti), ma anche per chi avrà modo di partire, non si sa come e sino a quando. Tra misure di contenimento, costi di igiene, tratte da pagare della merce arrivata e non venduta, fitti, oneri, personale e tassazione solo differita, non sappiamo davvero quali scenari verranno a delinearsi. Noi siamo come un paese uscito da una guerra che vive una situazione eccezionale e che per questo richiederebbe misure eccezionali per far fronte alla emergenza. Speriamo davvero in un cambio di rotta, perché altrimenti non sappiamo come reagiranno gli imprenditori e se noi associazioni potremo contenerne la rabbia .”  

Confindustria Taranto ha chiesto alle banche di adottare “ogni misura utile a sostenere le imprese nell'accesso agli interventi finanziari disposti da Governo e Regione, andando, se necessario, anche oltre l'impianto normativo adottato a livello nazionale, che starebbe già mostrando limiti e lungaggini nella sua effettiva applicazione”. Per Confindustria Taranto, “il Decreto Liquidità, così come presentato dal Governo, doveva servire a immettere, così come dice il nome stesso, nuove risorse immediatamente fruibili per il sistema produttivo italiano, dai piccoli artigiani  alle più grandi realtà industriali del paese”.

 

Invece, sostiene Confindustria Taranto, “questo importante, per molti aspetti vitale, intervento finanziario sta mostrando tutti i suoi limiti sia rispetto alle modalità di accesso richieste alle aziende”. Confindustria Taranto segnala “farraginosità delle condizioni imposte alle imprese per poterne fruire, sia in ordine alle effettive aperture di credito proposte, che appaiono ben diverse da quella vigorosa immissione di liquidità di cui si è parlato e che dovrebbe servire alle attività produttive per garantirsi una "ripartenza" sui mercati già da adesso e ancor di più nella cosiddetta Fase2, ovvero a partire dal l'imminente 4 maggio prossimo”. Per Confindustria Taranto, “la situazione, così come si prospetta, è gravissima: sono già molteplici le aziende, anche del nostro sistema confindustriale, che lamentano difficoltà di accesso alle misure ed altrettante quelle che non riscontrano benefici immediati in termini di immissione di liquidità rispetto agli interventi previsti dal decreto”.

 

Confindustria Taranto oggi ha chiesto al prefetto di Taranto di riconvocare al più presto il tavolo con gli istituti di credito del territorio per fare il punto della situazione “e addivenire a forme di sostegno utili, immediate e concrete“. “L’auspicio - rileva Confindustria Taranto - è che il sistema bancario territoriale, in questo momento, moltiplichi i suoi sforzi nei confronti delle imprese, in termini di rapidità di risposte e di soluzioni per le specificità della nostra area, già vessata da precedenti eventi eccezionali (dal dissesto alla vicenda Ilva, ora Arcelor Mittal) affinché vadano anche oltre l’impianto normativo adottato a livello nazionale, prevedendo prodotti “dedicati” alle richieste delle aziende”. “In sostanza - è l’appello finale di Confindustria Taranto - agli istituti di credito si chiede di trattare questa situazione non con criteri di ordinaria amministrazione, assolutamente non consoni all’emergenza in atto, bensì con un approccio eccezionale, orientato alla massima celerità per l’applicazione degli interventi finanziari già disposti, di immediata fruizione ed effettiva e comprovata solidità”. 

 

 

 

Le imprese artigiane scrivono a Mattarella “siamo a rischio chiusura”

 “Le imprese artigiane sono a rischio chiusura, bisogna chiarire con Fsba l’accesso all’assegno Covid 19”: lo dice la Confederazione Aepi (Associazione europea dei professionisti  e delle imprese) che, insieme  all’associata Federdat, ha scritto al presidente Sergio Mattarella in merito alla procedura per l’accesso all’assegno Covid 19 previsto dal Governo. “Non può in alcun modo essere vincolato all’iscrizione al Fondo di solidarietà bilaterale per l’artigianato” afferma Aepi.

 

 “Dopo aver sollecitato l’Inps e il ministero del Lavoro, adesso le due organizzazione si rivolgono al presidente della Repubblica. “La scorsa settimana - afferma Aepi - avevamo chiesto una verifica e un accoglimento delle nostre istanze, ma non c’è stato alcun riscontro. E ora saremo costretti a ricorrere alle vie legali”. Aepi dichiara di rappresentare 26 associazioni datoriali e professionali, cui fanno capo oltre 238mila imprese e 9mila professionisti. Per Aepi, “non si possono obbligare i datori di lavoro ad aderire a un ente o regolarizzare i 36 mesi di contributi a beneficio di quest’ultimo per poter accedere a dei soldi pubblici. E ci fa piacere che, dopo aver sollevato questa questione in tempi non sospetti, adesso - si afferma - ci siano anche delle interrogazioni e pareri di autorevoli giuslavoristi che vanno nella nostra stessa direzione”. Secondo Aepi, il canale di finanziamento di Fsba, appunto il fondo per l’artigianato, “mette in seria discussione i principi e le disposizioni previste dalla Carta Costituzionale in materia di libertà associativa, sindacale e i principi e le regole del diritto comunitario della concorrenza”.

 

Coldiretti il 57% degli agricoltori ha bisogno immediato di liquidità 

 Serve subito liquidità al 57% delle imprese agricole che in Puglia hanno avuto una diminuzione o il blocco totale delle attività a causa della pandemia Coronavirus che ha sconvolto i mercati con difficoltà per le esportazioni, lo stop forzato al canale ristorazione e la chiusura di alcune attività. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixe’ in riferimento all’erogazione di finanziamenti da parte delle banche alle aziende in difficoltà a causa dell’emergenza Coronavirus, con le opportunità previste dal cosiddetto Dl Liquidità (decreto legge 8 aprile 2020), attraverso cui lo Stato si fa garante.

 

-Il provvedimento che interessa sia le aziende agricole che presentano il bilancio sia quelle che presentano la semplice dichiarazione Iva prevede diversi canali per l’attivazione dei quali è possibile rivolgersi alla Rete Agricorporatefinance (www.agricorporatefinance.it) promossa da Coldiretti che aiuta ad evitare pericolose file alle filiali delle banche e a ridurre la burocrazia. L’impatto della pandemia Covid-19 per l’agricoltura varia da comparto a comparto con picchi anche del 100% per l’agriturismo dove sono chiuse per le misure anti contagio tutte le 876 strutture pugliesi, mentre tra le aziende agricole che esportano il 70% sta subendo cancellazioni di commesse anche per le difficoltà alle frontiere e si registra anche il crollo delle vendite di prodotti agroalimentari a bar e ristoranti chiusi per l’emergenza. In molti casi i compensi riconosciuti agli agricoltori sono scesi sono i costi di produzione secondo l’indagine Coldiretti/Ixe’ dalla quale emerge che a pagare il conto più pesante all’estero sono stati il settore del vino e del florovivaismo, ma difficoltà sono segnalate sui mercati anche per ortofrutta, formaggi, salumi, pesca e conserve.

 

 “Se è vero che agricoltura, industria di trasformazione e distribuzione stanno tenendo duro, non si può negare che molte filiere siano in profonda crisi. Come Coldiretti abbiamo lanciato l'allarme sui rischi che si corrono dal settore vitivinicolo al florovivaismo, dal lattiero – caseario all’olivicoltura fino alla pesca. Sono migliaia le attività e quei servizi forniti al settore dell'Horeca che oggi con la chiusura in tutto il mondo di bar e ristoranti rischiano la debacle. Ma è Sos anche per molte attività che rientrano tra quelle che integrano la produzione, meglio note come "attività connesse". L'agriturismo in primis, ma non solo. Le nostre imprese non possono essere lasciate sole, devono essere sostenute. Sono fondamentali sul piano economico e sociale”, denuncia Savino Muraglia, presidente di Coldiretti Puglia. In gioco c’è una filiera allargata che garantisce l’approvvigionamento alimentare in Puglia grazie al lavoro di oltre 100mila aziende agricole e stalle, più di 5mila imprese di lavorazione alimentare e una capillare rete di distribuzione tra negozi, supermercati, discount e mercati contadini di Campagna Amica, nonostante le preoccupazioni per la sicurezza, i vincoli, le difficoltà economiche e gli ostacoli oggettivi all’operatività, dalla ridotta disponibilità di manodopera ai blocchi alle frontiere per i trasporti con l’88% delle merci che in Italia viaggia su gomma. Occorre invertire la tendenza del passato a sottovalutare il patrimonio agroalimentare – conclude Coldiretti - in una situazione in cui l’ultima generazione è stata responsabile della perdita di ¼ delle terre fertile nella Penisola per colpa dell’urbanizzazione e dell’abbandono forzato. 

 

 

 I concessionari delle spiagge pugliesi provano a salvare almeno in parte la stagione balneare compromessa dall'emergenza coronavirus e dopo ripetute richieste hanno ottenuto dalla Regione l'attesa ordinanza che li autorizza ad avviare le opere di manutenzione dei lidi in vista di un possibile via libera da parte del governo. Ad oggi non ci sono previsioni a riguardo, ma l'obiettivo di poter preparare le strutture per renderle operative almeno a giugno è stato raggiunto grazie alle pressanti richieste rivolte dalle associazioni di categoria al presidente della Regione, Michele Emiliano e all'assessorato al Demanio.

  Il presidente nazionale e regionale del Sib (Sindacato italiano balneari) – Confcommercio, Tonino Capacchione, ha messo in evidenza i ritardi della Regione Puglia in materia di autorizzazione alle manutenzioni, facendo presente che “già dal 3 aprile scorso le Regioni Emilia Romagna, Veneto e Abruzzo avevano già consentito, con propri provvedimenti, i lavori preparatori in vista della possibile riapertura al pubblico”. La Puglia, secondo i concessionari, rischia, dunque, di accusare un pesante ritardo nell'attuazione dello sforzo richiesto per rimettere a regime il motore dell'economia turistica, anche se le prospettive, al netto delle numerose prenotazioni cancellate, non sono incoraggianti. 

Il 53% della popolazione italiana non ha intenzione di andare in vacanza, il 16 % vorrebbe farlo ma teme di non averne la possibilità economica, il 10% dice che non avrà ferie sufficienti”, spiega ancora Tonino Capacchione citando i risultati di un recente sondaggio commissionato dal Sib. “Stiamo parlando dell'ottanta per cento della clientela che viene meno, quindi, di un disastro dalle proporzioni enormi che rischia di vanificare decenni di sacrifici”. Il vice presidente nazionale e presidente regionale di Federbalneari, Mauro Della Valle, va oltre tentando di dare una valore economico alla crisi: “Nella migliore delle ipotesi, in Puglia, subiremo un danno che potrebbe aggirarsi intorno agli ottanta mln euro, ma se consideriamo l'indotto dovremo moltiplicare almeno per tre questa cifra, arrivando a toccare quasi i 250 mln di euro”. Giuseppe Mancarella, esponente della Cna Balneatori pugliese, lamenta scarsa attenzione da parte delle istituzioni sulle problematiche dei concessionari: “Siamo buoni contribuenti e buoni datori di lavoro, ma nonostante questo pare che ci abbiano messi in un angolo. Speriamo di poter recuperare il tempo perduto adeguandoci, ovviamente, a tutte le misure di sicurezza che verranno stabilite a tutela dei bagnanti”. I gestori dei lidi pugliesi, infine, bocciano senza mezzi termini l'ipotesi circolata in questi giorni di munire le spiagge di separazioni in plexiglass.

“Continua il lavoro incessante che la Regione Puglia sta facendo per sostenere i lavoratori e le imprese pugliesi in questo momento di difficoltà. La settimana scorsa avevamo chiesto al Ministro del Lavoro Nunzia Catalfo di sbloccare immediatamente le altre risorse per la Cassa Integrazione in Deroga e, nel pomeriggio di ieri, abbiamo avuto le risposte che cercavamo. La nostra regione risulta destinataria di una seconda tranche pari a 120 milioni di euro per il trattamento della CIGD, che si aggiungono ai 106,5 milioni di euro già trasferiti”, comunica l’assessore all’Istruzione, alla Formazione e al Lavoro della Regione Puglia Sebastiano Leo.

 

 “In totale – continua l’assessore – sono quindi 226,5 milioni di euro le risorse destinate alla Puglia. Secondo l’ultima ricognizione effettuata dai miei uffici della Sezione Lavoro, che ringrazio per lo straordinario impegno di questi giorni, nella nostra regione hanno fatto domanda di cassa integrazione in deroga 30.692 imprese per un totale di 106.142 lavoratori interessati, che cubano un importo di circa 128 milioni di euro”.

“Inoltre – ha concluso Leo – abbiamo ottenuto dal Governo l’esenzione dell’imposta di bollo per la presentazione delle domande e l’ampliamento della platea dei beneficiari. Se prima infatti il trattamento per la Cassa Integrazione in Deroga era destinato agli assunti alla data del 23 febbraio, ora hanno diritto i dipendenti assunti fino alla data del 17 marzo. Sempre nella giornata di ieri abbiamo concluso le procedure di firma con le parti sociali e gli istituti di credito del Protocollo Quadro che prevede  la possibilità di un finanziamento, da parte degli istituti bancari, a tasso e costo zero, quale anticipo sulla cassa spettante al lavoratore. Ringrazio gli uffici regionali e il consigliere del Presidente Domenico De Santis per il prezioso supporto di questi giorni”.

 

In ArcelorMittal mediamente in cassa 2600 lavoratori 

"In ArcelorMittal a Taranto sono mediamente al lavoro 3300 persone al giorno mentre in cassa integrazione sono mediamente 2600 persone. Circa i certificati di malattia, siamo scesi dal picco di 1700 di qualche giorno fa, a circa 200, quindi un livello fisiologico". Lo dichiara ad AGI il segretario Uilm Taranto, Antonio Talò, dopo l’incontro di oggi con ArcelorMittal per fare il punto sulla cassa integrazione. 

 

 “Oltre ai 2600 in cassa Covid, vanno poi aggiunti, anch’essi assenti dal lavoro, coloro che mancano per malattia, legge 104,riposi, ferie” aggiunge Talò. Il segretario Uilm, circa la disponibilità di dispositivi di protezione individuale in fabbrica, sostiene che l’azienda ha dichiarato che “ora le mascherine ci sono”,mentre per quanto riguarda il pagamento delle fatture alle aziende dell’indotto-appalto siderurgico, “ArcelorMittal - aggiunge Talò - ci ha detto che con i pagamenti disposti oggi, l’azienda ritiene di aver corrisposto alle imprese il 50 per cento delle somme rivendicate e in ogni caso ArcelorMittal attende l’incontro col prefetto di Taranto per dettagliare la situazione”.

 

La cassa Covid è stata chiesta da ArcelorMittal per 8173 addetti del siderurgico di Taranto ma questo va inteso come numero massimo. In ogni caso, si tratta di un numero decisamente superiore all’utilizzo che è stato fatto nei mesi scorsi, e sino a fine marzo, della cassa integrazione per crisi di mercato. Questa è stata chiesta, e di volta in volta rinnovata per 13 settimane, per 1273 addetti ma il suo utilizzo medio è stato sotto le 7-800 unità. Con la cassa Covid l’uso medio dell’ammortizzatore sociale è cresciuto perché sono stati fermati diversi impianti tra cui l’acciaieria 1 e l’altoforno 2. Sino al 3 maggio la situazione della cassa Covid dovrebbe rimanere invariata, conclude Talò: “aspettiamo la ripresa e l’avvio della fase due”

Dall’indotto-appalto di ArcelorMittal a Taranto, si apre un nuovo fronte di protesta:è quello dei trasportatori che operano per conto del siderurgico. Stando a quanto apprende AGI, due sono i problemi che la categoria solleva: il pagamento delle fatture scadute, al pari di molti altri imprenditori, e l’avvio, da parte di ArcelorMittal, di una nuova piattaforma per la gestione di tutti i servizi di trasporto.  “Sui pagamenti relativi al lavoro fatto - spiegano i trasportatori ad AGI - siamo fuori già di due mensilità e non vediamo alcuna luce, né ci è stata indicata una data di pagamento”.

 

“Ma quello che ci preoccupa di più - sostengono ancora gli operatori del settore - è la nuova piattaforma che l’azienda vuol far partire. In pratica, qualsiasi trasportatore, da qualsiasi parte d’Italia, può iscriversi ed offrire ad ArcelorMittal i suoi servizi. Per noi, questa piattaforma ha una sola finalità: spingere al massimo la concorrenza tra i trasportatori con ArcelorMittal che sceglie chi pratica il prezzo più basso”. “Scade domani il termine per iscriversi alla piattaforma - dicono ancora i trasportatori ad AGI - e noi in queste ore stiamo valutando che fare. Avevamo chiesto di sospendere per ora l’avvio della piattaforma, visto che siamo in emergenza Coronavirus, le attività sono ferme e alla ripresa si rischia di scatenare una guerra dei prezzi poiché  tante aziende vogliono necessariamente ripartire”.

 

 “ArcelorMittal, ancora oggi, sta insistendo con telefonate fatte dal capo degli acquisti, Domenico Ponzio, affinché noi ci iscriviamo alla piattaforma - aggiungono i trasportatori di Taranto -. Ma non può essere una iscrizione alla cieca, senza garanzie, senza un minimo di certezze. Noi non possiamo essere al servizio di ArcelorMittal solo quando fa comodo, vedi, per esempio, la mattina di Pasqua, che siamo scesi a lavorare con i nostri mezzi perché l’azienda aveva da caricare una nave, eppoi essere sbaragliati dalla concorrenza al ribasso, magari anche da parte di chi non sa cosa vuol dire organizzare il trasporto di materiale siderurgico. Piuttosto, ArcelorMittal ci dia subito le risposte sui pagamenti che non ci sono ancora”. “Ci ha detto l’azienda - aggiungono i trasportatori - che la piattaforma serve anche ad avere contezza dei pagamenti da corrispondere. Ma non è così, perché le nostre bolle sono già registrate, l’azienda sa benissimo quello che deve versarci”. A novembre scorso, per più di una decina di giorni, i trasportatori, insieme ad altri imprenditori dell’indotto-appalto, stazionarono con i loro mezzo davanti alla portineria C del siderurgico perché ArcelorMittal non li pagava. Il presidio - che comunque garantì le attività essenziali del siderurgico - fu poi tolto a seguito di un accordo, raggiunto anche con l’intervento di Regione Puglia e Comune Taranto. Ora, però, il problema dei pagamenti si è riproposto. 

"Sino alla settimana scorsa, altissimo risulta il numero di richieste di cassa integrazione in deroga, per le due province di Taranto e Brindisi da parte di oltre seimila imprese vedendo coinvolti oltre 20 mila lavoratori per un totale di oltre 3 milioni di ore". Lo annuncia Antonio Castellucci, segretario Cisl Taranto. La richiesta più rilevante è quella di ArcelorMittal, che per il sito siderurgico di Taranto, ha chiesto, ed ha già in corso, la cassa integrazione Covid 19 per 8.173 unità come numero massimo in sostituzione della cassa ordinaria per crisi di mercato terminata a marzo per un massimo di 1273 unità. 

 

 Tra l'altro, proprio ieri in ArcelorMittal a Taranto è cominciata una nuova tranche di cassa integrazione Covid 19, col personale interessato che ha ricevuto le lettere di sospensione dal lavoro alla vigilia di Pasqua. Sulla cassa in corso nell'ex Ilva, sempre ieri le sigle sindacali metalmeccaniche hanno chiesto ad ArcelorMittal, al direttore del personale Arturo Ferrucci, “un incontro urgente per avere delucidazioni e chiarimenti”. L’avvio della cassa Covid nel siderurgico è avvenuto senza intesa con i sindacati, così come già verificatosi per le proroghe della cassa integrazione ordinaria.Evidenziando la rilevanza della richiesta di cassa integrazione da parte delle imprese, Castellucci, segretario Cisl Taranto, afferma che “anche questi dati, costituiscono ulteriore prova della necessità di agire e costituire tavoli di lavoro permanenti, con governance istituzionali presso le prefetture".

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