Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1493)

È partita questa mattina una nuova tranche di cassa integrazione (stavolta ordinaria e non Covid) per il gruppo siderurgico ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia. Durerà 13 settimane. Sono interessati 4 mila lavoratori a Taranto e 981 a Genova. I numeri in questione vanno intesi come massimo. Oggi il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, sarà a Genova dove nei giorni scorsi, a seguito dell'annuncio della Cig, fortemente contestato dai sindacati, ci sono state accese tensioni. Per l'8 luglio, invece, il Mise, accogliendo la richiesta delle sigle Fim, Fiom e Uilm, ha convocato un tavolo al ministero con Acciaierie d’Italia e gli stessi sindacati presente anche il ministero del Lavoro. A Taranto, inoltre, dall’1 luglio, per effetto della mancata proroga da fine giugno 2021 a fine gennaio 2022 da parte del ministero della Transizione ecologica, Acciaierie d’Italia dovrà fermare la batteria 12 della cokeria. Questo perché l’azienda non ha completato, entro la scadenza di fine giugno 2021, i prescritti interventi di messa a norma.

 

 Per l’1 luglio associazioni e movimenti ambientalisti di Taranto hanno indetto un sit in davanti alla Prefettura per rivendicare la certezza della fermata della batteria 12. In quanto alla nuova tranche di cassa integrazione ordinaria che parte oggi nell’ex Ilva, nella comunicazione alle sigle sindacali il direttore delle Risorse umane, Arturo Ferrucci, evidenzia che a “marzo 2020 con l’inizio della pandemia Covid-19, anche in accordo con le organizzazioni sindacali”, l’azienda “ha dovuto fermare alcuni impianti di produzione”. Nello specifico, scrive Ferrucci, “presso il sito di Taranto si è proceduto alla fermata non programmata dell’altoforno 2 che ha comportato la riduzione della capacità produttiva di ghisa di circa 5.000 tonnellate giorno. Il perdurare di tale blocco produttivo per un periodo di poco inferiore a un intero anno, ha inevitabilmente condizionato e limitato - evidenzia il direttore delle Risorse umane dell'ex Ilva - la possibilità di esercire a pieno regime gli impianti di laminazione e rilavorazione a valle del ciclo produttivo sia per lo stabilimento di Taranto ma anche per i centri di lavorazione e laminazione a freddo del Nord Italia (a titolo esemplificativo Genova, Novi Ligure, Racconigi)". Adesso, invece, "nonostante nel generale contesto di mercato siano oggi percepibili segnali ottimistici nella crescente e maggiormente stabile domanda di acciaio, la società non è nelle condizioni di assicurare l’immediata e totale ripresa in esercizio di tutti gli impianti di produzione e del completo assorbimento dell’intera forza lavoro". In tal senso, scrive Ferrucci ai sindacati, "è rilevante l’incidenza della mancata produzione di acciaio derivante dalla fermata di altoforno 2 che ha inoltre indotto la società  a riformulare i piani di intervento manutentivo sull’impianto altoforno 4, rinviati a causa della fermata di altoforno 2 e non ulteriormente differibili per ragioni tecniche, tanto da prevederne l’esecuzione durante un periodo di fermata dello stesso altoforno 4 di circa 60 giorni nel periodo aprile-giugno 2021, con ulteriore “mancata produzione” di circa 5 mila tonnellate giorno di ghisa”.

La comunicazione relativa all'avvio della cassa integrazione ordinaria dal 28 giugno vale anche per tutti i siti di Acciaierie d'Italia, ex Ilva, tra cui Taranto. Lo apprende AGI da fonti vicine all'azienda siderurgica. A Genova la cassa integrazione interesserà in media 200 lavoratori per settimana. Più in generale, tremila dipendenti per settimana. A Taranto la cassa è stata chiesta per un numero massimo di 4mila dipendenti. 

BCC San Marzano ha presentato il bilancio sociale 2020, con i risultati e le attività svolte sui temi della sostenibilità culturale, sociale e ambientale. Si è trattato di un momento di confronto sull’importanza di unire la funzione economica alla responsabilità sociale, con l’obiettivo di creare e distribuire valore sul territorio, puntando ad un nuovo modello di sviluppo realmente sostenibile, in cui la cultura, il cinema, l’ambiente, l’etica, l’educazione finanziaria abbiano il giusto spazio.L’incontro si è svolto presso la Sala delle Muse del Circolo Ufficiali della Marina Militare di Taranto, in Piazza Kennedy 4.

Sono intervenuti  ALESSANDRO DELLI NOCI, Assessore allo Sviluppo Economico Regione Puglia, SIMONETTA DELLOMONACO - Presidente Apulia Film Commission, PAOLO SASSANELLI - Attore e Regista, MAYRA PIETROCOLA - Attrice, EMANUELE DI PALMA - Presidente BCC San Marzano, LORENZO KASPERKOVITZ - Responsabile Relazioni Esterne Gruppo Cassa Centrale, GIOVANNA BOGGIO ROBUTTI - Direttore Generale Fondazione FEduF-ABI. 

L’incontro è stato moderato da ANTONIO STORNAIOLO - Attore e Conduttore Televisivo.

Il presidente De Palma nel tracciare il bilancio dell’attività svolta e nell’illustrazione auspici e obiettivi futuri ha puntato l’accento sull’importanza di lavorare in squadra e in stretta sinergia con istituzioni e organismi territoriali. 

 

 “Noi non siamo contro la revisione dei piani industriali”. Lo dicono, a proposito di ex Ilva e dei possibili scenari futuri, gli imprenditori dell’indotto siderurgico associati a Confindustria Taranto dopo la manifestazione di questa mattina davanti alla direzione. Si è trattato di un pacifico sit in con la presenza di un’ottantina tra imprenditori e rappresentanti di aziende. Rivendicata soprattutto la centralità dello stabilimento nel sistema economico. Discussa, tra i gruppi di imprenditori, anche la possibilità che il Governo, alla luce degli indirizzi del Recovery Plan e del Just Fund Transition (Taranto e il Sulcis, in Sardegna, sono le aree scelte per quest’ultimo intervento), riveda l’attuale piano industriale di ArcelorMittal e di Invitalia: 8 mln di tonnellate di acciaio a regime nel 2025, mix tra altiforni e forno elettrico, 10700 occupati di cui 8200 a Taranto. Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, che il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, insistono infatti nel rivendicare la chiusura dell’area a caldo perché inquinante e impattante ambientalmente. Ciò, sottolineano Emiliano e Melucci, anche alla luce di due sentenze: quella della Corte d’Assise del 31 maggio scorso per il processo Ambiente Svenduto relativo alla gestione Riva e quella del Tar Lecce del 14 febbraio sulla gestione ArcelorMittal Italia. Quest’ultima, impugnata in appello,  ora al vaglio del Consiglio di Stato.  Se la chiusura dell’attuale area a caldo andasse in porto, si realizzerebbe nel tempo  una riconversione che porterebbe gradualmente lo stabilimento verso i forni elettrici alimentati dal rottame di ferro al posto degli altiforni alimentati dai minerali. Ma le imprese non ci stanno. “Noi non crediamo in questo momento alla chiusura dell’area a caldo - hanno dichiarato oggi gli imprenditori -. I documenti in nostro possesso ci testimoniano che, allo stato dell’arte, non esiste la compatibilità tecnico-economica sulla sussistenza dello stabilimento. Il sindaco di Taranto parla di un accordo di programma?  Noi siamo pronti a sederci ad un tavolo per l’accordo di programma e crediamo che anche l’azienda sia disponibile, ma a condizione che si parta da presupposti diversi”. “Il sindaco Melucci - hanno sostenuto gli imprenditori  - può partire dal presupposto della chiusura dell’area a caldo, noi partiamo dal presupposto dell’ambientalizzazione. Ci sediamo con un pool di tecnici, di esperti, vediamo se è possibile ambientalizzare e si va nella direzione che sia la migliore per tutta la comunità”.

 

Anche perché, hanno concluso gli esponenti dell’indotto siderurgico, “oggi, a differenza del passato, abbiamo le risorse. Quindi utilizziamole”. Ma allo stato la posizione delle imprese, che chiedono di mantenere l’area a caldo, investendovi con tecnologie per risanarla, e quella del sindaco di Taranto, che invece ne chiede la chiusura per puntare ad una azienda siderurgica piu piccola ma sostenibile, appaiono lontane. Difficilmente conciliabili. D’altra parte, proprio ieri il sindaco Rinaldo Melucci - che a febbraio 2020 ha firmato l’ordinanza di spegnimento dell’area a caldo, quella che poi il Tar ha confermato con sentenza - ha dichiarato che serve da parte del Governo “ un piano per la chiusura dell'area a caldo e la corretta valutazione del danno sanitario. Al di fuori di questo perimetro - ha sottolineato -, non vi è alcun futuro per la produzione di acciaio a Taranto e non c'è Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che tenga”. 

“Riteniamo che il governo Draghi debba avere il coraggio di dire con chiarezza cosa intende fare senza girare attorno ai problemi, smettendola di utilizzare slogan e avviando un processo di confronto aperto con le rappresentanze dei lavoratori e delle istituzioni locali. Non è accettabile che ad oggi il cda con Invitalia non si sia ancora insediata, lasciando la gestione della fabbrica nelle mani della multinazionale”. Lo dicono oggi Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm a proposito dell’ex Ilva ed ex ArcelorMittal Italia, ora Acciaierie d’Italia, la nuova società tra ArcelorMittal Italia per l’investitore privato e Invitalia per il partner pubblico. 

 

“Riteniamo imprescindibile l’intervento del governo - dicono le sigle metalmeccaniche - affinché si possa uscire da questa difficile fase di empasse e dare risposte a migliaia di lavoratori di Acciaierie d’Italia, Ilva in amministrazione straordinaria e appalto che si sono visti falcidiati i loro salari e in alcuni casi non sono state retribuite le spettanze previste”.

    “Fim, Fiom e Uilm - sostengono le federazioni metalmeccaniche - lanciano l’ennesimo appello al governo e in assenza di risposte certe metteranno in piedi ulteriori iniziative contro chi non assume una posizione chiara sulla vertenza ex Ilva e per continuare rivendicare un serio processo di risanamento ambientale insieme ad un piano occupazionale che tenga insieme salute e lavoro”. Per i sindacati, inoltre, “è ingiustificabile la richiesta da parte dell’azienda di slittamento di alcune prescrizioni Aia in scadenza al 30 giugno. Il Piano Ambientale - si afferma - non può continuare a essere disatteso e/o slittato, così come la copertura dei parchi minerali, un’opera quest’ultima lasciata in sospeso”. I sindacati Fim, Fiom e Uilm evidenziano poi che “in questi giorni i lavoratori e la città attendono la sentenza del Consiglio di Stato che si esprimerà in merito all’ordinanza sindacale che prevede la chiusura dell’area a caldo entro 60 giorni. È del tutto evidente - affermano le federazioni metalmeccaniche - che il governo non può continuare a guardare inerme e, soprattutto, deve intervenire per consentire l’ingresso di Invitalia”. Quest’ultimo viene reputato dai sindacati “necessario ad affrontare questa complicatissima fase e avviare, nell’immediato, una pianificazione di investimenti per la manutenzione ordinaria e straordinaria e l’introduzione di innovazioni tecnologiche con le quali abbattere le emissioni inquinanti”.

    “Per superare questa fase di transizione - proseguono Fim, Fiom e Uilm - servirebbe mettere al sicuro i lavoratori attraverso un piano occupazionale che garantisca una prospettiva certa per migliaia di famiglie a partire dagli ammortizzatori sociali quest’ultimi necessari a traghettare le future iniziative che saranno intraprese all’interno della fabbrica”. “Non è pensabile continuare a gestire la cassa integrazione, così come ha fatto ArcelorMittal, con l’unico obiettivo di razionalizzazione del personale per trarne un beneficio economico a discapito degli stessi lavoratori e degli impianti di produzione”, sostengono infine le tre federazioni.

 “L'ora della verità è arrivata. La batteria 12 della cokeria è fuori norma e va fermata il 30 giugno 2021 per non aver rispettato le prescrizioni autorizzative. Oggi vi sarà la conferenza dei servizi per decidere il fermo di questa importante batteria, la più grande della cokeria Ilva”. Lo dichiara il Comitato cittadino per la salute e l’ambiente a Taranto, che mette insieme diverse realtà tra associazioni e movimenti sul fronte anti Ilva, in una lettera inviata oggi al ministro della Transizione ecologica , Roberto Cingolani. Il comitato, attraverso i referenti Alessandro Marescotti e Massimo Castellana, evidenzia al ministro Cingolani l’importante scadenza che attende l’impianto. La batteria in questione, inserita in una serie di impianti analoghi, serve alla preparazione del coke poi usato nel ciclo produttivo degli altiforni.

   “Le evidenze scientifiche sono nette e indicano un rischio cancerogeno inaccettabile con l'autorizzazione del ministero - dice il comitato a Cingolani -. Chiediamo di applicare la legge e di fermare un impianto pericoloso e fuori norma. Vediamo - prosegue - cosa fa adesso il ministro Cingolani, se sta dalla parte della scienza o se sta dalla parte di chi inquina”.

    “Nel frattempo - annunciano Marescotti e Castellana - prepariamo le carte da portare in Procura e fra queste c'è la nuova Valutazione Danno Sanitario che conferma un rischio sanitario inaccettabile ai livelli produttivi autorizzati dal ministero”. “La prescrizione sulla batteria 12 della cokeria nell'atto autorizzativo attuale termina il 30 giugno 2021 ma ad oggi non risulta dotata delle "migliori tecnologie" previste - dice il comitato al ministro della Transizione ecologica -. Nonostante le proroghe questa grande batteria è fuori norma”. 

 

 Evidenziando “considerazioni ambientali e sanitarie”, il comitato prospetta al ministro che “dalla tabella riassuntiva delle prescrizioni Aia dell'Ilva (di cui al Dpcm 29/09/2017) risulta che entro il 30/6/2021 devono essere ottemperate quattro prescrizioni di cui tre non sono state attuate”. In particolare, si afferma, “la batteria non è stata dotata della tecnologia Sopreco per abbattere le emissioni”.

   Inoltre, si sostiene nella lettera a Cingolani inviata via pec, “non  sono state installate cappe di aspirazione performanti allo sfornamento. Non è stata infine attivata la doccia per abbattere le polveri nella fase di spegnimento del carbon coke. Tutte tecnologie che andavano installate in questi anni e che era possibile installare”. “Dalla cokeria viene dispersa una notevole quantità di idrocarburi policiclici aromatici, una miscela cancerogena che contiene anche benzoapirene e naftalene” rileva infine il comitato che sottolinea infine che “è stata da poco resa nota sul sito di Arpa Puglia la VDS (Valutazione Danno Sanitario) calcolata su 6 milioni di tonnellate/anno di acciaio. Tale VDS certifica un rischio cancerogeno inaccettabile per l’Ilva  di Taranto con” l’attuale autorizzazione”. Infine “Il sindaco di Taranto ha richiesto un riesame dell’Aia per ragioni sanitarie in senso restrittivo” e  “il Tar Lecce ha disposto il fermo dell’area a caldo ritenendo fondata è legittima l’ordinanza del sindaco di Taranto”. “Acciaierie d’Italia - conclude il comitato riferendosi alla nuova società ArcelorMittal Italia e Invitalia che ha preso il posto dell’ex Ilva - ha invece richiesto una proroga al gennaio del prossimo anno, chiedendo ulteriore tempo. Le chiediamo - è l’invito finale a Cingolani - che non venga concessa nessuna proroga per ragioni di carattere scientifico”.

 Legamjonici, rappresentata da Daniela Spera, insieme agli avvocati Sandro Maggio e Leonardo La Porta, ha comunicato al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa l’esito del processo “Ambiente svenduto” conclusosi con una serie di condanne da parte della Corte d’Assise per il reato di disastro ambientale ed avvelenamento di sostanze alimentari imputato all’ex Ilva sotto la gestione del gruppo Riva. La comunicazione degli esiti del processo in Assise, afferma Legamjonici, “è corredata da supporto informatico contenente il dispositivo delle condanne e si aggiunge alle precedenti che hanno riguardato l’ordinanza del sindaco di Taranto, l’imponente evento di dispersione delle polveri che hanno investito il rione Tamburi, la proroga della prescrizione relativa alla chiusura dei nastri trasportatori e la sentenza del Tar Lecce”, quest’ultima di febbraio scorso relativa alla chiusura in 60 giorni degli impianti inquinanti. 

 

La trasmissione è stata fatta al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa perché la Corte europea dei diritti dell’uomo è già intervenuta sul caso ex Ilva il 24 gennaio 2019 evidenziando “che lo Stato non ha protetto la salute dei cittadini dalle emissioni inquinanti”. “Ad oggi - dichiara Spera di Legamjonici - il governo italiano non è stato in grado di fornire al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che vigila sull’esecuzione della sentenza, prove adeguate e convincenti sulle misure attuate per proteggere la salute dei cittadini di Taranto”. Legamjonici rammenta che “nel corso dell’ultima riunione - 11 marzo 2021 - il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha giudicato, ancora una volta, inadempiente lo Stato italiano, ricordando che l'esecuzione della sentenza impone alle autorità italiane di garantire che l'attività attuale e futura dell'ex acciaieria Ilva non continui a presentare rischi per la salute dei residenti e per l'ambiente”. Il Comitato “ha invitato l’Italia a fornire ulteriori e dettagliate informazioni entro il prossimo 30 giugno”, conclude Legamjonici. 

 “Va bene la green economy. Va bene la blue economy. Va bene qualsivoglia modello di sviluppo in grado di tenere assieme i temi economici con quelli relativi alla qualità media delle nostre vite. Va bene diversificare i processi finanziari partendo dalle leve turistiche e culturali (la manifestazione del Sail Gp ne è un esempio). Va bene, anzi benissimo, la difesa salute e lavoro, approccio non più rinviabile come ci ha insegnato la pandemia, ma attenti a non smarrire l’identità produttiva di Taranto che era e resta una città a vocazione industriale”. Lo dichiarano le imprese dell’indotto ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia, la nuova società tra ArcelorMittal Italia e Invitalia. Le imprese dicono che l’indotto che ruota attorno al polo dell’acciaio “impiega 7000 residenti della sua provincia nella fabbrica, annovera 300 microimprese dell’autotrasporto che, volente o nolente, operano nel sito industriale dell’ex Ilva  garantendo posti di lavoro e stabilità sociale”. “Assistiamo, pressoché inermi, al recente tour nella nostra provincia di ministri e persino del presidente di Confindustria nazionale, ma nessuno di loro - affermano le aziende - ritiene opportuno parlare con le imprese dell’indotto, con una filiera industriale, metalmeccanica, dei trasporti, della chimica e dei servizi che da un giorno all’altro potrebbe essere letteralmente cancellata a seguito della imminente sentenza del Consiglio di Stato sulla chiusura dell’area a caldo dello stabilimento. Letteralmente, nessuno di loro”. I titolari delle aziende dell’indotto siderurgico si chiedono infine “che accadrà del lavoro, del reddito, dei traffici del porto di Taranto che ancora si regge, nel bene e nel male e pure sotto il profilo infrastrutturale, sullo stabilimento ex Ilva?”. “Se la siderurgia è asset strategico del sistema industriale italiano, quale Stato - concludono le imprese dell’indotto Ilva - è quello che attende passivamente che la Magistratura chiuda comparti essenziali di un suo stabilimento, senza programmare per tempo, al di là delle dichiarazioni di principio, un piano di transizione che tuteli la sopravvivenza dell’intera economia di un territorio - produzione, imprese e lavoratori - e, insieme, l’ambiente?”.

Presentato alla stampa  nella sede di Confartigianato Taranto lo sportello Bonus Casa 2021, nato per rispondere alle questioni più importante su come districarsi nella burocrazia, che troppo spesso rallenta le procedure, e favorire così l’incontro tra la domanda e l’offerta, affinché l’edilizia torni davvero a ridiventare uno settori trainanti dell’economia del nostro territorio.

Questo è l’obiettivo dello sportello "Bonus Casa", per orientare i cittadini e le imprese del settore rispetto alle varie tipologie di bonus disponibili, come il superbonus 110%, bonus facciata, ristrutturazioni, efficientamento energetico etc. Una rete a cui i cittadini possono rivolgersi, composta da imprese, professionisti, banche e compagnie di assicurazione, oltre al Caaf di Confartigianato.

Si tratta di un progetto di comunità locale, visto che i protagonisti sono solo soggetti del territorio, per il rilancio del mondo dell’edilizia e della ristrutturazione – ha spiegato il segretario di Confartigianato Fabio Paolillo – attraverso strumenti indispensabili, come il credito di imposta e la cessione del credito. Questo rilancio è interconnesso alla ripartenza economica della provincia di Taranto, alla quale va dato tutto lo slancio necessario. Ma l’iniziativa non si esaurisce qui, perché sostiene i privati e i consumi in un momento di particolare difficoltà. Non di meno, la riqualificazione va verso la tutela ambientale e il risparmio energetico. Oltre all’attivazione dello sportello, però, l’impegno della Confartigianato sarà anche di diventare parte attiva, per fare sì che le agevolazioni previste dai vari bonus casa possano essere prorogate nei prossimi anni.

Questa collaborazione con le imprese ed i professionisti – hanno dichiarato l’arch. Giuseppe Laporta e l’ing. Giovanni Patronelli, tra i professionisti coinvolti nello sportello  - è importante per mettere mano a un parco urbanistico che spesso risale agli anni cinquanta e sessanta. Il nostro obiettivo è creare uno strumento permanente per rispondere sui temi tecnici, fiscali e finanziari del bonus e di stimolare tra le Aziende iscritte a Confartigianato un sistema di rete al fine di sviluppare il mondo dei bonus in maniera organizzata.  A breve in Confartigianato Taranto terremo degli incontri con aziende iscritte al fine di immaginare in tempi brevi la partenza di iniziative concrete per lo sviluppo fattivo dei bonus.

Inoltre lo sportello si avvale della collaborazione nel campo finanziario ed assicurativo di primissimo livello, attraverso la Tagarelli Assicurazioni, Erredi srl e Banca reale Mutua, tutte rappresentate da Fabio Tagarelli per orientarsi ed attivare le operazioni della cessione diretta del credito di imposta, l’ottenimento del prestito ponte fino alla realizzazione dell’opera e le diverse polizze assicurative e fidejussorie.

L’intento dello sportello – dichiara Fabio Tagarelli - è quello di fare in modo che i Bonus casa previsti dal Governo diventino realmente strumenti utili ad incentivare l’economia del territorio, e insieme a Confartigianato, in questo progetto, vogliamo dare il nostro supporto pensando al rilancio della filiera dell’edilizia, con dentro impiantiastica e serramentistica, e del mondo della ristrutturazione, convinti che in questo mercato si faranno quasi esclusivamente operazioni utilizzando credito d’imposta e cessione del credito.

 

“L’Ilva col sistema attuale è impossibile da mantenere, la chiusura dei reparti a caldo, come già avvenuto a Genova, è ormai inevitabile, specie dopo una sentenza che riconosce una strage dolosa, non colposa”. Lo ha detto Michele Emiliano, governatore della Regione Puglia, intervenuto oggi a Forum in masseria, l’evento di Manduria (Taranto) di Bruno Vespa. Alla domanda che il siderurgico di Taranto, ora passato ad Acciaierie d’Italia, la nuova società tra ArcelorMittal Italia e Invitalia, non vivrebbe più senza area a caldo, cioè altiforni e acciaierie, Emiliano ha risposto: “Non ci credo”.

 

 “Abbiamo proposto una nuova tecnologia - ha sostenuto Emiliano - che però deve essere fatta crescere. Anche perchè la cassa integrazione la paga lo Stato, tutto il sistema è a carico dello Stato, se ci sarà la confisca, l’azienda la prenderà lo Stato”. Per Emiliano, “l’Italia non può fare a meno dell’acciaio e Taranto può essere un polo per l’idrogeno. Noi l’abbiamo già candidata. Questi due elementi, l’idrogeno verde, derivato da elettrolisi, e quello blu, derivato dal gas, ci consentono di pretendere dalla UE la protezione delle nostre produzioni green visto che ci sono tanti Paesi che producono col carbon fossile . Il ministro Giorgetti - ha rilevato Emiliano - ha compreso questa impostazione”. Secondo il presidente della Puglia, “pensare che la Magistratura non sequestri l’impianto dopo la sentenza della Corte d’Assise è impossibile. È l’azienda più odiata della terra - ha detto Emiliano su ex Ilva -, è odiata dagli stessi lavoratori che sono occupati. Serve quindi chiudere l’area a caldo e nel frattempo Sin potrebbe operare con i reparti a freddo come a Genova. Anche perché quando i tarantini mi dicono perchè non facciamo come a Genova, dove l’area a caldo è stata chiusa, cosa che rispondo?” La via che intravvede Emiliano é quindi quella di acquistare “le bramme, lavorare a freddo e cominciare la costruzione dei gruppi elettrici, anche se la tecnologia ora piú disponibile e quella a gas. E teniamo presente che  i brevetti per decarbonizzare Ilva sono tutti italiani”. Circa infine la sentenza di condanna della Corte d’Assise di Taranto relativa alla gestione Riva, Emiliano, pur non esprimendo giudizi, ha detto che “la Regione Puglia è stata l’unica istituzione che si è contrapposta  alle emissioni inquinanti ed era presidente della Regione Nichi Vendola”.

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