Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1484)

L’estensione dell'applicazione della certificazione verde Covid 19 a tutto il lavoro pubblico e privato è un provvedimento da tempo auspicato e sollecitato anche da Confartigianato per fare chiarezza e orientato a coniugare tutela della salute e sicurezza delle persone con l'obiettivo di rilanciare l'economia attraverso l'allentamento delle restrizioni che ancora condizionano l'attività di impresa. Come noto, il provvedimento estende, dal 15 ottobre al 31 dicembre 2021, l'obbligo di possedere e di esibire, su richiesta, la certificazione verde a chiunque svolga un'attività lavorativa nel settore privato, al fine di accedere ai luoghi di lavoro. L'obbligo è inoltre esteso a tutti i soggetti esterni che svolgano a qualsiasi titolo, la propria attività lavorativa, di formazione o di volontariato presso i luoghi di lavoro privati.

Per noi imprenditori artigiani l’obbligo di Green pass a tutti i lavoratori è un fatto positivo, senza se e senza ma. Esordisce così il Presidente di Confartigianato Impianti Taranto Giovanni Palmisano. In questo modo si chiariscono in maniera univoca e chiara i comportamenti da seguire nei confronti dei lavoratori che non si vaccinano. Tutto ciò aumenta la salute e sicurezza in azienda e consente di accelerare il percorso di uscita dalla crisi con una ripresa lineare, visto che non ci possiamo permettere nuovi lockdown. Dall’inizio dell’emergenza sanitaria le imprese hanno applicato tutti i protocolli anti-Covid, facendo investimenti e spesso cambiando  le proprie abitudini e comportamenti, sapremo vigilare sul Green pass.

Si devono però comprendere bene le nuove regole  - prosegue Palmisano. Le imprese sotto i 15 dipendenti, che sono la stragrande maggioranza delle piccole e medie imprese del territorio tarantino, possono dopo il quinto giorno di mancata presentazione del certificato da parte di un lavoratore, sostituirlo per dieci giorni non oltre il 31 dicembre; cosa positiva per noi piccoli ma la procedura va chiarita bene. Non ci convince il riferimento ai dieci giorni per i sostituti, perché è difficile assumere qualcuno per una sostituzione così breve visto che è già normalmente difficilissimo trovare personale qualificato da assumere. E’ importantissimo chiarire questo  aspetto, per noi cruciale. Come noto la piccola impresa è molto spesso una famiglia dove i collaboratori ne fanno parte integrante e difficilmente si vuol licenziare, figuriamoci se vogliamo utilizzare questa normativa del green pass per  risolvere il rapporto di lavoro o fare sanzioni disciplinari. Nella regolamentazione – conclude Giovanni Palmisano - sono rientrati anche i lavoratori autonomi, gli artigiani; si  controllerà il pass dell’idraulico che lavora da solo. Anche questo aspetto non è molto chiaro (chi deve controllare?) ma devo dire che, di fatto, già oggi i nostri clienti, di loro iniziativa, ci chiedevano il green pass prima di farci entrare nelle loro case e nelle aziende. Comunque, confrontandoci con i nostri colleghi, anche di altre categorie economiche, abbiamo potuto verificare sia assolutamente giusto.

L’unica cosa che come piccole imprese temiamo sono un possibile aggravio di adempimenti,  sanzioni e di costi dei tamponi, ma siamo certi di poter gestite al meglio anche questo compito.

 

Occorre intervenire subito per scongiurare gli aumenti sui prezzi dell'energia, altrimenti molte delle nostre imprese rischiano il tracollo. L'appello è rivolto al Governo da Confartigianato Taranto, che, per voce del suo segretario provinciale Fabio Paolillo, ricorda come i paventati aumenti si inserirebbero in un mercato, quello italiano, già gravato da costi superiori rispetto alla concorrenza.

Le piccole imprese italiane pagano già il prezzo dell’energia più alto d’Europa - dice Paolillo - superiore del 18,1% rispetto alla media Ue. Ulteriori rincari, come annunciato dal Ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, metterebbero ko i nostri imprenditori penalizzati anche dai continui aumenti delle materie prime”.

“Vanno bloccati gli aumenti per le imprese e le famiglie che si trovano ancora nel mercato tutelato dell'energia e va  ridotto il peso della componente fiscale sulla bolletta elettrica delle piccole imprese. Il prezzo finale dell’elettricità per le piccole imprese – sottolinea il segretario di Confartigianato Taranto – è gonfiato soprattutto dagli oneri fiscali e parafiscali che, per la fascia di consumi fino a 20MWh, sono maggiori del 36,2% rispetto a quelli applicati nella media dei Paesi dell’Eurozona. Vi è poi un meccanismo assurdo - continua - secondo il quale meno consumi, più paghi. Le più penalizzate sono le piccole imprese in bassa tensione che, a fronte di una quota di consumi energetici del 24,5%, sono costrette a pagare il 33,2% della componente degli oneri generali di sistema nella bolletta elettrica. Mentre per le grandi aziende energivore con il 14,7% dei consumi la quota degli oneri generali di sistema scende al 9,2%.

“Si tratta –ribadisce Paolillo – di uno squilibrio incomprensibile che costringe i piccoli imprenditori a caricarsi i costi degli altri utenti. Il Decreto Sostegno bis ha avviato una riduzione degli oneri generali di sistema nelle bollette delle piccole imprese. Attendiamo di vederne gli effetti per far calare il costo dell’energia che compromette la competitività delle nostre aziende e ostacola gli sforzi per agganciare la ripresa. In ogni caso, il meccanismo degli oneri generali di sistema va completamente ripensato, da un lato ripartendo in modo più equo il peso degli oneri tra le diverse dimensioni d’azienda, dall’altro spostando - conclude il segretario di Confartigianato - parte del peso dalla bolletta alla fiscalità generale”.

Tutto il sistema nazionale di Confartigianato è in questo momento impegnato presso il Governo per risolvere questa situazione che rischia di appesantire i costi che già gravano sulla produttività delle imprese che, dopo un periodo difficilissimo in seguito al covid, stanno ripartendo con buone previsione di crescita. L’aumento delle tariffe andrebbe ad aggiungersi alle complicazioni create dall’aumento dei prezzi e dalla scarsa reperibilità delle materie prime negli ultimi mesi ed al peso immutato della burocrazia che siamo ancora in attesa venga affrontato seriamente.

“Emissioni dal camino E312 e polverosità diffusa di cui ci si può rendere conto a occhio nudo anche dall’esterno: è quello che accade quotidianamente in agglomerato”. Il sindacato Usb evidenzia un nuovo problema ambientale nell’ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia d’Italia. Usb parla di “situazione non più sostenibile” e allega anche delle fotografie dello “scenario degli ultimissimi giorni”.     “Parliamo di un impianto - afferma Usb - che ha ormai compiuto 70 anni e che mostra tutti i limiti legati alla ormai persa funzionalità”. 

 

Di conseguenza, rileva il sindacato, si “determina la dispersione di polveri che ovviamente non vengono convogliate”. Tutto “è peggiorato per manutenzione ordinaria e straordinaria assenti, ma anche per la non corretta gestione della sala-controllo che non mette in condizione i sinotticisti di controllare gli allarmi (inefficienti le segnalazioni degli stessi allarmi, sia acustiche che visive) e di intervenire tempestivamente per controllare le emissioni”.     

    “Non esiste distinzione tra i tipi di allarme", afferma l'Usb, "dal momento che vi è una unica sirena che non permette agli operatori di avere sin da subito un’idea della gravità dell’anomalia. I filtri meep, ormai vuoti, risultano inefficienti” e rappresentano “una delle principali cause delle emissioni massive visibili nelle ultime ore. Manca, inoltre, l’uscita di emergenza alternativa alla via di accesso alla sala sinottica”.

    A proposito dell’agglomerato, dove vengono preparate le materie prime per la produzione dell’acciaio, Usb parla di “impianto in condizioni disastrose con conseguente aumento della percentuale di incidenti ambientali, sanitari ed infortunistici”.

    “Si continua a mettere in cassa integrazione proprio chi è addetto alla manutenzione e ricopre un ruolo fondamentale soprattutto ora, di fronte alle condizioni particolarmente precarie degli impianti", conclude Usb. "Si tratta degli operatori che si occupano del pronto intervento meccanico-elettrico e di  tutta la manutenzione ed esercizio”.

Il presidio di protesta che stamattina stanno effettuando sotto la Prefettura di Taranto i lavoratori ex Infrataras ed ex Taranto Isola Verde, rimette in primo piano, dopo la pausa estiva, le diverse crisi che attendono ancora risposta. Da alcuni mesi è senza lavoro il personale ex Infrataras ed ex Taranto Isola Verde. Finiti i finanziamenti che avevano assicurato il loro impiego, per due anni, nel progetto di bonifica leggera di alcune aree di Taranto, non c’è stata più alcuna prospettiva per questi lavoratori, già in passato alle prese con una crisi occupazionale. Uno spiraglio per questi 130 addetti si è aperto a metà luglio, quando il ministro per il Sud, Mara Carfagna, nella veste di nuova responsabile del Contratto istituzionale di sviluppo per Taranto, ha annunciato un nuovo finanziamento di circa 6 milioni di euro per dare continuità al lavoro dei 130 ex Infrataras, società del Comune di Taranto che si occupa di manutenzioni e servizi. Questi ulteriori fondi, però, non sono mai arrivati. 

 

 La vertenza principale a Taranto resta quella dell’ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia, la nuova società di ArcelorMittal Italia e Invitalia. Si attende il nuovo piano industriale. La nuova società è già operativa, ha i suoi vertici (presidente Franco Bernabè e amministratore delegato Lucia Morselli), ma il nuovo corso non si è ancora delineato. Diversi i nodi da sciogliere: piano industriale e livelli di produzione (quest’anno l’acciaieria di Taranto si è data l’obiettivo di 5 milioni di tonnellate di acciaio), occupazione, ricorso alla cassa integrazione per gestire la ristrutturazione, decarbonizzazione, rapporti con le imprese dell’indotto e col territorio di Taranto, le cui istituzioni sono state sinora molto critiche verso ArcelorMittal. Per il momento, intanto, il siderurgico di Taranto marcia con tutti i tre altiforni, con una produzione di 14mila tonnellate di ghisa al giorno, e da oggi ha fermato la batteria 12 della cokeria per completare i lavori di messa a norma ambientale. Quest’impianto tornerà in produzione a fine anno. Sempre oggi l’azienda ha presentato ai sindacati Pietro Golini, il nuovo dirigente per le Relazioni industriali. Intanto, sono in cassa integrazione post Covid circa 3 mila addetti diretti del siderurgico. Nelle  intenzioni dell’esecutivo questo ammortizzatore sociale può servire per gestire la fase di preparazione del nuovo piano industriale della società siderurgica in modo da non intaccare le disponibilità di cassa ordinaria e cassa straordinaria che serviranno invece, a piano delineato e discusso con i sindacati, a gestire la ristrutturazione della fabbrica verso obiettivi di sostenibilità produttiva. Sono tuttora in cassa integrazione straordinaria, invece, i 1600 dipendenti di Ilva in amministrazione straordinaria. Su iniziativa del sindacato Usb, una rappresentanza di questi ultimi ieri mattina ha manifestato a Bari sotto la Regione. Poichè è pressoché nulla la possibilità che questi cassintegrati - a suo tempo già non selezionati da ArcelorMittal per il passaggio - tornino in acciaieria, si punta ad impiegarli nei lavori di pubblica utilità. Non c’è per ora un problema di cig nell’indotto siderurgico, per il quale, dicono i sindacati, il lavoro non manca. C’è, invece, un problema di stipendi ai lavoratori perché il committente Acciaierie d’Italia  non paga o paga in ritardo i fornitori e questi, a loro volta, non corrispondono gli stipendi ai propri dipendenti. Giorni fa si è aperto un caso alla Iris, che ieri ha saldato gli stipendi di luglio, adesso c’è alla Sudelettra sempre per lo stesso motivo. Si attende infine un nuovo possibile  investitore per l’azienda tessile Albini di Mottola. Qui gli impianti sono fermi da mesi e i circa 100 dipendenti tutti in cassa integrazione. L’azienda, arrivata a Taranto negli anni 2000 con fondi pubblici, afferma che non ci sono più i margini per mandare avanti la produzione di Mottola. 

Sulla base del provvedimento del Tar Lazio di luglio scorso e di un successivo decreto del ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, Acciaierie d’Italia (ex Ilva ed ex ArcelorMittal Italia) si accinge a fermare a fine mese la batteria 12 della cokeria a Taranto. Lo dicono oggi ad AGI fonti aziendali. La batteria 12 è una delle quattro attualmente in funzione in fabbrica che servono ad alimentare di coke gli altiforni. “La batteria 12 - dicono le fonti dell’azienda - avvierà la fase finale di ambientalizzazione l’1 settembre. Tale fase richiede la sospensione della produzione che ha una durata tecnica prefissata al termine della quale la batteria 12 tornerà regolarmente in produzione”. La rimessa in marcia dell’impianto, aggiungono le fonti, è prevista a fine anno. 

 

 Con un decreto reso pubblico lo scorso 19 agosto, il ministro Cingolani ha disposto che Acciaierie d’Italia, la società tra ArcelorMittal Italia e Invitalia che gestisce gli impianti ex Ilva di Taranto, “deve effettuare la messa fuori produzione della batteria n. 12 nei tempi tecnici strettamente necessari, e comunque non superiori a 60 giorni a partire dal 1° luglio 2021”. La batteria 12 della cokeria è quella che Acciaierie d’Italia avrebbe dovuto adeguare alle prescrizioni ambientali dell’Aia entro la fine dello scorso giugno.Prima che arrivasse questa scadenza, l’azienda aveva chiesto al ministero una proroga, motivando - anche per il blocco lavori causato dal Covid - l’impossibilità di finire i lavori a fine giugno 2021. Cingolani, però, con un precedente decreto, firmato a pochi giorni dalla conclusione di giugno, aveva confermato la data di termine lavori e disposto che l’azienda siderurgica, in difetto di adempimento alla tempistica fissata, avrebbe dovuto fermare la batteria che produce il coke - che serve ad alimentare gli altiforni - dall’1 luglio 2021 e completare la fermata in 10 giorni. Acciaierie d’Italia ha subito impugnato il decreto di Cingolani con un ricorso al Tar del Lazio. Quest’ultimo, con un provvedimento emesso a luglio, ha invitato il ministero a riesaminare le sue decisioni fissando altresí l’udienza di merito sul ricorso a novembre prossimo. 

 

In udienza al Tar, Acciaierie d’Italia ha portato anche un parere dell’ Ispra circa l’impossibilità di fermare la batteria 12 della cokeria in 10 giorni. Il ministro Cingolani, nel secondo decreto, ha scritto che “è inutilmente decorso il termine del 30 giugno 2021, previsto dal Dpcm 29 settembre 2017” per l’attuazione delle prescrizioni ambientali riferite sia alla batteria 12 che alla “doccia” 6 (si tratta di interventi volti a limitare sia le emissioni che la diffusione delle polveri). Cingolani ha affermato che si è preso atto del rapporto Ispra che asserisce che non sono possibili soluzioni tecniche alternative a quelle proposte dal gestore, cioè Acciaierie d’Italia, con tempistiche inferiori a 60 giorni dall’1 luglio 2021. Il ministro della Transizione ecologica ha stabilito inoltre nel nuovo decreto (7 pagine) che “il gestore resta l’unico responsabile degli eventuali danni all’ambiente e alla salute in conseguenza della tempistica necessaria alla messa fuori produzione della batteria n. 12 oltre il termine del 30 giugno 2021”. “Il rispetto e lo stato di avanzamento delle attività volte alla messa fuori produzione della batteria n. 12 con le tempistiche e le modalità riportate - ha concluso Cingolani - devono essere costantemente fatto oggetto di controllo da parte di Ispra nell’ambito delle verifiche di competenza, i cui esiti dovranno essere trasmessi tempestivamente al Ministero della transizione ecologica”. I 60 giorni stanno quasi per scadere e  la data di fine agosto è anche quella che ha indicato il Tar del Lazio nel suo provvedimento. Circa il minore apporto di coke che si determinerà dall’1 settembre per gli altiforni, fonti sindacali aggiungono ad AGI che “l’azienda sta ponendo agli enti competenti la possibilità di accorciare i tempi di distillazione del coke da 24 a 18 ore. Questo perché - spiegano le fonti del sindacato - le batterie che restano in funzione, la 7, la 8 e la 9, sono state tutte riammodernate e quindi sono ambientalmente a norma. Il maggior tempo di distillazione del coke fu stabilito proprio per una esigenza ambientale in attesa del completamento dei lavori”. “Ovviamente - dicono le fonti sindacali - riducendo di 6 ore a batteria la fase di distillazione del coke, si aprono spazi per poterne produrre di più e quindi sopperire al minor apporto derivante dallo stop della batteria 12. Sarebbe solo una fase transitoria, della durata di circa 2 mesi, quanto l’azienda stima che serva per finire i lavori di adeguamento della batteria 12”. 

“In data odierna si sono verificate attività di carico e scarico della nave Gunder Nur proveniente dal sito di Genova non rispettando le procedure e i protocolli di sicurezza, esponendo a gravi rischi e pericoli i lavoratori  impegnati nelle attività”. Lo dichiara la Uilm in una comunicazione inviata al presidente di Acciaierie d’Italia, Franco Bernabé, all’amministratore delegato, Lucia Morselli, e al direttore delle Risorse umane del gruppo, Arturo Ferrucci. “Riteniamo tale fatto di una gravità assoluta” afferma la Uilm a proposito della ex Ilva. Per il sindacato, l’attività di carico e scarico dalla nave “é stata coordinata e autorizzata dal direttore di area del porto e dal responsabile della sicurezza di stabilimento”. La Uilm chiede “un celere intervento al fine di risolvere al più presto la problematica” e paventa l’eventuale ricorso agli enti esterni di vigilanza. “Siamo proprio curiosi adesso di vedere cosa fa l’amministratore delegato Morselli e se ritiene opportuno che un suo dirigente dia il benestare ad operazioni che mettono a rischio la sicurezza del personale addetto” dichiara ad AGI Gennaro Oliva, coordinatore di fabbrica Uilm, e firmatario della comunicazione inoltrata ai vertici aziendali. 

 

 

 Ridurre i tempi tra l’esito delle votazioni sui piani di concordato Mediterranea e l’omologazione della procedura. E’ l’appello lanciato dalla Federazione nazionale della Stampa italiana e dalle Associazioni regionali di Puglia e di Basilicata con l’obiettivo di riportare prima possibile in edicola la Gazzetta del Mezzogiorno, le cui pubblicazioni sono sospese dal primo agosto. 

 

“Occorre che il Tribunale fallimentare e le due curatele interessate alle procedure Edisud e Mediterranea possano lavorare serenamente per portare finalmente a compimento, nei prossimi giorni, una vicenda giudiziaria che da tre anni tiene sotto scacco il principale organo di informazione della Puglia e della Basilicata- sostiene il sindacato dei giornalisti - dunque si sgomberi il campo dalle fake news e mistificazioni fatte circolare nei giorni scorsi da alcuni, e purtroppo veicolate anche da ignari parlamentari, per indurre gli organismi preposti a fare presto e male. E si evitino soluzioni ponte pasticciate che rischiano di interferire nel libero e autonomo esercizio di voto dei creditori Edisud e Mediterranea. Il Tribunale ha tutti gli strumenti in mano per consentire un rapido ritorno del giornale che ne agevoli il definitivo rilancio, assicurando dignità e certezze ai giornalisti e poligrafici e salvaguardia di tutti i posti di lavoro”. “Si faccia tutto quello che è possibile per definire, in tempi ragionevoli, l’aggiudicazione della testata al migliore dei due piani di concordato sulla Mediterranea depositati e sottoposti al voto dei creditori. E, nelle more dell’omologa finale, si affidi la guida del giornale all’imprenditore risultato vincitore per consentirne l’uscita in edicola e rimediare, così, al vuoto informativo creato in due regioni del Sud a causa della mancata proroga dell’affitto - concludono Fnsi e Associazioni della Stampa - tale soluzione consentirebbe anche a tutti i lavoratori, e non solo ad alcuni di loro, di uscire quanto prima dalla cassa integrazione a zero ore in cui sono stati collocati a causa dell’improvvisa interruzione delle pubblicazioni. Ci sarà tempo e modo per individuare le responsabilità di quanto accaduto, la cui gravità è testimoniata da 134 anni di storia nei quali la Gazzetta del Mezzogiorno è sempre stata in edicola”

 

 

 

Molti comuni della provincia di Taranto in questi giorni hanno deliberato una riduzione delle tariffe della Tari. Al proposito Confartigianato Imprese Taranto, la cui attenzione sulla questione è sempre stata alta, ha inviato al Sindaco Melucci ed alla Commissione Bilancio del Comune di Taranto una lettera, a firma del Presidente Domenico D’Amico, per conoscere “che posizione ha assunto o intenderà assumere l’Amministrazione rispetto al servizio di smaltimento dei rifiuti urbani e la conseguente applicazione della Tari”.

La Tari è una voce importante nel bilancio delle aziende. Va da sé che con le imprese ferme per l’emergenza sanitaria vi sia stato minor quantitativo di rifiuti – ricorda Confartigianato. Le riaperture poi sono state rinviate, a singhiozzo, calendarizzate secondo le diverse tipologie di attività. Per questo come Confartigianato abbiamo subito rivolto alle Amministrazioni la richiesta di rinviare o rimodulare anche la Tari. Sull’argomento già l’ARERA, Autorità per la Regolazione Energia Reti e Ambiente, in maggio accolse la nostra richiesta, segnalata a Governo e Parlamento, emanando un’apposita delibera che disciplina la riduzione della Tari 2020 per le utenze non domestiche colpite dall’emergenza.

In riferimento ai Comuni che hanno già deliberato prevedendo riduzioni o agevolazioni per le aziende,  si tratta di un’attenzione che Confartigianato ha avuto modo di apprezzare in più occasioni e vorremmo farlo anche per il Comune di Taranto, visto che oggi ancor di più si rende necessaria, considerato che la situazione di incertezza economica non è cessata e che non mancano fragilità operative con riflessi diretti su fatturato e occupazione con ripercussioni sulla loro stabilità. Le manifeste difficoltà causate dalla pandemia sono sotto gli occhi di tutti, ed è proprio per questo che, in un’ottica di reciproco interesse per il territorio e le imprese, e quindi dei cittadini e dei lavoratori, va posta l’attenzione alle dinamiche economico e sociali del territorio comunale. Il tema è quello della fiscalità locale che unitamente agli altri provvedimenti adottati a sostegno delle imprese, può rappresentare un tassello importante per intercettare al meglio la ripresa economica e stimolare la fiducia dell’intero sistema produttivo.

Infine un suggerimento a quelle Amministrazioni che ancora debbono deliberare sulla Tari: “valutare la possibilità di deliberare agevolazioni in tal senso considerato che lo stesso governo nazionale, all’art. 6 del D.L. 73/2021, ha dato facoltà ai Comuni di concedere riduzioni della Tari in caso di restrizioni subite dall’esercizio delle attività”.

Comprendiamo che per il Comune di Taranto ritoccare la Tari è una scelta non semplice, ma le imprese che vivono nel territorio, alla crescita del territorio stesso contribuiscono in tanti modi diversi. Si tratta ora di sostenere l’economia locale permettendo alle aziende di ripartire in serenità, uno sforzo che non mancherà di essere ripagato.

“In sei mesi ArcelorMittal ha macinato utili per 5,3 miliardi di euro, il miglior risultato dal 2008, e ha distribuito ai propri azionisti 1,3 miliardi di euro. Nel frattempo, in Italia aumentano invece i lavoratori in cassa integrazione con un reddito da fame, oltre 4mila solo diretti, e la produzione fa registrare un record negativo: 3,5 milioni di tonnellate su base annua”. Lo dice Rocco Palombella, commentando i nuovi dati di bilancio di ArcelorMittal, il gruppo cui fanno capo anche gli impianti ex Ilva tra Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi. “Aumentano le fermate degli impianti - dice Palombella -, si sospendono gli investimenti legati al risanamento ambientale e l’Italia continua a importare milioni di tonnellate di coils (4 milioni di tonnellate nel 2020) arricchendo anche ArcelorMittal nel mondo a discapito del nostro Paese. Grande capolavoro industriale”, conclude Palombella, che oggi ha anche scritto al ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti. 

In un incontro avuto con i sindacati metalmeccanici a Taranto, Acciaierie d’Italia, ex Ilva, attraverso Francesco Zimbaro, della direzione Risorse Umane, “ha comunicato l’avvio di nuova cassa integrazione causale Covid per 13 settimane per 3.500 unità con una previsione di produzione di ghisa che si aggira sulle 16.000 tonnellate al giorno”. Lo dichiara il sindacato Usb dopo l’incontro. Per Usb, “a fronte delle ultime dichiarazioni dell’ad di Arcelor Mittal che parla di un’azienda in salute e di un mercato dell’acciaio vivace, ci aspettavamo dall’incontro odierno un segnale distensivo, quasi un azzeramento dei numeri di cassa integrazione. Ci ritroviamo invece di fronte agli stessi atteggiamenti e la stessa mancanza di prospettiva”. Inoltre, afferma il sindacato, “si riparte, tranne qualche reparto ancora fermo, con una attività all’interno dello stabilimento quasi a regime” ma “senza che siano stati fatti interventi di manutenzione mirati a ristabilire condizione di sicurezza tali da garantire un ambiente di lavoro meno precario”. Usb dichiara di aver respinto la richiesta di cassa integrazione Usb chiedendo al Governo, ora che la società Acciaierie d’Italia vede partecipe lo Stato attraverso Invitalia, “un incontro urgente al fine di sbloccare una situazione che va avanti da troppo tempo e che scarica sui lavoratori le responsabilità di una gestione priva di alcuna logica condivisibile”. 

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