Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (999)

Ai primi di aprile un vertice in Prefettura aveva determinato la necessità di un approfondimento maggiore circa il piano industriale di Infrataras: la multi servizi del Comune di Taranto che dovrebbe coadiuvare l’AMIU (la municipalizzata ai servizi di igiene urbana) nel servizio di raccolta differenziata.

Approfondimento richiesto da Funzione Pubblica CGIL a fronte di un piano industriale che traguarda esclusivamente l’obiettivo di un anno e non fornisce – dice Lorenzo Caldaralo, segretario generale della Funzione Pubblica Taranto – informazioni precise sul futuro di questa azienda e dei lavoratori attuali (20) e quelli in arrivo da AMIU (32).

Oggi la protesta si è trasferita sotto Palazzo di Città a Taranto, dove la delegazione di lavoratori e rappresentanti sindacali è stata ricevuta dall’Assessore alle partecipate del Comune, Massimiliano Motolese.

Abbiamo chiarito le nostre posizioni e reiterato la richiesta di una sospensione di quel piano che a nostro avviso rimane lacunoso e troppo limitato nel tempo e nella mission aziendale – prosegue Caldaralo – Una condizione che purtroppo non ci mette al riparo da possibili processi di liquidazione e sospensione delle attività come già accaduto per altre aziende a partecipazione pubblica come l’Isola Verde emanazione della Provincia.

Serve programmazione per la CGIL e serve che il socio unico chiarisca una volta per tutte le sue intenzioni.

L’Assessore Motolose ha interagito in mattinata con l’amministratore delegato dell’Infrataras Umberto Salinas, e ha annunciato alla delegazione l’intenzione di voler riconvocare al più presto il tavolo di confronto sulla procedura in corso.

Dopo mesi di silenzi si apre finalmente una vertenza che non è solo occupazionale – spiega Caldaralo – ma di risposta programmatica alle necessità della comunità su servizi indispensabili come la raccolta dei rifiuti e la differenziata. Attenderemo con fiducia la convocazione del tavolo che speriamo possa riunirsi in tempi stretti.

“Lo schema del ministro Calenda è prevedibile e scontato come l’ok
dell’antitrust, adesso secondo lui manca solo l’accordo sindacale per
chiudere la partita”, così Sergio Bellavita, USB NAZIONALE, commenta
le ultime battute sulla vicenda Ilva.
Francesco Rizzo, coordinatore provinciale USB Taranto aggiunge: “per
quanto ci riguarda,  l’accordo sindacale non seguirà lo schema che il
Governo ha proposto. Siamo pronti alla mobilitazione. ​Non accettiamo
accordi in cui ci sono lavoratori in esubero né sullo schema degli
accordi Piombino-Alitalia e senza le necessarie garanzie ambientali.
Se Calenda pensa di fare il solito accordino sindacale dove a pagare
le conseguenze sono i lavoratori, le famigli e la comunità Tarantina
ci vedrà arrivare a Roma in massa.”

Sergio Bellavita sottolinea ancora una volta che sul numero dei
lavoratori, sulla discontinuità e sui diritti acquisiti,  “non c’è
discussione, vanno presi tutti alle stesse condizioni economiche e
normative.se  Mittal non accetta queste condizioni,  si deve
nazionalizzare. Il centro della discussione non è il mercato, perché
il centro è la salute delle persone e il lavoro di 18.000 dipendenti
Ilva e appalto, e comunque per noi tutte le decisioni sono vincolate
al parere dei lavoratori”.
Sulle convocazioni della Regione Puglia e le dichiarazioni dei 5
stelle Rizzo conferma la disponibiltà a dialogare con tutti. “La
partita Ilva è troppo importante perché riguarda il presente e il
futuro di una intera comunità , per questo ci vuole il coinvolgimento
di tutti”.

 

Commentare la vicenda che riguarda il futuro dell’ILVA senza guardarla nel suo complesso nazionale e soprattutto europeo rischia di incupire uno scenario già notevolmente  ricco di incognite. Per questo è opportuno richiamare il contesto in cui si è determinato e formato il Bando di gara per la vendita degli stabilimenti ILVA in Italia e il successivo Contratto di vendita.

Così il segretario della CGIL di Taranto, Paolo Peluso che sul dibattito di questi giorni torna ponendo la questione dal punto di vista sindacale.

Il contratto di vendita di cui tutti oggi parlano è il frutto di un Bando di gara condizionato in ogni suo passaggio dalle indicazioni della Comunità Europea che ha ragionato in questo caso in termini di regole di mercato – spiega Peluso – avvertendo inoltre l’Italia che se quei pre-requisiti non si fossero attuati si sarebbe trovata di fronte alla già avviata procedura di infrazione per “aiuti di Stato” monetizzabile in circa 5 miliardi di euro di multa.

La Comunità europea poneva condizioni chiare che nessun Governo avrebbe potuto variare: non si sarebbero potuti porre dei condizionamenti sul numero dei dipendenti, né sulla quota di stabilimento da acquisire, e si sarebbe dovuto procedere in discontinuità nei rapporti di lavoro come previsto peraltro dalle stesse norme italiane della Legge Marzano relativa alle vendite per complessi industriali in amministrazione straordinaria - – dice il segretario della CGIL tarantina.

Tuttavia in deroga proprio a quest’ultimo aspetto il Contratto di vendita ha introdotto alcuni elementi di garanzia per i lavoratori – dice ancora Peluso – Ovvero non si possono avviare licenziamenti collettivi per tutto il periodo di realizzazione del piano industriale proposto da Mittal, si devono assumere almeno 10mila addetti (a fronte degli 8.500 proposti da Mittal), non è necessario concludere l’iter di contrattazione con le parti sociali entro i 10 gg. previsti dall’art. 47 della Legge 428, e soprattutto per perfezionare la vendita è necessario e vincolante il contratto con i sindacati.

Bando e Contratto sarebbero stati dunque secondo la CGIL coerenti con i diktait imposti dall’Europa e a cui sarebbe stato molto complicato sottrarsi.

Ma ora in quella contrattazione ci siamo con le nostre categorie nazionali – afferma Peluso – e in quella sede abbiamo già ribadito che non ci può essere nessun tipo di scambio o di svendita rispetto al Piano Ambientale e che non ci possono essere deroghe a quegli adempimenti di sicurezza e tutela della salute e dell’ambiente nel tentativo di soddisfare l’obiettivo della massima occupazione. Ma al miglior risultato possibile noi dobbiamo tendere. Dal  punto di vista salariale e normativo e partendo da quei 10mila in su perché consideriamo insufficienti quei numeri ai fini del raggiungimento degli obiettivi previsti dal Piano Industriale di AM InvestCo. Ribadito ciò, sarebbe opportuno sostenere l’iniziativa sindacale, dargli forza e non delegittimarla, affinché al tavolo con gli acquirenti le ragioni dei lavoratori e dei cittadini possano arrivare con forza e determinazione. E’ la strada che con intelligenza tutti dovremmo perseguire svestendoci di casacche e strumentalizzazioni inutili.

L'incontro tenutosi oggi 26 al ministero dello sviluppo economico sulla cessione del gruppo Ilva ha sancito la rottura delle trattative coi sindacati. Arcelormittal ha confermato il suo impegno alla assunzione di soli 8500 lavoratori a fronte degli attuali 14.000 circa. “Ciò significa un esubero di 5.500 lavoratori che resterebbero in carico ad Ilva in amministrazione straordinaria. Una posizione per USB non discutibile. Per queste ragioni il confronto si è interrotto”, dichiara Francesco Rizzo, coordinatore provinciale USB Taranto. “Come abbiamo detto sin dal primo giorno Arcelormittal deve assumere tutti i dipendenti Ilva, in continuità di diritti e salari. Non siamo e non saremo disponibili a sottoscrivere accordi che non garantiscono occupazione e reddito per tutti - afferma Sergio Bellavita, USB Nazionale-. Proponiamo a Fim Fiom uilm una dura mobilitazione sia contro Arcelormittal che contro il governo, responsabile in prima persona di aver raggiunto accordi con la multinazionale dell'acciaio per liberarsi del  40% dei dipendenti”.

 


“La trattativa Governo, sindacati, e Regione Puglia, Comune di Taranto, deve essere preceduta da un’ampia consultazione pubblica al fine di trovare la più ampia condivisione sul futuro di Ilva. Alla luce delle raccomandazioni della Commissione europea appare ancora più irragionevole il tentativo del governo uscente di chiudere la trattativa Ilva senza il contributo del nuovo esecutivo che potrebbe avere un indirizzo politico totalmente diverso. Non si tratta di una pratica burocratica da chiudere in fretta prima che qualcun altro la pensi diversamente, ma di definire un equilibrio tra salute e lavoro destinato a durare decenni”.

Lo dichiara oggi il Presidente Michele Emiliano, che ha seguito i lavori della Commissione europea per le Petizioni sin dalla loro visita, avvenuta il 18 e 19 luglio 2017, presso lo stabilimento Ilva di Taranto, con il capo dipartimento Ambiente della Regione Puglia, e in Commissione il 28 marzo 2018.
È di ieri l'approvazione delle conclusioni e delle raccomandazioni cui i componenti della Commissione sono giunti.
Il Presidente Emiliano, ha il piacere di constatare che le conclusioni della Commissione europea sono perfettamente in linea con il “Progetto di Decarbonizzazione”, punto focale del programma di governo regionale e soprattutto in perfetta coerenza con le Direttive europee in materia di Ambiente, cui ogni Stato membro è obbligato ad ottemperare.
In questa direzione, con l’unico intento di sostenere la soluzione proposta dalla Regione per Taranto, il Presidente ha portato ai massimi livelli internazionali il Progetto Decarbonizzazione presentandolo in occasione di COP21 a Parigi, COP22 a Marrakech nel 2016 e a COP23 a Bonn del 2017.
La Commissione Petizioni agisce e risponde direttamente anche ai singoli cittadini, che ricorrono per la tutela di diritti individuali e pubblici, così come ha risposto alle istanze dei cittadini tarantini che hanno peraltro affidato al loro Presidente le possibili soluzioni.
“Le conclusioni del Resoconto, di fatto, rispondono al processo che la nostra amministrazione regionale ha messo in campo per la tutela della salute delle persone e dell’ambiente - dichiara Michele Emiliano - Ad un territorio, quello di Taranto, che ferito continua a pagare, in termini di sacrifici e qualità della vita, vogliamo dire che le risposte alle loro istanze stanno procedendo verso la direzione auspicata. La Commissione Europea impone la decarbonizzazione, la Commissione Petizione raccomanda ad Ilva e alle istituzioni di ottemperare agli obblighi normativi sulla bonifica e sui processi di reindustrializzazione, allo Stato Italiano di traghettare verso la “pulizia” dei nostri spazi vitali, salvaguardando il lavoro”.

In particolare la Commissione rileva che “Il complesso dei fatti rilevati nonché dai tanti interrogativi rimasti senza risposta, la delegazione è convinta che finora il sistema dei controlli, anche ad opera dell'esecutivo europeo, sul rispetto della normativa comunitaria applicabile in materia di ambiente, salute e sicurezza agli impianti industriali in questione non ha funzionato a dovere”.
Sottolinea, inoltre, la necessità urgente e tassativa di ottemperare a tutte le prescrizioni dell'autorizzazione integrata ambientale; esorta quindi la Commissione europea ad esigere l'adempimento, da parte dell'ILVA, di tutto quanto previsto dalla sua decisione del 28 febbraio 2012 sulle migliori tecniche disponibili (BAT) per la produzione di acciaio ai sensi della direttiva 2010/75/CE, come stabilito anche nel decreto di riesame del 26 ottobre 2012, nonché a valutare senza indugio se l'esercizio degli impianti in assenza o con parziale attuazione delle BAT di settore non integri già un'infrazione a livello comunitario;
Evidenzia altresì che “gli obblighi ambientali che l'impianto ILVA deve ottemperare per ridurre drasticamente l’impatto inquinante sul territorio risultano in larga parte non rispettati, non essendo stati realizzati interventi di fondamentale importanza per la tutela della salute umana..”, quali ad esempio la copertura dei parchi minerali, dell’area gestione rottami ferrosi, il rifacimento delle torri di raffreddamento delle coke, la pavimentazione delle aree di stoccaggio, la realizzazione delle reti di convogliamenti acque di processo e meteoriche, la messa a norma delle sette discariche di rifiuti industriali speciali pericolosi e non.
Esorta i servizi della Commissione, competenti in materia antitrust, a riferire sui tempi e l'esito della procedura di accertamento per un'eventuale posizione dominante sul mercato europeo dell'acciaio di ArcelorMittal (dossier n. 8444), in seguito all'acquisizione dell'ILVA da parte dell'associata joint venture AM Investco Italy, e, di conseguenza, invita le autorità italiane a chiarire se e in che misura, nelle more di tale procedimento, l'esecuzione degli interventi previsti da un nuovo decreto AIA possa essere attuata dai commissari straordinari, a cui è stato prorogato il mandato.
Raccomanda alle autorità nazionali, regionali e locali, nonché alle istituzioni dell'UE nei settori in cui interviene il principio di sussidiarietà, di tener conto non solo della tecnologia industriale più innovativa ed eco-compatibile, ad esempio l'utilizzo del preridotto come materia prima dell'acciaio e gas, ma anche di sostenere, incentivare e coordinare le iniziative, promosse da associazioni di cittadini, piccole e medie imprese, enti locali chiede la creazione di un regime di indennizzo garantito dalle società coinvolte e/o dall'amministrazione regionale o statale, come responsabili sussidiari, per le persone colpite dall'attività industriale degli impianti, per quanto concerne le gravissime carenze in materia di salute e benessere riscontrate nei cittadini di Taranto.
Su tali presupposti e nell’intento di raccogliere le istanze dei cittadini si ritiene necessario condividere, nelle forme della consultazione pubblica, il Progetto per Taranto che diventi una proposta operativa condivisa tra le parti tesa alla riconversione industriale del ciclo integrale dell’acciaio,  tutelando allo stesso tempo la salute pubblica, l’ambiente e tutti livelli occupazionali.

 

In una lettera del 10 aprile scorso Paolo Peluso e Lorenzo Caldaralo, rispettivamente segretari generali della CGIL e della Funzione Pubblica, esprimevano al Sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, preoccupazione per il crescente disagio vissuto dal personale dell’ente. A una settimana di distanza quella lettera è rimasta senza alcun riscontro.

E’ singolare registrare celerità amministrative quando si tratta di istruire percorsi per il reperimento di personale che ad esempio si deve occupare della comunicazione web, e invece riscontrare, con non poca amarezza, che le questioni poste dai lavoratori, che sono la fucina operosa di una intera macchina amministrativa, rimangono polverose carte a cui non fornire risposta. Eppure le carenze di organico, le condizioni di lavoro e l’organizzazione dell’ente – spiega Peluso – sono questioni che non riguardano solo il personale ma anche tutta la comunità amministrata.

Si tratta di un atteggiamento che lascia presagire uno scarso interesse verso il personale che rivendica il diritto di contribuire al miglioramento della macchina amministrativa apportando esperienza, competenza e ragioni che sono tipiche di chi conosce da sempre i correttivi da porre in essere – spiega Lorenzo Caldaralo.

Una riflessione che scaturisce anche dalla lettura del Piano del fabbisogno triennale predisposto dallo stesso ente.

Lo abbiamo ricevuto nelle mani senza poter assolutamente partecipare alla sua stesura – dice il segretario generale della CGIL Peluso – e senza avere una fotografia della situazione attuale che ci consentirebbe di valutare gli effetti di un eventuale politica sul personale nei tempi descritti.

Nello stesso piano – scrivono inoltre Caldaralo e Peluso – non si alcun riferimento alle esigenze dello stesso Comune in ordine ai servizi da offrire ai cittadini, mentre è proprio questa la base di discussione fondamentale  per una migliore e più efficace organizzazione e utilizzazione del personale in servizio e non del personale caso mai già in pensione e richiamato a tappare buchi e falle.

La CGIL denuncia una mancanza di qualsiasi confronto con le organizzazioni sindacali e le rappresentanze aziendali. Uno scollamento, dicono, che andrebbe assolutamente sanato anche in una fase delicata della città che tra vertenze industriali e slancio produttivo e urbanistico verso un nuovo sviluppo, avrebbe invece chiaramente bisogno di servizi comunali efficienti e in grado di affrontare una sfida così importante.

Questa assenza di relazioni è inspiegabile – dicono Caldaralo e Peluso – un disinteresse che ovviamente consideriamo grave e su cui già dai prossimi giorni potremmo decidere forme di mobilitazione.

I diritti collettivi sono il nostro pane quotidiano, ma vi è un mondo di diritti individuali inespressi che ogni giorno finiscono per non essere esercitati e che invece consentirebbero a pensionati, lavoratori, famiglie, persone malate o immigrati di vivere meglio in un paese che crea strumenti ma spesso non li rende pratiche accessibili a tutti.

Così Giovanni D’Arcangelo, Segretario Organizzativo della CGIL di Taranto, presentando la giornata “INCA in piazza” che si svolgerà sabato 24 marzo dalle 9.00 alle 18.00 all’interno degli spazi Ipercoop a Paolo VI.

Una postazione fissa con operatori al servizio dei cittadini che per 9 ore risponderà  alle domande che potranno giungere su previdenza, assistenza economica e sociale (maternità, paternità, disagio economico, invalidità civile), salute e migrazione.

Basti considerare – dice Cosimo Tagliente, direttore provinciale del Patronato INCA CGIL di Taranto – che molto spesso ci troviamo di fronte a pensioni modeste che ricalcolate rimettono nelle tasche dei pensionati somme non percepite per mesi o addirittura per anni.

Calcoli inesatti o procedure non allineate che nel 90% dei casi fanno riscontrare errori proprio su buona parte delle pensioni sottoposte al controllo degli operatori INCA di Taranto e provincia.

Parliamo di 3 pensionati su quattro con pensioni pagate a cifre inferiori a quelle spettanti e non per incapacità dell’INPS – afferma ancora Tagliente – ma perché esistono prestazioni previdenziali che l’Istituto eroga solo dopo espressa richiesta dei pensionati.

Storie di diritti inespressi dunque che l’INCA prova a far emergere andando ogni anno in piazza a parlare con i cittadini.

Ma non solo pensioni. Tra la gente andranno anche le informazioni per la tutela della genitorialità, o la fase complessa di diritti da esigere di fronte a infortuni o malattie professionali, o di fronte al desiderio di ricongiungimento familiare di tanti immigrati presenti sul nostro territorio.

Consulenze personalizzate che consentiranno ai cittadini che ne faranno richiesta di ricevere risposte nell’immediato oppure attraverso un appuntamento specifico nei quattro centri INCA di Taranto, in quelli della provincia a Castellaneta, Grottaglie, Manduria e Martina Franca o in tutti gli uffici delle Camere del lavoro CGIL di ogni comune.

Il Dottore Agronomo Ciro Maranò è il nuovo direttore del GAL Magna Grecia, figura tecnica apicale che va a completare lo staff dell’agenzia di sviluppo territoriale cui aderiscono aziende, associazioni, istituzioni e Amministrazioni locali di un ampio territorio che comprende dodici comuni jonici.

Il nuovo direttore è stato presentato in conferenza stampa dal Presidente del GAL Magna Grecia, Dottor Luca Lazzàro, che ha così esordito: «sono lieto di annunciare la nomina a Direttore del Dottor Ciro Maranò, noto agronomo con una solida esperienza nell’ambito delle politiche rurali regionali, un professionista di assoluto livello che saprà guidare al meglio il GAL Magna Grecia».

«Con la nomina del direttore ora lo staff è pienamente operativo – ha poi detto Luca Lazzàro – e possiamo finalmente iniziare le attività previste dal nostro PAL (Piano di Azione Locale) a favore dello sviluppo economico del nostro territorio».

«Abbiamo numerose azioni da realizzare nell’ambito della nostra Strategia di Sviluppo Locale, che da un lato vuole “ammagliare” gli operatori economici del mondo rurale e chi fornisce loro servizi, formando un così network virtuoso, da un altro favorire la loro innovazione per metterli in grado di affrontare le sfide di un mercato sempre più globalizzato».

«A tal fine il GAL Magna Grecia finanzierà, tra l’altro, numerose start up di aziende che dovranno fornire servizi innovativi alle imprese del territorio: l’auspicio è che per i nostri giovani queste rappresentino una importante opportunità per realizzare il loro progetto di vita nella nostra terra, senza doversi trasferire altrove, e magari far tornare qualcuno che è già andato via».

Ciro Maranò si è così presentato: «sono un agronomo del territorio che si occupa del PSR (Piano di Sviluppo Rurale) da molti anni, prima come professionista e, dal 2012, anche come consulente del Gal Colline Joniche, un periodo di proficuo lavoro nel quale ho contribuito, insieme ai colleghi, all'attuazione del PSL del GAL Colline Joniche in esecuzione del PSR Puglia 2007-2013».

«Così sono stati istruiti e rendicontati a saldo – ha poi detto Ciro Maranò – progetti di agriturismo, biomassa, masserie didattiche, turismo rurale, affittacamere, formazione, nonché progetti a regia diretta».

Ciro Maranò ha concluso spiegando che «nel 2016 sono stato incaricato, nell’ambito di un team di professionisti, della redazione della SSL (Strategia di Sviluppo Locale) e del PAL (Piano Di Azione Locale) per candidare il neonato GAL Magna Grecia alla misura 19 del PSR Puglia 2014-2020, progetto approvato e finanziato dalla Regione Puglia».

A distanza di quattro anni dall’avvio del Psr, il Piano di Sviluppo Rurale, al netto delle difficoltà delle fasi di partenza, strutturali e strumentali, denunciate già nel giugno del 2017 da Coldiretti Taranto, la spesa resta ai minimi termini.

E, mentre l’assessore regionale all’Agricoltura Di Gioia cerca di spiegare motivi ed esiti dei ricorsi al Tar Puglia sul Psr, tentando di giustificare la conseguente fase di stallo della struttura tecnica dell’Assessorato, gli agricoltori diventano sempre più delusi e scontenti.

“Non basta l’analisi tecnica della vicenda, serve un immediato e deciso cambio di passo - denuncia il presidente di Coldiretti Taranto, Alfonso Cavallo –. Stiamo perdendo competitività, perché sono bloccati da due anni i primi 120 milioni di euro per bandi pubblicati nel lontano 2016. Responsabilmente, abbiamo aspettato che il portale ‘costruito’ apposta per accelerare l’iter di inserimento delle domande delle imprese agricole e avviare subito gli investimenti facesse riguadagnare il tempo perduto. Invece, il rimedio si è rivelato peggiore del male. Il portale telematicamente funziona perfettamente – denuncia Cavallo - ma il manuale d’istruttoria previsto non è mai stato elaborato e ciò ha dato la stura all’inserimento di dati circa rese e prezzi dei prodotti, senza che venissero posti dei paletti o i dati imputati fossero comprovati da documentazione probante. Quanto sta accadendo sul Psr in Puglia è la dimostrazione della paralisi in cui versa la macchina amministrativa dell’Assessorato all’Agricoltura”.

Intanto, mentre il Psr non decolla per gli intoppi della macchina amministrativa e burocratica, è lunga la lista di imprese agricole, che hanno anticipato investimenti per l’acquisto di macchinari, strumenti, realizzazione di serre, prefabbricati, impianti irrigui e che, a distanza di due anni, non hanno potuto neppure perfezionare le pratiche di finanziamento e chissà quando potranno avere le risorse utili all’innovazione e allo sviluppo.

“Il Psr e la mancata semplificazione amministrativa – aggiunge il direttore di Coldiretti Taranto, Aldo De Sario - sono le due facce della stessa medaglia, perché manifestano sordità della pubblica amministrazione verso le necessità delle imprese agricole pugliesi, che chiedono maggiori conoscenze delle esigenze del tessuto imprenditoriale e un atteggiamento meno vessatorio sul fronte della montagna di carte e cavilli burocratici, che rallentano lo sviluppo. Basti pensare a quanto accaduto relativamente alla misura sul ‘benessere animale’, voce determinante per la zootecnia della provincia di Taranto, che non era stata minimamente contemplata nel Psr. E, oggi, dopo la nostra dura presa di posizione, è stata inserita”.

Incontro tra RLS e azienda per discutere dell’infortunio avvenuto ieri al tornio 11 in cui è rimasto coinvolto un operaio di 40 anni. “Mentre L’azienda analizzava la pratica operativa, tentando goffamente di indirizzare la discussione sull'infortunio del lavoratore sul rispetto delle pratiche operative, noi abbiamo ribadito che sull’impianto non erano presenti  le condizioni minime di sicurezza, a causa degli spazi ristretti, la scarsa illuminazione e la presenza, come piano di calpestio, di una pedana di legno fradicia e piena di olio - spiega Francesco Rizzo, coordinatore USB Taranto -. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che ha determinato l’infortunio,  perché, non essendo in sicurezza,  il lavoratore è scivolato e si è tagliato. Ci aspettavamo una presa di posizione e un riconoscimento davanti ad un fatto esplicito, ma come sempre l’azienda si copre con un dito. Ed ancora più grave è il fatto che alla nostra domanda se la pedana fosse secondo loro a norma, la risposta sia stata: non so. Un tentativo vergognoso di scaricare le responsabilità . Vorrei sottolineare che si tratta di un lavoratore che è da oltre vent’anni in quella fabbrica, un operaio di grande esperienza, che ha fatto scuola al tornio ad altre decine di altre persone. Insomma un lavoratore serio e professionalmente preparato. Ilva deve smetterla di girare attorno ai problemi e deve riconoscere che la maggior parte degli impianti oggi sono in condizioni obsolete.  Se ci sono degli infortuni nelle officine che notoriamente non sono impianti pericolosi, bisogna iniziare ad ammettere che qualcosa non va e prendersi le proprie responsabilità”. Rizzo ribadisce il controllo continuo di USB. “continueremo a denunciare queste tutte le anomalie.Crediamo che sia una situazione che abbia superato ormai limite dell’accettabile da tempo: ci troviamo sempre davanti allo stesso Ricatto, accettare di lavorare in queste condizioni o rischiare di andare in cassa integrazione."
Stamane pioggia di denunce a firma di USB sulle condizioni di sicurezza in fabbrica, nelle prossime settimane inoltre la USB depositerà agli enti ispettivi e alla procura della repubblica un corposo dossier sulle pessime condizioni in cui versano i lavoratori delle Cokerie Ilva.

Pagina 1 di 72