Sabato, 31 Gennaio 2015 07:57

JOB-ITALIA/Una scommessa per creare nuovi posti di lavoro. di GIOVANNI BATTAFARANO In evidenza

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Da qualche tempo, oltre al Jobs Act , si discute anche di Job- Italia.Un’idea elaborata e via via perfezionata da Luca Ricolfi, sociologo e collaboratore di varie testate, dalla Stampa al Sole 24ore.

Il progetto prevede che, fatto 100 il costo aziendale, il netto percepito in busta paga dal lavoratore è pari a 80. La differenza fra costo aziendale e busta paga viene automaticamente destinata a due impieghi:

  1. Pagamento integrale dell’IRPEF dovuta

  2. Contributi sociali a INPS e INAIL

Da questa impostazione, viene fuori che le aziende pagherebbero meno oneri riflessi e i lavoratori avrebbero un salario più alto. Questo duplice vantaggio solleciterebbe un effetto moltiplicatore, che si può fissare in via prudenziale in 2, cioè il numero di assunzioni aggiuntive raddoppierebbe  introducendo il Job-Italia. Come spiegare il meccanismo? In realtà, su ogni posto di lavoro gravano, oltre i contributi sociali, anche altre tasse, Irpef, Iva, Ires, Irap, che complessivamente gravano più dei contributi sociali. Insomma, se le assunzioni lievitano, oltre al beneficio per le persone assunte, si realizza un maggior introito per le Casse dello Stato superiore al minore introito dai contributi sociali.

   Il Job Italia si attiva solo in caso di occupazione aggiuntiva e ha una durata massima di quattro anni. Esso ha lo scopo dichiarato di stimolare la crescita dell’occupazione e perciò prevede un salario minimo annuo di 10mila euro in busta paga, oltre 700 per pagamento IRPEF e 1800 euro accantonati a fini pensionistici (INPS). Si potrebbe  aumentare il salario minimo ad esempio a 12mila euro, ma si determinerebbe una riduzione della crescita occupazionale, che con la scelta del salario minimo a 10mila euro, Ricolfi ipotizza in 300 mila unità all’anno.

   Tralasciando altri aspetti tecnici, proviamo a formulare qualche valutazione generale. Un primo aspetto positivo del Job-Italia è la scommessa sulla creazione di nuovi posti di lavoro, che è la vera emergenza italiana di oggi; la seconda è la scelta di tentare un’operazione win win, aumentare il salario e ridurre l’onere dei contributi sociali. Il punto da approfondire mi pare un altro. Il Job-Italia potrebbe funzionare meglio nelle aree più sviluppate del Paese, mentre avrebbe un effetto più limitato nel Mezzogiorno. Il che richiede o una modulazione del progetto su scala territoriale o, meglio, l’individuazione di misure aggiuntive specifiche per le aree in ritardo di sviluppo. In ogni caso, se si vogliono intercettare i primi segnali di ripresa di cui parla Confindustria in un recente rapporto, occorre che Governo e Parlamento predispongano un piano di investimenti e di politiche attive perché  il dramma  della mancanza di lavoro è ormai insopportabile per tanti, giovani e meno giovani.

  

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