Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1655)

L’avanzamento dell’investimento a Taranto del gruppo Ferretti per un nuovo cantiere navale addetti alla costruzione di scafi per yacht è bloccato alla Corte dei Conti, nonostante il via libera del ministro per il Sud, Mara Carfagna. Una vicenda sulla quale ha preso posizione il presidente della Puglia Michele Emiliano che, perlando al Petruzzelli di Bari nel corso dell'iniziativa 'Le Meridiane', si è rivolto al ministro per il Sud Mara Carfagna per sollecitare l'intervento del collega di governo Giancarlo Giorgetti. Emiliano ha ricordato che sono "in ballo" 1.500 posti di lavoro. “Ferretti - ha sostenuto Emiliano - si è quotato in Borsa a Hong Kong e ha bisogno per sostenere l'impegno di presentare il progetto dello stabilimento”.  

 

Lo scorso 7 dicembre, in occasione del tavolo per il Contratto istituzionale per Taranto, il ministro per il Sud aveva assicurato una dote di 8 milioni, necessari a chiudere il progetto dal lato dell’intervento finanziario pubblico. I fondi provengono dal 'definanziamento' per circa 48 milioni del progetto dell’acquario digitale anch’esso inserito tra gli interventi del Contratto. Le risorse tolte all’acquario sono state riprogrammate per una quota sull’intervento Ferretti e per la restante parte su altre misure per Taranto.

    Ferretti si dovrà insediare nell’area dell’ex yard Belleli nel porto di Taranto con un investimento pubblico-privato. Lo stallo alla Corte dei Conti - secondo quanto appreso dall'AGI - riguarda la mancata bollinatura della delibera relativa allo spostamento delle risorse del Contratto istituzionale di sviluppo. Un ritardo - sempre secondo quanto si è appreso - che si aggiunge a quello dei commissari per le due Zone economiche speciali della Puglia, quella ionica e quella adriatica, che sono stati nominati quasi quattro mesi fa ma che non riescono ancora ad insediarsi per il mancato visto dell'organo della giustizia contabile. 

 

"Interloquirò direttamente con la Corte dei Conti e il collega Giorgetti nelle prossime ore perché arrivi quanto prima il visto e si sblocchi la situazione”.  ha assicurato il ministro per il Sud, Mara Carfagna, rispondendo al presidente Michele Emiliano. 

Scoppia una nuova crisi nell’indotto siderurgico legato all’ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia. L’azienda metalmeccanica Lacaita ha avviato la procedura di licenziamento collettivo per la metà dell’organico e domani è in programma un incontro con i sindacati. Gli esuberi sono una quarantina. Pietro Cantoro, della Fim Cisl, annuncia: “Domani proveremo a vedere se ci sono percorsi alternativi al licenziamento del personale ma la vediamo difficile”.

   “La Lacaita - aggiunge Cosimo Amatomaggi della Uilm - viene già da una situazione pesante. Attualmente il personale è tutto in forza all’azienda, però l’intenzione è di tagliarne metà. Non siamo ovviamente disponibili a fare un accordo sui licenziamenti e chiediamo che si cerchino tutte le alternative possibili con gli ammortizzatori sociali”. Per i sindacati, tra annuncio di licenziamenti, cassa integrazione che si sussegue pur cambiando causale, fatture scadute e non pagate, stipendi ai dipendenti corrisposti in ritardo o solo con anticipi in attesa di tempi migliori, nel  pianeta dell’indotto ex Ilva sembra proprio non essere cambiato nulla a sentire i sindacati. E anche tra le imprese c’é molta sofferenza. Benchè da aprile 2021 lo Stato, attraverso Invitalia, sia partner di minoranza del privato ArcelorMittal ma con diritti di voto al 50 per cento, si vede sostanzialmente la stessa situazione della primavera-estate 2020, quando per sbloccare lo stallo nei pagamenti si dovette mettere in campo un tavolo col Mise. Tavolo poi revocato ma il problema non è che sia stato risolto, né si è andati verso la normalità.

   “Le aziende che lavorano col siderurgico si dividono in monocommittenti o prevalentemente monocommittenti - spiega Cantoro -. Per il 70 per cento del personale oggi sono aperte procedure di cassa integrazione ordinaria”. “L’aspetto singolare - aggiunge Cantoro - è che il lavoro per queste imprese non mancherebbe. Molte di loro si sono già aggiudicate commesse che vanno dai ripristini ai rifacimenti impiantistici alle manutenzioni ordinarie e straordinarie. Non possono però cominciare i lavori perché Acciaierie d’Italia non fornisce il benestare finale”. 

La divisione Elettronica per la Difesa di Leonardo investirà su Grottaglie in provincia di Taranto - dove esiste già lo stabilimento di Aerostrutture - circa 10 milioni di euro per allestire la nuova base. L’operazione rientra in un riassetto-rilancio complessivo della divisione e vedrà il trasferimento dal quartiere Paolo VI di Taranto (l’attuale sede nell’ex scuola Cisl verrà dismessa) a Grottaglie. 

 

“Dei 10 milioni, uno verrà impiegato nella fase iniziale per la configurazione del lay out. Si tratta di creare il footprint, come lo ha definito l’azienda - spiega Andrea Toma della Uilm Puglia -. Il passaggio di Elettronica per la Difesa da Taranto allo stabilimento di Grottaglie, dove avrà una sua sede e manterrà autonomia e distinzione rispetto alle attività di Aerostrutture, dovrebbe completarsi nel giro di due anni. Ma pensiamo - anche se non c’é ancora conferma - che un primo step possa esserci già a luglio. Potrebbero infatti non venire più a Taranto ma resterebbero a Grottaglie gli altri 25 dipendenti di Aerostrutture destinati al trasferimento in Elettronica per la Difesa”. Erano 150 sino a qualche tempo fa gli addetti tarantini di Elettronica per la Difesa. A questi si sono poi aggiunti altri 25 provenienti da Aerostrutture, un passaggio finalizzato a riequilibrare divisioni con meno lavoro (Aerostrutture) con quelle che invece non hanno problemi (Elettronica per la Difesa) e ulteriori 25, per un totale di 50, ne sono previsti.

    “Alla fine - spiega Toma - avremo un organico di circa 200 addetti perché l’azienda, oltre agli assorbimenti da Aerostrutture, ha anche annunciato quattro assunzioni dal mercato”. “La missione di Elettronica per la Difesa di Taranto - aggiunge l’esponente Uilm - è stata sostanzialmente confermata. Ci si occuperà di “Sviluppo comando e controllo navale presso Maricenprog” a San Vito-Taranto e di “Sviluppo prodotti Data Link per piattaforme terrestri, navali e avioniche”. Per Data Link si intendono i sistemi di comunicazione militare”. “A breve - conclude Toma - faremo incontri di approfondimento sito per sito. Quel che ci preme è capire gli sviluppi industriali e di investimenti del piano Leonardo Elettronica per la Difesa. Non vogliamo che sia solo una razionalizzazione di costi”. 

In Acciaierie d’Italia, ex Ilva, “i lavoratori dell'indotto rischiano di rimanere fuori dai cancelli”. Lo dice il sindacato Usb, sottolineando che “a poche ore dalla scadenza degli ordini, manca il timbro dell'ad Morselli che consentirebbe di garantire la continuità dell’attività lavorativa di diverse aziende dell’appalto. Questo espone al rischio per centinaia di lavoratori di restare fuori dai cancelli per una formalità”. “Non vi è certezza alcuna - sostiene Usb - sul prosieguo delle attività e si vive alla giornata. È questa la situazione in cui versano i dipendenti di aziende dell'appalto Acciaierie d’Italia. Lavoratori che non sanno quale sarà il loro futuro già a partire da domani 1 aprile”, conclude Usb. 

"Si sta a tutti gli effetti sfilacciando e degradando il comparto delle centinaia di piccole e medie imprese del territorio prevalentemente mono committenti". Il giorno dopo il fallimento della trattativa al ministero del Lavoro sulla cassa integrazione straordinaria in Acciaierie d'Italia, ex Ilva, la Fim Cisl lancia l'allarme per l'indotto siderurgico. Per la Fim, che interviene con Pietro Cantoro, "nonostante le numerose commesse di attività necessarie e finalizzate al proseguimento della produzione e al consolidamento della tenuta strutturale impiantistica in Acciaierie d'Italia, anche subordinate e connesse all"Autorizzazione integrata ambientale (Aia), le aziende di appalto continuano a permanere in uno stato di totale e forzato immobilismo". "Ad un proporzionale e crescente incremento di volumi produttivi - evidenzia la Fim Cisl - gli interventi manutentivi non solo di carattere ordinario ma anche straordinario, vengono clamorosamente trascurati e posti in secondo piano. Il tutto a discapito della necessità e dell’urgenza di intervento impiantistico, nonché della sicurezza dei lavoratori". Per la Fim Cisl, non vi sono solo "situazioni estremamente critiche" circa il "rischio tenuta impianto" ma si va al collasso di " interi comparti delle aziende d’appalto che sono costrette inevitabilmente ad aprire procedure di cassa integrazione o addirittura a chiudere". 

Salta la trattativa per la cassa integrazione straordinaria in Acciaierie d’Italia, ex Ilva. Riunione finita al ministero del Lavoro col mancato accordo.

 

 “Il mancato accordo per Acciaierie d’Italia è davvero una occasione persa”. Lo dice ad AGI il segretario generale della Fim Cisl, Roberto Benaglia,. “Adesso tocca all’azienda dimostrare di essere in grado di fare i 5,7 milioni di tonnellate di acciaio che ha annunciato, altrimenti se ciò non dovesse avvenire, chiederemo che siano sostituiti i manager e i dirigenti”, aggiunge Benaglia. 

 

“Abbiamo discusso per ore oggi al ministero del Lavoro ma purtroppo la trattativa sulla cassa integrazione straordinaria in Acciaierie d’Italia si è chiusa col mancato accordo. Adesso succede che l’azienda applicherà in modo unilaterale come ha sempre fatto la cassa straordinaria”, osserva Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim Cisl. “Nonostante tanto discutere - spiega - non siamo riusciti ad avvicinare le posizioni. Il punto di attrito è stato che loro, come azienda, volevano collegare la cassa straordinaria non solo al piano ma a un periodo di tre anni e non a un anno come noi avevamo chiesto. Inoltre, l’azienda subordinava la piena occupazione non ai 6 milioni di tonnellate, che sono quanto indicato nell’accordo di settembre 2018 al Mise che per noi resta valido, ma ad 8 milioni di tonnellate. La cosa singolare è che Acciaierie d’Italia ha detto al tavolo che queste cose ce le ha già scritte nella lettera di avvio della procedura della cassa straordinaria. Tesi davvero singolare quella aziendale. Non è che un’azienda scrive delle cose e queste poi sono applicate automaticamente. Altrimenti, se così fosse, a cosa serve la trattativa. Evidentemente - conclude D’Alò - questo è il ragionamento di chi sino a oggi ha fatto sempre tutto unilateralmente senza confronto alcuno col sindacato”. 

 

“Dopo una lunga e approfondita discussione, il ministero del Lavoro, preso atto della indisponibilità dei sindacati, ha annunciato che proseguirà con l’ammortizzatore sociale con un mancato accordo”. Lo dice la Fiom Cgil in una comunicazione ai lavoratori di Acciaierie d’Italia,

Riprende questa mattina alle 10, al ministero del Lavoro, la trattativa tra Acciaierie d’Italia e sindacati sulla cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione industriale  per un anno. L’ex Ilva l’ha chiesta, con avvio da oggi, per 3.000 persone di cui 2.500 a Taranto. Fim Cisl, Fiom Cgil e Ugl sono disposti a trattare ma con due 'paletti': la riduzione del numero dei cassintegrati e nessun esubero. Uilm e Usb sono invece indisponibili alla trattativa. A Taranto, intanto, dalle 10 alle 14 di oggi indetto uno sciopero con presidio davanti alla direzione del siderurgico. 

 

 Fiom Cgil, riprendendo quanto detto dal ministero del Lavoro, evidenzia che “sulla cigs abbiamo provato a confrontarci cercando di migliorare il più possibile le attuali condizioni  dei lavoratori”, ma “permangono criticità con l’attuale gestione aziendale soprattutto a causa dell'incertezza del futuro che ad oggi non sembra essere ancora definito sia sui futuri assetti societari, sia sul piano ambientale, occupazione ed industriale”. Per il sindacato, “non definirà i futuri assetti societari e/o piani industriali, ambientali e occupazionali ma un periodo di transizione”. Anche perché, osserva Fiom, per il passaggio dello Stato a fine maggio al 60 per cento del capitale di Acciaierie d’Italia, ci sarà il “rinvio di tale scadenza”. “Fiom Cgil, fatto salvo il principio di esuberi zero, proverà in fase di trattativa a migliorare le condizioni economiche dei lavoratori”, e non esiterà a ricorrere alla protesta con gli altri sindacati “in assenza di garanzie”. 

 “I sindacati oggi non sono disponibili comunque a sottoscrivere l'accordo per la cassa integrazione straordinaria in Acciaierie d’Italia, ex Ilva”. Lo apprende AGI da fonti presenti al tavolo dell’incontro in corso al ministero del Lavoro. L’ad dell’azienda, Lucia Morselli, ha intanto lasciato la riunione perché non ci sono i segretari generali delle sigle metalmeccaniche. 

Il ministero del Lavoro è rappresentato dal segretario generale Bianchi. Acciaierie d’Italia, ex Ilva, ha detto Bianchi “deve dire con chiarezza che non ci saranno esuberi”.

 Bianchi ha manifestato la necessità - riferiscono le fonti - di “riavviare la discussione per arrivare a un accordo. Sino a oggi l’azienda ha usato unilateralmente gli ammortizzatori sociali ma ora bisogna riportare il dialogo sociale”.

Le possibili condizioni per un accordo sulla cassa integrazione straordinaria nel gruppo, unita alla disponibilità a trattare sui numeri della stessa cassa - chiesta per 3.000 dipendenti di cui 2.500 a Taranto - erano state delineate da Acciaierie d’Italia, ex Ilva, nell’incontro in corso al ministero del Lavoro che per ora sta andando avanti a livello tecnico. Lo apprende AGI da fonti vicine all’azienda. In una bozza di possibile intesa, si legge infatti, per quanto attiene l’azienda, la disponibilità ad usare, nel periodo di cassa integrazione straordinaria, la formazione “per il personale coinvolto nel processo di riorganizzazione al fine di continuare nel consolidato percorso aziendale di formazione utile a rafforzare ed aggiornare le professionalitá per rispondere alle evoluzioni tecnologiche”. 

 

 L’azienda “si impegna a condividere con le organizzazioni sindacali, nel corso di successivi incontri, le modalità e le tempistiche del percorsi formativi”. Inoltre, “l’azienda, compatibilmente con i contenuti del programma di riorganizzazione organizzativa e di risanamento aziendale che richiede l’ottimizzazione dei livelli di efficacia e di efficienza dell’apparato produttivo e organizzativo, in presenza di mansioni e professionalità effettivamente fungibili, si impegna a verificare la possibilità di realizzare le sospensioni del lavoro con modalità di rotazione”. Viene infine escluso l’utilizzo del contatto di solidarietà in alternativa alla cigs.

 Parte decisamente in salita il negoziato di fabbrica sulla cassa integrazione straordinaria chiesta per un anno per 3000 dipendenti da Acciaierie d’Italia di cui 2.500 solo a Taranto. Nulla di fatto nell’incontro di oggi pomeriggio a Taranto, il primo di una serie in vista dell’approdo finale al ministero del Lavoro previsto per il 25 marzo visto che la cassa straordinaria deve partire dal 28 marzo. La Fim Cisl, col segretario nazionale Valerio D’Alò e il segretario di Taranto Biagio Prisciano, dichiara che con “questi presupposti” non esistono “le condizioni per raggiungere un’intesa”. 

 

“La Fim Cisl - dicono D’Alò e Prisciano - al termine della riunione al ministero del Lavoro, auspicava un accordo che doveva segnare un salto di qualità nelle relazioni, anche a livello aziendale. A giudicare dalla riunione odierna non abbiamo registrato alcun cambio di passo. Un copia e incolla dei recenti incontri sulla cassa, con una semplice indicazione di numeri freddi. Condizione sicuramente poco incoraggiante in vista di un accordo in cui, più in generale, si dovrà tenere conto di altri aspetti, già condivisi a parole dal ministero del Lavoro”.

  Per la Fim, “il tema dell'integrazione salariale, inserita nel programma di discussione da parte del ministero del Lavoro, non può nascondere incognite”. Secondo D’Alò e Prisciano, “a fronte delle garanzie Sace, dei 150 milioni ottenuti per investimenti e della fame di acciaio che Taranto può soddisfare, Acciaierie D’Italia ora deve essere flessibile sulla richiesta di ammortizzatori e più decisa nel creare lavoro”. La Uilm, invece, oggi pomeriggio ha abbandonato il tavolo contestando la cassa straordinaria perché teme esuberi strutturali e annunciato che non parteciperà alle riunioni di domani. 

“Stiamo vivendo un momento che avrà delle conseguenze di cambiamento epocale sul vivere e su quelli che saranno gli equilibri geopolitici. La nostra convinzione era quella di non vedere più i carri armati in Europa, che tutto il mondo fosse comprabile. Probabilmente l'errore di questo Paese in tanti anni è stato quello di non essersi dato una politica energetica di autosufficienza, perché si era tutti convinti che bastava rivolgersi da qualche parte a destra o sinistra”. Lo ha detto il viceministro dello sviluppo economico Gilberto Pichetto Fratin, nel breve scambio di battute con i cronisti a margine di una visita alla Camera di Commercio di Brindisi. “Fino a pochi giorni fa  - ha aggiunto - non si pensava di riattivare un nuovo forno, di raddoppiare o comunque di aumentare in modo considerevole la produzione di acciaio a Taranto. Ora in qualche modo dobbiamo fare di necessità virtù. Dobbiamo renderci conto della condizione in cui siamo”.

   Tutto questo perché, ha aggiunto, “siamo un Paese che ha più del 40% della propria energia che viene dal gas. La scelta dell’energia rinnovabile trova ancora grandi difficoltà – ha aggiunto - ed in questo caso grandi difficoltà sono di ordine politico nei territori, e non tecnico, perché probabilmente il sistema produttivo sarebbe in grado di attivarle». Il viceministro dello sviluppo economico ha quindi concluso: “Abbiamo una serie di nodi che dobbiamo sciogliere a livello Paese, ma anche a livello territoriale. Se c'è necessità, il Governo può imporre delle scelte, ma mi sembra che sia il metodo meno logico”. 

Pagina 6 di 119