Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1673)

Parte da oggi una nuova fase di  cassa integrazione ordinaria di 13 settimane per 3.500 dipendenti del siderurgico di Taranto del gruppo Acciaierie d’Italia, ex Ilva. 

    Con una lettera del direttore delle Risorse umane, Arturo Ferrucci, l’azienda ha già spiegato ai sindacati che la nuova cig è dovuta ai problemi del sito di Taranto a partire dalla inattività dell’altoforno 2 da marzo 2020 per circa un anno, che ha privato lo stabilimento della produzione di circa 5 mila tonnellate di ghisa. A questo Acciaierie d’Italia aggiunge lo stop dell’altoforno 4, a partire da aprile scorso, con la perdita sino a luglio scorso di altre 5 mila tonnellate di ghisa. Per finire, l’azienda cita, nella lettera che avvia la procedura di cig, il nuovo stop dell’altoforno 4 dal primo dicembre scorso per problemi impiantistici che si stanno affrontando con nuovi lavori.

    La ulteriore fermata dell’altoforno 4, ha dettagliato l’azienda, si ripercuote sulla laminazione e rilavorazione a valle, nonchè sull’acciaieria 1, anch’essa soggetta a fermata.

 

 Sulla nuova tranche di cassa da domani fine anno, i sindacati hanno già incontrato l’azienda ma la discussione si è risolta in un nulla di fatto così come le altre volte. È da luglio 2019, cioè da pochi mesi dopo il subentro alla gestione di Ilva in amministrazione straordinaria (i commissari), che ArcelorMittal Italia prima e Acciaierie d’Italia dopo (in quest’ultima società è presente lo Stato con Invitalia) stanno sistematicamente ricorrendo alla cassa integrazione tra ordinaria e Covid. Da luglio 2019 non c’è mai stata interruzione di cig utilizzata con varie causali.     Attualmente é usata per circa 2 mila dipendenti effettivi su 3.500 di richiesta massima - il numero più elevato  indicato nella richiesta massima serve all’azienda per garantirsi flessibilità di gestione -, ma l’anno scorso, a causa del Covid, ci sono state anche punte reali di 4 mila cassintegrati. La cig appena terminata a Taranto era stata aperta a fine settembre. A questo ulteriore ciclo di cassa integrazione di fine 2021-inizio 2022 si aggiungono le varie fermate che diversi impianti sia del ciclo primario come gli  altiforni che a valle di esso, come il Treno nastri, hanno avuto nei giorni scorsi per problemi diversi.

    Tutto questo nel complesso ha fatto sì che il sito di Taranto non chiuderà il 2021 a 5 milioni di tonnellate di acciaio come previsto mesi addietro, ma intorno al 4 milioni di tonnellate contro i poco più di 3 milioni dello scorso anno, minimo storico. Ciò nonostante un mercato siderurgico decisamente positivo.

    In Acciaierie d’Italia è infine presente dallo scorso aprile anche lo Stato attraverso Invitalia che, col versamento di 400 mln, detiene il 38 per cento del capitale sociale, il 50 per cento dei diritti di voto ed esprime il presidente del cda (Franco Bernabé) e due consiglieri.

Invitati a presentarsi nel siderurgico già da oggi, vigilia di Natale, per l’attivazione di una nuova linea di colata continua in acciaieria. L’invito è arrivato direttamente a casa, via lettera, consegnato nella serata di ieri dai vigilanti dell’azienda. È quanto accaduto ad alcuni dipendenti di Acciaierie d’Italia, ex Ilva. Lo rivela ad AGI la Uilm. “Un altro episodio da ricordare in quest’assurda, caotica gestione della fabbrica a Taranto che va avanti ormai da troppo tempo - dichiara Gennaro Oliva, coordinatore di fabbrica  Uilm -. Si potevano avvisare i lavoratori via telefono, oppure mandare loro un telegramma come si fa sempre, e invece l’ex Ilva ha mandato i vigilanti a casa degli interessati a poche ore dal Natale. Calcoliamo che per l’attivazione di una linea di colata continua sono interessate dalle 40 alle 50 persone”.

 

“L’azienda vuole incrementare la produzione in questi giorni di Natale - prosegue Oliva - ma va ricordato che per un anno e oltre questa stessa azienda ha fatto massicciamente ricorso alla cassa integrazione e tenuto la produzione al minimo, nonostante un mercato dell’acciaio positivo come non mai, con impianti non efficienti e manutenzioni ridimensionati”.

    “È la stessa azienda - aggiunge Oliva - che chiede ai dipendenti di consumare le ferie e poi in busta paga tramuta le ferie in cassa integrazione, per non parlare poi dei tanti licenziamenti annullati dalla Magistratura con obbligo di reintegro. Ci mancavano però i vigilanti a casa dei lavoratori. Questo è stato il 2021 in Acciaierie d’Italia - conclude l’esponente Uilm -, speriamo davvero che nel 2022 si cambi definitivamente”.

 Non c’è lavoro da fare in banchina e Acciaierie d’Italia, ex Ilva, ha comunicato ai lavoratori delle strutture portuali di stare a casa nelle prossime ore. Lo affermano Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm che nel pomeriggio hanno appreso che l’azienda, sugli impianti Ima3 e quarto sporgente, attraverso i responsabili e su indicazioni del capo area, “stanno comunicando  ai lavoratori di rimanere a casa per il turno di notte e per il primo turno di domani 22  per mancanza attività”.

    “Riteniamo questa scelta unilaterale dell’azienda inaccettabile e intollerabile - dicono le sigle metalmeccaniche - in quanto i lavoratori sono già falcidiati sia da settimane di cassa integrazione sia da giornate di allerta meteo che vanno a intaccare il loro stesso reddito. Chiediamo  pertanto fin da subito - concludono le federazioni metalmeccaniche - di interrompere tale iniziativa in quanto i lavoratori della stessa area vengono trattati come se avessero un contratto a chiamata”. 

Dopo due mesi e mezzo, l’ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia, interrompe a partire dal nuovo anno la gratuità dei tamponi anti Covid ai dipendenti del siderurgico di Taranto che non si sono vaccinati. Con una lettera datata oggi, l’azienda siderurgica informa “tutti i lavoratori che a partire dall’1/1/2022, la società non si farà più carico dei costi relativi all’esecuzione dei tamponi antigenici rapidi utili ai fini dell’ottemimento del Green Pass necessario per l’accesso ai luoghi di lavoro”.

    A metà ottobre, quando il Green Pass é diventato obbligatorio, Acciaierie d’Italia si é convenzionata con una farmacia di Taranto, sita nel rione Tamburi, a poca distanza dalla fabbrica, che ha eseguito i tamponi ai lavoratori in un ampio arco orario.

   L’azienda aveva anche attrezzato alle portinerie percorsi separati, distinguendo gli accessi per chi, munito di Green Pass a seguito di vaccinazione, aveva comunicato i relativi dati all’azienda e questa li aveva anche inseriti nel badge aziendale per l’accesso in stabilimento, e chi invece, non essendo vaccinato, doveva esibire l’esito del test antigenico rapido per dimostrare che non era positivo al Covid. 

“Dov’è il piano industriale di Acciaierie d’Italia, tutti ne parlano ma nessuno l’ha visto, perché non c’è, non esiste, è un esercizio di metafisica …”

Sono le parole con cui l’ambientalista Alessandro Marescotti, di Peacelink, commenta 

l’ennesimo della serie di paradossi che stanno costellando le vicende di ex Ilva ora Acciaierie d’Italia. 

La questione questa mattina è stata posta all’attenzione del prefetto di Taranto dal Comitato cittadino per la Salute e l’Ambiente. 

“Oggi - ci spiega Marescotti- abbiamo incontrato il prefetto per tre ragioni, la prima per manifestargli tutta la nostra totale contrarietà a un’accelerazione del ritmo della produzione del carbon coke, relativamente alla richiesta fatta dall’azienda al ministero della Transizione ecologica di modificare l’Autorizzazione integrata ambientale. È la prima volta che accade una cosa del genere, cioè che si provi apertamente a renderla peggiore, in passato si è tentato di non applicarla ma questa è la prima volta che si chiede una vera e propria marcia indietro. La seconda è relativa al rapporto dell’Onu sull’Italia che a proposito di inquinamento e violazione dei diritti umani dedica un approfondimento a Taranto evidenziando la gravità della situazione. Il rapporto è stato consegnato al prefetto.  La terza riguarda il piano industriale di cui tutti parlano e scrivono ma che di fatto non esiste. Io l’ho cercato, ho chiesto ai sindacati, ai giornalisti, ma non c’è e la cosa ci è stata confermata anche dal prefetto, c’è un discorso, ma un piano messo nero su bianco no…”

L.C. 

Il nuovo piano industriale di Acciaierie d’Italia, ex Ilva, guarda a una prospettiva di 10 anni e non più di 5, come era il precedente targato solo da ArcelorMittal. In quest’arco temporale abbandona il ciclo integrale e il carbon coke e vira sull’idrogeno, ma quello che emerge sin d’ora è che “il clima è cambiato. Il presidente Franco Bernabé è in sella, sa di gestione industriale, e che si sia respirato oggi al Mise un clima diverso, lo dimostra il fatto che nessuno di noi ha alzato gli scudi”. Lo dicono ad AGI fonti sindacali dopo il vertice di oggi pomeriggio su Acciaierie d’Italia, ex Ilva, con azienda e Governo. Da parte sua, il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti sottolinea che il nuovo piano "è realistico ma non semplice" perché "il passaggio all’idrogeno e la gestione e le conseguenze degli aspetti occupazionali hanno bisogno di tempo”.

 

Per questo, prosegue il ministro dello Sviluppo economico, e alla luce del fatto che “il quadro delineato oggi è più complicato di quanto ci aspettassimo, serve fiducia e speranza da parte di tutti coloro che oggi siedono a questo tavolo. Il governo farà la sua parte, continuerà a lavorare con spirito costruttivo mettendo ordine in un pacchetto di norme e di strumenti che consentano di gestire la fase di transizione verso il green di un settore strategico quale quello dell’acciaio”. Nel corso dell'incontro il presidente Bernabè e l'amministratore delegato dell'azienda Morselli hanno illustrato le linee guida del nuovo piano industriale che ha l'obiettivo decennale di arrivare alla completa decarbonizzazione dello stabilimento di Taranto di Acciaierie d'Italia.

    Il nuovo piano, che prevede un investimento complessivo di 4,7 miliardi di euro, si articolerà su 4 obiettivi che dovranno garantire nei prossimi anni la continuità produttiva attraverso il ritorno alla piena occupazione dei lavoratori entro il 2025, il raggiungimento della sostenibilità ambientale nella produzione di acciaio con il passaggio dal carbone all'idrogeno e con l'utilizzo di forni elettrici. Tutto ciò perseguendo gli obiettivi di sostenibilita economica per ottenere un prodotto competitivo sul mercato, per qualità e per costo, che consenta di raggiungere i livelli di crescita produttiva prevista in 8 milioni di tonnellate al 2025. Entro questa data gli investimenti in tecnologie innovative, alcuni già avviati, consentiranno già una riduzione di circa il 40% di CO2 e del 30% delle polveri sottili.

 

“Il nuovo obiettivo - spiegano le fonti sindacali - è la totale decarbonizzazione della fabbrica e questa hai bisogno di dieci anni per farla”. Rispetto al piano presentato tempo addietro solo da ArcelorMittal, quello nuovo cui sta lavorando la società Acciaierie d’Italia, fatta dal pubblico Invitalia e dal privato ArcelorMittal, prevede una produzione di acciaio mista: parte col ciclo integrale, rifacendo l’altoforno 5, il più grande d’Europa spento dal 2015, e parte, per 2,5 milioni di tonnellate, col forno elettrico alimentato dal Dri. Il forno elettrico ora rimane, ma costituisce una tappa intermedia del percorso, collocata dal 2024 al 2025.

    Oggi al Mise è stato annunciato che si è al lavoro per formare la società che gestirà l’impianto di preridotto. Società che sarà partecipata dallo Stato e da altri privati, ma non da ArcelorMittal. Non sono stati dati numeri produttivi ma l’ex Ilva “ridisegnata” dovrebbe puntare a 8 milioni di tonnellate di acciaio. Quali sono, però, i problemi di una transizione di dieci anni? Le fonti sindacali li riassumono così ad AGI. Anzitutto i soldi. “Dismettere nell’arco di dieci anni il ciclo integrale e puntare tutto sull’idrogeno, richiede investimenti per 4,7 miliardi. Per i sindacati, oggi "è emerso chiaro che questi soldi vanno trovati perché in Acciaierie d’Italia non c’è un privato che mette li metta, visto che la corporate ArcelorMittal ha fatto uscire dal perimetro del gruppo, attraverso il deconsolidamento, la parte italiana”.

 

 Altro problema, poi, ma questo impatta soprattutto il preridotto, è il costo del gas, nel frattempo salito di molto. “Come si riuscirà a mantenere una produzione competitiva?” è l’interrogativo emerso al tavolo. Inoltre, la riconversione totale della fabbrica porrà anche la necessità di cambiare tutto il piano energetico del sito. Oggi gli altiforni, con i gas di recupero, alimentano il ciclo produttivo, domani - è emerso al tavolo - non sarà più così e un polo produttivo come l’ex Ilva di Taranto potrebbe arrivare ad assorbire sino al 2 per cento dei consumi energetici del Paese. 

    C’è inoltre una questione più immediata: la gestione contingente. Le fonti sindacali spiegano ad AGI che “Bernabè ha ammesso che l’azienda non ha i soldi. Con gli impianti sotto sequestro, nessuno ti elargisce un fido di 3-400 milioni per far girare il circolante”. Sul rifacimento dell’altoforno 5, emerse poi due visioni. Contrario il governatore di Puglia, Michele Emiliano, presente al tavolo, favorevoli i sindacati a condizione che il rifacimento - un impianto che in esercizio potrebbe fare la differenza in termini produttivi - avvenga con le tecnologie più moderne.

    Altro punto richiamato dai sindacati, la possibilità che il Governo metta in campo una legge per tutti i settori che prima o poi dovranno affrontare la partita della transizione e della decarbonizzazione. “Si pensa non alla cassa integrazione - si afferma - ma a progetti sociali che aiutino la sostenibilità, alla possibilità di prepensionare i lavoratori che hanno i requisiti, alla possibilità di pensionare prima coloro che sono stati esposti all’amianto, alla formazione e riqualificazione professionale. Il presidente Emiliano in proposito ha detto: in dieci anni, facendo leva sul Pnrr, non riusciamo a portare a Taranto nuovi investitori?” Nessuna data di aggiornamento del tavolo. Solo un impegno di massima, quello di rivedersi a gennaio. 

Serviranno 10 anni per la transizione dell’ex Ilva verso la sostenibilità ambientale e la decarbonizzazione. Questo orizzonte temporale lungo è stato annunciato dall’ad di Acciaierie d’Italia, Lucia Morselli, nel tavolo in corso al Mise. Lo affermano fonti presenti al tavolo. L’azienda prevede investimenti per 4,7 miliardi di euro per passare ai forni elettrici e all’idrogeno, ridisegnando così il ciclo produttivo dell’acciaio oggi fondato sul carbon coke. Ipotizzato anche un ampio ricorso agli ammortizzatori sociali per gestire l’attuazione del piano. 

Riapproda questo pomeriggio al Mise (inizio alle 14) la vicenda ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia. E riapproda col suo carico di problemi irrisolti a un anno (10 dicembre 2020) dalla firma dell’accordo che portò Invitalia, per conto dello Stato, nel capitale dell’azienda siderurgica e quindi alla nascita della nuova società  Acciaierie d’Italia dove ArcelorMittal è il partner privato.

    La vicenda torna al Mise anche con qualche novità e qualche attesa. La novità è che rispetto agli incontri precedenti presieduti dal ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, questo è il primo confronto triangolare: la nuova società, i sindacati e il Governo. Sinora, invece, Giorgetti ha solo incontrato i sindacati. L’attesa, invece, riguarda la presentazione del nuovo piano industriale, riscritto rispetto a quello presentato dal privato Mittal molti mesi addietro, nuovo piano già slittato di alcuni mesi rispetto agli annunci iniziali.

 

La chiave di volta del nuovo piano industriale sarà la sostenibilità ambientale e la riduzione delle emissioni. A ottobre scorso, in un’audizione alla Camera, il ministro Giorgetti dichiarò che “il piano industriale legato all’accordo del 10 dicembre 2020 prevede la costruzione di un forno elettrico alimentato dal preridotto, Dri, attraverso un nuovo impianto realizzato e gestito da una newco a partecipazione pubblica”. “Gli investimenti stimati in funzione delle scelte tecniche - proseguì Giorgetti - variano da 900 milioni a un miliardo e mezzo. Invitalia è stata incaricata di procedere alla costituzione della newco in modo di completare le analisi di fattibilità industriale ed economica finanziaria e ambientale del progetto”. “La copertura finanziaria degli investimenti all’avvio della produzione del Dri - rilevò ancora il ministro - può essere assicurata alle risorse del Pnrr che alloca 2 miliardi di euro a valere sull’investimento 3.2, utilizzo dell’idrogeno in settori hard to abate”. 

    I sindacati, oltre a voler conoscere il nuovo piano industriale, attendono di capire cosa avverrà nella transizione (tempi, modalità, ricadute, prospettive, investimenti) e come si tutelerà l’occupazione (10.700 nel gruppo di cui 8.200 a Taranto, indotto escluso) nel passaggio a nuove forme di produzione come il forno elettrico. Oltre che all’ambiente, dicono i sindacati, serve prestare molta attenzione anche al sociale per evitare di ritrovarsi con molti esuberi.

    A Taranto, intanto, la fabbrica continua a vivere un periodo critico. Sta per finire una tranche di cassa integrazione ordinaria chiesta ed avviate a fine settembre per un numero massimo di 3.500 addetti e se ne sta per aprire un’altra, dal 27 dicembre, per altre 13 settimane, per lo stesso numero di dipendenti. In più sono fermi altoforno 4, per importanti lavori, acciaieria 1 - come effetto di trascinamento dello stop di altoforno 4 -, Treno nastri 2, Produzione lamiere 2 ed altri impianti.

    L’azienda si era data 5 milioni di tonnellate di acciaio come obiettivo di produzione per il 2021, primo step di risalita dopo un 2020 pessimo e non solo per la pandemia (3,4 mln di tonnellate), ma quest’obiettivo, con tutte le vicissitudini che hanno riguardato gli impianti nei mesi scorsi, con diverse fermate, appare di problematica realizzazione. E il siderurgico di Taranto vive la singolare condizione di marciare a passo ridotto rispetto alle proprie potenzialità e all’autorizzazione produttiva (6 mnl di tonnellate annue) proprio mentre tutti gli acciaieri vivono un momento magico, producono a gonfie vele e realizzano volumi e ricavi importanti. 

“Questa volta il ricorso agli ammortizzatori sociali riguarda, già a partire da domani, anche la fascia di controllo, rappresentata da impiegati e capireparto, contattati e informati”. Lo dichiara il sindacato Usb a proposito della cassa integrazione nell’ex Ilva di Taranto, ora Acciaierie d’Italia. Usb afferma che si tratta di un “elemento di novità rispetto al passato” ed è conseguente al fatto che “dalla prossima settimana si fermano completamente i reparti Pla 2 (Produzione Lamiere) e Laf (Laminatoio a Freddo), e a cascata Staff, Servizi e Officine Generali. Si prevede inoltre anche la fermata del Tubificio Erw”. 

 

Per Usb, “tutto quello che avevamo previsto, si sta verificando: nuove fermate, dunque, oltre quelle già annunciate la scorsa settimana. Il risultato è che lo stabilimento sarà paralizzato quasi per il 70%. Fatto assai strano - dice Usb - perché, mentre il mercato dell'acciaio è in ascesa, lo stabilimento subisce un pericoloso stop con tutte le carenze strutturali e gestionali. Da un lato le false promesse con l'annuncio dell'acquisto di quattro nuove gru, dall'altro la cruda e chiara realtà della cassa integrazione. Dallo Stato, che finora è stato uno spettatore immobile - conclude Usb - ci aspettiamo lunedì 13 dicembre, in occasione dell'incontro programmato al Mise, una presa posizione netta in difesa degli interessi dei lavoratori e del territorio”. 

In un quadro congiunturale ancora segnato dagli effetti della pandemia, la BCC San Marzano continua a guardare al futuro e ad anticipare il cambiamento, anche all’interno della propria struttura organizzativa. Il consiglio di amministrazione della Banca ha nominato il nuovo direttore generale, Salvatore Nardiello, 53 anni dirigente bancario di lungo corso, già direttore generale nel movimento cooperativo, con lunga esperienza manageriale nel mondo delle banche popolari. “Al nuovo direttore generale auguriamo buon lavoro – ha commentato il presidente Emanuele di Palma - nella convinzione che la banca potrà proseguire il percorso di crescita degli ultimi decenni. Questa nomina è ispirata da un lato alla continuità gestionale e dall’altro al consolidamento di un processo di sviluppo innovativo e resiliente, nel quadro di un progetto di lungo termine che ci ha portato finora a conseguire risultati sempre più apprezzabili, nelle nostre aree di competenza come anche nel panorama più ampio del credito cooperativo italiano. Salvatore Nardiello conosce le dinamiche del sistema cooperativo e sono certo che la sua esperienza valorizzerà ulteriormente la mission della BCC San Marzano e il suo ruolo di motore di sviluppo del territorio”. Intanto emergono positive le anticipazioni sui dati di bilancio, che nei primi 9 mesi dell’anno vedono la raccolta sfiorare i 700 milioni di euro (+8%) , in particolare quella indiretta (+11%) mentre gli impieghi, grazie ai finanziamenti a sostegno di famiglie e imprese, hanno superato i 334 milioni ( +8%), con un significativo indice di copertura dei crediti deteriorati, che al 30 settembre 2021 ha raggiunto il 71%, rispetto al 65% dei primi 9 mesi del 2020, mettendo in evidenza la centralità della qualità del credito. Il CET 1 Ratio pari 24,8% si conferma molto al di sopra dei requisiti regolamentari, testimoniando la sana e prudente gestione di una banca solida al servizio della comunità. “Sono numeri importanti – ha precisato il Presidente - che sono stati raggiunti durante mesi difficili, in piena pandemia e con le risorse del Next Generation Ue solo in fase di elaborazione. La BCC San Marzano è andata oltre il tradizionale fare banca promuovendo, per soci e clienti, una consulenza a 360 gradi che negli anni ha assunto un ruolo centrale”. Un esempio tra tutti è la finanza agevolata che in questa fase di ripresa e di rilancio è risultata sicuramente decisiva: la BCC San Marzano non a caso si è organizzata con una struttura di 15 unità dedicate a garantire assistenza a tempo pieno per lo sviluppo delle imprese e delle professionalità del territorio,dall’analisi dei progetti alla selezione delle agevolazionidisponibili sino alla rendicontazione.

“Siamo in un periodo complesso ma di grandi opportunità – ha concluso di Palma – molto dipenderà dalla capacità di utilizzare al meglio le risorse, pubbliche e private, che saranno messe a disposizione. Il sistema delle banche locali avrà un ruolo chiave per guidare, assieme ai soci e alleimprese, una nuova fase di sviluppo, in cui poter finalmente ridurre il gap tra Nord e Sud del Paese, ma anche le eccessive diseguaglianze tra territori e livelli sociali. L’entità delle risorse è importante, ma lo è ancor più il salto di qualità culturale necessario per garantire un futuro più green e più sostenibile alle nuove generazioni. Noi siamo pronti a fare fino in fondo la nostra parte”.

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