Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1655)

“Dov’è il piano industriale di Acciaierie d’Italia, tutti ne parlano ma nessuno l’ha visto, perché non c’è, non esiste, è un esercizio di metafisica …”

Sono le parole con cui l’ambientalista Alessandro Marescotti, di Peacelink, commenta 

l’ennesimo della serie di paradossi che stanno costellando le vicende di ex Ilva ora Acciaierie d’Italia. 

La questione questa mattina è stata posta all’attenzione del prefetto di Taranto dal Comitato cittadino per la Salute e l’Ambiente. 

“Oggi - ci spiega Marescotti- abbiamo incontrato il prefetto per tre ragioni, la prima per manifestargli tutta la nostra totale contrarietà a un’accelerazione del ritmo della produzione del carbon coke, relativamente alla richiesta fatta dall’azienda al ministero della Transizione ecologica di modificare l’Autorizzazione integrata ambientale. È la prima volta che accade una cosa del genere, cioè che si provi apertamente a renderla peggiore, in passato si è tentato di non applicarla ma questa è la prima volta che si chiede una vera e propria marcia indietro. La seconda è relativa al rapporto dell’Onu sull’Italia che a proposito di inquinamento e violazione dei diritti umani dedica un approfondimento a Taranto evidenziando la gravità della situazione. Il rapporto è stato consegnato al prefetto.  La terza riguarda il piano industriale di cui tutti parlano e scrivono ma che di fatto non esiste. Io l’ho cercato, ho chiesto ai sindacati, ai giornalisti, ma non c’è e la cosa ci è stata confermata anche dal prefetto, c’è un discorso, ma un piano messo nero su bianco no…”

L.C. 

Il nuovo piano industriale di Acciaierie d’Italia, ex Ilva, guarda a una prospettiva di 10 anni e non più di 5, come era il precedente targato solo da ArcelorMittal. In quest’arco temporale abbandona il ciclo integrale e il carbon coke e vira sull’idrogeno, ma quello che emerge sin d’ora è che “il clima è cambiato. Il presidente Franco Bernabé è in sella, sa di gestione industriale, e che si sia respirato oggi al Mise un clima diverso, lo dimostra il fatto che nessuno di noi ha alzato gli scudi”. Lo dicono ad AGI fonti sindacali dopo il vertice di oggi pomeriggio su Acciaierie d’Italia, ex Ilva, con azienda e Governo. Da parte sua, il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti sottolinea che il nuovo piano "è realistico ma non semplice" perché "il passaggio all’idrogeno e la gestione e le conseguenze degli aspetti occupazionali hanno bisogno di tempo”.

 

Per questo, prosegue il ministro dello Sviluppo economico, e alla luce del fatto che “il quadro delineato oggi è più complicato di quanto ci aspettassimo, serve fiducia e speranza da parte di tutti coloro che oggi siedono a questo tavolo. Il governo farà la sua parte, continuerà a lavorare con spirito costruttivo mettendo ordine in un pacchetto di norme e di strumenti che consentano di gestire la fase di transizione verso il green di un settore strategico quale quello dell’acciaio”. Nel corso dell'incontro il presidente Bernabè e l'amministratore delegato dell'azienda Morselli hanno illustrato le linee guida del nuovo piano industriale che ha l'obiettivo decennale di arrivare alla completa decarbonizzazione dello stabilimento di Taranto di Acciaierie d'Italia.

    Il nuovo piano, che prevede un investimento complessivo di 4,7 miliardi di euro, si articolerà su 4 obiettivi che dovranno garantire nei prossimi anni la continuità produttiva attraverso il ritorno alla piena occupazione dei lavoratori entro il 2025, il raggiungimento della sostenibilità ambientale nella produzione di acciaio con il passaggio dal carbone all'idrogeno e con l'utilizzo di forni elettrici. Tutto ciò perseguendo gli obiettivi di sostenibilita economica per ottenere un prodotto competitivo sul mercato, per qualità e per costo, che consenta di raggiungere i livelli di crescita produttiva prevista in 8 milioni di tonnellate al 2025. Entro questa data gli investimenti in tecnologie innovative, alcuni già avviati, consentiranno già una riduzione di circa il 40% di CO2 e del 30% delle polveri sottili.

 

“Il nuovo obiettivo - spiegano le fonti sindacali - è la totale decarbonizzazione della fabbrica e questa hai bisogno di dieci anni per farla”. Rispetto al piano presentato tempo addietro solo da ArcelorMittal, quello nuovo cui sta lavorando la società Acciaierie d’Italia, fatta dal pubblico Invitalia e dal privato ArcelorMittal, prevede una produzione di acciaio mista: parte col ciclo integrale, rifacendo l’altoforno 5, il più grande d’Europa spento dal 2015, e parte, per 2,5 milioni di tonnellate, col forno elettrico alimentato dal Dri. Il forno elettrico ora rimane, ma costituisce una tappa intermedia del percorso, collocata dal 2024 al 2025.

    Oggi al Mise è stato annunciato che si è al lavoro per formare la società che gestirà l’impianto di preridotto. Società che sarà partecipata dallo Stato e da altri privati, ma non da ArcelorMittal. Non sono stati dati numeri produttivi ma l’ex Ilva “ridisegnata” dovrebbe puntare a 8 milioni di tonnellate di acciaio. Quali sono, però, i problemi di una transizione di dieci anni? Le fonti sindacali li riassumono così ad AGI. Anzitutto i soldi. “Dismettere nell’arco di dieci anni il ciclo integrale e puntare tutto sull’idrogeno, richiede investimenti per 4,7 miliardi. Per i sindacati, oggi "è emerso chiaro che questi soldi vanno trovati perché in Acciaierie d’Italia non c’è un privato che mette li metta, visto che la corporate ArcelorMittal ha fatto uscire dal perimetro del gruppo, attraverso il deconsolidamento, la parte italiana”.

 

 Altro problema, poi, ma questo impatta soprattutto il preridotto, è il costo del gas, nel frattempo salito di molto. “Come si riuscirà a mantenere una produzione competitiva?” è l’interrogativo emerso al tavolo. Inoltre, la riconversione totale della fabbrica porrà anche la necessità di cambiare tutto il piano energetico del sito. Oggi gli altiforni, con i gas di recupero, alimentano il ciclo produttivo, domani - è emerso al tavolo - non sarà più così e un polo produttivo come l’ex Ilva di Taranto potrebbe arrivare ad assorbire sino al 2 per cento dei consumi energetici del Paese. 

    C’è inoltre una questione più immediata: la gestione contingente. Le fonti sindacali spiegano ad AGI che “Bernabè ha ammesso che l’azienda non ha i soldi. Con gli impianti sotto sequestro, nessuno ti elargisce un fido di 3-400 milioni per far girare il circolante”. Sul rifacimento dell’altoforno 5, emerse poi due visioni. Contrario il governatore di Puglia, Michele Emiliano, presente al tavolo, favorevoli i sindacati a condizione che il rifacimento - un impianto che in esercizio potrebbe fare la differenza in termini produttivi - avvenga con le tecnologie più moderne.

    Altro punto richiamato dai sindacati, la possibilità che il Governo metta in campo una legge per tutti i settori che prima o poi dovranno affrontare la partita della transizione e della decarbonizzazione. “Si pensa non alla cassa integrazione - si afferma - ma a progetti sociali che aiutino la sostenibilità, alla possibilità di prepensionare i lavoratori che hanno i requisiti, alla possibilità di pensionare prima coloro che sono stati esposti all’amianto, alla formazione e riqualificazione professionale. Il presidente Emiliano in proposito ha detto: in dieci anni, facendo leva sul Pnrr, non riusciamo a portare a Taranto nuovi investitori?” Nessuna data di aggiornamento del tavolo. Solo un impegno di massima, quello di rivedersi a gennaio. 

Serviranno 10 anni per la transizione dell’ex Ilva verso la sostenibilità ambientale e la decarbonizzazione. Questo orizzonte temporale lungo è stato annunciato dall’ad di Acciaierie d’Italia, Lucia Morselli, nel tavolo in corso al Mise. Lo affermano fonti presenti al tavolo. L’azienda prevede investimenti per 4,7 miliardi di euro per passare ai forni elettrici e all’idrogeno, ridisegnando così il ciclo produttivo dell’acciaio oggi fondato sul carbon coke. Ipotizzato anche un ampio ricorso agli ammortizzatori sociali per gestire l’attuazione del piano. 

Riapproda questo pomeriggio al Mise (inizio alle 14) la vicenda ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia. E riapproda col suo carico di problemi irrisolti a un anno (10 dicembre 2020) dalla firma dell’accordo che portò Invitalia, per conto dello Stato, nel capitale dell’azienda siderurgica e quindi alla nascita della nuova società  Acciaierie d’Italia dove ArcelorMittal è il partner privato.

    La vicenda torna al Mise anche con qualche novità e qualche attesa. La novità è che rispetto agli incontri precedenti presieduti dal ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, questo è il primo confronto triangolare: la nuova società, i sindacati e il Governo. Sinora, invece, Giorgetti ha solo incontrato i sindacati. L’attesa, invece, riguarda la presentazione del nuovo piano industriale, riscritto rispetto a quello presentato dal privato Mittal molti mesi addietro, nuovo piano già slittato di alcuni mesi rispetto agli annunci iniziali.

 

La chiave di volta del nuovo piano industriale sarà la sostenibilità ambientale e la riduzione delle emissioni. A ottobre scorso, in un’audizione alla Camera, il ministro Giorgetti dichiarò che “il piano industriale legato all’accordo del 10 dicembre 2020 prevede la costruzione di un forno elettrico alimentato dal preridotto, Dri, attraverso un nuovo impianto realizzato e gestito da una newco a partecipazione pubblica”. “Gli investimenti stimati in funzione delle scelte tecniche - proseguì Giorgetti - variano da 900 milioni a un miliardo e mezzo. Invitalia è stata incaricata di procedere alla costituzione della newco in modo di completare le analisi di fattibilità industriale ed economica finanziaria e ambientale del progetto”. “La copertura finanziaria degli investimenti all’avvio della produzione del Dri - rilevò ancora il ministro - può essere assicurata alle risorse del Pnrr che alloca 2 miliardi di euro a valere sull’investimento 3.2, utilizzo dell’idrogeno in settori hard to abate”. 

    I sindacati, oltre a voler conoscere il nuovo piano industriale, attendono di capire cosa avverrà nella transizione (tempi, modalità, ricadute, prospettive, investimenti) e come si tutelerà l’occupazione (10.700 nel gruppo di cui 8.200 a Taranto, indotto escluso) nel passaggio a nuove forme di produzione come il forno elettrico. Oltre che all’ambiente, dicono i sindacati, serve prestare molta attenzione anche al sociale per evitare di ritrovarsi con molti esuberi.

    A Taranto, intanto, la fabbrica continua a vivere un periodo critico. Sta per finire una tranche di cassa integrazione ordinaria chiesta ed avviate a fine settembre per un numero massimo di 3.500 addetti e se ne sta per aprire un’altra, dal 27 dicembre, per altre 13 settimane, per lo stesso numero di dipendenti. In più sono fermi altoforno 4, per importanti lavori, acciaieria 1 - come effetto di trascinamento dello stop di altoforno 4 -, Treno nastri 2, Produzione lamiere 2 ed altri impianti.

    L’azienda si era data 5 milioni di tonnellate di acciaio come obiettivo di produzione per il 2021, primo step di risalita dopo un 2020 pessimo e non solo per la pandemia (3,4 mln di tonnellate), ma quest’obiettivo, con tutte le vicissitudini che hanno riguardato gli impianti nei mesi scorsi, con diverse fermate, appare di problematica realizzazione. E il siderurgico di Taranto vive la singolare condizione di marciare a passo ridotto rispetto alle proprie potenzialità e all’autorizzazione produttiva (6 mnl di tonnellate annue) proprio mentre tutti gli acciaieri vivono un momento magico, producono a gonfie vele e realizzano volumi e ricavi importanti. 

“Questa volta il ricorso agli ammortizzatori sociali riguarda, già a partire da domani, anche la fascia di controllo, rappresentata da impiegati e capireparto, contattati e informati”. Lo dichiara il sindacato Usb a proposito della cassa integrazione nell’ex Ilva di Taranto, ora Acciaierie d’Italia. Usb afferma che si tratta di un “elemento di novità rispetto al passato” ed è conseguente al fatto che “dalla prossima settimana si fermano completamente i reparti Pla 2 (Produzione Lamiere) e Laf (Laminatoio a Freddo), e a cascata Staff, Servizi e Officine Generali. Si prevede inoltre anche la fermata del Tubificio Erw”. 

 

Per Usb, “tutto quello che avevamo previsto, si sta verificando: nuove fermate, dunque, oltre quelle già annunciate la scorsa settimana. Il risultato è che lo stabilimento sarà paralizzato quasi per il 70%. Fatto assai strano - dice Usb - perché, mentre il mercato dell'acciaio è in ascesa, lo stabilimento subisce un pericoloso stop con tutte le carenze strutturali e gestionali. Da un lato le false promesse con l'annuncio dell'acquisto di quattro nuove gru, dall'altro la cruda e chiara realtà della cassa integrazione. Dallo Stato, che finora è stato uno spettatore immobile - conclude Usb - ci aspettiamo lunedì 13 dicembre, in occasione dell'incontro programmato al Mise, una presa posizione netta in difesa degli interessi dei lavoratori e del territorio”. 

In un quadro congiunturale ancora segnato dagli effetti della pandemia, la BCC San Marzano continua a guardare al futuro e ad anticipare il cambiamento, anche all’interno della propria struttura organizzativa. Il consiglio di amministrazione della Banca ha nominato il nuovo direttore generale, Salvatore Nardiello, 53 anni dirigente bancario di lungo corso, già direttore generale nel movimento cooperativo, con lunga esperienza manageriale nel mondo delle banche popolari. “Al nuovo direttore generale auguriamo buon lavoro – ha commentato il presidente Emanuele di Palma - nella convinzione che la banca potrà proseguire il percorso di crescita degli ultimi decenni. Questa nomina è ispirata da un lato alla continuità gestionale e dall’altro al consolidamento di un processo di sviluppo innovativo e resiliente, nel quadro di un progetto di lungo termine che ci ha portato finora a conseguire risultati sempre più apprezzabili, nelle nostre aree di competenza come anche nel panorama più ampio del credito cooperativo italiano. Salvatore Nardiello conosce le dinamiche del sistema cooperativo e sono certo che la sua esperienza valorizzerà ulteriormente la mission della BCC San Marzano e il suo ruolo di motore di sviluppo del territorio”. Intanto emergono positive le anticipazioni sui dati di bilancio, che nei primi 9 mesi dell’anno vedono la raccolta sfiorare i 700 milioni di euro (+8%) , in particolare quella indiretta (+11%) mentre gli impieghi, grazie ai finanziamenti a sostegno di famiglie e imprese, hanno superato i 334 milioni ( +8%), con un significativo indice di copertura dei crediti deteriorati, che al 30 settembre 2021 ha raggiunto il 71%, rispetto al 65% dei primi 9 mesi del 2020, mettendo in evidenza la centralità della qualità del credito. Il CET 1 Ratio pari 24,8% si conferma molto al di sopra dei requisiti regolamentari, testimoniando la sana e prudente gestione di una banca solida al servizio della comunità. “Sono numeri importanti – ha precisato il Presidente - che sono stati raggiunti durante mesi difficili, in piena pandemia e con le risorse del Next Generation Ue solo in fase di elaborazione. La BCC San Marzano è andata oltre il tradizionale fare banca promuovendo, per soci e clienti, una consulenza a 360 gradi che negli anni ha assunto un ruolo centrale”. Un esempio tra tutti è la finanza agevolata che in questa fase di ripresa e di rilancio è risultata sicuramente decisiva: la BCC San Marzano non a caso si è organizzata con una struttura di 15 unità dedicate a garantire assistenza a tempo pieno per lo sviluppo delle imprese e delle professionalità del territorio,dall’analisi dei progetti alla selezione delle agevolazionidisponibili sino alla rendicontazione.

“Siamo in un periodo complesso ma di grandi opportunità – ha concluso di Palma – molto dipenderà dalla capacità di utilizzare al meglio le risorse, pubbliche e private, che saranno messe a disposizione. Il sistema delle banche locali avrà un ruolo chiave per guidare, assieme ai soci e alleimprese, una nuova fase di sviluppo, in cui poter finalmente ridurre il gap tra Nord e Sud del Paese, ma anche le eccessive diseguaglianze tra territori e livelli sociali. L’entità delle risorse è importante, ma lo è ancor più il salto di qualità culturale necessario per garantire un futuro più green e più sostenibile alle nuove generazioni. Noi siamo pronti a fare fino in fondo la nostra parte”.

 La rimodulazione delle risorse del Contratto istituzionale di sviluppo Taranto e il salvataggio del progetto industriale Ferretti, decisi ieri dal Tavolo presieduto dal ministro per il Sud, Mara Carfagna, consente anche di riprendere idee progettuali di oltre un anno fa che non erano più andate avanti. È il caso dell’area della cava Lamastuola, nel comune di Crispiano, 35 ettari la cui bonifica è affidata ai commissari di Ilva in amministrazione straordinaria.

    Per questa cava, i commissari di Ilva avevano interpellato l’archistar Massimiliano Fuksas, il quale aveva presentato un progetto di massima, non esecutivo, che prevede nell’area di Lamastuola, una volta bonificata, una serie di cupole, costruite con l’acciaio del siderurgico di Taranto e ricoperte di verde. 

 

Sotto le cupole dovranno trovare spazio attività diverse, da Università a luoghi per congressi. Oggi, nella riunione del Tavolo, presenti anche i commissari Ilva, apprende AGI, non sono state dirottate risorse su questo progetto ma si è deciso di riprenderlo per esaminarlo. 

    La linea scaturita al Tavolo, spiegano le fonti interpellate da AGI, è quella di definanziare temporaneamente, per 42,8 milioni, l’acquario previsto nella stazione torpediniere sul Mar Piccolo (ceduta dalla Marina Militare all’Autorità portuale di Taranto) per spostare questi soldi su altre misure più urgenti oppure già in corso.

    È il caso, per esempio, del nuovo investimento Ferretti per la costruzione degli scafi degli yacht (14 milioni la quota dirottata dall’acquario), ma anche della bonifica ex Cemerad, che contiene ancora un quantitativo di fusti a bassa radioattività, della trasformazione in Museo di una parte dell’Arsenale della Marina Militare, nonché delle azioni a sostegno dei comuni dell’area di crisi ambientale di Taranto: oltre al capoluogo, Statte, Montemesola, Massafra e Crispiano. 

 

Le fonti interpellate da AGI spiegano che oggi il ministro Carfagna ha dichiarato che è inutile tenere risorse bloccate su interventi la cui cantierizzazione non è immediata, come l’acquario, anche perché nel frattempo sono stati cambiati, mentre ci sono progetti che possono partire prima o completare.

    Il responsabile unico del Cis Taranto ha portato poi al tavolo una “due diligence” da cui scaturisce che, essendo cambiato il progetto dell’acquario, che ora sarà digitale divenendo più centro di ricerca, anche il fabbisogno stimato inizialmente (50 mln) è cambiato e quindi si aprono spazi per rivedere l’allocazione di queste risorse. Nel frattempo, resta un milione e mezzo di euro per la nuova progettazione dell’acquario che diviene un Centro multimediale dedicato alla cultura del mare.

    Per il progetto Ferretti, 200 posti di lavoro, le fonti interpellate da AGI affermano che “ora che si è chiusa la parte finanziaria, si dovrebbe procedere, ma oggi non sono state fornite date al riguardo, per la stipula dell’accordo in base all’articolo ex 252 bis del Codice dell’ambiente che riguarda bonifica e reindustrializzazione ed è di competenza dei ministeri dello Sviluppp economico e della Transizione ecologica”.  Infine, non è stata progtammata una nuova riunione del tavolo del Cis Taranto ma il responsabile unico del Contratto avrà incontri con le singole parti coinvolte. 

Nei prossimi giorni l’ex Ilva di Taranto (ora Acciaierie d’Italia) prevede di mettere in cassa integrazione circa 2500 persone nell’ambito della procedura già in corso che vede una richiesta di cig, come numero massimo, di 3.500 unità. Lo dicono fonti sindacali dopo l’incontro avuto oggi pomeriggio a Taranto con Acciaierie d’Italia per l’apertura della nuova procedura di cassa integrazione ordinaria dal 27 dicembre, per un periodo di 13 settimane, e un numero massimo, anche in questa occasione, di 3.500 dipendenti diretti. 

 

“A ridosso di Natale molti reparti e impianti si fermeranno - dichiara ad AGI Gennaro Oliva, coordinatore di fabbrica Uilm - per poi ripartire dopo l’Epifania. Ai 2.500 in cassa vanno poi aggiunti i lavoratori che in questo periodo di fine anno hanno preso ferie”.     “L’incontro odierno con Acciaierie d’Italia - dice Oliva - è stato del tutto inconcludente e probabilmente é stato pure inutile farlo visto che il 13 dicembre andremo al Mise. L’azienda ha confermato la sua inaffidabilità. Ci ha presentato un lungo elenco di attività che si fermeranno nei prossimi giorni ma non ci ha detto nulla su che succede per il personale delle manutenzioni e delle officine centrali. Questa forza lavoro resta in fabbrica - conclude Oliva - per gli interventi necessari oppure finisce anch’essa, come teniamo, in cassa integrazione?” 

Si riaccende lo scontro sull’Ilva di Taranto, ora Acciaierie d’Italia, a pochi giorni (il 13 dicembre) dal vertice convocato al Mise dal ministro Giancarlo Giorgetti con sindacati e azienda. L’associazione ambientalista Peacelink, molto attiva sul fronte dell’acciaieria, ha scritto al ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, per opporsi alla richiesta inoltrata al ministero da Acciaierie d’Italia “volta a ottenere l'autorizzazione ad un maggior numero di sfornamenti di carbon coke dalle batterie attualmente in uso”. 

 

“E' una richiesta che ci ha lasciato allibiti - sostiene Alessandro Marescotti di Peacelink - in quanto è una evidente modifica peggiorativa dell'autorizzazione integrata ambientale dell'Ilva del 2012 che fissa a 24 ore il tempo di distillazione del coke. Acciaierie d'Italia chiede di essere autorizzata a ridurre i tempi di distillazione del carbon coke. Una riduzione dei tempi di distillazione porta necessariamente a far marciare più rapidamente i forni e questo provoca tecnicamente un incremento delle emissioni. Tale modifica richiesta da Acciaierie d'Italia - prosegue Peacelink - riguarda la cokeria, uno degli impianti più critici e inquinanti dello stabilimento Ilva, da cui fuoriescono sostanze notoriamente cancerogene come il benzene e gli idrocarburi policiclici aromatici”.

    Peacelink sostiene che “nell’Autorizzazione Integrata Ambientale del 2012 c'era una norma molto importante che, allungando il tempo di distillazione del coke a 24 ore, rallentava i ritmi di produzione della cokeria. Se venisse accettata la richiesta di Acciaierie d'Italia - si evidenzia - i ritmi di produzione ritornerebbero ad essere accelerati e le tre batterie della cokeria in funzione produrrebbero per quattro, aggirando il recente stop della batteria 12”. Inoltre, “riducendo le ore di cottura del coke, verrebbero aumentati gli sfornamenti e con essi le famigerate emissioni di sostanze cancerogene della cokeria”. Secondo Marescotti, “stiamo assistendo sbigottiti a questo tentativo di allentare i vincoli dell'Autorizzazione ambientale del 2012. L'ingresso dello Stato nell'azienda, così facendo, riduce le tutele ambientali invece di aumentarle, esponendo lavoratori e cittadini a ulteriori rischi sanitari inaccettabili”.

Sulla questione si registra netta la presa di posizione di Legambiente.

“L'allungamento a 24 ore dei tempi di distillazione del coke è una delle misure previste dall'Autorizzazione integrata ambientale, fortemente voluta a suo tempo anche da Legambiente, ed è stata imposta nell'ultimo piano ambientale, a fronte della richiesta aziendale di ridurli, per il conseguente aumento delle emissioni inquinanti. Non c'è spazio per alcun annacquamento e per alcuna modifica che non sia validata da una preventiva valutazione dell'impatto sanitario del complesso degli impianti”. Legambiente prende posizione contraria in merito alla richiesta formulata da ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia, al ministero della Transizione ecologica per una revisione dell’Aia rilasciata al siderurgico di Taranto nel 2012 nella parte relativa ai tempi di distillazione del coke nelle batterie della cokerie. A fronte dello stop per lavori di messa a norma della batteria 12, l’azienda chiede di sottoporre a minor tempo di distillazione il carbon coke nelle altre batterie basandosi sul fatto che queste sono state nel frattempo rifatte e ammodernate. Il coke è uno dei materiali usati nel ciclo siderurgico.

 

 Legambiente ricorda di aver già espresso posizione negativa sul punto lo scorso agosto. La vicenda della batteria 12 nell’ex Ilva di Taranto è stata anche al centro di uno scontro tra ministero della Transizione ecologica e azienda, sfociato anche al Tar del Lazio dove l’ex Ilva ha impugnato il decreto del ministro Roberto Cingolani che obbligava l’azienda a spegnere la batteria 12 dall’1 luglio scorso  per mancato adempimento, entro fine giugno, delle prescrizioni ambientali. “In attesa di verificare i contenuti di un nuovo piano industriale perennemente annunciato e che continua a non vedere la luce, torniamo per l'ennesima volta a chiedere al Governo di vincolare la capacità produttiva presente e futura agli esiti di una valutazione dell'impatto sanitario che verifichi sia l'impatto degli impianti nelle attuali condizioni di funzionamento che che quello conseguente alla completa attuazione delle prescrizioni previste dalla Autorizzazione integrata ambientale”, rileva Legambiente. 

In bilico la realizzazione a Taranto del nuovo investimento da 200 milioni e 200 posti di lavoro diretti del gruppo Ferretti per uno stabilimento addetto alla costruzione degli scafi degli yacht. L’impianto sorgerebbe sull’ex yard Belleli, che affaccia su Mar Grande, attraverso un concorso di risorse pubbliche e private destinate sia alla bonifica dell’area che all’investimento vero e proprio.

    Il tavolo permanente del Contratto istituzionale di sviluppo per l’area di Taranto (Cis), convocato per la mattinata del 7 dicembre dal ministro per il Sud, Mara Carfagna è chiamato a sciogliere i nodi prima della fine dell’anno, data ultima per salvare l’investimento su Taranto, che altrimenti il gruppo Ferretti porterebbe all’estero. 

 

 Il problema riguarda la copertura con fondi pubblici dell’accordo di programma per Ferretti per la parte che coinvolge il Governo. Per superare l’empasse, il ministro Carfagna propone di definanziare l’acquario green (si tratta di un acquario con scopi di ricerca che costituisce anch’esso un progetto del Cis Taranto) dell’intera somma prevista, 50 milioni, e di spostarne 14 sull’accordo per Ferretti e il resto su altre misure del Contratto di sviluppo.     La proposta è all’odg del tavolo del 7 dicembre e Forza Italia si è già detta d’accordo anche perché il progetto dell’acquario green non è ancora specificato e le sue ricadute tutte da valutare.

    Fonti parlamentari spiegano ad AGI “che il problema riguarda proprio il salvataggio entro il 31 dicembre del contratto di programma dei Cantieri Ferretti. Il Mise - affermano le fonti - dice di non riuscire a trovare i 14 milioni mancanti mentre la Regione Puglia ha pienamente adempiuto agli accordi iniziali. Ecco perché Carfagna vorrebbe proporre di rimodulare i 14 milioni, parte della somma stanziata per l’acquario, per chiudere il cerchio”. 

 

“La Regione Puglia - aggiungono le fonti parlamentari ad AGI - ha già formalizzato che tiene alla realizzazione dell’acquario e chiesto garanzie formali su finanziamento completo per realizzare l’opera, anche se al momento non ha ancora un progetto definitivo”. 

    A favore dell’acquario green si schiera con varie voci l’M5S, anche perché fu l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Mario Turco, all’epoca coordinatore del Cis e oggi tra i vice presidenti nazionali pentastellati, a proporlo. Oggi M5S Taranto ha dichiarato che “non è il momento di definanziare nessuno dei progetti per la riconversione di Taranto perché Taranto non può rinunciare al suo futuro. Non possiamo accettare nessun definanziamento nella prossima riunione del Cis fissata per il 7 dicembre”.

    Riferendosi all’acquario e a Ferretti, per l’M5S, “mancano “spiccioli” (14 milioni di euro) per conservare i due progetti, già finanziati nel 2020 dal Governo Conte II per 250 milioni così come si può evincere dalle delibere Cipe già in Gazzetta Ufficiale. Per il Gruppo Ferretti - si specifica - siamo già al progetto esecutivo e per l’acquario green al progetto definitivo”. 

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