Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1673)

Per le aziende dell’indotto ex Ilva è oramai questione di sopravvivenza: se non arriveranno risorse urgenti per far fronte alla crisi di liquidità dovuta ai crediti vantati nei confronti di Acciaierie d’Italia – parliamo di circa 100 milioni di euro – sarà emergenza sociale.

 

Lo hanno dichiarato a chiare lettere già da tempo e per molte di queste imprese il rischio è la chiusura, con il conseguente licenziamento di migliaia di unità lavorative. La situazione, oramai gravissima, è stata nei giorni scorsi oggetto di confronto fra il Presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma, e il Presidente di Confindustria Puglia Sergio Fontana: un incontro reso urgente a causa della situazione di eccezionalità venutasi a creare e deflagrata nelle ultime settimane. I presidenti hanno preso atto, dati alla mano, di una condizione che investe un centinaio di realtà produttive che potrebbe rivelarsi non più gestibile in un arco di tempo ristretto, con conseguenze immaginabili sul fronte della tensione sociale ed eventuali ulteriori effetti non più governabili.  

 

A parere di Confindustria Puglia e Taranto l’unica soluzione possibile rimane pertanto uno specifico provvedimento da parte di Invitalia, (Agenzia per lo sviluppo d’impresa di proprietà del Ministero dell’Economia e socio di minoranza di Adi,) in grado di assicurare la continuità del funzionamento produttivo dell’impianto siderurgico di Taranto attraverso uno stanziamento di risorse ad hoc che possa supportare lo stato di sofferenza delle aziende dell’indotto.

 

 

 

L’appello che Sergio Fontana e Salvatore Toma lanciano ad Invitalia si riferisce in particolare alla norma contenuta nel decreto Aiuti bis, annunciata i primi di agosto dai Ministri Giorgetti e Orlando e varata per il sostegno alla siderurgia, che prevedeva la possibilità per l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa di sottoscrivere “aumenti di capitale o diversi strumenti, comunque idonei al rafforzamento patrimoniale, anche nella forma di finanziamento soci in conto aumento di capitale, sino all'importo complessivamente non superiore a un miliardo di euro per l'anno 2022”.

 

Parte di quelle risorse, questa l’istanza avanzata da Confindustria, potrebbero essere destinate, rendendole direttamente fruibili per le aziende, a quella platea di fornitori che oggi soffrono pesantemente l’accumularsi di crediti insoluti. Imprenditori per la gran parte già penalizzati con la crisi del 2015 (a seguito della quale persero 150 milioni di crediti riconosciuti e confluiti nello stato passivo) che vedeva quale loro interlocutore non Arcelor Mittal né Adi (non ancora subentrate) bensì Ilva in A.S.

 

In tal modo – questa la sostanza dell’appello a Invitalia, a cui si chiede di far presto  - si assicurerebbe non solo la tenuta (e in molti casi la salvezza) di queste aziende, oramai ridotte allo stremo, ma la stessa continuità dell’acciaieria, qualificata come è risaputo quale stabilimento di interesse strategico nazionale, le cui sorti sono strettamente legate a quelle dell’indotto.

“La situazione è diventata surreale – dichiarano i due Presidenti – perché se per un verso si stanziano ingenti risorse per il futuro, la decarbonizzazione e il preridotto, come certifica l’ultimo decreto Aiuti Ter, per altri versi, quelli oramai sotto gli occhi di tutti, c’è una fabbrica che naviga a vista, senza alcuna certezza né prospettiva di alcun genere”.

“Acciaierie d’Italia informa che in data odierna si è verificato un incendio circoscritto che ha interessato il decatreno dello stabilimento di Novi Ligure”. Lo dichiara, in una nota, la società siderurgica con stabilimenti a Taranto, Genova, Racconigi oltre che a Novi Ligure. “L'evento - spiega la società  - è stato immediatamente posto sotto controllo, senza alcun danno alle persone e all'ambiente. L'azienda effettuerà tutti gli accertamenti del caso sulle cause dell'accaduto. Non sono previsti impatti sugli impegni programmati di produzione”.

 

“Da Taranto a Novi passando per Genova: la fabbrica crolla nel silenzio più assoluto della politica”. Lo dichiara il coordinamento nazionale siderurgia del sindacato Usb a proposito dell’incendio di oggi all’impianto di decatreno di Novi Ligure. Usb afferma che “fortunatamente non si registrano feriti, ma sono andati a fuoco cavi, tubazioni, pannelli. Si stima una fermata che va da un minimo di 15/20 giorni ad un massimo di 3 mesi”. Per Usb, “all’aumento di capitale previsto nel decreto Aiuti bis, deve corrispondere il cambio dei manager a capo dello stabilimento: quelli attuali sono responsabili dei mancati interventi che in ogni sito espongono i lavoratori ad un rischio continuo di incidenti”. “È tempo che lo Stato acquisisca la maggioranza e inizi a gestire con buonsenso l'acciaieria, ponendo fine ad una fase della vita di questa fabbrica da archiviare - afferma Usb -. Abbiamo di fronte stabilimenti ridotti a colabrodo, che si mantengono in piedi a  malapena  e lavoratori che rischiano ogni giorno la loro vita”. “Lo Stato intervenga tempestivamente, prima che ci si ritrovi a parlare di conseguenze irreparabili”, conclude il sindacato.

La diffusione dell’energia eolica e i nuovi progetti spingono l’attività della Vestas a Taranto. Numeri positivi sono stati presentati dall’azienda nell’incontro con i sindacati. Il gruppo, attivo nella costruzione delle pale eoliche, a Taranto ha una presenza intorno alle 1.300 unità complessive. In particolare, ve ne sono circa 850 alla Vestas Blades, che si occupa della parte produttiva, e 445 alla Vestas Italia, che cura invece la parte commerciale e le manutenzioni. Entrambe le aziende sono nell’area industriale. Dei 445 di Vestas Italia, 288 sono operai e 155 impiegati; 428 hanno il contratto a tempo indeterminato. Inoltre, circa 50 addetti sono a Roma mentre il resto fanno capo a Taranto. Di quest’ultima quota, circa 350 sono in giro sugli impianti tra Italia e altri Paesi.

   Fonti sindacali spiegano ad AGI che l'anno prossimo Vestas produrrà a Taranto la pala eolica più lunga al mondo fra quelle sinora fabbricate, chiamata tecnicamente 236. In prospettiva, aggiungono le fonti, ci sono nuove assunzioni. Se ne stimano una ventina per Vestas Italia e molte di più per Vestas Blades che potrebbe anche spingersi a raddoppiare l’organico, “visto che per una sola fase di questa pala servono una trentina di unità contro le cinque delle altre tipologie di pala”. 

 

 In Italia Vestas non costruisce turbine, prodotte invece in Danimarca, Usa, Cina e  Germania. Diversi anni fa le turbine erano prodotte anche a Taranto. Presentando il quadro 2021-2022 ai sindacati, Vestas Italia ha dichiarato che l’anno scorso il fatturato è stato di 348,369 milioni, il risultato di esercizio di circa 6 milioni, i costi del personale pari a 31,681 milioni.

   Nel 2021, ha dichiarato la società presentando un quadro ai sindacati, “il settore eolico italiano ha registrato un notevole incremento delle installazioni passando dai 101 MW del 2020 ai circa 404 MW del 2021”. Vestas Italia ha installato circa 335 MW nel 2021 in linea con le previsioni del budget aziendale, corrispondente a circa l’83 per cento dell’installato dell’anno. Si è così attestata a circa 4,8 GW la potenza installata accumulata a fine 2021. Si tratta, spiega la società, di una quota pari al 44 per cento dell’installato totale in Italia. Nel 2022 Vestas prevede un installato di 300-320 MW, superiore alle previsioni del 2022, ed in linea con i volumi consolidati del 2021. Mentre a fine anno Vestas dovrebbe toccare i 5 GW di potenza installata.

 L’indotto ex Ilva a Taranto, con i lavoratori della metalmeccanica, dell’impiantistica, dei servizi, dei trasporti e dell’edilizia, prepara una nuova protesta a causa della insostenibilità della situazione originata dalla più complessiva crisi di Acciaierie d’Italia. Lo dichiarano oggi Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb (metalmeccanici) insieme alle sigle di categoria di edilizia, servizi e trasporti. “Nel silenzio più totale intorno, avvertiamo più che mai - rilevano i sindacati -, la possibilità di un vero e proprio corto circuito di uno degli anelli più deboli del sistema, rappresentato dagli appalti e dall’indotto”. “La terribile condizione di sofferenza rischia di far deflagrare una bomba sociale senza precedenti” affermano i sindacati, per i quali “gli impianti sono in uno stato comatoso ed i lavoratori continuano ad operare in condizioni di disagio continuo”.

 

“Sicurezza sul lavoro e certezza della retribuzione economica dei lavoratori non possono essere soggette a pseudo-strategie e mancanza di visione, pertanto - sostengono i sindacati - siamo pronti a far valere le ragioni dei lavoratori attraverso una grande mobilitazione del sistema dell’indotto e degli appalti che annunceremo nei prossimi giorni, in attesa della nuova compagine politica istituzionale dalla quale, a prescindere del colore, pretenderemo di prendersi le proprie responsabilità al fine di porre la parola fine alle difficoltà che attraversano i lavoratori”.

     “Siamo dinanzi ad un momento delicatissimo - rilevano tutti i sindacati - che, in attesa che le risorse messe a disposizione dal Governo si traducano in fatti, deve vedere un’assunzione di responsabilità da parte dell’azienda, tale da contemperare con ognuno dei diritti sacrosanti dei lavoratori”. I sindacati dicono infine che “utilizzo massiccio della cassa integrazione unito a scelte discutibili sulla tenuta di affidamenti degli appalti da parte di Acciaierie d’Italia, stanno determinando uno scenario surreale in cui non è più possibile attendere, né tantomeno cercare di giustificare l’ingiustificabile”.

Altre risorse pubbliche per sostenere l’acciaio. Col Dl Aiuti Ter il Governo ha infatti deliberato un miliardo per la svolta green della siderurgia italiana basata sull’uso negli impianti, dagli altiforni ai forni elettrici, del preridotto di ferro (un semilavorato) da produrre utilizzando come fonte di energia l’idrogeno da rinnovabili. Il preridotto ridurrà nella produzione l’uso di minerale, coke e rottame di ferro e abbasserà soprattutto le emissioni inquinanti. La svolta green dell’acciaio si colloca nel quadro del Pnrr.

   La norma di Aiuti Ter sul punto recita così: “Al fine di dare attuazione agli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, con riferimento agli investimenti legati all’utilizzo dell'idrogeno in settori hard-to-abate, alla realizzazione dell’impianto per la produzione del preridotto sono assegnate risorse finanziarie entro il limite di 1 miliardo di euro”. L’idrogeno dovrà derivare da fonti rinnovabili. Se ne occuperà una società ad hoc. Invitalia assumerà “ogni iniziativa utile all’apertura  del capitale della società a uno o più soci privati, in possesso di adeguati requisiti finanziari, tecnici e industriali, individuati mediante procedure selettive di evidenza pubblica”. 

 

Col Dl Aiuti Bis, invece, quasi due mesi fa il Governo ha previsto un altro miliardo ma in questo caso assegnato, tramite Invitalia, espressamente ad Acciaierie d’Italia, ex Ilva, mentre la disposizione di Aiuti Ter è per il settore siderurgico nel suo complesso. Con Aiuti Bis, nelle mani di Invitalia, partner pubblico di minoranza del privato ArcelorMittal che detiene invece la maggioranza, c’è sino ad un miliardo di euro da utilizzare per operazioni sul capitale di Acciaierie d’Italia rafforzandone la situazione patrimoniale.

   Tuttavia la sensazione diffusa, soprattutto nei sindacati nazionali metalmeccanici, è che per ora non accadrà nulla. Troppo complessa e delicata è la partita ex Ilva per decidere a una settimana dalle elezioni politiche. Invitalia, società del Mef, azionista di minoranza di Acciaierie d’Italia, è quindi orientata ad attendere l’insediamento del nuovo Governo prima di decidere quale scelta fare, visto che l’esecutivo  ha assegnato alla stessa Invitalia la tecnicalità dell’intervento. 

 

 Quanto a cosa fare del miliardo di euro, Acciaierie d’Italia spinge perché vada alla liquidità aziendale, perchè questo è il punto scoperto, con un circolante ridotto ai minimi termini ed una serie di costi da affrontare a partire da quelli del gas per finire al pagamento di indotto e fornitori, in forte sofferenza economica a Taranto. Il Governo, invece, vuole che le risorse di Aiuti Bis segnino una svolta nella gestione aziendale e affermino un più incisivo ruolo dello Stato (dopo l’accordo di fine maggio scorso, il passaggio dello Stato al 60 per cento del capitale di Acciaierie d’Italia è slittato a maggio 2024).

   In quanto al miliardo di Aiuti Ter per il preridotto e l’idrogeno, questo intervento green, riconducibile alla decarbonizzazione della siderurgia e in principal modo dell’ex Ilva di Taranto, è anche contemplato dal nuovo piano industriale di Acciaierie d’Italia che prevede più di 5 miliardi di investimenti in un orizzonte temporale a dieci anni a partire dal 2022. Per il preridotto a febbraio è stata costituita da Invitalia una società ad hoc che si chiama Dri Italia, la presiede Franco Bernabè, presidente di Acciaierie d’Italia. La spa è stata capitalizzata con 35 milioni dal Mef, elevabili a 70. L’impianto per produrre il preridotto dovrebbe sorgere a Taranto all’esterno del siderurgico. 

Un imprenditore di Barletta, titolare di un locale, Francesco Patruzzelli, lancia la provocazione e, per tutelare 15 dei suoi 56 dipendenti non licenziandoli, ha deciso di non pagare i 14mila euro arrivati per le utenze per l'energia elettrica. Una richiesta dell'azienda erogatrice che si aggiunge a un'altra bolletta da 12 mila euro, per la quale non è riuscito nemmeno ad ottenere la rateizzazione. “Ho mandato una pec alla compagnia energetica dove sono cliente da anni e ho chiesto la rateizzazione di quattro mesi, chiedendo di pagare i 12.000 euro a 3000 euro al mese a decorrere da agosto, ma mi è stato rifiutato. Ho conservato le pec e le ho già depositate al mio legale”, spiega. Al Governo, “chiediamo il blocco delle bollette, la tariffa unitaria in tutta Europa, che ci sia un tetto che non bisogna superare. Serve un organo di controllo a livello europeo - dice - e chiediamo, nell’immediato, che il governo faccia tassare tutte le compagnie energetiche. Questi sono, secondo me gli interventi da fare subito, perché la crisi riguarda tutti i settori non solo nella ristorazione”.

"Acciaierie D’Italia ora sta superando ogni limite. È una provocazione dal sapore di sfida al governo e alle istituzioni quella lanciata dall’azienda che, in tutti i siti del gruppo, continua a trasformare le ferie in cassa integrazione". E' quanto si legge in una nota unitaria di Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm, secondo cui "in queste ore i lavoratori di tutto il gruppo Acciaierie D’Italia stanno ricevendo il cedolino paga, relativamente alle competenze maturate nel mese di agosto e, come accaduto per le retribuzioni di luglio, le sorprese non mancano. Ancora una volta il management di Acciaierie D’Italia ha deciso di trasformare le ferie regolarmente programmate per il periodo estivo dai lavoratori in cassa integrazione, non tenendo conto delle verifiche che gli uffici dell’Ispettorato territoriale del lavoro sta effettuando, in seguito all’esposto presentato il 20 luglio 2022 dalle organizzazioni sindacali sia alla Itl che all’Inps". 

 

I sindacati, prosegue il comunicato, si sarebbero "auspicati da parte di acciaierie d’Italia una sospensiva da parte dell’azienda, rispetto allo scellerato modus operandi messo in atto; invece, l’atto di prepotenza dal sapore di provocazione, prosegue indisturbato con un rincaro della dose e violando leggi e contratto. Negli ultimi cedolini, infatti", proseguono, "oltre alle ferie, sono stati trasformati in cassa integrazione anche i permessi legge 104, i riposi maturati in seguito alle turnazioni e per donazione sangue. Tutto questo è inaccettabile. L’azienda continua ad applicare in modo unilaterale la sostituzione delle ferie programmate in cassa integrazione, toccando il personale al quale normalmente è applicata esclusivamente una cig parziale, ovvero lavoratori che operano su degli impianti e reparti attualmente operativi e che svolgono una rotazione della cassa integrazione. I lavoratori hanno diritto al ristoro psico-fisico correlato all’attività svolta. In tutto questo c’è anche un danno per le casse dello Stato, che si trova a riconoscere attraverso l’istituto della cig le 'ferie mascherate' che, in una normale condizione, avrebbe pagato Acciaierie D’Italia. Non capiamo come, di fronte, ad uno scempio di enorme vastità come questo", concludono i sindacati, "il governo, e in particolare i ministri dello Sviluppo economico e del Lavoro direttamente derisi da questi accadimenti, rimanga inerme e scarichi ogni responsabilità di controllo e indirizzo". 

“L’indotto ex Ilva è pronto a fermarsi. Presto la quiete sociale potrebbe esplodere a Taranto a causa di una politica miope alle annose problematiche che affliggono la metalmeccanica e navalmeccanica”. Lo dichiarano Antonio Lenoci, presidente della sezione metalmeccanica di Confindustria Taranto, e Fabio Greco, presidente dell’indotto ex Ilva e vicepresidente della sezione metalmeccanica e navalmeccanica di Confindustria Taranto, dopo una riunione svoltasi oggi. “Il gruppo degli imprenditori appartenenti all’indotto ex Ilva, insieme alle sezione metalmeccanica e navalmeccanica di Confindustria Taranto, stanchi degli impegni fin qui disattesi dal Governo sul rilancio di Acciaierie D’Italia, da cui dipendono le sorti delle aziende dell’indotto, in considerazione della grave situazione venutasi a creare conseguente alla mancanza di liquidità da parte della committente, in queste ore stanno vagliando una serie di iniziative per dire basta ad ogni forma di sopruso perpetrata ai danni delle imprese del territorio” annunciano Lenoci e Greco.

 

“Non vediamo alcuna prospettiva - si legge in una nota - mancano le commesse in quanto lo stabilimento va via via spegnendosi. Di questo passo tutte le aziende presto potrebbero fermarsi, con un conseguente danno sociale che si ripercuoterà inesorabilmente su altri settori”.     Per gli imprenditori, “non abbiamo più la possibilità di pagare gli stipendi ai nostri dipendenti. L’assenza di commesse e la mancata prospettiva di futuro sta creando una situazione di instabilità che porta gli imprenditori a non poter confermare ai dipendenti  i contratti a termine attualmente in essere. E non solo, perché rischiamo seriamente di non poter pagare nemmeno i prossimi stipendi. Un problema diffuso che va oltre il perimetro di Acciaierie D’Italia ma che più in generale interessa l’intera filiera della metalmeccanica”. La richiesta avanzata è che “il Governo garantisca la liquidità necessaria ad Acciaierie D’Italia e nello stesso tempo metta dei limiti sulle spese di approvvigionamento energetico all’intera filiera industriale. Occorre rimettere in moto la produzione senza perdere ulteriore tempo”. “L’indotto tarantino, ad oggi, vanta crediti di oltre 100 milioni di euro e queste mancate entrate non ci permettono nemmeno di diversificare, aprendo a nuove opportunità - si conclude - in questo modo siamo condannati a chiudere tutti”. 

 Dei 141 interventi che costituiscono il Contratto istituzionale di sviluppo dell’area di Taranto (Cis, istituito con una legge del 2015), su 1 mld e 200 mnl di dotazione complessiva, tra riprogrammazioni e nuove risorse, attualmente sono stati impegnati circa 700 milioni di euro dei quali 535 già pagati. Il dato è emerso questa mattina nella riunione in video call del Cis Taranto presieduta dal ministro per il Sud, Mara Carfagna, presenti tra gli altri il direttore dell’Agenzia per la coesione territoriale, Paolo Esposito, che è anche responsabile unico del Cis, i rappresentanti dei ministeri dello Sviluppo economico e della Cultura,  l’assessore allo Sviluppo economico della Regione Puglia, Alessandro Delli Noci, il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, il presidente dell’Autorità portuale di Taranto, Sergio Prete. Coinvolti anche in questa occasione i sindacati e le associazioni ambientaliste ma era presente solo Legambiente. Il Cis riguarda bonifiche ambientali, infrastrutture, portualità, riqualificazione urbana. Sul totale Cisl, commenta Mino Borraccino, consigliere del presidente della Regione Puglia per l’attuazione del Piano Taranto, “resta soltanto 6% dei progetti “incagliati” sui quali il ministro per il Sud, Mara Carfagna, ha preso l’impegno ad una rapida soluzione”. 

 

Esposito ha disposto un aggiornamento di un crono programma entro il 21 settembre degli interventi di bonifiche, mentre “i nuovi interventi proposti dalla Regione Puglia per la stazione Nasisi ammontano ad un totale di 30 milioni dei quali 23 per la stazione e 7 per la viabilità”. Per il nuovo insediamento Ferretti nell’area ex yard Belleli (il gruppo costruirà a Taranto gli scafi per gli yacht), “il Mise - dichiara ad Agi il presidente dell’Authority, Prete - ha annunciato che si è  conclusa la firma dell’accordo a fine luglio, firma che ha coinvolto i diversi soggetti interessati, ed ora si è in fase di registrazione da parte della Corte dei Conti. Subito dopo - afferma Prete - si procederà con la conferenza dei servizi per il via libera al progetto integrato di bonifica e reindustrializzazione del sito prescelto”.

    Tra quota pubblica e privata, l’investimento Ferretti ammonta a 200 mnl di euro. Infine da parte del sindaco di Taranto è stata rilanciata la necessità di procedere con l’istituzione Tecnopolo a Taranto, anch’esso previsto da una legge, e a tal fine sarà convocata una conferenza di servizi per l’accelerazione degli interventi. 

Forti disagi tra i dipendenti di Acciaierie d’Italia, ex Ilva, che sono negli uffici del siderurgico di Taranto dopo la decisione dell’azienda di spegnere i climatizzatori per risparmiare sui costi dell’energia. Protestano i sindacati. Oggi la Fim Cisl ha scritto al direttore dello stabilimento, Alessandro Labile, dove segnalando “l’innalzamento delle temperature negli ultimi giorni e le previsioni per i prossimi”, invita l’azienda “a riattivare da subito gli impianti di condizionamento dei luoghi di lavoro in quanto i lavoratori sono sottoposti a microclima severo senza avere la possibilità di refrigerarsi”. 

 

E anche l’Ugl metalmeccanici scrive all’azienda e chiede “il ripristino immediato degli impianti di condizionamento disalimentati al fine di evitare conseguenze negative alla salute ed al benessere psico-fisico dei lavoratori”. Ugl paventa la possibilità di rivolgersi alle autorità competenti se la situazione rimarrà immutata.

    Ugl metalmeccanici sostiene che le norme prevedono “che la temperatura nei locali di lavoro chiusi, come ad esempio gli uffici, per i quali la direzione aziendale ha predisposto la disattivazione degli impianti di condizionamento aria, debba essere compresa tra 21 e 23 gradi centigradi, temperature ben più basse di quelle che si raggiungono durante le ore lavorative nonché di quelle percepite, in considerazione della elevata umidità”. 

 

 Per il sindaco di Taranto, “il miglioramento di alcuni dati era monitorato e previsto, soprattutto per effetto dell'attuale limitato livello produttivo dello stabilimento siderurgico e di taluni interventi riferibili alla vigente Aia. Ed evidentemente è corretto che venga considerato in sede amministrativa”. Tuttavia, afferma Melucci, “si registrano anche nel corso dell'ultima estate, importanti e continui sforamenti di altre emissioni, decisamente nocive per la salute, che non consentono alcun allentamento della pressione e della sorveglianza delle attività della zona industriale, motivo per il quale non si può che tornare a sollecitare un tavolo per un accordo di programma al Governo”.

    Sulla revisione del dispositivo per il Wind Day, Peacelink, una delle associazioni ambientaliste più attive, ha inviato al sindaco di Taranto un documento in cui evidenzia “la situazione critica in cui ancora oggi versa quest'area della città vicino alla quale è sorto negli anni Sessanta il centro siderurgico”. Dunque Peacelink invita il sindaco “a continuare a prevedere nella prossima ordinanza, oltre a prescrizioni di riduzione della produzione industriale in quei giorni, anche misure efficaci a protezione della salute dei cittadini del quartiere Tamburi di Taranto. Pur non essendoci misure risolutive di fronte all'inquinamento dell'Ilva finché non sarà fermata l'area a caldo, PeaceLink - si afferma - invita tuttavia a valutare misure di prevenzione e di precauzione per la riduzione del danno sanitario che, nei prossimi dieci anni, l'Oms valuta grave (dalle 50 alle 80 morti premature evitabili) anche in caso di attuazione di tutte le prescrizioni dell'Autorizzazione Integrata Ambientale”. 

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