Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (2079)

“Con due altiforni in funzione, l’azienda a Taranto potrà produrre al massimo 4 milioni di tonnellate il prossimo anno”. Lo ha detto Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria nell’incontro al Mimit, presieduto dal ministro Adolfo Urso, con le istituzioni della Puglia e di Taranto. Incontro che è seguito a quello delle istituzioni liguri. Erano presenti il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, i sindaci di Taranto, Piero Bitetti, e di Statte, Fabio Spada, e il presidente della Provincia di Taranto, Gianfranco Palmisano.

   Secondo quanto riferiscono fonti partecipanti al tavolo ministeriale per Taranto, “Acciaierie ha spiegato le manutenzioni che si stanno facendo sugli altiforni anche alternandoli tra loro. L’altoforno 2 - è stato annunciato - completerà il revamping a metà gennaio e poi sarà fermato l’altoforno 4, che attualmente è l’unico modo in marcia in fabbrica”. Non si sarebbe parlato nella riunione dell’altoforno 1, per il quale nei giorni scorsi l’azienda ha presentato istanza di dissequestro alla Procura di Taranto. Quest’impianto al momento non può essere preso in considerazione dall’azienda ai fini produttivi sia perché occorre attendere il responso della Procura all’istanza di dissequestro, sia perché la rimessa in marcia di questo altoforno si presenta complessa.  “L’azienda, quindi, va gestita sapendo che al massimo si possono produrre 4 milioni di tonnellate - é stato detto oggi da Acciaierie - e si prendono pertanto ordini per 4 milioni di tonnellate”. Inoltre, anche con il dissequestro occorrerebbero almeno 7-8 mesi prima di ripristinare la funzionalità dell’altoforno 1, considerato che la parte superiore è piena della carica dei minerali e di coke e quella inferiore, il crogiolo, è piena di ghisa, che non si può più colare, non essendo più liquida”.

    Acciaierie aveva chiesto di svuotare l’impianto ma a suo tempo - il sequestro è scattato per un incendio alle tubiere avvenuto il 7 maggio - questa operazione non é stata consentita dall’autorità giudiziaria. Nel vertice si é anche parlato di reindustrializzazione e di nuovi investimenti concentrandosi sulle aree che all’interno dell’ex Ilva potrebbero liberarsi per effetto della decarbonizzazione e della modifica del ciclo produttivo, dagli attuali altiforni ai futuri forni elettrici. 

“Nelle prossime ore inoltreremo alle istituzioni locali e regionali una formale richiesta di incontro con il consiglio di fabbrica dei rsu, che si terrà presso lo stabilimento di Taranto nella data del 9 dicembre alle ore 10, per discutere ed affrontare come traguardare il processo di decarbonizzazione, partendo dalla garanzia della continuità produttiva degli stabilimenti del gruppo ex Ilva”. Lo dichiarano i sindacati Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb, insieme ai delegati di Acciaierie d’Italia in ammnistrazione straordinaria, Ilva in amministrazione straordinaria e imprese dell’appalto-indotto di Taranto.

  L’iniziativa è stata decisa nella riunione di ieri dopo che alle 7 di ieri mattina é stato temporaneamente sospeso lo sciopero cominciato alle 12 di martedì. La riunione é servita a fare il punto qualora “qualora non dovesse arrivare una convocazione di un tavolo unico a Palazzo Chigi che porti al ritiro del piano di chiusura”.

  Per le sigle metalmeccaniche, la “continuità produttiva non viene garantita dal piano corto presentato dal governo e quanto emerso ieri dalla dichiarazione del ministro Urso, durante il question-time alla Camera dei Deputati, va in contraddizione con quanto realmente accade negli stabilimenti, a partire dalla chiusura delle cokerie prevista dall’1 gennaio 2026. I primi effetti del piano di chiusura stanno emergendo in queste ore con l’avvio della procedura di licenziamento collettivo per 220 lavoratori della Semat, ma registriamo anche notevoli difficoltà di altre aziende dell’appalto e dell’indotto che sono strettamente collegate alla fermata degli impianti annunciati dallo stesso ministro e che ovviamente tali difficoltà si ripercuotono sui lavoratori”.

  Inoltre, affermano i sindacati, "è utile ricordare al ministro che in assenza di un acquirente e di un provvedimento che preveda ulteriori risorse finanziarie per garantire le attività di manutenzioni, necessarie quest’ultime alla ripartenza degli impianti, dal primo marzo lo stabilimento non avrebbe liquidità per poter continuare a produrre determinando di fatto il fermo di tutti gli stabilimenti".

  Infine, concludono le sigle sindacali, "riteniamo utile ribadire al ministro Urso che il sindacato, unitariamente, non ha mai chiesto di mantenere lo status quo dell’amministrazione straordinaria. Al contrario, ha da sempre rivendicato un forte intervento pubblico come unica soluzione per garantire un serio processo di transizione ecologica e sociale attraverso anche un tavolo tecnico specifico sugli strumenti straordinari per i lavoratori. Il tempo degli annunci e finito. Il governo si confronti con il sindacato, ritiri il piano di chiusura, altrimenti continueremo a mobilitarci”.

“I primi drammatici effetti del piano di chiusura dell’ex Ilva di Taranto decretato dal ministro Urso e dal Governo Meloni si abbattono sui lavoratori. Questo pomeriggio Semat Sud srl ci ha comunicato la decisione della proprietà di cessare le attività lavorative con il conseguente licenziamento di 220 lavoratori edili, storicamente impegnati nell’appalto del siderurgico nelle manutenzioni e negli interventi di risanamento”. Lo annunciano i sindacati degli edili di Cgil, Cisl e Uil come prima ripercussione della crisi dell’ex Ilva di Taranto. “Non c’è più tempo da perdere - affermano le sigle degli edili - venga subito convocato l’incontro a Palazzo Chigi come richiesto dalle segreterie di Fim Fiom Uilm e si ritiri il piano di chiusura, mettendo in campo un intervento pubblico necessario a garantire una transizione ecologica e a salvaguardare tutti i lavoratori” Feneal Uil, Filca Cisl, Fillea Cgil di Taranto “chiedono al presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, al sindaco di Taranto Piero Bitetti, al presidente della Provincia Gianfranco Palmisano e a tutti i parlamentari jonici di intervenire a sostegno delle mobilitazioni dei lavoratori e per scongiurare i licenziamenti annunciati da Semat Sud srl”. 

“I primi drammatici effetti del piano di chiusura dell’ex Ilva di Taranto decretato dal ministro Urso e dal Governo Meloni si abbattono sui lavoratori. Questo pomeriggio Semat Sud srl ci ha comunicato la decisione della proprietà di cessare le attività lavorative con il conseguente licenziamento di 220 lavoratori edili, storicamente impegnati nell’appalto del siderurgico nelle manutenzioni e negli interventi di risanamento”. Lo annunciano i sindacati degli edili di Cgil, Cisl e Uil come prima ripercussione della crisi dell’ex Ilva di Taranto. “Non c’è più tempo da perdere - affermano le sigle degli edili - venga subito convocato l’incontro a Palazzo Chigi come richiesto dalle segreterie di Fim Fiom Uilm e si ritiri il piano di chiusura, mettendo in campo un intervento pubblico necessario a garantire una transizione ecologica e a salvaguardare tutti i lavoratori” Feneal Uil, Filca Cisl, Fillea Cgil di Taranto “chiedono al presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, al sindaco di Taranto Piero Bitetti, al presidente della Provincia Gianfranco Palmisano e a tutti i parlamentari jonici di intervenire a sostegno delle mobilitazioni dei lavoratori e per scongiurare i licenziamenti annunciati da Semat Sud srl”. 

Martedì, 02 Dicembre 2025 13:14

EX ILVA-TARANTO/ Da oggi sciopero a oltranza

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A Tarano le organizzazioni sindacali Fim, Fiom, Uilm e USB proclamano uno sciopero a partire dalle ore 12 di oggi “fino a nuova comunicazione, per protestare contro il Piano presentato dal Governo”. Lo sciopero, si annuncia, è finalizzato “a richiedere un incontro per un unico tavolo a Palazzo Chigi, con l’obiettivo di ottenere il ritiro del Piano e di avviare un confronto serio e costruttivo sui diritti, la sicurezza e il futuro dei lavoratori. Questo atto di protesta - si evidenzia - rappresenta un momento fondamentale per difendere i diritti di tutti i lavoratori”. 

“La situazione è ancora molto incerta, il ministro Urso si è affannato a fornire possibili prospettive, ma nessuna di queste garantisce le certezze richieste dalla Regione Puglia, dal Comune di Taranto e soprattutto dai lavoratori. Questo è il punto vero. C'è il rischio che l'iniziativa sindacale di protesta, in assenza di quelle certezze, possa riprendere con ulteriore danno per la produzione”. Così il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, sull’ex Ilva dopo il vertice al Mimit. “Come Regione Puglia - prosegue Emiliano - insistiamo perché ci sia la garanzia da parte del Governo che laddove non ci sia un acquirente privato, il Governo stesso assuma direttamente, o attraverso proprie partecipate, la gestione dello stabilimento, lo riqualifichi dal punto di vista tecnologico ed eventualmente lo collochi al prezzo migliore. In questo modo si possono anche garantire i posti di lavoro attraverso le necessarie opere di ricostruzione della fabbrica”. Con riferimento alle stringenti regole europee e alla prosecuzione dell’attività degli altiforni, Emiliano osserva che “bisogna decarbonizzare per forza e per farlo bisognerà trovare quella fonte di approvvigionamento del gas che sia compatibile con le aspettative del territorio”.

Per il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, “ci è stato detto che non c’é nessun piano di chiusura per l’ex Ilva e che non è escluso per l’azienda un intervento pubblico. C’é sempre tempo sino a quando l’11 dicembre non si chiude la gara. L’incontro al Mimit è stato certamente interlocutorio. Abbiamo parlato di diversificazione economica e di nuovi, possibili investimenti a Taranto. Ma di questo avevamo già parlato mesi fa - rileva Bitetti - e ieri il ministro non ci ha dato ulteriori ragguagli. La realtà, per ora, è che Renexia è andata via - avrebbe dovuto investire nelle turbine eoliche - e allora quali sono i nuovi progetti? Io sono prudente. Urso ha detto che ci rivedremo e gli abbiamo manifestato

 I sindacati metalmeccanici di Taranto si dividono sull’incontro sull’ex Ilva che il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ha convocato per il pomeriggio di domani al ministero (Mimit) invitandovi a partecipare le istituzioni di Liguria, Piemonte e Puglia oltre alle sigle metalmeccaniche. Istituzioni invitate perché l’incontro nasce su richiesta delle due Regioni del Nord e poi si è allargato a Taranto. All’incontro ci saranno Fim Cisl e Usb ma non Fiom Cgil e Uilm. La riunione avrà una prima parte dedicata solo all’area Nord dell’ex Ilva e poi una seconda comune, di gruppo.

Nei giorni scorsi i vertici nazionali di Fim, Fiom e Uilm hanno scritto al ministro dicendo che non sarebbero andate all’incontro. Perché non è stato ritirato il piano presentato l’11 scorso, definito “piano di chiusura” dell’azienda, e poi perché sono settimane che i sindacati chiedono l’intervento della premier Giorgia Meloni nella trattativa. E questi due elementi, per i sindacati, allo stato non ci sono.

In una nota congiunta, Fiom Cgil e Uilm sostengono che “il Governo Meloni procede con il piano di chiusura. Senza il ritiro del piano ‘corto’, Fiom e Uilm non parteciperanno all’incontro presso il Mimit. 

Il Governo, ad oggi, nonostante le iniziative di mobilitazioni con sciopero in tutti i siti dell’ex Ilva, sulla richiesta avanzata dalle organizzazioni sindacali di ritirare il piano di chiusura, non ha fatto nessun passo indietro. Infatti, in questi giorni la gestione commissariale sta proseguendo con le attività propedeutiche alla chiusura totale degli impianti, a partire dagli stabilimenti del Nord, e si stanno preparando a fermare le cokerie a partire dal primo di gennaio. In queste ore - annunciano le due sigle - abbiamo appreso che dall’1 gennaio 2026 non è in programmazione l’arrivo delle navi di fossili utili a garantire la marcia delle batterie”.

Per Fiom e Uilm, “il ministro Urso, così come abbiamo ribadito nell’ultimo incontro a Palazzo Chigi, sta decretando la chiusura di un sito dichiarato per 13 anni d’interesse strategico del nostro Paese dando mandato ai commissari di AdI in AS di portare a compimento il piano corto. Inoltre, il decreto non risponde all’esigenza imminente di reperire risorse finanziare, se non attraverso l’utilizzo di 108 milioni, residui del finanziamento ponte che servirà ad arrivare, nella migliore delle ipotesi, fino a febbraio 2026 utilizzando soprattutto la cassa integrazione straordinaria per finanziare le attività sulle spalle dei lavoratori. Cosa accadrà dal primo di marzo 2026 in assenza di un futuro acquirente?”

“A questa domanda - sostengono Fiom e Uilm - non c’è mai stata una risposta da parte del ministro Urso, in quanto è consapevole che senza risorse e senza acquirente si determinerebbe il collasso dell’ex Ilva. Come se non bastasse - proseguono le sigle -, a fronte della richiesta di non dividere i territori e i lavoratori ma di continuare a discutere di tutto il gruppo a Palazzo Chigi, la convocazione al Mimit ad orari diversi tra siti del nord e siti del sud rappresenta un tentativo vergognoso di contrapporre i territori nella logica del ‘Si salvi chi può ‘. Sia chiaro a tutti che, così come ribadito dai segretari generali di Fim, Fiom e Uilm, non accetteremo nessuno scorporo”. “Il Governo Meloni - concludono Fiom e Uilm - prenda atto della fase di criticità e di straordinarietà in cui versa l’Ilva e intervenga attraverso un intervento pubblico necessario a garantire una transizione ecologica e sociale”. 

Saranno oggi  e domani  in visita all’ex Ilva di Taranto con una delegazione tecnica, i rappresentanti di Flacks Group, uno dei due fondi americani che lo scorso 26 settembre si è presentato alla gara per la vendita dell’azienda, dichiarando di essere interessato ad acquisire l’intero gruppo ex Ilva. L’altro fondo é invece Bedrock, che si era già presentato alla gara precedente chiusa a gennaio. Flacks non é mai venuto a vedere gli impianti di Taranto, come non é mai venuto Bedrock, al contrario degli azeri di Baku Steel e degli indiani di Jindal, presenti alla precedente gara ma non all’attuale, che invece gli impianti gli hanno visti. L’offerta di Flacks é stata giudicata nelle scorse settimane inferiore a quella di Bedrock. Flacks si presenta così sul proprio sito: “Specializzato nell’acquisizione e nel rilancio operativo di imprese di medie e grandi dimensioni in situazioni complesse in cui una soluzione rapida è di fondamentale importanza”.

Alla gara, Flacks Group si è presentato insieme a Steel Business Europe. Che risulterebbe essere un’azienda con sede in Slovacchia che opera nell’ambito dei centri di servizio metalli e dei grossisti di metalli vari. Con Bedrock, intanto, c’è stato un nuovo incontro con i commissari il 20 scorso per far avanzare il negoziato in corso. Allo stato, Bedrock non avrebbe ancora formalizzato l’offerta in forma definitiva. E Bedrock é anche il fondo che inizialmente ha offerto praticamente nulla per l’acquisto dell’azienda e 3mila occupati nel gruppo su quasi 10mila, di cui 2mila a Taranto, e poi, di incontro in incontro, sarebbe salito a 5mila, la metà dell’attuale forza in organico. Oltre a Bedrock e a Flacks Group, ci sono poi altri due gruppi extrauropei che intanto hanno avuto accesso alla data room dell’ex Ilva, dove possono visionare lo stato della società e quindi rendersi conto della situazione. Gruppi che hanno chiesto al Mimit che sia per ora mantenuta riservatezza sulla loro identità. E infatti l’unico particolare fornito dal ministro delle Imprese, Adolfo Urso, é che si tratta di operatori extraeuropei. Si era parlato nei giorni scorsi di Qatar Steel, ma Urso ha detto che “non ci risulta”, ed ora circola l’ipotesi che uno dei due nuovi soggetti presentatisi per acquisire l’ex Ilva possa essere EM Steel, azienda siderurgica degli Emirati Arabi. 

 “Lo sciopero di 24 ore indetto da Fim, Fiom, Uilm e Usb, a seguito delle assemblee svolte con i lavoratori, ha dimostrato, ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, che siamo determinati a proseguire con le mobilitazioni e ad alzare il livello del conflitto fino a quando le nostre rivendicazioni non saranno accolte dal governo”. Lo dicono le quattro sigle sindacali dopo lo sciopero di ieri a Taranto (sciopero che si è concluso alle 7 di oggi) sia nell’ex Ilva che nelle imprese appaltatrici collegate al siderurgico. “Bisogna agire nell’immediato - affermano i sindacati - e per farlo è necessario che il governo intervenga con una partecipazione pubblica per assicurare un piano industriale che rilanci lo stabilimento, per poter avviare finalmente il processo di decarbonizzazione e mettere in campo tutti gli strumenti straordinari per i lavoratori necessari a garantire una giusta transizione ecologica che si compia nella piena tutela degli aspetti sociali”. Per i sindacati, la protesta di ieri, che ha coinvolto anche i cassintegrati di Ilva in amministrazione straordinaria, “ha voluto lanciare una chiaro messaggio al governo: quel piano di chiusura deve essere ritirato e bisogna aprire una vera discussione a Palazzo Chigi per affrontare seriamente il tema del rilancio di tutto il gruppo dell’ex Ilva e per garantire una transizione ecologica e sociale che i lavoratori e la comunità attendono da tempo”. 

 “Lo sciopero di 24 ore indetto da Fim, Fiom, Uilm e Usb, a seguito delle assemblee svolte con i lavoratori, ha dimostrato, ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, che siamo determinati a proseguire con le mobilitazioni e ad alzare il livello del conflitto fino a quando le nostre rivendicazioni non saranno accolte dal governo”. Lo dicono le quattro sigle sindacali dopo lo sciopero di ieri a Taranto (sciopero che si è concluso alle 7 di oggi) sia nell’ex Ilva che nelle imprese appaltatrici collegate al siderurgico. “Bisogna agire nell’immediato - affermano i sindacati - e per farlo è necessario che il governo intervenga con una partecipazione pubblica per assicurare un piano industriale che rilanci lo stabilimento, per poter avviare finalmente il processo di decarbonizzazione e mettere in campo tutti gli strumenti straordinari per i lavoratori necessari a garantire una giusta transizione ecologica che si compia nella piena tutela degli aspetti sociali”. Per i sindacati, la protesta di ieri, che ha coinvolto anche i cassintegrati di Ilva in amministrazione straordinaria, “ha voluto lanciare una chiaro messaggio al governo: quel piano di chiusura deve essere ritirato e bisogna aprire una vera discussione a Palazzo Chigi per affrontare seriamente il tema del rilancio di tutto il gruppo dell’ex Ilva e per garantire una transizione ecologica e sociale che i lavoratori e la comunità attendono da tempo”. 

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