Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (2215)

 

 

Il governo non esclude una partecipazione pubblica nell’ex Ilva, come richiesto dai sindacati, purché sia presentato un piano industriale solido e credibile. Lo ha detto, secondo quanto si apprende, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, durante l’incontro con le organizzazioni sindacali sull’ex Ilva di Taranto, parlando della gara per l’acquisto dell’ex Ilva.

Per quanto riguarda i tempi di valutazione delle offerte - ha aggiunto Mantovano - occorreranno un paio di mesi perché scada il termine per la presentazione e ai quali seguirà poi la trattativa, per tutta la durata della quale resterà in piedi l’amministrazione straordinaria dell’ex Ilva. Il governo - ha aggiunto Mantovano - sulla base delle offerte presentate e in presenza di un piano industriale solido e credibile, non esclude una partecipazione pubblica, come richiesto dalle organizzazioni sindacali. 

La posizione del governo - ha affermato Mantovano - è che per l’acciaio in Italia è necessario un futuro green, quindi forni elettrici alimentati a Dri. Non si tratta - ha sottolineato il sottosegretario - di una mera affermazione di principio, in quanto per il Dri sono già presenti risorse che il Governo intende utilizzare.

Riguardo all’area a caldo dell’ex Ilva, se la Corte d’Appello di Milano confermerà il decreto di sospensione - ha spiegato Mantovano - si porranno tre questioni principali: la sorte dei lavoratori impiegati finora; il futuro della produzione di acciaio, non solo a Taranto ma in tutta Italia; il futuro produttivo dell’area di Taranto.

Per affrontare la situazione - ha spiegato Mantovano - occorre quindi muoversi lungo tre direttrici: le prospettive della gara per individuare il nuovo acquirente e la valutazione del piano industriale che sarà presentato; l’individuazione di misure di carattere sociale, dalla Cigs a percorsi di esodo incentivati; lo sviluppo dei progetti di reindustrializzazione, e quindi di assorbimento degli eventuali esuberi, non solo per i dipendenti ex Ilva ma anche delle aziende dell’indotto.

 L'incontro a Palazzo Chigi tra Governo e sindacati sull’ex Ilva è terminato intorno alle 2130. Ci si é aggiornati nel giro di qualche giorno, il tempo di vedere cosa decide la Corte d’Appello di Milano sull’istanza di sospensiva del decreto di fermata dell’area a caldo del siderurgico di Taranto adottato dall’autorità giudiziaria lo scorso 27 luglio, con scadenza 90 giorni, quindi fine ottobre. Sulla base di ciò che decideranno i magistrati - l’udienza si terrà domani - i ministri che hanno partecipato al vertice di stasera a Chigi definiranno azioni e iniziative per la fabbrica, i lavoratori e la città di Taranto.

 

 

Il governo non esclude una partecipazione pubblica nell’ex Ilva, come richiesto dai sindacati, purché sia presentato un piano industriale solido e credibile. Lo ha detto, secondo quanto si apprende, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, durante l’incontro con le organizzazioni sindacali sull’ex Ilva di Taranto, parlando della gara per l’acquisto dell’ex Ilva.

Per quanto riguarda i tempi di valutazione delle offerte - ha aggiunto Mantovano - occorreranno un paio di mesi perché scada il termine per la presentazione e ai quali seguirà poi la trattativa, per tutta la durata della quale resterà in piedi l’amministrazione straordinaria dell’ex Ilva. Il governo - ha aggiunto Mantovano - sulla base delle offerte presentate e in presenza di un piano industriale solido e credibile, non esclude una partecipazione pubblica, come richiesto dalle organizzazioni sindacali. 

La posizione del governo - ha affermato Mantovano - è che per l’acciaio in Italia è necessario un futuro green, quindi forni elettrici alimentati a Dri. Non si tratta - ha sottolineato il sottosegretario - di una mera affermazione di principio, in quanto per il Dri sono già presenti risorse che il Governo intende utilizzare.

Riguardo all’area a caldo dell’ex Ilva, se la Corte d’Appello di Milano confermerà il decreto di sospensione - ha spiegato Mantovano - si porranno tre questioni principali: la sorte dei lavoratori impiegati finora; il futuro della produzione di acciaio, non solo a Taranto ma in tutta Italia; il futuro produttivo dell’area di Taranto.

Per affrontare la situazione - ha spiegato Mantovano - occorre quindi muoversi lungo tre direttrici: le prospettive della gara per individuare il nuovo acquirente e la valutazione del piano industriale che sarà presentato; l’individuazione di misure di carattere sociale, dalla Cigs a percorsi di esodo incentivati; lo sviluppo dei progetti di reindustrializzazione, e quindi di assorbimento degli eventuali esuberi, non solo per i dipendenti ex Ilva ma anche delle aziende dell’indotto.

 L'incontro a Palazzo Chigi tra Governo e sindacati sull’ex Ilva è terminato intorno alle 2130. Ci si é aggiornati nel giro di qualche giorno, il tempo di vedere cosa decide la Corte d’Appello di Milano sull’istanza di sospensiva del decreto di fermata dell’area a caldo del siderurgico di Taranto adottato dall’autorità giudiziaria lo scorso 27 luglio, con scadenza 90 giorni, quindi fine ottobre. Sulla base di ciò che decideranno i magistrati - l’udienza si terrà domani - i ministri che hanno partecipato al vertice di stasera a Chigi definiranno azioni e iniziative per la fabbrica, i lavoratori e la città di Taranto.

 

 

Il governo non esclude una partecipazione pubblica nell’ex Ilva, come richiesto dai sindacati, purché sia presentato un piano industriale solido e credibile. Lo ha detto, secondo quanto si apprende, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, durante l’incontro con le organizzazioni sindacali sull’ex Ilva di Taranto, parlando della gara per l’acquisto dell’ex Ilva.

Per quanto riguarda i tempi di valutazione delle offerte - ha aggiunto Mantovano - occorreranno un paio di mesi perché scada il termine per la presentazione e ai quali seguirà poi la trattativa, per tutta la durata della quale resterà in piedi l’amministrazione straordinaria dell’ex Ilva. Il governo - ha aggiunto Mantovano - sulla base delle offerte presentate e in presenza di un piano industriale solido e credibile, non esclude una partecipazione pubblica, come richiesto dalle organizzazioni sindacali. 

La posizione del governo - ha affermato Mantovano - è che per l’acciaio in Italia è necessario un futuro green, quindi forni elettrici alimentati a Dri. Non si tratta - ha sottolineato il sottosegretario - di una mera affermazione di principio, in quanto per il Dri sono già presenti risorse che il Governo intende utilizzare.

Riguardo all’area a caldo dell’ex Ilva, se la Corte d’Appello di Milano confermerà il decreto di sospensione - ha spiegato Mantovano - si porranno tre questioni principali: la sorte dei lavoratori impiegati finora; il futuro della produzione di acciaio, non solo a Taranto ma in tutta Italia; il futuro produttivo dell’area di Taranto.

Per affrontare la situazione - ha spiegato Mantovano - occorre quindi muoversi lungo tre direttrici: le prospettive della gara per individuare il nuovo acquirente e la valutazione del piano industriale che sarà presentato; l’individuazione di misure di carattere sociale, dalla Cigs a percorsi di esodo incentivati; lo sviluppo dei progetti di reindustrializzazione, e quindi di assorbimento degli eventuali esuberi, non solo per i dipendenti ex Ilva ma anche delle aziende dell’indotto.

 L'incontro a Palazzo Chigi tra Governo e sindacati sull’ex Ilva è terminato intorno alle 2130. Ci si é aggiornati nel giro di qualche giorno, il tempo di vedere cosa decide la Corte d’Appello di Milano sull’istanza di sospensiva del decreto di fermata dell’area a caldo del siderurgico di Taranto adottato dall’autorità giudiziaria lo scorso 27 luglio, con scadenza 90 giorni, quindi fine ottobre. Sulla base di ciò che decideranno i magistrati - l’udienza si terrà domani - i ministri che hanno partecipato al vertice di stasera a Chigi definiranno azioni e iniziative per la fabbrica, i lavoratori e la città di Taranto.

Martedì, 08 Settembre 2026 19:55

EX ILVA/ Tensione tra Governo e sindacati, tavolo sospeso

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Tensione tra Governo e sindacati al tavolo a Palazzo Chigi sulla vertenza ex Ilva. Al momento il tavolo è sospeso. Lo riferiscono fonti sindacali.

Con una Pec inviata ai sindacati Aigi l'associazione delle imprese dell'indotto comunica di aver sospeso le procedure di licenziamento che colpiscono 2500

lavoratori di complessive 28 imprese. Tutto questo in attesa di conoscere le decisioni dei giudici di Milano sulla richiesta di sospensiva del decreto sulla chiusura dell'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto. La discussione è prevista domani 9 settembre. Alla luce di tutto ciò,  l'incontro con i sindacati, previsto per il 10 è stato rinviato a data da destinarsi. 

 

“Si deve trovare un modo per ‘disinnescare la bomba sociale’ la cui miccia sta bruciando sempre più velocemente, ma ci domandiamo come. Lo dichiariamo da tempo che si sarebbe arrivati a questo epilogo”. Lo afferma sull’ex Ilva di Taranto, Fabio Greco, presidente Confapi. “Le colpe - prosegue - non possono essere ricercate all'interno dell'indotto, né tanto meno i nostri collaboratori dovranno essere i capri espiatori. Serve una condivisione d'intenti adesso, subito. Altrimenti occorrerà ricercare le colpe di un disastro preannunciato altrove. Le aziende a oggi restano in attesa di conoscere come la direzione intenda procedere con le attività correnti e future. Ma finora non si è registrata alcuna risposta senza contare che al momento bisogna attivare le casse integrazioni straordinarie per le imprese. Allora come si pensa di salvaguardare l'indotto?”.

     “Confapi Taranto - aggiunge Greco - nella sezione Unionmeccanica e Trasporti ha iscritte 52 aziende con 2.653 unità lavorative, di cui 523 sono state dichiarate non allocabili e quindi in accordo con i sindacati ci sarà un incontro per definire le procedure di licenziamento collettivo. Nell'arco del 2026, per il 50% di 1.100 dipendenti circa sarà avanzata richiesta di attivare la cassa integrazione. Dunque con un incremento totale di circa 1.700 unità lavorative fra licenziamenti e cassa. Questo solo per quanto attesta il comparto metalmeccanico e trasporti di Confapi Taranto. E, si badi bene, si tratta di numeri e dati che aumenterebbero su base nazionale”. 

Per Confapi, “troppe chiacchiere stanno caratterizzando la vertenza dell'ex Ilva. Di contro, ci sono pochi fatti, soprattutto in merito alla trattativa per la vendita di un asset che dovrebbe essere fondamentale per lo Stato. Qualcuno lamenta la scarsa visione degli imprenditori, ma oggi non si può dare addosso a questi ultimi che per tanto tempo hanno dovuto subire decisioni prese in altre stanze e lontano da Taranto. Dopo anni - aggiunge Greco - siamo ancora senza un progetto valido, ma quello che è peggio è che quando abbiamo tentato di proporlo, nessuno ha mai ascoltato. Taranto può e deve farcela, ma oggi siamo in emergenza e non si può troncare di netto un patrimonio industriale rappresentato non solo dall'ex Ilva, ma anche dalle numerosissime aziende dirette ed indirette che lavorano con lo stabilimento”. Secondo Confapi, “siamo alla vigilia di una giornata in cui almeno a livello giudiziario si avranno delle prime risposte. Noi rispetteremo qualunque provvedimento della magistratura, ma auspichiamo che dai giudici di Milano venga presa in considerazione la possibilità di concedere una sospensiva che, andando a incidere sugli effetti del decreto della Corte d'Appello dello scorso luglio, scongiuri la chiusura immediata dell'area a caldo e indichi un perimetro entro il quale occorrerà muoversi. Quale? A Taranto si dovrebbe subito procedere con la realizzazione dei forni elettrici perché solo così si potrà pensare di attenuare questa ‘bomba sociale’ la cui deflagrazione è stata annunciata da tempo”.

    Infine, dice Greco di Confapi, “la possibilità di veder chiudere lo stabilimento è estremamente concreta. Ed è per questo che un ultimo cenno va fatto ai progetti per Taranto che sono stati presentati al ministero lo scorso mese. Confapi ha consegnato alle istituzioni e alle parti sociali un dossier in cui vengono illustrate proposte per lo sviluppo del territorio non focalizzandosi solo sull'industria pesante. Ma questi progetti - conclude Confapi - non devono rimanere sulla carta: serve che vengano presi in considerazione per poi far partire quelli che sono operativi a strettissimo giro”.

“Piove sul bagnato e continuano ad esserci problemi, quelli che stiamo denunciando da tempo rivendicando soluzioni che però non arrivano. Assistiamo a slogan, promesse e dichiarazioni. Credo che l’ex Ilva sia un problema del Paese, rappresentato anche a tutta la politica, compreso l’attuale Governo, e deve esserci la regia delle istituzioni locali: Regione, Provincia, Comune”. Lo dice sull’ex Ilva a proposito dei 2.500 licenziamenti nell’indotto-appalto, Biagio Prisciano della Fim Cosl nella conferenza stampa di oggi a Taranto. “É un problema veramente grave - prosegue -. Abbiamo detto ad Aigi che deve immediatamente ritirare quelle procedure, tra l’altro mandate anche in maniera molo confusionaria. Finita la pagina dei Giochi del Mediterraneo, dove Taranto ha mostrato la sua bellezza in una cornice affascinante malgrado i tanti problemi che ha di salute, ambiente e lavoro, mandare il giorno dopo una procedura dove si annunciano 2.500 licenziamenti, credo che sia uno schiaffo al territorio, alle istituzioni, ai lavoratori e alla città. Abbiamo già chiesto un incontro ad Aigi ma lo faremo l’8 anche con il Governo. Oltre a porre i temi industriali, ambientali, occupazionali e sociali, porremo a Palazzo Chigi quelli dell’indotto i cui lavoratori, rispetto agli altri, rappresentano l’anello più debole”. “La premier ha detto a Bari che il Governo é per la continuità operativa dell’ex Ilva, ma per la continuità - rileva Prisciano - si devono mettere in piedi non solo le proposte ma quello che il Governo intende fare dello stabilimento di Taranto e degli altri del gruppo. Quando parliamo di continuità occupazionale, noi stiamo dicendo che non siamo per mantenere l’attuale ciclo a carbone ma siamo per passare a quello elettrico attraverso forni elettrici e la produzione di acciaio green senza inquinare e senza far ammalare chi sta all’interno della fabbrica e chi sta all’esterno. La procedura inviata da Aigi è solo l’inizio. Questo - osserva Prisciano - fa comprendere che se non ci sono una cabina di regia ed un’assunzione di responsabilità di tutta la politica, compreso il Governo, noi possiamo parlare, dichiarare, ma in realtà se non si fanno partire gli investimenti, i progetti, la messa in sicurezza dei lavoratori attraverso strumenti straordinari - anche una clausola sociale per gli addetti dell’appalto e dell’indotto -, noi continueremo solo ad accumulare problemi senza risultati”. 

Anche se la Corte d’Appello di Milano dovesse eventualmente sospendere il decreto di fermata dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto (sia Ilva che Acciaierie d’Italia hanno avanzato istanza di sospensiva) e quindi consentirne la prosecuzione, la fabbrica dell’acciaio “rischia egualmente di fermarsi a fine ottobre per mancanza di risorse”. Lo hanno evidenziato i sindacati Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb nella conferenza stampa di stamattina a Taranto sulle procedure di licenziamento collettivo attivate per oltre 2.500 lavoratori dell’indotto-appalto da 28 aziende iscritte ad Aigi, associazione di imprese. Nell’ex Ilva, hanno detto i sindacati, “ci sono risorse per arrivare sino a fine ottobre”, che è anche la data entro cui l’area a caldo - altiforni e acciaierie - dovrà fermarsi per disposizione della Magistratura che ha addotto motivi di inquinamento e di danni alla salute e all’ambiente (amianto presente negli altiforni ed emissione di polveri sottili). 

 Per i sindacati, dopo ottobre, anche con un esito positivo della Corte d’Appello, mancherebbero le risorse per comprare le materie prime per la produzione dell’acciaio (è stato detto che navi con i minerali non ne stanno arrivando più in porto), far marciare i pochi impianti rimasti attivi, pagare gli stipendi ai dipendenti e i fornitori e anche anticipare al posto dell’Inps la cassa integrazione. Sulle risorse, va detto che negli ultimi mesi il Governo, nell’ambito del plafond da 390 milioni (prestito ponte in attesa della cessione dell’azienda a privati) autorizzato dalla Commissione UE, ha autorizzato l’erogazione all’ex Ilva di tre tranche di finanziamento: 149 milioni, 100 milioni e 100 milioni. Infine, circa la cassa integrazione straordinaria, i sindacati attendono a breve che l’ex Ilva, a fronte della fermata dell’area a caldo su decisione dell’autorità giudiziaria, aumenti in modo importante i numeri. Oggi la cassa è autorizzata come numero massimo per 4.500 lavoratori nel gruppo (su circa 10.000 di organico) di cui 3.800 a Taranto (su poco meno di 8.000).

La notizia delle lettere di licenziamento partite dall'appalto ex Ilva che coinvolgono 2500 lavoratori ha suscitato immediate reazioni da parte del mondo politico e sindacale, che unanimemente incalza il Governo chiedendo un intervento urgente e risposte concrete a fronte dell'emergenza  sociale in atto.

 

“A Taranto e in tutto l'indotto dell'ex ILVA non siamo solo di fronte a una crisi industriale: questa è un'emergenza sociale vera e propria. Ventotto aziende dell'appalto hanno fatto partire le procedure di licenziamento collettivo. Significa che più di 2.500 lavoratori e le loro famiglie stanno per trovarsi in mezzo a una strada. Giorgia Meloni dovrebbe precipitarsi a Taranto e occuparsi in prima persona di questo dramma, anziché celebrare con le fanfare della propaganda la durata record del suo governo”. Lo dicono Antonio Misiani e Maria Cecilia Guerra, membri della segreteria nazionale Pd. “A fine ottobre scade il termine fissato dalla Corte d'Appello di Milano per spegnere l'area a caldo, e i ricorsi di Ilva e Acciaierie d'Italia non fermeranno le lettere che stanno già arrivando nelle case dei lavoratori. I sindacati lo dicono chiaramente da giorni: senza un intervento pubblico serio e immediato, rischiano di saltare ventimila posti di lavoro, con un impatto economico e sociale devastante per tutto il Paese.” “Il Governo ha fissato un incontro con le parti sociali per l'8 settembre a Palazzo Chigi, proprio prima dell'udienza per la sospensiva del giorno dopo. L’incontro va spostato a valle del pronunciamento della magistratura: non possiamo permetterci un altro tavolo di facciata come quelli a cui abbiamo assistito in questi anni. Chi governa deve presentarsi con soluzioni concrete e mettere sul piatto le risorse necessarie per dare una prospettiva a migliaia di lavoratori diretti e dell’indotto a rischio e salvare il gruppo con un intervento diretto dello Stato per la decarbonizzazione della ex Ilva".

"Come Partito Democratico faremo tutto il possibile in Parlamento per stare al fianco dei lavoratori di Taranto, a partire dal decreto attualmente in discussione al Senato. Dopo quattro anni di rinvii, gare andate a vuoto e gravi errori, a partire dal definanziamento delle risorse per la realizzazione del Dri e dalle inadempienze rispetto alle prescrizioni di eliminazione degli agenti inquinanti, il tempo per il governo più longevo della storia repubblicana è scaduto: servono fatti, e servono adesso".

La Cisl, attraverso il cordinamento industria, “rinvia al mittente la decisione assunta dall’Aigi, con atto più temerario che ‘estremo e doloroso’, di avviare la procedura di licenziamento collettivo che coinvolgerebbe oltre 2.500 attualmente in forza negli appalti e nell’indotto di AdI in amministrazione straordinaria”. Si tratta, dice la Cisl, di “una decisione inaccettabile anche per l’imminenza di sviluppi che non conosciamo ma che auspichiamo siano positivi, avendo deciso direttamente il Governo di convocare le parti l’8 settembre a Palazzo Chigi. Certamente - dice la Cisl - non possono imputarsi al sindacato - dunque, non alle lavoratrici né ai lavoratori dell’appalto e dell’indotto – le evidenti responsabilità che vanno invece individuate altrove, come ad esempio nel rischio di continuare a sottovalutare che il sistema produttivo siderurgico è punto di forza delle politiche industriali del nostro Paese e che un mancato cambio di rotta sul versante del suo rilancio produttivo, sottoporrebbe l’economia nazionale a subalternità che opprimerebbero ulteriormente il debito pubblico”. 

 “Respingiamo con tutta la nostra determinazione e ribadiamo il nostro fermo e totale dissenso alla comunicazione ricevuta oggi da Aigi riguardo all’avvio della procedura di licenziamento collettivo per 28 aziende dell’appalto e indotto dell’ex Ilva, interessando circa 2.500

famiglie di lavoratori”. Lo dice la Fim Cisl con il segretario generale Ferdinando Uliano e il segretario nazionale Valerio D’Aló. “Siamo fortemente preoccupati e contrari ai licenziamenti che vanno immediatamente fermati, che rappresentano solo inizio di un grave impatto sociale ed economico su tutte le famiglie coinvolte e sul territorio - dice la Fim - C’è un incontro programmato a Palazzo Chigi nel quale chiederemo espressamente al Governo di intervenire a rimuovere i licenziamenti e a individuare soluzioni volte a garantire la continuità produttiva e soluzioni industriali e occupazionali più condivise e strategiche. E’ inaccettabile procedere unilateralmente a processi sommari di licenziamenti collettivi di questa portata - sottolineano Uliano e D’Alò - Tuttavia, prendiamo atto di questa scelta e, come Fim Cisl, ci impegneremo al massimo affinché ogni aspetto di questa triste vicenda venga chiarito e affrontato con responsabilità e senso di responsabilità sociale”.

   “Nei giorni scorsi - afferma la Fim Cisl - abbiamo condiviso l’urgenza di una risposta concreta e di un intervento deciso, ma ci troviamo di fronte a un Governo che, pur avendo avuto in passato il coraggio di gestioni straordinarie e interventi incisivi - come durante l’amministrazione straordinaria e la gestione ArcelorMittal - oggi sembra aver scelto di non decidere. É il governo che sta decidendo di non scegliere e di non mettere in campo il coraggio necessario per garantire la continuità produttiva. Questa incertezza, invece di rispondere alle reali esigenze di tutela del sito e dei lavoratori, rischia di aggravare la crisi e di compromettere il futuro delle imprese dell’indotto e dell’appalto. Per noi - rileva la Fim - è fondamentale che si garantisca un mantenimento della produzione in modo da tutelare non solo i posti di lavoro, ma anche l’organizzazione programmatica di tutte le attività necessarie a mettere in sicurezza i lavoratori e le imprese coinvolte utilizzando tutti gli strumenti disponibili”. 

  • “Cronaca di una morte annunciata. Potrebbe essere questo il titolo giusto per descrivere quello che sta accadendo”: lo dichiarano per l’esecutivo nazionale di Usb Francesco Rizzo e Sasha Colautti dopo che il presidente di Aigi, Nicola Convertino, ha comunicato la partenza delle lettere di licenziamento collettivo per le imprese che rappresenta per un numero di lavoratori superiore a 2.500 unità. “Un annuncio che certamente ci aspettavamo in un clima decisamente surreale, quando si è appena chiusa una bellissima pagina che ha permesso a Taranto di gioire e godere degli effetti, anche economici, di un evento come i Giochi del Mediterraneo - rileva Usb -. Quindi, un attimo dopo, torniamo bruscamente alla realtà piuttosto scontata. Questo peraltro accade a poche ore dalla festa che si terrà a Bari per festeggiare, come dicono, il governo più longevo della storia della Repubblica. A Bari una festa, a Taranto un funerale di massa”. “Alla luce di tutto ciò - rileva Usb- il Governo, nell’incontro di martedì prossimo, ha più che mai l’obbligo di mettere in campo soluzioni concrete per i tantissimi lavoratori che vivono ore di straordinaria apprensione insieme alle loro famiglie. In alternativa, non faremo mancare questa volta la nostra voce e quella dei lavoratori, con tutte le iniziative e le forme di mobilitazione consentite. Abbiamo rispettato e gioito per l’evento sportivo, ma ora non è più tempo di attendere”, conclude Usb. 

"Crediamo sia necessario farle presente che quanto si sta verificando a Taranto sulla pelle di migliaia di lavoratori dell'ex Ilva e dell’appalto, oltre che sul futuro di una città già fortemente provata da una vertenza ad oggi irrisolta e che nei prossimi mesi rischia di implodere definitivamente”. Comincia così la lettera aperta che la Fiom Cgil dell’ex Ilva, di Acciaierie d’Italia, e dell’indotto e appalto collegato, ha inviato alla premier Giorgia Meloni in occasione della sua presenza oggi a Bari per una manifestazione politica.

  “La vertenza Ilva, dal 2012 ad oggi, ha attraversato vari governi, sia politici che tecnici, e nessuno di questi - dice la Fiom - ha mai programmato un serio processo di transizione ecologica: passaggio necessario per superare le criticità ambientali e sanitarie, oltre al dramma occupazionale e industriale che non riguarda solo Taranto e il Mezzogiorno, ma l’intero Paese”.

   Per la Fiom, “il governo più longevo della storia repubblicana avrebbe potuto e dovuto dare risposte a migliaia di lavoratori, ma la sua stabilità non ha purtroppo evitato il disastro sociale e ambientale che sta per abbattersi sul capoluogo ionico. Sia chiaro: nessun governo nel corso degli anni - rileva la Fiom - ha garantito una prospettiva industriale tale da farci uscire da questa fase di impasse. Si è costantemente intervenuti con decreti d’urgenza per rinviare un problema sicuramente non di facile soluzione, determinando di fatto un progressivo peggioramento delle condizioni dei lavoratori e degli impianti dello stabilimento siderurgico. Tuttavia, crediamo fermamente - afferma la Fiom Cgil - che la stabilità di un esecutivo avrebbe dovuto garantire una prospettiva industriale e, di conseguenza, occupazionale e ambientale, al fine di evitare quanto sta accadendo a Taranto e negli altri siti in cui il gruppo AdI è insediato”. 

Aigi, associazione delle imprese dell’indotto-appalto ex Ilva di Taranto, ha trasmesso oggi ai sindacati le “lettere relative alla procedura di licenziamento collettivo che coinvolgerà un numero di lavoratori superiore alle 2.500 unità”. Nicola Convertino, presidente Aigi, in un lettera spiega che “si tratta di un atto estremo e doloroso, al quale non avremmo mai voluto fare ricorso. Licenziare le nostre maestranze significa privarsi del patrimonio più prezioso e dell'orgoglio delle nostre aziende, un capitale umano costruito in anni di ingenti investimenti nella formazione e di duri sacrifici. Purtroppo - dice Convertino - tale provvedimento rappresenta un atto dovuto e inevitabile, diretta conseguenza dell'improvvisa scadenza fissata per la chiusura dell’area a caldo già nel mese di ottobre, per la quale non si ravvisa alcuna possibilità di riavvio”.

  Per Aigi, “siamo giunti a questo punto a causa della totale assenza di una ragionevole programmazione che avrebbe potuto mettere in sicurezza le nostre aziende, e per la mancata attivazione concreta del processo di costruzione dei nuovi impianti per la decarbonizzazione. Condizioni, queste, che ci avrebbero permesso di impiegare il nostro personale in regime di continuità lavorativa. Le 28 lettere di licenziamento collettivo che le aziende associate ad Aigi si apprestano a presentare alle istituzioni - specifica ancora il presidente di Aigi - coinvolgono 2.500 unità lavorative. Dietro ciascuna di quelle lettere c'è una persona; dietro ciascuna persona, quasi sempre, c'è una famiglia; e dietro molte di esse vi sono dieci, venti, trent'anni di lavoro condiviso. Per questa ragione, oggi non intendiamo parlare soltanto di numeri, ma di una sconfitta industriale, politica, economica e, soprattutto, umana. Una fabbrica di questa portata - rileva Convertino - avrebbe meritato una sorte diversa. Una delle più grandi acciaierie d'Europa - uno stabilimento che per oltre sessant'anni ha superato crisi petrolifere, recessioni, cambi di proprietà, guerre commerciali, procedimenti giudiziari, sequestri, commissariamenti, crisi finanziarie e conflitti politici - rischia oggi di non morire sul campo di una grande battaglia industriale, bensì di spegnersi per consunzione. Questo epilogo non avviene nel contesto di un piano di riconversione già operativo, né con nuove fabbriche già edificate o con migliaia di lavoratori accompagnati verso nuove occupazioni, ma attraverso un mero conto alla rovescia di novanta giorni”. 

Desideriamo chiarire - dice Convertino - che non è nostra intenzione santificare l'Ilva, né dimenticare le ferite che questa industria ha inferto alla città, all'ambiente e alla popolazione negli anni passati. Conosciamo quella storia, ma appartiene, appunto, al passato. Oggi l'Ilva - si evidenzia nella lettera ai sindacati - non è più quella di dieci anni fa: è una fabbrica che ha beneficiato di milioni di euro di investimenti in impianti per l’abbattimento degli inquinanti. Noi imprenditori sappiamo cosa significhi licenziare”.

  Ad oggi, dice ancora Convertino, "le alternative non esistono ancora. Ci viene prospettato che Taranto ospiterà nuove industrie, che giungeranno investimenti e che nasceranno nuove attività. Ce lo auguriamo e siamo pronti a collaborare affinché ciò avvenga. Tuttavia, in quanto imprenditori, conosciamo la differenza che intercorre tra un investimento concreto e una dichiarazione d'intenti. Una manifestazione di interesse non costituisce una fabbrica, non è un capannone e non rappresenta un posto di lavoro. Lo diventerà, forse, tra almeno 7 o 10 anni, nell'ipotesi più ottimistica. Fino a quando non vi saranno progetti autorizzati, capitali stanziati, cantieri aperti, cronoprogrammi vincolanti e assunzioni programmate, tali alternative rimarranno semplici possibilità. E una possibilità non è sufficiente a mantenere una famiglia”.

  Per Aigi, infine, “spegnere gli impianti non significa risolvere il problema: su questo equivoco richiamiamo tutti alla massima responsabilità. Un grande complesso siderurgico non diventa ecologicamente innocuo per il solo fatto di cessare la produzione. Uno stabilimento di tali dimensioni deve essere gestito, mantenuto in sicurezza, bonificato e costantemente monitorato. La cessazione delle attività non cancella istantaneamente impianti, materiali, strutture e criticità ambientali. Per tale ragione, persino chi ritiene inevitabile la conclusione del ciclo integrale dovrebbe esigere una transizione ordinata, finanziata e tecnicamente governata. Lasciare morire un gigante industriale - sottolinea Aigi - non equivale a farlo scomparire, e di questo devono essere consapevoli tutti coloro che invocano la formula della fabbrica ‘chiusa e basta’. Sussiste, infine, una non trascurabile e ancor più pericolosa minaccia: quella di aver indotto un’intera generazione di lavoratori a credere di poter proseguire fino al termine della propria carriera affidandosi esclusivamente agli ammortizzatori sociali, allo scivolo assistenziale del prepensionamento e ai benefici legati all'amianto. Si tratta di una mentalità assistenzialistica che tarpa le ali al futuro del territorio e che non possiamo minimamente assecondare”, conclude il presidente di Aigi, Convertino. 

 

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