Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (2224)

Sindacati convocati domani a Roma presso la Sala Verde di Palazzo Chigi per discutere la situazione dell'ex Ilva.

La notizia arriva ieri sera al termine di una giornata concitata che ha avuto al centro la protesta dei lavoratori dell'indotto per 2500 dei quali sono partite lettere di licenziamento da complessive 28 aziende. 

Ieri mattina - si legge in una nota- presso la Portineria Imprese, si è svolta l’assemblea unitaria con tutte le lavoratrici e i lavoratori delle imprese dell’appalto dello stabilimento ex Ilva di Taranto.

Le Segreterie FIM, FIOM, UILM e USB hanno ribadito con forza che il tempo delle attese, dei tavoli rinviati e delle promesse non mantenute è finito. Da mesi denunciamo l’assenza di risposte concrete sul futuro dello stabilimento, sull’occupazione e sull’intero sistema dell’indotto. Non esiste ancora una prospettiva industriale chiara e credibile per Taranto e per migliaia di lavoratori e delle loro famiglie che attendono di conoscere quale sia il proprio futuro.

Non c’è più tempo per non intervenire, servono risposte subito.

Al termine dell’assemblea, le Segreterie FIM, FIOM, UILM e USB assieme ai lavoratori, hanno promosso e guidato una grande mobilitazione sindacale con corteo a cui hanno partecipato le lavoratrici e i lavoratori dell’indotto. Il corteo ha attraversato la SP Taranto -

Statte e il quartiere Tamburi, fino a raggiungere il Comune di Taranto, dove insieme ai

lavoratori  hanno occupato la piazza antistante il Palazzo di Città.

Una delegazione sindacale è stata ricevuta dal sindaco Piero Bitetti, al quale abbiamo

rappresentato tutta la gravità della situazione, ribadendo che l’iniziativa di oggi è solo

l’inizio della bomba sociale che denunciamo da mesi.

LA POLITICA NON SI NASCONDA DIETRO QUANTO DECISO DAL TRIBUNALE DI MILANO.

Le Segreterie FIM, FIOM, UILM e USB intendono essere altrettanto chiare su un punto, la politica non può utilizzare le decisioni della magistratura come alibi per non assumersi sino in fondo le proprie responsabilità.

Spetta al Governo in primis, a tutte le forze politiche e alle istituzioni, decidere quali GARANZIE ASSICURARE A TUTTI I LAVORATORI, DIRETTI, DI ILVA IN A.S. E DELL’INDOTTO,

quale futuro industriale garantire a Taranto e quale prospettiva dare allo stabilimento. Non servono continue attese, ma risposte subito. Un’emergenza che non può più  attendere, il Governo deve intervenire immediatamente al fine di bloccare i licenziamenti annunciati.

IL GOVERNO BLOCCHI I LICENZIAMENTI

Non si può parlare di futuro industriale mentre migliaia di lavoratori rischiano, nel frattempo, di perdere il proprio posto di lavoro. Il Governo deve mettere in campo subito tutti gli strumenti necessari per fermare i licenziamenti, salvaguardando tutti i lavoratori

coinvolti, a partire da quelli dell’indotto.

Nessun lavoratore deve essere lasciato indietro!

Domani le Segreterie FIM, FIOM, UILM e USB parteciperanno all’incontro convocato a

Palazzo Chigi. Attenderemo l’esito dell’incontro e programmeremo una nuova assemblea con tutti i lavoratori di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, Ilva in amministrazione straordinaria e dell’intero indotto, per discutere insieme e decidere quali

iniziative intraprendere.

L’iniziativa di ieri non rappresenta una protesta isolata, ma bensì l’inizio di una fase di mobilitazioni se non arriveranno le risposte. La pazienza dei lavoratori è terminata.

Il Governo si assuma le proprie responsabilità decidendo quale futuro vuole garantire a

Taranto e a tutti i lavoratori, nessuno escluso.

Servono garanzie su occupazione, salario e su una vera prospettiva industriale.

Il tempo è scaduto - conclude la nota- La politica tutta, si assuma le proprie responsabilità.

“Se ci sarà un investimento sull’area a freddo, quella parte dello stabilimento potrà rappresentare una concreta opportunità di continuità produttiva e occupazionale”. Lo dice sull’ex Ilva di Taranto Gennaro Oliva della Uil. L’area a freddo dell’acciaieria, meglio ancora l’area di laminazione, non é infatti interessata da alcun provvedimento giudiziario al contrario, invece, dell’area a caldo che, per ordine della Corte d’Appello di Milano, dovrà fermarsi entro fine ottobre (90 giorni dal 27 luglio scorso). “La laminazione - dice la Uil - è nelle condizioni di lavorare la bramma e i relativi forni sono alimentati da mesi con gas metano, non più con i gas derivanti dai processi dell’area a caldo. Questo dimostra che occorre guardare con attenzione alle potenzialità dell’area a freddo e programmare investimenti capaci di valorizzare gli impianti e le competenze dei lavoratori”.

    Per Oliva, inoltre, “una volta fermata l’area a caldo, dovrà essere immediatamente messa in sicurezza e bonificata. Le risorse per realizzare questi interventi devono essere assicurate dal Governo e le attività devono essere svolte, per quanto possibile, utilizzando gli stessi lavoratori oggi impiegati nello stabilimento e nell’indotto. La messa in sicurezza e la bonifica non possono trasformarsi in un’altra occasione di espulsione dal lavoro: devono diventare, invece, un percorso di tutela occupazionale e di risanamento del territorio”.

    “Il tempo è scaduto - sottolinea per la Uil Oliva - domani a Palazzo Chigi il Governo dovrà dare risposte precise e immediate. Non è più accettabile che siano i lavoratori e le loro famiglie a pagare il prezzo dell’incertezza industriale e dei ritardi accumulati negli anni. Chiediamo il ritiro immediato delle procedure di licenziamento e l’adozione di misure straordinarie per tutti i lavoratori coinvolti. Basta contrapposizioni tra salute, ambiente e lavoro – conclude Oliva –. Bisogna fare pace con la città. Taranto ha diritto a un modello industriale nuovo, compatibile con la salute e con l’ambiente, ma anche capace di garantire occupazione, reddito e dignità. La transizione non può diventare sinonimo di disoccupazione e impoverimento del territorio”.

È toccato questa mattina molto presto ai lavoratori delle imprese appaltatrici e dell’indotto ex Ilva aprire la settimana che vedrà domani un nuovo tavolo sull’ex Ilva tra Governo e sindacati a Palazzo Chigi, anche se sino a ieri nessuna convocazione formale era ancora giunta né ai sindacati, né ai commissari delle amministrazioni straordinarie di Ilva e di Acciaierie d’Italia. I lavoratori terzi, insieme alle sigle sindacali Fim, Fiom, Uilm e Usb, stanno infatti tenendo questa mattina un’assemblea davanti alla portineria del siderurgico per decidere cosa fare a fronte della fermata dell’area a caldo della fabbrica che, come confermato l’11 settembre dalla Corte d’Appello di Milano con un’ordinanza, avverrà entro fine ottobre. Tutta l’area indotto-appalto ex Ilva é quella che in questo momento rischia di più sotto l’aspetto occupazionale. La maggioranza delle imprese opera infatti proprio nell’area a caldo dove sinora ha assicurato lavori, manutenzioni, forniture, trasporti e pulizie industriali. “L’assemblea di stamattina - dice Biagio Prisciano, segretario Fim Cisl - serve a programmare subito le iniziative di lotta. Bisogna disinnescare immediatamente questa bomba sociale, bisogna mettere in sicurezza tutti i lavoratori salvaguardando il loro reddito attraverso strumenti straordinari e creare le prospettive industriali. Non vogliamo vivere di soli ammortizzatori sociali, non vogliamo vivere di licenziamenti, ma vogliamo vivere con un lavoro dignitoso che sia rispettoso di salute e ambiente”. Per le imprese che lavorano con l’ex Ilva, dopo la conferma dello stop della fabbrica tra un mese e mezzo, Aigi, associazione imprenditoriale, ha fatto ripartire le procedure per 2.500 licenziamenti collettivi da parte di 28 aziende associate. Aigi aveva comunicato i licenziamenti il 4 settembre, poi gli ha sospesi l’8 settembre quando il Governo a Palazzo Chigi ha incontrato le parti sociali - accettando l’invito dello stesso Governo - e ora gli ha fatti ripartire. Infine, tra licenziamenti collettivi e ricorso alla cassa integrazione ha annunciato anche Confapi, che però non ha ancora attivato le procedure. Confapi attende il nuovo incontro Governo-sindacati e i provvedimenti che eventualmente scaturiranno, prima di convocare le sigle. 

“In questa assemblea emerge un problema importantissimo: coprire anzitutto con ammortizzatori sociali straordinari ad hoc le imprese dell’appalto ex Ilva che hanno già dichiarato i licenziamenti collettivi. E chiediamo a tutte le aziende che lo hanno fatto, di ritirarli immediatamente”. Lo dice Pietro Cantoro, della Fim Cisl, a margine dell’assemblea dei lavoratori terzi e delle sigle sindacali in corso stamattina davanti alla portineria imprese dell’ex Ilva di Taranto. “Il Governo ci dia un programma industriale di previsione di ripresa delle attività perché la gente ha bisogno di lavoro” afferma Cantoro, per il quale “la riconversione é un problema che andava già affrontato e che ora deve essere affrontato con urgenza. Chiaramente, il programma di ripresa deve essere rispettoso dell’ambiente e green, visto le sfide che ci aspettano. I lavoratori non possono essere abbandonati al loro destino. Le persone hanno bisogno di garanzie e di futuro”.

 “Dall’assemblea di questa mattina - spiega Paolo Panarelli, coordinatore Fim Cisl per l’indotto-appalto dell’ex Ilva - emerge una forte preoccupazione per quanto riguarda i lavoratori. I lavoratori sono preoccupati per il loro destino e per il loro salario. Non hanno ammortizzatori sociali e le imprese, gli imprenditori, stanno già comunicando i licenziamenti collettivi. Non li accetteremo. Chiediamo strumenti idonei di salvaguardia occupazionale”.

“È un primo segnale di reazione oggi per i lavoratori dell’appalto di Acciaierie d’Italia dopo il riavvio delle procedure di licenziamento collettivo da parte dell’associazione di imprese Aigi - afferma Patrizio Di Ponzio della Fiom Cgil -. Occorreva reagire. E lo stiamo facendo con un’assemblea per dare ai lavoratori tutti i dettagli della situazione attuale. Decideremo oggi le iniziative più opportune. Sicuramente l’avvio di una fase di sciopero che deve vedere coinvolti tutti. Ma la reazione va inoltrata nei confronti del Governo che deve assolutamente prendere decisioni per garantire questi lavoratori. Siamo stanchi di supplire, come abbiamo fatto in questi anni. Ci devono dare garanzie lavorative, perché i lavoratori non possono rimanere disoccupati a vita” conclude l’esponente Fiom. Proclamate le prime 24 ore di sciopero a partire dalle 9 oggi. "se non ci saranno risposte non ci fermeremo"

 “Serve una risposta politica e industriale all’altezza della gravità della situazione. Chiediamo un intervento straordinario per Taranto per tutelare tutti i lavoratori, quelli di Acciaierie d’Italia in AS, di Ilva in AS e del’intero

indotto”. Lo dicono Fim, Fiom, Uilm e Usb di Taranto dopo il consiglio di fabbrica straordinario di oggi. “Servono garanzie occupazionali, strumenti sociali adeguati, tutela del reddito e misure previdenziale ad hoc per i lavoratori, insieme a un piano concreto di reindustrializzazione per Taranto. - dicono i sindacati -. La decarbonizzazione e la transizione ecologica non possono diventare sinonimo di dismissione, perdita di posti di lavoro e desertificazione industriale. Taranto ha bisogno di un progetto industriale credibile, finanziato e vincolante, capace di tenere insieme salute, sicurezza, ambiente e lavoro”

“Non accetteremo - proseguono le sigle - che il peso delle responsabilità delle istituzioni accumulate negli anni venga scaricato ancora una volta esclusivamente sui lavoratori. Il Governo deve assumersi fino in fondo la propria responsabilità a partire dal blocco dei licenziamenti dei lavoratori dell’appalto sulla quale pende una informativa di procedura di licenziamenti collettivi.Per tali ragioni lunedì 14 settembre, presso la portinerie delle imprese, abbiamo indetto l’assemblea con i lavoratori dell’appalto in cui saranno decise e metteremo in campo le iniziative di mobilitazioni al fine di impedire l’avvio di procedura di licenziamento collettivo”. “Inoltre, subito dopo l’incontro con il Governo a Palazzo, Chigi, Fim, Fiom, Uilm

e Usb - si annuncia - convocheranno le assemblee con tutti i lavoratori per illustrare gli esiti del confronto, discutere e decidere insieme le prossime iniziative al fine di garantire un intervento straordinario che metta in sicurezza tutti i lavoratori”. Per i sindacati, “il rischio di una crisi sociale senza precedenti è concreto, le informative e le procedure di licenziamento nell’indotto hanno già coinvolto migliaia di lavoratori. Infine, crediamo necessario ribadire per evitare inutili strumentalizzazioni che le nostre iniziative di mobilitazioni non saranno rivolte verso la decisione della Corte di Appello di Milano, bensì verso tutti i governi che si sono succeduti in questi 14 anni sulla vertenza ex-Ilva e che hanno l’esclusiva responsabilità di quanto sta avvenendo in queste ore”.

La  Pec di Aigi non si è fatta attendere.  Con una comunicazione inviata ai sindacati l'Associazione che rappresenta le imprese dell'indotto annuncia la ripresa delle procedure per i licenziamenti che riguardano 2500 lavoratori di 28 aziende.

Ecco il testo della comunicazione 

"A seguito delle novità circa l'improrogabile stop produttivo dell'area a caldo del sito industriale ex Ilva di Taranto le aziende nostre associate intendono riprendere sin da subito l'iter previsto dalle procedure per il licenziamento collettivo così come comunicato alle organizzazioni sindacali con precedente PEC iter che era stato sospeso in attesa delle decisioni della Corte d'Appello

di Milano. "

“Prendiamo atto della decisione della Corte d’Appello che ha rigettato la richiesta di Acciaierie d’Italia di sospendere il decreto con il quale, nello scorso luglio, veniva disposto il fermo degli altiforni entro novanta giorni, fino alla rimozione delle condizioni ritenute nocive per la salute dei cittadini. È una notizia che impone, tuttavia, una riflessione immediata e soprattutto l’assunzione di decisioni urgenti da parte del Governo: in primis, l’adozione di un decreto urgente che governi la transizione”.

 

È quanto dichiara il Presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma, tornando a chiedere un intervento straordinario dello Stato per accompagnare lo stabilimento siderurgico di Taranto in una fase che si presenta molto critica e complessa.

 

“Lo stop dell’area a caldo – sottolinea Toma – rischia di innescare una vera e propria bomba sociale, con conseguenze gravissime non soltanto per i lavoratori diretti e dell’indotto, ma per l’intero sistema economico e produttivo del territorio. Per questo riteniamo necessario valutare con urgenza un decreto legge che, nel rispetto prioritario e assoluto della salute dei cittadini e delle prescrizioni ambientali, consenta ad Acciaierie d’Italia di proseguire temporaneamente la produzione entro un limite massimo di quattro milioni di tonnellate annue, vale a dire su livelli produttivi significativamente ridotti e, dunque, con un minore impatto emissivo. Tutto questo, per un tempo utile per passare all’adozione delle nuove tecnologie ”.

 

Una misura straordinaria e temporalmente circoscritta quindi, che, secondo il Presidente di Confindustria Taranto, dovrebbe essere accompagnata da un impegno diretto dello Stato nel finanziamento della trasformazione tecnologica dell’impianto. “Parallelamente – aggiunge Toma – lo Stato dovrà farsi carico dei costi necessari alla realizzazione dell’impianto di DRI e di uno o due forni elettrici, infrastrutture indispensabili per accompagnare concretamente il processo di decarbonizzazione. Solo così sarà possibile consentire all’ex Ilva di attraversare questo difficile passaggio, mantenendo in piedi il tavolo governativo e dando nel contempo attuazione ai progetti già in itinere, gran parte dei quali peraltro già legati ai processi di decarbonizzazione, che la nostra stessa Confindustria ha promosso e portato avanti, anche nella prospettiva, in cui crediamo, di creare le condizioni per nuove prospettive di lavoro in un’ottica di sostenibilità”.

 

“La priorità è salvaguardare il lavoro – prosegue Toma- ma, ancor prima, la salute dei cittadini. Questi due diritti fondamentali non possono e non devono essere messi in contrapposizione. La strada da percorrere è quella di una transizione vera, sostenuta da investimenti certi e da un cronoprogramma vincolante, che consenta di ridurre progressivamente l’impatto ambientale senza produrre, nel frattempo, un devastante vuoto occupazionale e sociale ed una inevitabile desertificazione industriale”.

 

Il Presidente di Confindustria Taranto torna infine a plaudire all’iniziativa promossa dal Presidente della Camera di Commercio di Taranto-Brindisi, Vincenzo Cesareo, nella sua veste di imprenditore, finalizzata alla costruzione di una cordata di imprenditori locali e nazionali interessati a partecipare alla partita per l’acquisizione dello stabilimento, oggi al centro dell’attenzione di diversi operatori del settore siderurgico.

 

“È un’iniziativa che abbiamo guardato con favore sin dal primo momento – conclude il Presidente di Confindustria – perché testimonia la volontà del sistema imprenditoriale di non restare spettatore rispetto al futuro del più grande stabilimento siderurgico d’Europa. La presenza di una componente imprenditoriale radicata sul territorio potrebbe rappresentare un valore aggiunto importante, nella prospettiva di un progetto industriale credibile, sostenibile e capace di coniugare produzione, innovazione, tutela ambientale, salute e occupazione, di cui la comunità possa avere reale contezza. Taranto ha bisogno di risposte immediate, ma soprattutto di una prospettiva certa: è il momento di assumere decisioni coraggiose e definitive”.

 

“I giudici della Corte di Appello di Milano hanno confermato il blocco dell'area a caldo dell'ex Ilva respingendo la richiesta di sospensiva di Acciaierie d'Italia. A seguito di questa decisione, riteniamo sia fondamentale che il Governo risponda alle richieste contenute nel piano nazionale straordinario di messa in sicurezza sociale e di rilancio dell’ex Ilva e convochi immediatamente il tavolo permanente a Palazzo Chigi”. Lo dicono Fim, Fiom e Uilm. “Le lavoratrici e i lavoratori pretendono risposte sul futuro dell’ex Ilva e il sistema manifatturiero attende di conoscere il destino della produzione di acciaio nel nostro Paese - dicono i sindacati - non accetteremo passivamente un piano che risolva con anni di cassa integrazione e licenziamenti già annunciati. Bisogna evitare l’esplosione della bomba sociale con interventi ordinari e straordinari. Bisogna mettere in salvaguardia i lavoratori, prime vittime delle scelte di chi ha avuto ed ha responsabilità decisionali. Subito il blocco dei licenziamenti”.

Taranto è terza in Italia per incidenza degli infortuni mortali sul lavoro. Il dato, riportato in un comunicato della Uil Puglia, emerge dall’ultimo report dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente di Vega Engineering, aggiornato al 31 luglio 2026 su dati Inail. La provincia di Taranto registra un’incidenza di 49,5 morti ogni milione di occupati, con sette vittime nei primi sette mesi dell’anno, contro una media nazionale di 17,8. Davanti a Taranto ci sono soltanto Vercelli (71,7) e Cosenza (57). "Taranto non può accettare di essere ancora una volta tra le province più esposte al rischio di morte sul lavoro – dice Gennaro Oliva, coordinatore territoriale Uil Taranto –. Avevamo già lanciato l’allarme nei mesi scorsi, quando nei primi quattro mesi del 2026 avevamo contato tre lavoratori morti. Oggi i numeri confermano che non si tratta di episodi isolati, ma di un’emergenza che impone un cambio di passo". Per quanto riguarda i dati nazionali, la Puglia è quinta in Italia per incidenza della mortalità sul lavoro (22,3 morti ogni milione di occupati) ed è per questo inserito da Vega nella "zona rossa". La Uil rilancia quindi la propria campagna "Zero morti sul lavoro", chiedendo al Governo di "rafforzare gli organici ispettivi e le attività di controllo, contrastare gli appalti al massimo ribasso e gli appalti a cascata, escludere dalle gare pubbliche le aziende che violano le norme sulla sicurezza e proseguire il percorso per una Procura speciale dedicata agli infortuni mortali sul lavoro". "Anche una sola vittima è una sconfitta. Taranto e la Puglia non chiedono commemorazioni dopo le tragedie: chiedono che si faccia tutto ciò che è necessario per impedirle", conclude Oliva. 

“Non c’è più tempo da perdere". Lo dicono Fim, Fiom e Uilm nazionali sull’ex Ilva.

  “Il Governo - affermano - ha chiesto due giorni di tempo per dare risposte al Piano Straordinario Nazionale di messa in sicurezza e rilancio dell’ex Ilva presentato da Fim, Fiom, Uilm lo scorso 4 agosto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. In queste ore più che mai, anche alla luce della riserva espressa dal tribunale di Milano, i lavoratori vogliono sapere cosa succederà loro, quale sarà il loro futuro”.

  “Una cosa è certa: non accetteremo - dicono le sigle - che i lavoratori paghino le scelte sbagliate e le mancate scelte di politica e istituzioni. Negli stabilimenti del gruppo ex Ilva e dell’indotto si stanno svolgendo assemblee e confronti, tra i lavoratori ed i loro rappresentanti, dai quali emergono rabbia e preoccupazione. Governo e istituzioni usino proficuamente questo tempo per produrre proposte risolutive della vertenza. Ci aspettiamo dunque, nei tempi concordati, una nuova convocazione del Tavolo permanente presso Palazzo Chigi”, concludono i sindacati. 

 

 

Il governo non esclude una partecipazione pubblica nell’ex Ilva, come richiesto dai sindacati, purché sia presentato un piano industriale solido e credibile. Lo ha detto, secondo quanto si apprende, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, durante l’incontro con le organizzazioni sindacali sull’ex Ilva di Taranto, parlando della gara per l’acquisto dell’ex Ilva.

Per quanto riguarda i tempi di valutazione delle offerte - ha aggiunto Mantovano - occorreranno un paio di mesi perché scada il termine per la presentazione e ai quali seguirà poi la trattativa, per tutta la durata della quale resterà in piedi l’amministrazione straordinaria dell’ex Ilva. Il governo - ha aggiunto Mantovano - sulla base delle offerte presentate e in presenza di un piano industriale solido e credibile, non esclude una partecipazione pubblica, come richiesto dalle organizzazioni sindacali. 

La posizione del governo - ha affermato Mantovano - è che per l’acciaio in Italia è necessario un futuro green, quindi forni elettrici alimentati a Dri. Non si tratta - ha sottolineato il sottosegretario - di una mera affermazione di principio, in quanto per il Dri sono già presenti risorse che il Governo intende utilizzare.

Riguardo all’area a caldo dell’ex Ilva, se la Corte d’Appello di Milano confermerà il decreto di sospensione - ha spiegato Mantovano - si porranno tre questioni principali: la sorte dei lavoratori impiegati finora; il futuro della produzione di acciaio, non solo a Taranto ma in tutta Italia; il futuro produttivo dell’area di Taranto.

Per affrontare la situazione - ha spiegato Mantovano - occorre quindi muoversi lungo tre direttrici: le prospettive della gara per individuare il nuovo acquirente e la valutazione del piano industriale che sarà presentato; l’individuazione di misure di carattere sociale, dalla Cigs a percorsi di esodo incentivati; lo sviluppo dei progetti di reindustrializzazione, e quindi di assorbimento degli eventuali esuberi, non solo per i dipendenti ex Ilva ma anche delle aziende dell’indotto.

 L'incontro a Palazzo Chigi tra Governo e sindacati sull’ex Ilva è terminato intorno alle 2130. Ci si é aggiornati nel giro di qualche giorno, il tempo di vedere cosa decide la Corte d’Appello di Milano sull’istanza di sospensiva del decreto di fermata dell’area a caldo del siderurgico di Taranto adottato dall’autorità giudiziaria lo scorso 27 luglio, con scadenza 90 giorni, quindi fine ottobre. Sulla base di ciò che decideranno i magistrati - l’udienza si terrà domani - i ministri che hanno partecipato al vertice di stasera a Chigi definiranno azioni e iniziative per la fabbrica, i lavoratori e la città di Taranto.

Pagina 1 di 159

    

Ripristina impostazioni sui cookie.