Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (2107)

I sindacati metalmeccanici Fim, Fiom e Uilm hanno deciso di revocare le assemblee indette per lunedì prossimo e di riprogrammarle dopo il nuovo vertice sull’ex Ilva che Palazzo Chigi ha convocato per martedì 18 alle 15,00. Il rinvio è determinato dalla necessità di valutare gli eventuali nuovi elementi che i ministri porteranno alla ripresa della discussione. Le sigle metalmeccaniche contestano in toto il piano presentato martedì, lo ritengono un piano di dismissione e di chiusura dell’ex Ilva. 

 

 I sindacati ritengono poco credibile la prospettiva di completare ora la decarbonizzazione della fabbrica in 4 anni quando prima si era parlato di 12 anni e poi di otto anni, ma soprattutto contestano l’aumento importante della cassa integrazione, da 4.450 a 5.700 e poi a 6.000 a gennaio, lo stop di quattro batterie delle cokerie per gli altiforni, con l’acquisto del coke dall’estero, e l’assenza di una visione chiara sui programmi dei gruppi privati - 3 al momento, Bedrock e Flacks Group, che sono due fondi Usa, più un terzo operatore industriale estero - candidatisi a rilevare tutta l’ex Ilva. Ieri il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, dichiarando che il piano presentato l’11 scorso serve a fare le necessarie manutenzioni agli impianti, a partire dai due altiforni operativi, il 2 e il 4, poiché il terzo altoforno 1 è ancora sotto sequestro da parte della Procura dopo l’incendio di maggio, ha aperto ai sindacati e ha sostenuto: “Possiamo discutere sicuramente sulle conseguenze dei livelli di cassa integrazione. Su questo siamo assolutamente disponibili a concordare con i sindacati”. 

Giovedì, 13 Novembre 2025 15:33

EX ILVA/ Afo 4 torna in marcia, riprende la produzione

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Acciaierie d’Italia é ritornata a produrre. È infatti ripartito questa mattina intorno alle 8 nell’ex Ilva di Taranto l’altoforno 4, unico in funzione in questo momento. Era stato fermato martedì per lavori di manutenzione e in questo arco di tempo l’azienda non ha prodotto ghisa da trasformare in acciaio. La fermata dell’impianto é comunque durata meno rispetto al tempo inizialmente previsto che doveva essere di 72 ore. L’altoforno 4 aveva già avuto una pre-fermata preparatoria il 5 novembre. Attualmente la capacità dell’impianto é di circa 4.500 tonnellate di ghisa al giorno. Acciaierie d’Italia è intanto al lavoro per riattivare tra fine anno e inizio d’anno l’altoforno 2, fermo da molto tempo e al quale i lavori prevedono la sostituzione del crogiolo. 

Arriva la  convocazione dei sindacati dal Governo per un incontro a Palazzo Chigi per il 18 novembre ore 15. Nella convocazione c’è scritto “per riprendere il tavolo di confronto con una delegazione del Governo sulle prospettive occupazionali dei lavoratori dell’ex Ilva”.

Sull'ex Ilva si cerca così di riprendere un dialogo dopo che i sindacati hanno considerato irricevibile il piano prospettato dal Governo.

"I sindacati sono rimasti critici perché abbiamo affermato che vogliamo una veloce decarbonizzazione, come ci è stata chiesta dagli enti locali. Noi dobbiamo tener conto delle condizioni reali e le condizioni reali sono che c'è un solo altoforno in funzione, perché il secondo che avevamo riattivato è sotto sequestro probatorio della magistratura, quindi dipende dalle decisioni di un altro organo istituzionale. Dobbiamo prendere atto della realtà, il Comune è contrario all'approdo di una nave rigassificatrice, e ne hanno preso atto coloro che, per esempio come Baku Steel, puntavano sull'asset energetico con una nave rigassificatrice in cui potessero commercializzare anche la loro produzione nel Mediterraneo". Così, a margine del Question Time alla Camera, il ministro per le Imprese e il Made in Italy Adolfo Urso. 

"Dobbiamo prendere atto che attraverso il gasdotto è difficile che possa aggiungere ulteriore gas necessario per gli impianti e stiamo lavorando in maniera assidua, direi ogni giorno, per assicurare che sia fornibile fornire il gas per gli impianti necessari e per almeno un impianto Dri, affinché l'investitore possa avere la certezza che almeno una parziale produzione di preridotto avvenga nel sito di Taranto", ha aggiunto ancora. 

 “Vogliamo una veloce decarbonizzazione come ci è stata chiesta dagli enti locali. Ma dobbiamo tenere conto delle condizioni reali e queste sono che c’è un solo altoforno in funzione, perché il secondo, che avevamo riattivato, è sotto sequestro probatorio della Magistratura, dipende quindi dalle decisioni di un altro organo istituzionale. Dobbiamo poi prendere atto della realtà che il Comune é contrario all’approdo della nave rigassificatrice e ne hanno preso atto coloro che come Baku Steel puntavano sull’asse energetico con una nave cui poter commercializzare la loro produzione nel Mediterraneo”. ha detto Adolfo Urso.

  “Dobbiamo prendere atto che attraverso il gasdotto possa giungere ulteriore gas per gli impianti e stiamo lavorando in maniera assidua, ogni giorno, per assicurare che sia possibile fornire il gas per gli impianti elettrici, la nuova centrale elettrica, per i forni elettrici e almeno per un impianto di Dri affinché l’investitore possa avere la certezza che almeno una parziale produzione di preridotto avvenga nel sito di Taranto” ha inoltre rilevato Urso.

  “Abbiamo anche illustrato ai sindacati quello che stiamo facendo per una veloce reindustrializzazione delle aree che non saranno più impegnate dagli impianti siderurgici, che sono aree molto significative all’interno del sito di Taranto e anche a Genova - ha detto Urso -. Qui è possibile fare investimenti significativi. Parliamo di 16 investimenti industriali e produttivi che potranno essere realizzati entro i prossimi 4 anni, cioè prima del passaggio dagli altiforni ai forni elettrici, che comporta una riduzione dell’occupazione”. 

É racchiuso in otto slide il piano per l’ex Ilva che il Governo ha presentato ieri ai sindacati. L’Esecutivo, in una delle slide, lo definisce piano a ciclo corto, perché ha anche l’obiettivo di accelerare i tempi dei lavori agli impianti e della decarbonizzazione, quest’ultima da conseguire ora in quattro anni, ma i sindacati, saliti sulle barricate, lo hanno già respinto e lo hanno definito un piano di chiusura della fabbrica di Taranto, anche perché la cassa integrazione straordinaria avrà da subito una robusta impennata.

Nel piano illustrato si afferma infatti che “la rimodulazione dell’attività produttiva dal 15 novembre fino a dicembre, richiederà l’incremento del ricorso alla cassa integrazione che passerà da 4.550 a circa 5.700 unità con integrazione del reddito. A tal fine - si annuncia - il Governo presenterà una norma legislativa anche per garantire la copertura finanziaria dell’integrazione. Dall’1 gennaio, con la fermata delle batterie di cokefazione, si arriverà a 6.000 unità”. Questo è quindi lo scenario della cassa nel prossimo mese e mezzo e l’impatto maggiore sarà su Taranto.

Per la gestione operativa degli impianti, nel piano si afferma che dal 15 novembre a febbraio 2026 Acciaierie in amministrazione straordinaria “darà corso ad interventi per la manutenzione di altoforno 2, altoforno 4, acciaieria 2, treno nastri 2, rete gas coke e agglomerato, impianti marittimi, interventi ambientali, adeguamento normativa Atex e prescrizioni Ctr” (queste ultime sono quelle del comitato tecnico regionale e riguardano l’antincendio). Da marzo 2026, é scritto nel piano, “sarà comunque necessario fare ulteriori interventi - auspicabilmente a cura del nuovo acquirente - su altoforno 1, ove dissequestrato, centrali elettriche, utilities, cokerie, acciaieria 1, treno nastri 2, treno lamiere e lavorazioni a valle. Obiettivo, garantire la continuità produttiva, tutelare la sicurezza dei lavoratori, mantenere le quote di mercato”.

Quattro anni sono prefigurati per il piano di decarbonizzazione della fabbrica di Taranto. “Realizzazione del piano di decarbonizzazione dell’ex Ilva nel più breve tempo possibile con mantenimento della continuità produttiva così da consentire all’Italia di diventare il primo Paese europeo a produrre solo acciaio green” si afferma. Si annuncia poi che dal 15 novembre parte il piano “a ciclo corto”, con un nuovo piano operativo “che comporta una rimodulazione dell’assetto produttivo del complesso aziendale”, mentre dall’1 gennaio 2026 ci sarà il fermo di produzione delle batterie coke 7, 8, 9 e 12, mantenimento delle stesse in cosiddetto riscaldo e acquisto del coke all’estero. Poi da metà gennaio prossimo ci sarà l’avvicendamento tra altoforno 4 e altoforno 2 (quest’ultimo attualmente fermo mentre il primo, fermo da ieri in manutenzione, dovrebbe ripartire domani). Circa questa nuova fase di metà gennaio, si precisa che ci sarà un solo altoforno “per un periodo di circa 20 giorni”.

Il piano delinea poi gli impegni che il Governo intende portare avanti in sede europea per difendere l’acciaio, dal 3 dicembre, con l’adozione del nuovo pacchetto per la sicurezza economica “con misure importanti per il settore siderurgico”, al 10 dicembre, quando “verrà portata al collegio dei commissari la revisione del Cbam e del ETS sulla base delle proposte del Governo italiano”. Il piano fa anche riferimento da parte del Governo ad “un nuovo impegno con i partner globali per affrontare la sovraccapacità, limitando i volumi delle importazioni senza tariffe a 18,3 milioni di tonnellate anno” e “ rafforzando la tracciabilitá dei mercati dell’acciaio”.

Il Governo, circa la vendita dell’ex Ilva, conferma i negoziati in corso con i fondi americani Bedrock e Flacks Group ma annuncia “un altro operatore estero” che secondo ipotesi potrebbe arrivare dal Quatar. Con questo nuovo operatore, il piano dice che è stato firmato in accordo di riservatezza ed attivato “accesso alla data room nel corso della scorsa settimana per avviare una prima ricognizione finalizzata ad una eventuale manifestazione di interesse”. Venerdì scorso c’é stato un “incontro operativo” con il nuovo potenziale investitore “cui è seguita un’ulteriore richiesta di chiarimenti”. Si puntualizza che il meccanismo della gara consente di presentare nuove offerte che possono essere prese in considerazione se migliorative. Con Bedrock, invece, si fa presente che le negoziazioni in corso sono attualmente “finalizzate a verificare il livello effettivo del loro impegno finanziario e i livelli occupazionali”. Ci sarà un altro incontro in questi giorni. Fonti vicine ad AdI hanno intanto affermato che il confronto con Bedrock aveva registrato passo avanti rispetto all’offerta iniziale che prevedeva solo 3mila occupati sui poco meno di 10mila del gruppo. Con Flacks Group, dopo un incontro in presenza il 28 ottobre, “è seguita l’attivazione della data room e l’invio da parye degli offerenti di un business plan più dettagliato”.

Sulla decarbonizzazione e sull’impianto di preridotto (Dri) per alimentare i nuovi forni elettrici, il piano annuncia che il Governo, “con il supporto della Regione Puglia, per consentire la pronta attuazione del piano di decarbonizzazione, garantirà l’immediata disponibilità di risorse finanziarie necessarie alla realizzazione dell’investimento per l’impianto Dri in quattro anni”. E siccome forni elettrici e Dri avranno bisogno di importanti quantità di gas per marciare, si afferma nel piano che “il Governo sta lavorando per garantire all’impianto Dri e alla centrale termoelettrica una fornitura di gas via condotte terrestri a prezzi competitivi”. Nei mesi scorsi era stata proposta la nave di rigassificazione per portare all’ex Ilva di Taranto 5 miliardi di metri cubi di gas l’anno, ma l’approdo della nave è stato nettamente respinto dal Comune.

Infine il piano fa riferimento al Tavolo Taranto e indica le aree da usare per i piani di reindustrializzazione: quelle Ilva, immediatamente disponibili, “con priorità ai progetti di carpenteria metallica”, ammontano a 170 ettari, quelle del demanio portuale a 370 ettari “con priorità per progetti energetici, meccanici e logistici”, ci sono poi quelle Asi e provinciali, non quantificate, per progetti manifatturieri e logistici, 300 ettari del demanio militare, “con priorità a insediamenti industrialo ad alto contenuto tecnologico” e infine altre aree in prossimità di nodi logistici come Grottaglie o in altre province vicine “con vocazione industriale”. 

A poche ore dalla riunione di oggi alle 18 a Palazzo Chigi tra il Governo e i sindacati metalmeccanici sull’ex Ilva, Wwf Italia, Legambiente e Greenpeace Italia chiedono al ministro delle Imprese, Adolfo Urso, e alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, “di superare l’atteggiamento passivo e attendista finora adottato e di presentare al Paese un vero e proprio piano industriale ed economico che sia completo, tra le altre cose, di governance, risorse necessarie, fonti di finanziamento utilizzabili e obiettivi di decarbonizzazione chiari, garanzie per la salute di chi lavora e vive a Taranto con tappe e scadenze definite in modo inequivocabile, e monitorabili da parte di tutti gli stakeholder coinvolti”. 

Secondo le tre associazioni, “solo l’esistenza di un piano di questo tipo, con un ruolo guida dello Stato, può garantire la realizzazione entro il 2030 di nuovi forni elettrici per la produzione di acciaio, di un impianto per la produzione di ferro preridotto (DRI) e dei relativi impianti di alimentazione energetica da fonti rinnovabili che riducano al minimo gli impatti su clima, ambiente e salute e azzerino tali impatti nei tempi più rapidi possibili, escludendo categoricamente qualsiasi impianto di rigassificazione in loco”. Nonché assicurare, dicono Wwf, Legambiente e Greanpeace Italia, “il sostegno sociale, economico e finanziario dei lavoratori e delle lavoratrici interessati dalla transizione e la loro formazione alle nuove mansioni inerenti alla nuova configurazione produttiva”, ma anche “un sistema di produzione che garantisca la salute di lavoratori e cittadini”. Solo così, affermano ancora le tre associazioni, si può avere “il funzionamento degli attuali impianti, altoforni e cokerie, per il tempo più breve possibile e nel pieno e totale rispetto delle prescrizioni previste dall’Aia”. Infine, “le tre associazioni sottolineano la necessità di sposare la strategia di decarbonizzazione dell’ex Ilva con gli obiettivi del Piano Nazionale Integrato Energia Clima (PNIEC), favorendo il più possibile filiere industriali delle fonti rinnovabili e dell’idrogeno verde, anche per garantire nuova occupazione”. 

Il ministro Urso dice che l'ex Ilva non può essere nazionalizzata? Non è così. L'Enel, la Leonardo... sono aziende di Stato e se l’'cciaio è un settore strategico per l'automotive e l'edilizia, si nazionalizza e si fa la decarbonizzazione". Lo ha detto ieri sera a Taranto Antonio Decaro, candidato presidente del centrosinistra per la Regione Puglia, parlando dell’ex Ilva e rispondendo al ministro delle Imprese che oggi a Bari ha detto che la fabbrica dell’acciaio non può essere nazionalizzata poiché non lo consente la Costituzione. “Lo Stato ha portato qui l’Italsider negli anni ‘60 e lo Stato se ne deve occupare ora insieme a noi”, ha proseguito Decaro che ha poi affermato: "Emiliano ha detto che è stato lui a proporre la nazionalizzazione dell’ex Ilva? Abbiamo la stessa idea sul tema, così come abbiamo la stessa idea su tanti altri temi della nostra regione”. 

Acciaierie d’Italia, l’ex Ilva, mette in fermata l’altoforno 4, l’unico da mesi in marcia nello stabilimento. L’impianto si fermerà per 24 ore domani e per 72 ore il 10 novembre, un totale quindi di 96 ore divise in due step. Sono fermate che servono all’azienda per effettuare gli interventi di manutenzione necessari a tenere in regolare attività l’altoforno, che ad ottobre non si è mai fermato ed ha avuto in media una produzione di circa 4.500 tonnellate di ghisa al giorno.

  Domani si interverrà sulla parte alta dell’impianto, dal 10, invece, su refrattario e piastre. Questa seconda fermata coinciderà con il vertice sull’ex Ilva tra Governo e sindacati convocato per l’11 a Palazzo Chigi alle 18 e confermato dal ministro delle Imprese, Adolfo Urso.

  Con una produzione al minimo storico, un solo altoforno in marcia e due, l’1 e il 2, fermi per ragioni diverse, Acciaierie non può correre il rischio di restare a terra anche con l’unico impianto attivo poiché ci sarebbero impatti pesanti. Di qui, dunque, la necessità di tenere sotto osservazione l’altoforno 4 e fare tutte le cose finalizzate ad evitarne lo stop. In questa fase AdI sta infatti cercando di traguardare senza ulteriori complicazioni gli ultimi due mesi dell’anno in attesa di avere una schiarita sugli altri due altiforni. E segnatamente sul 2 che dovrebbe riprendere da fine anno-primi di gennaio la produzione.

  L’impiano numero 1, che dopo un periodo di inattività era stato riacceso a metà ottobre 2024 dal ministro Urso, è ancora sotto sequestro senza facoltà d’uso da parte della Magistratura dopo l’incendio del 7 maggio ad una delle tubiere. Il 27 e il 28 scorsi ci sono stati gli ultimi campionamenti nell’area dell’impianto.

  La Procura già da alcune settimane ha nominato un secondo consulente - Donato Firrao, già docente di Metallurgia al Politecnico di Torino -, il quale si unisce a Paola Russo, ordinario di Chimica industriale e tecnologica all’Università La Sapienza, incaricata pochi giorni dopo il fatto. Adesso l’ex Ilva attende che sia formalizzato il verbale relativo alla conclusione delle attività di indagine in modo da poter presentare di nuovo l’istanza di dissequestro. Una prima istanza era già stata presentata ad agosto ma respinta dall’autorità giudiziaria. (

“Se serviva ribadire al Governo quali erano le nostre posizioni prima dell’incontro dell’11 a Palazzo Chigi, é stata questa l’occasione”. Lo ha detto sull’ex Ilva Valerio D’Aló, segretario nazionale Fim Cisl, uscendo dall’incontro che dopo il presidio di protesta e il punto stampa delle tre sigle metalmeccaniche davanti alla Galleria Sordi, le sigle Fim, Fiom e Uilm hanno avuto nella sede della presidenza del Consiglio con Stefano Caldoro, consigliere della premier Giorgia Meloni per i rapporti con le parti sociali, presenti anche Carlo Deodato, segretario generale della presidenza, e Gaetano Caputi, capo di gabinetto della premier.      “Abbiamo sottolineato come forse per la prima volta - rileva D’Aló - siamo arrivati a un incontro con il Governo con uno strappo dovuto al ministero del Lavoro sulla cassa integrazione, uno strappo per noi assurdo visto la disponibilità dell’azienda e dei sindacati e anche di un sottosegretario di darci tutto il tempo per poterne discutere. Per noi - prosegue D’Alò - è arrivato il momento di tracciare una linea. Noi conosciamo un solo piano che é quello che é fatto dei commissari, avallato dal Governo, che prevede i tre forni a Taranto e uno a Genova e i quattro impianti di preriduzione per poterli rifornire. Su quel piano bisogna costruire le basi. È arrivato il momento in cui lo Stato, il Governo, inizi a capire che questi impianti così come sono messi, non sono appetibili per il mercato ma vanno rilanciati. Un forte intervento pubblico serve proprio a questo. Una società pubblico-privata, pubblica all’inizio, scelgano loro il come, ma che metta le risorse non solo più per il corrente ma per il rilancio di impianti che devono tornare a produrre. Unica strada per far tornare le persone al lavoro e dare una risposta anche a quelli di Ilva in as che attendono una ricollocazione”. 

“L’incontro è stato utile, ci ha dato la possibilità di ribadire le richieste che in questi mesi noi abbiamo continuamente posto sul tavolo”, dichiara Guglielmo Gambardella, segretario nazionale Uilm, all’uscita dell’incontro con Caldoro a Palazzo Chigi. “Abbiamo fatto la fotografia della situazione aziendale e degli impianti che é drammatica - aggiunge Gambardella - siamo con un solo altoforno in marcia, uno sequestrato, l’altro in attesa di interventi manutentivi. Stiamo correndo il rischio di fermare completamente il gruppo. C’è bisogno di intervenire subito e di intervenire su una cassa integrazione che ha visto un incremento del 50 per cento fatto in modo unilaterale dal ministero del Lavoro. E c’è soprattutto la necessità di apportare nuovi fondi. L’amministrazione straordinaria ha finito quelli che gli sono stati dati disponibili. Una situazione così drammatica non prevede la possibilità di perdere altro tempo. Il Governo - sostiene Gambardella - prenda atto dell’insuccesso delle gare per mettere sul mercato gli asset aziendali. Da qui si parte. E se non c’è nessun investitore industriale credibile, noi proponiamo una sola ricetta: la nazionalizzazione. Ma non per un fatto ideologico, ma perchè l’onere degli investimenti può arrivare sino a 10 miliardi. Solo il Governo può farsene carico. E anche se affiancato da un partner industriale, il Governo ci deve mettere la faccia”, osserva Gambardella.

    Per Loris Scarpa, segretario nazionale Fiom Cgil, “l’incontro con Caldoro è cominciato male. Ogni volta noi dobbiamo raccontare la situazione. Mai che ci dicano loro qualcosa. Unica cosa che ci hanno confermato che l’11 ci sarà l’incontro. Abbiamo detto che se l’11 vengono a spiegarci di Bedrock, sanno già quale sarà la nostra risposta. Assolutamente non accetteremo questa discussione. Alla stessa stregua se vengono con un provvedimento tampone. Gli abbiamo già spiegato oggi che l’azienda è in condizioni di assoluta gravità. Sulla cassa integrazione abbiamo detto che lì si è proprio rotto quel filo di rapporto instaurato in questi due anni. Loro - afferma Scarpa - hanno deciso di rompere con il sindacato e mettere d’ufficio 4.450 persone in cassa integrazione. L’11 si mettano nelle condizioni di darci risposte operative concrete”. Infine, per Scarpa, “se l’acciaio è strategico ci può essere una soluzione a gestione pubblica e con partecipate pubbliche. Le normative europee vincolano Invitalia, vincolano Cassa Depositi e Prestiti, non vincolano sul fatto che non possa esserci un’azienda dell’acciaio a capitale pubblico”. 

 “Crediamo che la prima e più urgente responsabilità sia mettere subito in sicurezza i lavoratori e le loro famiglie, invertendo lo schema: le soluzioni per i lavoratori devono venire prima di tutto, non dopo gli interessi industriali o finanziari”. Lo dice sull’ex Ilva il sindacato Usb che ieri sera a Roma, pur non avendo aderito al presidio di protesta di Fim, Fiom e Uilm nelle vicinanze di Palazzo Chigi, ha tuttavia “scelto di presenziare con una delegazione di rappresentanza istituzionale e simbolica per rispetto verso la convocazione”.

      “Usb - dice il sindacato - da anni sostiene una posizione chiara e coerente: la nazionalizzazione di Acciaierie d’Italia è l’unica via per salvaguardare l’occupazione, garantire una vera transizione industriale e ambientale, e restituire al Paese la sovranità su un settore strategico. Chiediamo che il prossimo incontro dell’11 novembre sia un tavolo davvero decisivo, con la presenza dei ministri competenti e con risposte concrete sulle nostre proposte: la tutela dei lavoratori, gli strumenti per accompagnare la transizione e i percorsi destinati ai lavoratori diretti, dell’appalto e di Ilva in amministrazione straordinaria”, sostiene Usb. 

Il bando della Regione Puglia per i lavoratori di Ilva in amministrazione in cassa integrazione (circa 1.600) verrà lanciato nella settimana prossima. Lo ha comunicato la stessa Regione nell’incontro avuto nel pomeriggio con le sigle sindacali. I cassintegrati di Ilva in as sono il personale che a novembre 2018, la multinazionale ArcelorMittal, all’atto del subentro alla prima amministrazione straordinaria, non ha assunto, né questi lavoratori sono stati assunti successivamente da Acciaierie d’Italia. “A seguito delle richieste avanzate dalle organizzazioni sindacali, le ore complessive di formazione sono state aumentate da 210 a 400 per ciascun lavoratore - annunciano Fim, Fiom e Uilm -. Le ore saranno frazionabili per garantire la massima flessibilità nella partecipazione, un risultato significativo che valorizza la formazione come strumento di tutela e reinserimento occupazionale. È prevista, inoltre - aggiungono i sindacati -, un’indennità di partecipazione pari a 6 euro. L’avvio dei corsi è previsto per il mese di dicembre”.

"Ora finalmente - scrivono Michele Altamura Responsabile Ilva in As Usb Taranto e Giuseppe Farina del Coordinamento Nazionale Industria Usb- possiamo dare risposte ai lavoratori” 

Entro venerdì 31 ottobre, quindi entro la prossima settimana, verrà pubblicato l’avviso per i percorsi formativi destinati ai cassintegrati delle aziende che si trovano sul territorio jonico, quindi con riferimento a coloro che sono in regime di cigs dal 50 al 100% del monte ore. Va sottolineato che quindi, al bando potranno partecipare tutti i lavoratori, anche residenti nelle altre province della Puglia, purché siano lavoratori in cassa integrazione di aziende collocate a Taranto e provincia, come per esempio Ilva in As, Adi, Cemitaly e Hiab. Si prevede che i corsi possano partire a inizio dicembre. Tre step previsti a partire dalla pubblicazione dell’avviso, per poi passare alla presentazione dell’istanza, e infine alla candidatura degli enti formativi. Una dotazione iniziale che ammonta a 15 milioni di euro, ma che può crescere nello sviluppo dell’avviso in base alle esigenze e alla platea. Aumenta il numero delle ore da 210 a 400, per una indennità oraria che si mantiene sui 6 euro all’ora. Nella videoconferenza tenuta con l’assessore regionale al Lavoro Sebastiano Leo, e con i Dirigenti delle sezioni interessate, Giuseppe Lella e Pasquale Orlando, si conclude la fase preparatoria relativa alla formazione dei cassintegrati per quel che concerne Taranto e provincia. Si terrà nei prossimi giorni un tavolo regionale mirato ad aprire ai cassintegrati di tutto il territorio regionale i corsi di formazione. 

Anche se il vertice fra governo e sindacati su Acciaierie d’Italia, ex Ilva, è stato rinviato a Palazzo Chigi dal 28 ottobre all’11 novembre, i segretari generali di Fim, Fiom e Uilm andranno ugualmente nella sede della presidenza del Consiglio. Lo annunciano fonti sindacali. “Alla luce del rinvio dal 28 ottobre all’11 novembre dell’incontro sull’ex Ilva con il Governo, i segretari generali di Fim Fiom e Uilm - Ferdinando Uliano, Michele De Palma e Rocco Palombella - hanno deciso di recarsi comunque a Palazzo Chigi, martedì prossimo alle 18,00, per avere risposte concrete dai ministri competenti sul futuro dei lavoratori e degli stabilimenti. Questa decisione si rende necessaria e non rinviabile, a fronte della situazione di estrema drammaticità in cui versa l’ex Ilva”.

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