Economia, Lavoro & Industria (2086)
EX ILVA/ Arrivata anche offerta Bedrock dopo Flacks Group
Scritto da Redazione1Anche il fondo americano Bedrock ha presentato la sua offerta per acquisire l’intero gruppo di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, l’ex Ilva. Bedrock ha formalizzato la sua offerta poco prima della mezzanotte di ieri - lo si apprende da fonti vicine al dossier - e quindi quasi sul filo del termine fissato dai commissari verso gli investitori interessati a rilevare tutto il gruppo dell’acciaio affinché trasformassero la manifestazione di interesse avanzata entro il 26 settembre - primo step di scadenza del secondo bando di gara - in elementi più concreti e significativi sotto l’aspetto economico-finanziario e industriale-occupazionale.
É attesa per la prima mattinata una nota congiunta delle due amministrazioni straordinarie sull’avvenuto deposito delle due offerte per l’ex Ilva. Prima di Bedrock, era stato un altro fondo americano, Flacks Group, a consegnare l’offerta per tutta l’ex Ilva. Bedrock ha già una esperienza nell’acciaio. Tempo addietro ha gestito la canadese Stelco che poi nel 2024 ha ceduto ai siderurgici americani di Cleveland Cliffs. Al contrario di Flacks Group che si é presentato alla gara solo a seguito del secondo bando lanciato ad agosto scorso, Bedrock, invece, ha partecipato anche alla gara partita con il primo bando di fine luglio 2024 e il deposito della sua offerta c’è stato a gennaio 2025 insieme a quelle di Jindal International e Baku Steel, due gruppi, quest’ultimi, poi ritiratisi per l’ex Ilva. Bedrock é anche il fondo che inizialmente ha avanzato una proposta occupazionale di 3mila addetti per il gruppo, poi, pare, portata a 5.000 e adesso si tratta di vedere dove ha collocato l’asticella occupazionale. Che non é un tema secondario visto che i dipendenti diretti di Acciaierie sono in Italia circa 10.000 e che solo a Taranto sono poco meno di 8.000. A questi bisogna poi sommare tutto l’indotto.
Flacks Group ieri, attraverso un'intervista del leader e fondatore Michael Flacks a Bloomberg, aveva già anticipato i tratti salienti della sua proposta. In relazione al polo dell’ex Ilva, Flacks ha dichiarato: “Noi vogliamo farlo crescere. Il nostro piano prevede 8.500 lavoratori”. Flacks, che ha offerto solo un euro per l’acquisto del gruppo dell’acciaio, dice di aver stimato in circa 5 miliardi di euro il costo complessivo del risanamento dell’ex Ilva e sostiene di aver già ottenuto l’appoggio finanziario di un gruppo di istituti italiani e statunitensi. Il gruppo prevede investimenti per portare la produzione di acciaio ed è a favore della presenza pubblca nell’azienda. Lo Stato per Flacks manterrebbe una quota del 40% nell’ex Ilva. Adesso sulla proposta di Bedrock e di Flacks Group si apre la fase di valutazione dei commissari sia di Acciaierie d’Italia che di Ilva.
EX ILVA/ Flacks Group svela offerta,8.500 addetti e Stato al 40%
Scritto da Redazione1A poche ore dalla scadenza dei termini per la presentazione delle offerte per l’acquisizione dell’ex Ilva - alle 24 di oggi - uno dei due gruppi in gara, il fondo americano Flacks Group con sede a Miami, spiega i contenuti della proposta già formalizzata ai commissari di Acciaierie d’Italia. E lo fa attraverso un'intervista che Michael Flacks, fondatore del gruppo, che è un fondo di investimento, ha rilasciato a Bloomberg. “Noi vogliamo farlo crescere - ha detto Flacks in relazione al polo dell’ex Ilva - Il nostro piano prevede 8.500 lavoratori”.
Flacks, che é anche il fondo che ha offerto solo un euro per l’acquisto del gruppo dell’acciaio, dice di aver stimato in circa 5 miliardi di euro il costo complessivo del risanamento dell’ex Ilva e dichiara di aver già ottenuto l’appoggio finanziario di un gruppo di istituti italiani e statunitensi. Flacks prevede investimenti per portare la produzione di acciaio ed è a favore della presenza pubblica nell’azienda. Lo Stato manterrebbe una quota del 40% nell’ex Ilva che poi Flacks acquisterebbe in futuro per una cifra compresa tra 500 milioni e un miliardo di euro. Per Michael Flacks, “non si può costruire un’acciaieria di queste dimensioni da zero”. E “non si può portarne una dalla Cina. È un asset unico”. “Non compro aziende redditizie - ha detto Flacks nellintervista - Ho comprato edifici che erano spazzatura e li ho trasformati in oro. È l’unica cosa che ho sempre fatto”. Il fondatore del gruppo dice di non essere scoraggiato dall’ampiezza dei problemi ambientali da affrontare a Taranto. “Probabilmente sono il maggiore acquirente al mondo di passività ambientali”, commenta l’investitore.
A fine novembre i rappresentanti di Flacks sono stati a Taranto e hanno visto gli impianti. Loro consulente per l’operazione sull’ex Ilva é Steel Business Europe. Oltre a Flacks, altra realtà da cui si attende oggi l’offerta é il fondo americano Bedrock, anch’esso interessato a tutta l’ex Ilva. Bedrock era già presente alla scadenza di gennaio scorso relativa al primo bando di gara lanciato a fine luglio 2024 e ha riconfermato la presenza con il nuovo bando lanciato ad agosto scorso con primo step di presentazione al 26 settembre. Flacks invece si è presentato solo in seguito al secondo bando.
EX ILVA/ Federacciai: l'azienda perde 80-100 mln al mese, senza dissequestro degli impianti sia pubblico che privato soccombono
Scritto da Redazione1“In questo momento le perdite secondo le nostre informazioni oscillano tra gli 80 e i 100 milioni al mese. Per forza, si produce un milione e mezzo, un milione e 6 di tonnellate, e ci sono costi fissi per impianti che ne possono fare 10”. Lo ha detto sull’ex Ilva di Taranto Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, intervenendo in audizione alla commissione Industria del Senato sul nuovo decreto legge per l’azienda. “É inevitabile una perdita del genere - ha detto Gozzi -, ma chi è che si avvicina ad un impianto che oltre a tutte le questioni, ha un livello di perdite di questo tipo? Questi sono i nodi che abbiamo chiarito in tutte le sedi ogni volta che possiamo. Per noi è un onore essere qui a ribadirlo anche in Parlamento e ai senatori. Bisogna fare un grande sforzo di concretezza nell'interesse strategico dell'Italia, perché a fronte della situazione critica che ho delineato, resta un fortissimo interesse strategico dell'Italia avere una produzione di prodotti piani”.
“Come si fa a parlare di autonomia strategica, per esempio per le lamiere che fanno le Fremm di Fincantieri, se non si ha una siderurgia nazionale che le produce?”, ha affermato Gozzi.
Secondo il numero 1 di Federacciai, “il prerequisito del dissequestro degli impianti diventa assolutamente necessario sia che ci sia un intervento privato o che il pubblico voglia accompagnare verso questo processo. Io - ha aggiunto Gozzi - ho come la visione e la sensazione che senza il dissequestro, quello del 2013 più quello ultimo da recente dell'altoforno, pubblico e privato non possono trovare economicità nel fare oggi acciaio. Alla luce dei risultati ottenuti che sono risultati che oggi portano l'Ilva a essere una delle aziende meno inquinanti e meno impattanti, quel dissequestro è possibile e non ha nessuna ragione d'essere. Se permane, allontana sia il pubblico che il privato”.
“Non si può chiedere a dei privati di intervenire su un'azienda i cui impianti sono totalmente sequestrati - ha sostenuto Gozzi - L’altoforno che dovrebbe portare la produzione a 4 milioni di tonnellate ha un sequestro conservativo che non si capisce per quale motivo continua a essere mantenuto. Ma chi compra un'azienda in cui gli impianti sono tutti sotto sequestro? Da lustri”. Inoltre, per Gozzi “ la comunità tarantina deve decidere se vuole un'industria o se non la vuole. Il tema ambiente lavoro è un facile slogan. In realtà le condizioni industriali sono condizioni industriali siderurgiche e anche nei migliori impianti decarbonizzati comportano un minimo di impatto ambientale. Bisogna dire se questo è un impatto ambientale lo si accetta o no e poi ognuno si assume la responsabilità di quello che fa”.
EX ILVA/ La richiesta dei sindacati: a Taranto 3 forni elettrici e 4 Dri. Bitetti: è la nostra ipotesi C
Scritto da Redazione1Tre forni elettrici e quattro impianti di preridotto a Taranto. Ė la proposta di Fim, Fiom, Uilm, Usb e dei rappresentanti sindacali di Acciaierie d’Italia in amministrazione sttaordinaria, Ilva in amministrazione straordinaria, indotto e appalto per il rilancio del siderurgico ex Ilva. Il documento viene discusso oggi a Taranto con le istituzioni regionali e locali.
“Il governo prenda atto - si afferma - che il piano di rilancio non è stato realizzato, il prospettato piano di ripartenza di tutti gli impianti è rimasto incompiuto e che ad oggi è in vigore la cassa integrazione per un massimo di 4550 unità, approvata senza accordo sindacale, con la previsione di arrivare fino a 6000 unità con l’attuazione del “piano corto” presentato dal ministro Urso e dai commissari straordinari nell’incontro a Palazzo Chigi nella riunione dell’ 11 novembre scorso, oltre ai circa 1500 in Ilva AS già in cassa integrazione dal 2018”.
“Siamo a un passaggio storico per i lavoratori e la città di Taranto - si evidenzia nel documento - e crediamo sia indispensabile cogliere questa opportunità per pianificare un nuovo futuro che possa traguardare, nel più breve tempo possibile, il processo di transizione ecologica e sociale in grado di garantire la tutela ambientale, occupazionale e produttiva”. Per i sindacati e i delegati, “la continuità produttiva non può essere messa a rischio dal piano corto, presentato dal governo, che noi abbiamo definito sin da subito come un piano di chiusura. Quel piano, di fatto, non solo interrompe alcune attività, nello specifico ferma le cokerie dal primo gennaio 2026, ma aumenta il numero dei lavoratori inattivi e produce forti tensioni sociali nei territori. Il governo deve ritirare il piano presentato e contestualmente riaprire il confronto a Palazzo Chigi. Bisogna, inoltre, garantire il finanziamento della gestione ordinaria - si sostiene - per la prosecuzione di attività di manutenzioni in quanto, in assenza di un acquirente e di un provvedimento, lo stabilimento non avrebbe dal primo marzo la liquidità necessaria per continuare a produrre determinando, di fatto, il fermo di tutti i siti”.
“Tutto questo - si afferma ancora - passa da alcune condizioni per noi imprescindibili che, solo se realizzate, daranno risposte ai lavoratori diretti, di Ilva in amministrazione straordinaria, che per noi sono sempre stati all’interno del perimetro occupazionale attraverso la clausola di salvaguardia dell’accordo del 6 settembre 2018, e migliaia di lavoratori dell’appalto e indotto in continua sofferenza, e che da sempre rappresentano la platea più esposta pagandone il dazio più pesante. Il Governo - si evidenzia - è tenuto a trovare e fornire risorse adeguate per garantire gli investimenti certi attraverso un necessario intervento pubblico dello Stato per assicurare un piano industriale che rilanci lo stabilimento e al contempo poter avviare finalmente il processo di decarbonizzazione”.
Le proposte fatte oggi nell’assemblea di Taranto sono: “Realizzazione dei 3 forni elettrici nel minor tempo possibile che gradualmente andranno a sostituire gli attuali altiforni superando l’attuale ciclo integrale; Realizzazione di 4 Dri con impianti dedicati e realizzati a Taranto, materia prima indispensabile senza la quale la sostenibilità di Taranto potrebbe essere messa in discussione; Riavvio di tutte le linee di finitura (verticalizzazione del prodotto) che possa garantire il rientro dei lavoratori da troppo tempo in cassa integrazione”. Infine si chiede "l'istituzione di una clausola sociale che garantisca la ricollocazione, attraverso anche la realizzazione di nuovi impianti, dei lavoratori del mondo degli appalti occupati dalle aziende del territorio”, nonché “misure straordinarie per i lavoratori di Adi in As, Ilva in As e appalto attraverso ogni strumento possibile nella piena tutela degli aspetti sociali (lavori usuranti, estensione dei benefici previdenziali di amianto, incentivo all’esodo)”. “Non è niente altro che la nostra proposta, la famosa ipotesi C”. All’uscita dall’ex Ilva dopo l’assemblea con il consiglio di fabbrica, i sindacati e le altre istituzioni territoriali, il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, non vede problemi circa la fornitura di gas al siderurgico dopo che ha sottoscritto un documento insieme alle altre istituzioni sulla realizzazione a Taranto, nell’ambito della decarbonizzazione, di 3 forni elettrici e di 4 impianti di preridotto (Dri) per alimentarli. “La maggioranza - dice il sindaco - sottoscrisse un documento dove si dichiarava disponibile alla realizzazione di 3 forni elettrici e immediatamente di un Dri, quello che vedeva la copertura di un investimento pubblico oggi a rischio, perché pare che parte di quei milioni di euro siano stati definanziati. Dicevamo - rileva Bitetti - che c’era la possibilità di aumentare i Dri compatibilmente con le forniture di gas. Da questo punto di vista il ministro ci ha rassicurato. Ci sono contatti per poter acquistare gas on shore con dei contratti per mantenere prezzi calmierati. É una questione che riteniamo superata e ci aspettiamo che entro l’11 vi sia una prima definizione di coloro che hanno partecipato alla gara. Laddove non ci dovesse essere un partner, una realtà imprenditoriale capace, chiediamo, così come abbiamo sempre chiesto, l’intervento pubblico per garantire che il sistema non crolli”.
E sul punto del gas, il governatore della Puglia, Michele Emiliano, aggiunge: “Il sindaco di Taranto ha sottoscritto il verbale come noi tutti, precisando ovviamente che il ministro ci ha più volte detto - cosa che aveva detto anche alla Regione più volte - che è possibile far arrivare a Taranto il gas anche attraverso pipe lines on shore e che la nave non é così indispensabile come qualcuno aveva provato a farci credere”. Commentando infine l’assemblea odierna in fabbrica, il sindaco di Taranto afferma: “ “Abbiamo ufficializzato quello che sosteniamo da tempo. Il tema della siderurgia nel Paese credo che dovrebbe essere chiaro a tutti: Taranto ha dato, ha dato tanto, si é prestata per la strategicità del Paese. La popolazione va rassicurata, ripagata di quelli che sono stati gli sforzi, i sacrifici e che oggi si sono trasformati in preoccupazioni, ansie. Qui è in crisi un sistema economico e sociale che non può essere trascurato. Il documento fa un appello alla presidente Meloni affinché in prima persona si metta alla guida di un tavolo interministeriale con tutti i ministeri coinvolti”.
EX ILVA/ L'indotto lancia l'allarme: altre aziende licenzieranno come Semat
Scritto da Redazione1“Parte dei fondi previsti per l’ex Ilva nell’ultimo decreto legge siano destinati all’indotto”. Lo ha deto Nicola Convertino, presidente di Aigi, l’associazione che raggruppa le imprese dell’indotto ex Ilva di Taranto, nell’audizione di oggi in commissione Industria al Senato sull'ultimo decreto legge sulla continuità del gruppo dell'acciaio. “Siamo favorevoli alle misure del dl - ha sostenuto Convertino -, va bene smobilizzare altri 108 milioni, così come le misure della cassa integrazione, ma serve fare di più. Serve raggiungere velocemente le condizioni di produzione che possano consentire la sostenibilità di questa azienda. Lo Stato faccia lo Stato e intraprenda tutte le azioni necessarie”. Circa i 220 licenziamenti annunciati a breve dalla Semat, azienda dell’indotto di Taranto ed associata ad Aigi, Convertino ha parlato di “terremoto sociale” annunciando che “altre aziende seguiranno la Semat. Taranto é una polveriera e non vogliamo una terra di cassintegrati. Invito il Parlamento a fare in fretta nell’approvare questo decreto legge. I tempi tecnici necessari potrebbero essere non compatibili con la grave situazione che si è determinata e le aziende potrebbero trovarsi in difficoltà nel pagare stipendi e tredicesime”.
EX ILVA/ Sindacati all'unisono: ultimo decreto del Governo totalmente inadeguato
Scritto da Redazione1Sindacati concordi: l’ultimo decreto legge sull’ex Ilva, quello che dispone misure urgenti per la continuità operativa della fabbrica, non é quello che serve ora al gruppo dell’acciaio. Lo hanno detto i sindacati nell’audizione di oggi alla commissione Industria del Senato. Per Loris Scarpa della Fiom Cgil, “sindacati e lavoratori nei giorni scorsi hanno scioperato con un motivo preciso: far ritirare il piano presentato, da noi definito piano di chiusura, e riprendere la discussione a Palazzo Chigi per tornare a parlare del piano originario. I 108 milioni disponibili non servono ad una ripartenza effettiva degli stabilimenti. É come raschiare il barile. Il decreto é assolutamente inadeguato. Ribadiamo - sostiene Scarpa - che bisogna tornare a ragionare in merito al piano industriale che preveda dai 6 agli 8 milioni di tonnellate con i forni elettrici e gli impianti di Dri al fine di garantire la continuità produttiva, la tutela occupazionale e la transizione verso la decarbonizzazione”. Per Valerio D’Alò, della Fim Cisl, “le risorse sono insufficienti rispetto alla finalità da noi richiamata. Non garantiscono il rilancio e la prosecuzione degli impianti. La cassa integrazione, così come è stata disegnata, va in continuità con il piano di chiusura. Non abbiamo alcun passo avanti per riottenere la discussione a Palazzo Chigi. La vera necessità da noi evidenziata - rileva D’Aló - è una societa a capitale pubblico o partecipata pubblica. Non spingiamo per nessuna nazionalizzazione, ma c’é bisogno di un intervento pubblico importante". Guglielmo Gambardella della Uilm sostiene che le risorse sono “insufficienti per l’obiettivo finale. Si evita solo la chiusura immediata dell’ex Ilva, che comunque è ferma poiché va avanti con un solo altoforno, e non si scongiura il collasso dell’indotto. Quest’azienda perde 60 milioni al mese. E abbiamo un piano di rilancio non attuato e un piano di ripartenza incompiuto. Inoltre - afferma Gambardella - siamo ancora in assenza di un piano di decarbonizzazione, è irrisolta una prospettiva di lungo periodo e quando si esauriranno questi fondi, l’ex Ilva si spegnerà definitivamente. Serve un immediato confronto a Palazzo Chigi”. Per Daniele Francescangeli di Ugl, “il piano industriale é quello che mette a terra forni elettrici, Dri e riavvio della produzione”. In quanto alla formazione dei lavoratori, finanziata con il decreto, “va bene - asserisce Ugl -, ma é da rivolgere ai futuri asset aziendali”. Infine, secondo Franco Rizzo di Usb “non si é in presenza di un piano di decarbonizzazione veloce come dice il ministro Urso, ma di un piano di chiusura veloce. Nelle imprese a Taranto siamo arrivati a 300 dipendenti a rischio licenziamento tra Semat e Pitrelli e a gennaio rischiamo le 1.000 unità con un aumento di cassintegrati. Gli ultimi impianti si stanno fermando. Noi siamo stati chiari sin dall’inizio: bisogna nazionalizzare. Se un’azienda é strategica, perché l’intervento dello Stato non ci può essere ? Lo Stato deve garantire un fondo straordinario di risorse, perché con questi 108 milioni a marzo saremo già in difficoltà, e rifinanziare le bonifiche”. Infine, chiede Usb, servono “misure straordinarie per i lavoratori. C’è ormai gente che dal punto di vista mentale é proiettata ad andar via e abbiamo perciò chiesto incentivi all’esodo”.
BILANCI/ Puglia e Basilicata al centro della finanza: successo per l’11ª edizione dellA Open Financial Week
Scritto da Redazione1Oltre 2.000 ospiti, tre teatri e le principali SGR internazionali per un’edizione che ha unito analisi dei mercati e spettacoli MUSICALI di alto livello
Dal 4 al 7 dicembre si è svolta l’Open Financial Week, giunta alla sua undicesima edizione, confermandosi uno degli appuntamenti più rilevanti per il mondo della consulenza finanziaria nel Mezzogiorno. L’iniziativa – organizzata dalle reti di consulenti finanziari Fideuram e Sanpaolo Invest sotto la guida del Divisional Manager Sergio Pepe – ha riproposto il format che integra momenti di approfondimento sui mercati e spettacoli culturali di alto livello, con tre serate ospitate nei prestigiosi teatri di Matera, Taranto e Bari.
Complessivamente, la manifestazione ha registrato la partecipazione di oltre 2.000 ospiti, con la sola tappa del Teatro Petruzzelli che ha accolto circa 1.200 persone.
Ogni appuntamento di “Destinazione Futuro” si è aperto con una tavola rotonda dedicata all’evoluzione dei mercati e alle prospettive di investimento per il 2026, realizzata con il contributo delle principali case di gestione del risparmio. I panel, moderati da Giuseppe Riccardi, Amministratore Delegato di Fondi&Sicav, hanno offerto un confronto approfondito sui temi che caratterizzeranno il prossimo anno: scenari macroeconomici, strategie multi-asset, tecnologia, sostenibilità e innovazione finanziaria.
Sergio Pepe, Divisional Manager di Fideuram ha così commentato: “L’Open Financial Week è un progetto che continua a crescere grazie al forte legame con il territorio e al coinvolgimento dei nostri clienti. L’undicesima edizione conferma la rilevanza di questo appuntamento, che unisce il contributo di partner internazionali e l’esperienza delle nostre reti. Siamo felici di aver accolto oltre 2.000 ospiti tra Matera, Taranto e Bari, offrendo tre serate di dialogo, approfondimenti e spettacoli di grande qualità”.
Questi i tre appuntamenti dell’edizione 2025:
Matera – Giovedì 4 dicembre, Teatro Guerrieri
Pummarola Sound & Mario Rosini Trio
Uno spettacolo musicale energico, capace di fondere tradizione mediterranea e sonorità jazz contemporanee.
Taranto – Sabato 6 dicembre, Teatro Orfeo
Christmas Gospel & Orchestra della Magna Grecia
Una tappa dedicata all’incontro tra musica gospel e arrangiamenti sinfonici, per un’esperienza artistica coinvolgente e perfettamente in sintonia con l’atmosfera natalizia.
EX ILVA-VERTICE AL MIMIT/ Azienda: nel 2026 produzione non supererà 4mln di tonnellate
Scritto da Redazione1“Con due altiforni in funzione, l’azienda a Taranto potrà produrre al massimo 4 milioni di tonnellate il prossimo anno”. Lo ha detto Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria nell’incontro al Mimit, presieduto dal ministro Adolfo Urso, con le istituzioni della Puglia e di Taranto. Incontro che è seguito a quello delle istituzioni liguri. Erano presenti il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, i sindaci di Taranto, Piero Bitetti, e di Statte, Fabio Spada, e il presidente della Provincia di Taranto, Gianfranco Palmisano.
Secondo quanto riferiscono fonti partecipanti al tavolo ministeriale per Taranto, “Acciaierie ha spiegato le manutenzioni che si stanno facendo sugli altiforni anche alternandoli tra loro. L’altoforno 2 - è stato annunciato - completerà il revamping a metà gennaio e poi sarà fermato l’altoforno 4, che attualmente è l’unico modo in marcia in fabbrica”. Non si sarebbe parlato nella riunione dell’altoforno 1, per il quale nei giorni scorsi l’azienda ha presentato istanza di dissequestro alla Procura di Taranto. Quest’impianto al momento non può essere preso in considerazione dall’azienda ai fini produttivi sia perché occorre attendere il responso della Procura all’istanza di dissequestro, sia perché la rimessa in marcia di questo altoforno si presenta complessa. “L’azienda, quindi, va gestita sapendo che al massimo si possono produrre 4 milioni di tonnellate - é stato detto oggi da Acciaierie - e si prendono pertanto ordini per 4 milioni di tonnellate”. Inoltre, anche con il dissequestro occorrerebbero almeno 7-8 mesi prima di ripristinare la funzionalità dell’altoforno 1, considerato che la parte superiore è piena della carica dei minerali e di coke e quella inferiore, il crogiolo, è piena di ghisa, che non si può più colare, non essendo più liquida”.
Acciaierie aveva chiesto di svuotare l’impianto ma a suo tempo - il sequestro è scattato per un incendio alle tubiere avvenuto il 7 maggio - questa operazione non é stata consentita dall’autorità giudiziaria. Nel vertice si é anche parlato di reindustrializzazione e di nuovi investimenti concentrandosi sulle aree che all’interno dell’ex Ilva potrebbero liberarsi per effetto della decarbonizzazione e della modifica del ciclo produttivo, dagli attuali altiforni ai futuri forni elettrici.
EX ILVA-TARANTO/ I sindacati convocano le istituzioni per il 9 dicembre: il piano di chiusura va ritirato
Scritto da Redazione1“Nelle prossime ore inoltreremo alle istituzioni locali e regionali una formale richiesta di incontro con il consiglio di fabbrica dei rsu, che si terrà presso lo stabilimento di Taranto nella data del 9 dicembre alle ore 10, per discutere ed affrontare come traguardare il processo di decarbonizzazione, partendo dalla garanzia della continuità produttiva degli stabilimenti del gruppo ex Ilva”. Lo dichiarano i sindacati Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb, insieme ai delegati di Acciaierie d’Italia in ammnistrazione straordinaria, Ilva in amministrazione straordinaria e imprese dell’appalto-indotto di Taranto.
L’iniziativa è stata decisa nella riunione di ieri dopo che alle 7 di ieri mattina é stato temporaneamente sospeso lo sciopero cominciato alle 12 di martedì. La riunione é servita a fare il punto qualora “qualora non dovesse arrivare una convocazione di un tavolo unico a Palazzo Chigi che porti al ritiro del piano di chiusura”.
Per le sigle metalmeccaniche, la “continuità produttiva non viene garantita dal piano corto presentato dal governo e quanto emerso ieri dalla dichiarazione del ministro Urso, durante il question-time alla Camera dei Deputati, va in contraddizione con quanto realmente accade negli stabilimenti, a partire dalla chiusura delle cokerie prevista dall’1 gennaio 2026. I primi effetti del piano di chiusura stanno emergendo in queste ore con l’avvio della procedura di licenziamento collettivo per 220 lavoratori della Semat, ma registriamo anche notevoli difficoltà di altre aziende dell’appalto e dell’indotto che sono strettamente collegate alla fermata degli impianti annunciati dallo stesso ministro e che ovviamente tali difficoltà si ripercuotono sui lavoratori”.
Inoltre, affermano i sindacati, "è utile ricordare al ministro che in assenza di un acquirente e di un provvedimento che preveda ulteriori risorse finanziarie per garantire le attività di manutenzioni, necessarie quest’ultime alla ripartenza degli impianti, dal primo marzo lo stabilimento non avrebbe liquidità per poter continuare a produrre determinando di fatto il fermo di tutti gli stabilimenti".
Infine, concludono le sigle sindacali, "riteniamo utile ribadire al ministro Urso che il sindacato, unitariamente, non ha mai chiesto di mantenere lo status quo dell’amministrazione straordinaria. Al contrario, ha da sempre rivendicato un forte intervento pubblico come unica soluzione per garantire un serio processo di transizione ecologica e sociale attraverso anche un tavolo tecnico specifico sugli strumenti straordinari per i lavoratori. Il tempo degli annunci e finito. Il governo si confronti con il sindacato, ritiri il piano di chiusura, altrimenti continueremo a mobilitarci”.
EX ILVA/ Indotto: Semat cessa attività e licenzia 220 persone
Scritto da Redazione1“I primi drammatici effetti del piano di chiusura dell’ex Ilva di Taranto decretato dal ministro Urso e dal Governo Meloni si abbattono sui lavoratori. Questo pomeriggio Semat Sud srl ci ha comunicato la decisione della proprietà di cessare le attività lavorative con il conseguente licenziamento di 220 lavoratori edili, storicamente impegnati nell’appalto del siderurgico nelle manutenzioni e negli interventi di risanamento”. Lo annunciano i sindacati degli edili di Cgil, Cisl e Uil come prima ripercussione della crisi dell’ex Ilva di Taranto. “Non c’è più tempo da perdere - affermano le sigle degli edili - venga subito convocato l’incontro a Palazzo Chigi come richiesto dalle segreterie di Fim Fiom Uilm e si ritiri il piano di chiusura, mettendo in campo un intervento pubblico necessario a garantire una transizione ecologica e a salvaguardare tutti i lavoratori” Feneal Uil, Filca Cisl, Fillea Cgil di Taranto “chiedono al presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, al sindaco di Taranto Piero Bitetti, al presidente della Provincia Gianfranco Palmisano e a tutti i parlamentari jonici di intervenire a sostegno delle mobilitazioni dei lavoratori e per scongiurare i licenziamenti annunciati da Semat Sud srl”.

