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Giornale di Taranto - Economia, Lavoro & Industria
Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1740)

Bcc San Marzano (Taranto), del gruppo Cassa Centrale, chiuso il bilancio con utile netto di 4,3 milioni di euro  (+14%) rispetto al 2021). Un risultato guidato principalmente dalle performance relative alla qualità del credito, commenta Bcc San Marzano che ha diffuso oggi un’anticipazione dei dati.  Le masse intermediate superano il miliardo di euro con la raccolta complessiva che segna un incremento del 5,6% attestandosi a 738 mln mentre gli impieghi che raggiungono quota 322 mln in linea con il 2021. Il patrimonio netto sale a 64 mln, +2% e il Cet 1 Ratio NPL si attesta a 28,46% in crescita del 9%. “L’incremento dell’utile registrato quest’anno  - ha dichiarato Emanuele Di Palma, presidente della Bcc - è anche frutto di un miglioramento della qualità del portafoglio crediti, che consente alla banca di continuare a reinvestire risorse nella crescita inclusiva e sostenibile della comunità di riferimento. Proseguiremo nella nostra opera di accompagnamento della ripresa economica”. 

“Taranto è al momento l’unica realtà del Paese in cui convergono, tutte assieme, le potenziali trasformazioni indotte dalla transizione. Intesa come ambientale, tecnologica, energetica ed economica”. Lo ha detto oggi il presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma, nell’assemblea generale pubblica presenti i presidenti di Confindustria, Carlo Bonomi, e di Federacciai, Antonio Gozzi. Per Toma, “abbiamo il dovere in questa congiuntura che vede insieme difficoltà ed opportunità di impegnarci - e parlo di tutti gli attori territoriali dell’area ionica - affinchè questa attenzione che arriva dall’Europa ma che sappiamo essere anche dell’attuale governo italiani, possa essere adeguatamente messa a frutto e capitalizzata”. Per Acciaierie d’Italia, Toma ha detto che “siamo fortemente convinti che una situazione così complessa si possa affrontare solo con strumenti altrettanto complessi qual è l’accordo di programma”. A proposito delle partnership pubblico-private nel campo della transizione, Toma  ha detto che é stato “accolto con grande favore l’accordo tra Acciaierie d’Italia e il partenariato tra Falck Remewables e BlueFloat Energy, una collaborazione strategica legata allo sviluppo di progetti di energie rinnovabili. È la direzione da noi auspicata, l’intesa rientra fra le partnership strategiche strette da Acciaierie d’Italia con grandi realtà d’eccellenza proprio per realizzare la transizione energetica e ambientale dello stabilimento di Taranto”.  Per il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, “questo territorio è stufo di fare acciaio alla vecchia maniera. Non si puó impedire ad un territorio di riarticolarsi e diversificarsi. Lo sviluppo eterodiretto non genera mai benefici, questa terra sa che la transizione prima di essere obbligata, è la vera opzione che abbiamo, altro non c’é. Inutile buttare la palla avanti perchè se la vedrà un altro sindaco, un altro prefetto”. “Noi vogliamo fare transizione, la dobbiamo fare da oggi con coraggio, mettere a sistema le energie e siamo pronti a sostenere il sistema delle imprese - ha detto il sindaco di Taranto all’assemblea di Confindustria -. Se non facciamo l’errore di dividerci, anche a partire dal tema nazionale del piano dell’acciaio, questo territorio puó dare un esempio al Paese”

 

“Il tema è qual è il piano industriale”. Lo ha detto oggi a Taranto, a margine dell’assemblea di Confindustria Taranto, il presidente Carlo Bonomi parlando dell’ex Ilva, Acciaierie d’Italia, parlando dello scenario futuro che prevede il passaggio dello Stato in maggioranza al 60 per cento. “Non credo che il percorso sia quello della nazionalizzazione - ha sostenuto Bonomi -. L’acciaio di Stato ce lo ricordiamo tutto, ci è costato miliardi di lire all’epoca e con grandi fallimenti. Io credo che ci voglia un progetto industriale con dei manager bravi a gestire questo progetto industriale perchè operare nell’acciaio non è semplice, non è facile. Ci vuole gente del mestiere”.

Le stime di investimento fatte per la transizione ecologica e industriale del siderurgico ex Ilva di Taranto in un periodo di dieci anni, dovranno essere riviste a causa del “processo inflattivo”. Lo ha detto oggi Franco Bernabé, presidente di Acciaierie d’Italia, in audizione alla commissione Industria del Senato sul dl n 2 del 2023. Per Bernabè, “il piano di decarbonizzazione in dieci anni” ha come primo obiettivo “il taglio delle emissioni climalteranti. Secondo obiettivo - ha detto Bernabè - è la stabilità dell’occupazione nel periodo di transizione”. Viene poi la “sostenibilità economica gestendo le nuove tecnologie”, quindi “la crescita da perseguire con la strategia di transizione senza soluzione di continuità”. Secondo Bernabè, si tratta di rendere “compatibili quattro fattori, ambiente, sviluppo, occupazione e carattere strategico del sito, peraltro ribadito dal Governo”. Il presidente di AdI ha quindi spiegano che “il piano di decarbonizzazione ha quattro fasi come road map”, in percorso di “dieci anni. Dieci anni - ha detto Bernabè - perchè la complessità del programma è immensa, per ogni modifica serve fare caratterizzazioni del terreno, fare bonifiche e  chiedere permessi”. 

 

Bernabè ha poi indicato il “miglioramento della sostenibilità dell’area a caldo” che avverrà tra il 2023 e il 2025, predisponendo “l’utilizzo del Dri”, il preridotto di ferro, “su cui stiamo lavorando”. Per questo servirà “oltre 1 miliardo ma è destinato ad aumentare a seguito processo inflattivo”. La fase successiva vede il “primo forno elettrico con preridotto e idrogeno come come vettore energetico e  la cattura dell’anidride carbonica”. Questa fase andrà dal 2024 al 2027 ed è calcolata in 2,4 miliardi. A seguire, ha detto Bernabè, vi sarà “l’estensione dell’elettrificazione dell’area a caldo, un secondo forno”, fase che andrà dal 2027 al 2029 con un miliardo e 200 milioni di impegno finanziario. Quindi, l’ultima fase, che per Bernabè è rappresentata dal “completamento dell’elettrificazione dell’area a caldo nel periodo 2029-2032” per marciare produttivamente con i “soli forni elettrici, alimentati prima dal gas naturale, da sostituire poi con idrogeno verde in funzione delle disponibilità che ci saranno”. Questa fase, ha detto Bernabè, costerà un altro miliardo e nel 2032 la fabbrica di Taranto sarà alimentata solo da idrogeno verde. 

Parte in salita la nuova settimana per la vicenda Acciaierie d’Italia. Tra  ogg e il 3 febbraio sono concentrati una serie di appuntamenti. Oggi, nella sede di Confindustria nazionale a Roma, Acciaierie d’Italia incontra i sindacati per cominciare ad entrare nel merito industriale ed occupazionale dopo il vertice dal ministro Adolfo Urso del 19 gennaio. Il giorno successivo nuovo ciclo di audizioni della commissione Industria del Senato che ha già ascoltato Comune di Taranto, Regione Puglia, azienda, sindacati, ambientalisti, Federacciai e Casartigiani. Dalle 14 del 31 gennaio tocca invece a commissari straordinari Sanac (un’azienda che rifornisce refrattari ad Acciaierie d’Italia verso la quale ha maturato crediti importanti), Arpa Puglia, Ordine dei medici di Taranto, Confapi e presidente di Acciaierie d’Italia holding, Franco Bernabé. Infine alle 18 del 3 febbraio scadono i termini per la presentazione alla commissione Industria degli emendamenti al decreto legge. 

 

 “Oggi- dichiara Roberto Benaglia, segretario generale Fim Cisl - incontriamo l’azienda per capire come in quest’anno intende affrontare i temi per noi prioritari, cioè ripartenza dell’azienda dopo un lungo periodo di stasi, aumento della produzione e riduzione della cassa integrazione”.     “Condividiamo la decarbonizzazione, pensiamo che questa debba essere materia di una intesa specifica, ma non ci si arriva dall’oggi al domani - aggiunge Benaglia -. Servono risorse importanti, investimenti, garanzie serie per i lavoratori ed un ruolo maggioritario dello Stato in Acciaierie d’Italia. La decarbonizzazione va gestita e non solo perché richiede tempo. È un qualcosa da costruire per gradi coinvolgendo il sindacato, ma nel frattempo bisogna che l’ex Ilva produca di più, faccia marciare gli impianti fermi e metta in cantiere il rifacimento dell’altoforno 5, cosa che l’azienda, nel vertice con Urso, si è impegnata ad avviare in quest’anno”.

    “Per costruire il futuro, c’é bisogno che il 2023 sia molto diverso dal 2022 e vi sia un miglioramento netto della gestione e dei risultati aziendali” evidenzia Benaglia. Da aggiungere, inoltre, che a fine di marzo scade il primo anno di cassa straordinaria che l’azienda ha ottenuto per 3.500 addetti come tetto massimo. Si andrà sicuramente ad un rinnovo per un altro anno. Si tratta però di capire per quanti. 

Annunciate altre due aperture entro il 2023 a Francavilla Fontana e Ceglie Messapica

 

 

La Bcc San Marzano ha inaugurato la nuova filiale di Villa Castelli in Via Pietro Vasta 23. Dopo 20 anni dalla prima apertura nel suggestivo borgo pugliese in provincia di Brindisi, l’istituto di credito ha scelto di spostarsi in una sede più grande, moderna e accogliente arricchita da un ampio spazio esterno dotato di panchine e zona pedonale, insieme ad un’area verde a servizio della Comunità. “Si tratta di un vero e proprio intervento di riqualificazione urbana – ha commentato il Presidente Emanuele di Palma – un nuovo traguardo raggiunto per la BCC San Marzano, che con lo sguardo rivolto al domani continua ad investire in innovazione e sviluppo, per favorire il benessere dei propri collaboratori e la crescita dell’intero territorio in cui opera”. I nuovi spazi si sviluppano su una superfice lineare di 250 m2 interni e 450 m2 esterni, su un unico livello, con quattro uffici ben distribuiti e illuminati, una sala riunioni, un’area self, una zona di attesa, un’area dedicata ai servizi di cassa, con il massimo confort per gli operatori e i clienti, insieme ad un’area mensa in aggiunta ai servizi e all’archivio. Il concept progettuale è perfettamente in linea con l’identità visiva della Banca rigorosamente orientata al futuro, che parte dalla organizzazione degli ambienti: luoghi eleganti ma familiari e accoglienti, adatti al dialogo, all’incontro e alla comunicazione. Spazi simili ad agorà, con un’ampia

  zona di attesa che privilegia l’accoglienza, divanetti e poltrone che formano piccoli salotti. «Si tratta di aree progettate non solo per collocare prodotti – ha spiegato il Presidente Emanuele di Palma - ma per migliorare la relazione e aumentare la conversazione con soci e clienti e tra soci e clienti, al fine di rendere piacevole e interattivo l’utilizzo dei servizi offerti, lasciando alla tecnologia l’operatività delle semplici transazioni bancarie».

Il fulcro è la hall d’ingresso: un’area condivisa per lo scambio di idee e momenti di incontro con clienti e non. La tecnologia è presente con l’aerea self banking per prelievi, ricariche e versamenti H24. “La filiale - ha spiegato di Palma - perde la connotazione di sportello per le operazioni e diventa luogo di confronto in cui la Banca vive il suo territorio (famiglie, imprenditori, giovani e start up).

L’apertura della nuova filiale si inserisce in un progetto più ampio di espansione territoriale della BCC San Marzano nella provincia di Brindisi, che vedrà entro la fine del 2023 l’inaugurazione di altre due sedi a Francavilla Fontana e a Ceglie Messapica per cui sono stati avviati gli iter autorizzativi di concerto con il Gruppo Cassa Centrale a cui la Banca ha aderito. “In controtendenza con la drastica riduzione degli sportelli bancari, specie al Sud - ha sottolineato di Palma - emersa da una recente analisi della Banca di Italia, in cui è evidente un allontanamento degli istituti di credito dai territori, tra avvento delle nuove tecnologie e necessità di abbattimento dei costi, la BCC San Marzano rilancia il ruolo sociale che le Banche di Credito Cooperativo in particolare rivestono da sempre sui territori per promuovere il rapporto diretto e sviluppare relazioni di fiducia con i propri soci e i propri clienti ben oltre gli aspetti numerici e commerciali. La nostra mission è creare una vera e propria cultura della rete e del valore condiviso”.

“Siamo convinti di avere messo sui binari giusti quello che è il principale polo siderurgico italiano, che deve tornare ad essere il principale polo siderurgico europeo in una logica di riconversione Green, cioè un modello per tutto il mondo”. Lo ha detto il ministro delle imprese e del made in Italy Adolfo Urso, rispondendo ad una domanda sull\'llva di Taranto.

Sono 51 i soci fondatori dell’associazione indotto Acciaierie d’Italia e grandi industrie costituita a Taranto. Si tratta di imprese confluite nella nuova associazione dopo essere fuoriuscite da Confindustria Taranto. Presidente dell’associazione è Fabio Greco, vice Nicola Convertino. I soci, si spiega, “sono fra le più importanti aziende del settore e sono al vaglio numerose ulteriori domande di adesione. Trattasi di 3500 dipendenti che ruotano attorno all’Indotto e che rappresentano la spina dorsale dello stabilimento ex Ilva”.

   I fondatori della nuova associazione così motivano la loro fuoriuscita da Confindustria Taranto: “Agli organi del comparto metalmeccanico della locale Confindustria è stato costantemente osteggiato ad esercitare adeguatamente il ruolo di rappresentanza in difesa degli interessi dei propri associati, provocando la crescente necessità di poter fare affidamento su un’associazione “specializzata” sulle tematiche particolari e estremamente complesse derivanti dai rapporti fra realtà industriali di caratura nazionale e internazionale e le tante aziende che costituiscono il loro indotto locale”. “Questa associazione, quindi, essendo un’entità esclusivamente dedicata all’indotto ionico si potrà gestire adeguatamente nelle complesse vicende locali e nazionali che riguardano lo stabilimento siderurgico tarantino e le altre grandi industrie” si afferma.

   “Nessuno strappo” dicono in riferimento a Confindustria Taranto ma “consapevole, naturale e progressiva maturazione di un intero comparto industriale”. “Chiediamo subito investimenti per la tutela dell’ambiente, lo sblocco delle commesse, al fine di consentire investimenti e manutenzioni, la stabilità di tutti i lavoratori delle imprese dell’indotto, questi sono gli obiettivi a cui puntiamo. Siamo già al lavoro, infatti, chiederemo di incontrare la governance dello stabilimento, nonché i parlamentari ionici, il Comune, la Provincia di Taranto e la Regione Puglia”.

Nel 2023 il tasso di disoccupazione in Puglia è destinato a salire dell’8,4%; la provincia di Bari  con + 5,9% rispetto al 2022 subirà l’incremento peggiore, nella provincia di Taranto l’incremento sarà dello 0,3%. A fronte di 1 milione e 486 mila pensionati in Puglia, gli occupati non vanno oltre il milione e 207 mila.

Dati che devono far riflettere come ha affermato Tullio Mancino, direttore provinciale di Confcommercio Tarano nella sua relazione introduttiva al convegno ‘Il Futuro del Lavoro’, giornata di approfondimento delle tematiche strettamente connesse del lavoro e della formazione .

Un confronto a più voci tra i rappresentanti delle istituzioni, delle professioni e delle imprese organizzato da Confcommercio Taranto e ACNL Taranto,  e Ordine provinciale dei Consulenti del Lavoro.

Il momento straordinario che sta attraversando il nostro Paese, segnato dalle conseguenze economiche della pandemia e della guerra, ma anche da segnali di ripresa, richiede strategie altrettanto straordinarie a sostegno del lavoro e della formazione professionale e dell’ occupazione . Lo hanno evidenziato negli interventi di saluto il presidente di Confcommercio, Leonardo Giangrande, del vice presidente della provincia, Vito Parisi e del vice sindaco di Taranto, Fabrizio Manzulli.  

E’ necessario  investire sulle persone al fine di agevolare la transizione, alla quale ci chiama l’Europa, nei settori digitale e verde per sostenere la ristrutturazione dei settori più colpiti. La tassazione dovrebbe essere spostata dal lavoro ad altre forme a supporto del lavoro e dell’occupazione anche per garantire retribuzioni che assicurino condizioni di vita e di lavoro adeguate e per sostenere perciò la crescita economica, la ripartenza dell’economia. Occorre prestare più attenzione ai giovani e alle persone scarsamente qualificate,  alle categorie di lavoratori che nei due anni di pandemia hanno avuto scarse opportunità di entrare nel mercato del lavoro e che attraverso i tirocini formativi di buona qualità potranno accedere al mondo del lavoro. Investire sull’apprendimento, nelle competenze e nell’istruzione per creare nuove opportunità per tutti e di conseguenza incidere sulla produttività e la crescita del Pil. Sono questi i concetti sottolineati a più riprese nei vari interventi.

La presidente dell’ACNLTaranto, Rita De Santis,  si è soffermata sul sistema duale e l’apprendistato di primo livello, invitando la Regione Puglia ad investire più risorse in quest’ambito. L’autoimpiego, l’autoimprenditorialità come asset di sviluppo economico in un territorio nel quale vi sono molte crisi aziendali  è il tema sul quale si è intervenuto il presidente dell’Ordine provinciale dei consulenti del lavoro, Giovanni Prudenzano.

L’agenda delle politiche attive del lavoro in Puglia è stata ampiamente illustrata negli interventi dell’assessore al Lavoro della Regione Puglia, Sebastiano Leo che ha confermato che saranno portate avanti le misure degli anni passati da Garanzia Giovani a GOL, ma anche Work in Puglia, Punti Cardinali, azioni per l’occupazione femminile; non sarà trascurata la scuola perché se è vero che occorre alzare il livello delle competenze è importante che le conoscenze siano elevate e che la scuola offra una buona formazione di base e nel contempo sia in grado di orientare. Più dettagliato l’intervento del dirigente della sezione Politiche e Mercato del Lavoro della Regione Puglia, Giuseppe Lella,  che ha tracciato un quadro  dei percorsi avviati dalla Regione.

E’ intervenuto infine Gianluca Palazzo, direttore commerciale di Quojobis, importante realtà nel panorama nazionale del settore dei servizi per le risorse umane. Ha coordinato i lavori il direttore di Confcommercio Puglia, Giuseppe Chiarelli.  

 

Ex Ilva: aziende indotto formano comitato,lasciano Confindustria 

Le imprese di Taranto che hanno costituito il comitato indotto Acciaierie d’Italia, ex Ilva, escono da Confindustria Taranto. Lo dichiarano oggi le stesse imprese in un documento. Queste imprese, oltre che con l’ex Ilva, lavorano anche con le altre grandi industrie presenti nell’area tarantina. “Tutte le aziende dell’indotto associate a Confindustria Taranto - si afferma -  si sono dimesse in massa da Confindustria Taranto dopo aver constatato che occorre aprire una fase nuova. Una fase di pari dignità, di collaborazione costruttiva e di complementarità con le grandi imprese. Una fase meno politica e più concreta. Senza giochi di poteri e condizionamenti”. “ll nostro comitato - spiegano le imprese dell’indotto - è un’aggregazione di aziende libere e senza condizionamenti ideologici, unitesi per interagire direttamente e trovare soluzioni costruttive, pragmatiche e quindi efficaci alle problematiche tipiche del rapporto con clienti di così grandi dimensioni”. “Abbiamo sentito di non essere rappresentate, rischiando di fare la fine del vaso di coccio come nel 2015 - dicono le imprese -. In un assoluto vuoto di rappresentatività e lontane dalla palude della politica, le aziende dell’indotto hanno preso il cuore in mano e lo hanno gettato oltre l’ostacolo, appropriandosi del loro spazio e diventando protagoniste dirette del proprio destino, consapevoli che questa è una strada coraggiosa e senza ritorno. Una strada di assunzione di responsabilità”. Le imprese di Taranto che hanno costituito il comitato indotto Acciaierie d’Italia, ex Ilva, escono da Confindustria Taranto. Lo dichiarano oggi le stesse imprese in un documento. Queste imprese, oltre che con l’ex Ilva, lavorano anche con le altre grandi industrie presenti nell’area tarantina. “Tutte le aziende dell’indotto associate a Confindustria Taranto - si afferma -  si sono dimesse in massa da Confindustria Taranto dopo aver constatato che occorre aprire una fase nuova. Una fase di pari dignità, di collaborazione costruttiva e di complementarità con le grandi imprese. Una fase meno politica e più concreta. Senza giochi di poteri e condizionamenti”. “ll nostro comitato - spiegano le imprese dell’indotto - è un’aggregazione di aziende libere e senza condizionamenti ideologici, unitesi per interagire direttamente e trovare soluzioni costruttive, pragmatiche e quindi efficaci alle problematiche tipiche del rapporto con clienti di così grandi dimensioni”. “Abbiamo sentito di non essere rappresentate, rischiando di fare la fine del vaso di coccio come nel 2015 - dicono le imprese -. In un assoluto vuoto di rappresentatività e lontane dalla palude della politica, le aziende dell’indotto hanno preso il cuore in mano e lo hanno gettato oltre l’ostacolo, appropriandosi del loro spazio e diventando protagoniste dirette del proprio destino, consapevoli che questa è una strada coraggiosa e senza ritorno. Una strada di assunzione di responsabilità”. 

 Per queste imprese, “a peggiorare il clima e l’incertezza, ha contribuito l’inerzia della rappresentanza della Confindustria tarantina che, distratta e disorientata, aveva ormai derubricato in una routinaria questione tra semplici privati, le problematiche complesse della metalmeccanica e della siderurgia, delegandole alla competenza regionale e a loro dire nazionale”. Per le imprese, che si riferiscono all’ex Ilva, “attaccare questa fabbrica è una follia. E’ invece saggio difenderla aiutando a migliorarla. Per questo abbiamo lanciato messaggi di allarme al Governo e al Parlamento. Abbiamo chiesto di fare presto ed essere convocati per esporre il nostro punto di vista direttamente, senza filtri, come attori esperti della materia e portatori di un interesse legittimo, giusto e sincero. Il riconoscimento di tanti sforzi è arrivato il 19 gennaio 2023, quando le nostre imprese dell’indotto, formalmente riunitesi in comitato (una vera e propria “associazione” regolarmente costituita), sono state accolte e ascoltate dal ministro Adolfo Urso presso il ministero delle Imprese e Made in Italy, al pari della stessa Acciaierie d’Italia, dei suoi soci, delle istituzioni e delle altre forze produttive e di rappresentanza”. “Su esplicito invito del ministro - concludono le imprese - il nostro comitato parteciperà a tutti i successivi appuntamenti del tavolo di confronto indetti dal ministero, che saranno finalizzati allo sviluppo dell’accordo di programma e alla verifica passo dopo passo dell’avanzamento dei cronoprogrammi per la ripartenza e la decarbonizzazione di Acciaierie d’Italia”. 

“Uno degli investimenti che faremo e inizieremo quest’anno è il rifacimento dell’altoforno 5. Ci si potrebbe chiedere perché rifarlo. Perché per arrivare alla conclusione del piano illustrato dal presidente Bernabè serve continuare a produrre e se altoforno 4 è a posto, appena rifatto, altoforno 2 è in condizioni più delicate”. Lo ha detto - secondo quanto riferiscono all\'AGI fonti presenti al tavolo - l’ad di Acciaierie d’Italia, Lucia Morselli, nel vertice in corso al Mimit. “Un altro investimento è sulla centrale elettrica, che deve dare molta energia” ha annunciato Morselli. Per l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) dello stabilimento di Taranto, ha aggiunto Morselli secondo le stesse fonti, “noi faremo richiesta di proroga. Non credo la proroga arriverà in fretta, ma voglio rassicurare che tutti i nostri limiti emissivi sono sempre stati rispettati come sa il ministero dell’Ambiente”. L’altoforno 5 è spento dal 2015 e con la sua produzione era il più grande d’Europa.

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