Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1460)

 “L'ora della verità è arrivata. La batteria 12 della cokeria è fuori norma e va fermata il 30 giugno 2021 per non aver rispettato le prescrizioni autorizzative. Oggi vi sarà la conferenza dei servizi per decidere il fermo di questa importante batteria, la più grande della cokeria Ilva”. Lo dichiara il Comitato cittadino per la salute e l’ambiente a Taranto, che mette insieme diverse realtà tra associazioni e movimenti sul fronte anti Ilva, in una lettera inviata oggi al ministro della Transizione ecologica , Roberto Cingolani. Il comitato, attraverso i referenti Alessandro Marescotti e Massimo Castellana, evidenzia al ministro Cingolani l’importante scadenza che attende l’impianto. La batteria in questione, inserita in una serie di impianti analoghi, serve alla preparazione del coke poi usato nel ciclo produttivo degli altiforni.

   “Le evidenze scientifiche sono nette e indicano un rischio cancerogeno inaccettabile con l'autorizzazione del ministero - dice il comitato a Cingolani -. Chiediamo di applicare la legge e di fermare un impianto pericoloso e fuori norma. Vediamo - prosegue - cosa fa adesso il ministro Cingolani, se sta dalla parte della scienza o se sta dalla parte di chi inquina”.

    “Nel frattempo - annunciano Marescotti e Castellana - prepariamo le carte da portare in Procura e fra queste c'è la nuova Valutazione Danno Sanitario che conferma un rischio sanitario inaccettabile ai livelli produttivi autorizzati dal ministero”. “La prescrizione sulla batteria 12 della cokeria nell'atto autorizzativo attuale termina il 30 giugno 2021 ma ad oggi non risulta dotata delle "migliori tecnologie" previste - dice il comitato al ministro della Transizione ecologica -. Nonostante le proroghe questa grande batteria è fuori norma”. 

 

 Evidenziando “considerazioni ambientali e sanitarie”, il comitato prospetta al ministro che “dalla tabella riassuntiva delle prescrizioni Aia dell'Ilva (di cui al Dpcm 29/09/2017) risulta che entro il 30/6/2021 devono essere ottemperate quattro prescrizioni di cui tre non sono state attuate”. In particolare, si afferma, “la batteria non è stata dotata della tecnologia Sopreco per abbattere le emissioni”.

   Inoltre, si sostiene nella lettera a Cingolani inviata via pec, “non  sono state installate cappe di aspirazione performanti allo sfornamento. Non è stata infine attivata la doccia per abbattere le polveri nella fase di spegnimento del carbon coke. Tutte tecnologie che andavano installate in questi anni e che era possibile installare”. “Dalla cokeria viene dispersa una notevole quantità di idrocarburi policiclici aromatici, una miscela cancerogena che contiene anche benzoapirene e naftalene” rileva infine il comitato che sottolinea infine che “è stata da poco resa nota sul sito di Arpa Puglia la VDS (Valutazione Danno Sanitario) calcolata su 6 milioni di tonnellate/anno di acciaio. Tale VDS certifica un rischio cancerogeno inaccettabile per l’Ilva  di Taranto con” l’attuale autorizzazione”. Infine “Il sindaco di Taranto ha richiesto un riesame dell’Aia per ragioni sanitarie in senso restrittivo” e  “il Tar Lecce ha disposto il fermo dell’area a caldo ritenendo fondata è legittima l’ordinanza del sindaco di Taranto”. “Acciaierie d’Italia - conclude il comitato riferendosi alla nuova società ArcelorMittal Italia e Invitalia che ha preso il posto dell’ex Ilva - ha invece richiesto una proroga al gennaio del prossimo anno, chiedendo ulteriore tempo. Le chiediamo - è l’invito finale a Cingolani - che non venga concessa nessuna proroga per ragioni di carattere scientifico”.

 Legamjonici, rappresentata da Daniela Spera, insieme agli avvocati Sandro Maggio e Leonardo La Porta, ha comunicato al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa l’esito del processo “Ambiente svenduto” conclusosi con una serie di condanne da parte della Corte d’Assise per il reato di disastro ambientale ed avvelenamento di sostanze alimentari imputato all’ex Ilva sotto la gestione del gruppo Riva. La comunicazione degli esiti del processo in Assise, afferma Legamjonici, “è corredata da supporto informatico contenente il dispositivo delle condanne e si aggiunge alle precedenti che hanno riguardato l’ordinanza del sindaco di Taranto, l’imponente evento di dispersione delle polveri che hanno investito il rione Tamburi, la proroga della prescrizione relativa alla chiusura dei nastri trasportatori e la sentenza del Tar Lecce”, quest’ultima di febbraio scorso relativa alla chiusura in 60 giorni degli impianti inquinanti. 

 

La trasmissione è stata fatta al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa perché la Corte europea dei diritti dell’uomo è già intervenuta sul caso ex Ilva il 24 gennaio 2019 evidenziando “che lo Stato non ha protetto la salute dei cittadini dalle emissioni inquinanti”. “Ad oggi - dichiara Spera di Legamjonici - il governo italiano non è stato in grado di fornire al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che vigila sull’esecuzione della sentenza, prove adeguate e convincenti sulle misure attuate per proteggere la salute dei cittadini di Taranto”. Legamjonici rammenta che “nel corso dell’ultima riunione - 11 marzo 2021 - il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha giudicato, ancora una volta, inadempiente lo Stato italiano, ricordando che l'esecuzione della sentenza impone alle autorità italiane di garantire che l'attività attuale e futura dell'ex acciaieria Ilva non continui a presentare rischi per la salute dei residenti e per l'ambiente”. Il Comitato “ha invitato l’Italia a fornire ulteriori e dettagliate informazioni entro il prossimo 30 giugno”, conclude Legamjonici. 

 “Va bene la green economy. Va bene la blue economy. Va bene qualsivoglia modello di sviluppo in grado di tenere assieme i temi economici con quelli relativi alla qualità media delle nostre vite. Va bene diversificare i processi finanziari partendo dalle leve turistiche e culturali (la manifestazione del Sail Gp ne è un esempio). Va bene, anzi benissimo, la difesa salute e lavoro, approccio non più rinviabile come ci ha insegnato la pandemia, ma attenti a non smarrire l’identità produttiva di Taranto che era e resta una città a vocazione industriale”. Lo dichiarano le imprese dell’indotto ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia, la nuova società tra ArcelorMittal Italia e Invitalia. Le imprese dicono che l’indotto che ruota attorno al polo dell’acciaio “impiega 7000 residenti della sua provincia nella fabbrica, annovera 300 microimprese dell’autotrasporto che, volente o nolente, operano nel sito industriale dell’ex Ilva  garantendo posti di lavoro e stabilità sociale”. “Assistiamo, pressoché inermi, al recente tour nella nostra provincia di ministri e persino del presidente di Confindustria nazionale, ma nessuno di loro - affermano le aziende - ritiene opportuno parlare con le imprese dell’indotto, con una filiera industriale, metalmeccanica, dei trasporti, della chimica e dei servizi che da un giorno all’altro potrebbe essere letteralmente cancellata a seguito della imminente sentenza del Consiglio di Stato sulla chiusura dell’area a caldo dello stabilimento. Letteralmente, nessuno di loro”. I titolari delle aziende dell’indotto siderurgico si chiedono infine “che accadrà del lavoro, del reddito, dei traffici del porto di Taranto che ancora si regge, nel bene e nel male e pure sotto il profilo infrastrutturale, sullo stabilimento ex Ilva?”. “Se la siderurgia è asset strategico del sistema industriale italiano, quale Stato - concludono le imprese dell’indotto Ilva - è quello che attende passivamente che la Magistratura chiuda comparti essenziali di un suo stabilimento, senza programmare per tempo, al di là delle dichiarazioni di principio, un piano di transizione che tuteli la sopravvivenza dell’intera economia di un territorio - produzione, imprese e lavoratori - e, insieme, l’ambiente?”.

Presentato alla stampa  nella sede di Confartigianato Taranto lo sportello Bonus Casa 2021, nato per rispondere alle questioni più importante su come districarsi nella burocrazia, che troppo spesso rallenta le procedure, e favorire così l’incontro tra la domanda e l’offerta, affinché l’edilizia torni davvero a ridiventare uno settori trainanti dell’economia del nostro territorio.

Questo è l’obiettivo dello sportello "Bonus Casa", per orientare i cittadini e le imprese del settore rispetto alle varie tipologie di bonus disponibili, come il superbonus 110%, bonus facciata, ristrutturazioni, efficientamento energetico etc. Una rete a cui i cittadini possono rivolgersi, composta da imprese, professionisti, banche e compagnie di assicurazione, oltre al Caaf di Confartigianato.

Si tratta di un progetto di comunità locale, visto che i protagonisti sono solo soggetti del territorio, per il rilancio del mondo dell’edilizia e della ristrutturazione – ha spiegato il segretario di Confartigianato Fabio Paolillo – attraverso strumenti indispensabili, come il credito di imposta e la cessione del credito. Questo rilancio è interconnesso alla ripartenza economica della provincia di Taranto, alla quale va dato tutto lo slancio necessario. Ma l’iniziativa non si esaurisce qui, perché sostiene i privati e i consumi in un momento di particolare difficoltà. Non di meno, la riqualificazione va verso la tutela ambientale e il risparmio energetico. Oltre all’attivazione dello sportello, però, l’impegno della Confartigianato sarà anche di diventare parte attiva, per fare sì che le agevolazioni previste dai vari bonus casa possano essere prorogate nei prossimi anni.

Questa collaborazione con le imprese ed i professionisti – hanno dichiarato l’arch. Giuseppe Laporta e l’ing. Giovanni Patronelli, tra i professionisti coinvolti nello sportello  - è importante per mettere mano a un parco urbanistico che spesso risale agli anni cinquanta e sessanta. Il nostro obiettivo è creare uno strumento permanente per rispondere sui temi tecnici, fiscali e finanziari del bonus e di stimolare tra le Aziende iscritte a Confartigianato un sistema di rete al fine di sviluppare il mondo dei bonus in maniera organizzata.  A breve in Confartigianato Taranto terremo degli incontri con aziende iscritte al fine di immaginare in tempi brevi la partenza di iniziative concrete per lo sviluppo fattivo dei bonus.

Inoltre lo sportello si avvale della collaborazione nel campo finanziario ed assicurativo di primissimo livello, attraverso la Tagarelli Assicurazioni, Erredi srl e Banca reale Mutua, tutte rappresentate da Fabio Tagarelli per orientarsi ed attivare le operazioni della cessione diretta del credito di imposta, l’ottenimento del prestito ponte fino alla realizzazione dell’opera e le diverse polizze assicurative e fidejussorie.

L’intento dello sportello – dichiara Fabio Tagarelli - è quello di fare in modo che i Bonus casa previsti dal Governo diventino realmente strumenti utili ad incentivare l’economia del territorio, e insieme a Confartigianato, in questo progetto, vogliamo dare il nostro supporto pensando al rilancio della filiera dell’edilizia, con dentro impiantiastica e serramentistica, e del mondo della ristrutturazione, convinti che in questo mercato si faranno quasi esclusivamente operazioni utilizzando credito d’imposta e cessione del credito.

 

“L’Ilva col sistema attuale è impossibile da mantenere, la chiusura dei reparti a caldo, come già avvenuto a Genova, è ormai inevitabile, specie dopo una sentenza che riconosce una strage dolosa, non colposa”. Lo ha detto Michele Emiliano, governatore della Regione Puglia, intervenuto oggi a Forum in masseria, l’evento di Manduria (Taranto) di Bruno Vespa. Alla domanda che il siderurgico di Taranto, ora passato ad Acciaierie d’Italia, la nuova società tra ArcelorMittal Italia e Invitalia, non vivrebbe più senza area a caldo, cioè altiforni e acciaierie, Emiliano ha risposto: “Non ci credo”.

 

 “Abbiamo proposto una nuova tecnologia - ha sostenuto Emiliano - che però deve essere fatta crescere. Anche perchè la cassa integrazione la paga lo Stato, tutto il sistema è a carico dello Stato, se ci sarà la confisca, l’azienda la prenderà lo Stato”. Per Emiliano, “l’Italia non può fare a meno dell’acciaio e Taranto può essere un polo per l’idrogeno. Noi l’abbiamo già candidata. Questi due elementi, l’idrogeno verde, derivato da elettrolisi, e quello blu, derivato dal gas, ci consentono di pretendere dalla UE la protezione delle nostre produzioni green visto che ci sono tanti Paesi che producono col carbon fossile . Il ministro Giorgetti - ha rilevato Emiliano - ha compreso questa impostazione”. Secondo il presidente della Puglia, “pensare che la Magistratura non sequestri l’impianto dopo la sentenza della Corte d’Assise è impossibile. È l’azienda più odiata della terra - ha detto Emiliano su ex Ilva -, è odiata dagli stessi lavoratori che sono occupati. Serve quindi chiudere l’area a caldo e nel frattempo Sin potrebbe operare con i reparti a freddo come a Genova. Anche perché quando i tarantini mi dicono perchè non facciamo come a Genova, dove l’area a caldo è stata chiusa, cosa che rispondo?” La via che intravvede Emiliano é quindi quella di acquistare “le bramme, lavorare a freddo e cominciare la costruzione dei gruppi elettrici, anche se la tecnologia ora piú disponibile e quella a gas. E teniamo presente che  i brevetti per decarbonizzare Ilva sono tutti italiani”. Circa infine la sentenza di condanna della Corte d’Assise di Taranto relativa alla gestione Riva, Emiliano, pur non esprimendo giudizi, ha detto che “la Regione Puglia è stata l’unica istituzione che si è contrapposta  alle emissioni inquinanti ed era presidente della Regione Nichi Vendola”.

"Dobbiamo aspettare la sentenza del Consiglio di Stato. Il mio piano prevedeva di togliere il carbone all’altoforno. Se però non si potrà andare avanti lo dovrò fermare. Le sentenze ci diranno cosa succederà". Lo ha detto il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, nel corso del digital event 'Italia 2021 - è tempo di ricostruire', organizzato da PwC Italia.

    "Il processo di riconversione al momento non può essere che togliere il carbone a favore dell’elettrico", ha spiegato il ministro.  

Per me prima viene la salute, poi viene il Pil, poi viene il resto”

 “Nonostante nel generale contesto di mercato siano oggi percepibili segnali ottimistici nella crescente e maggiormente stabile domanda di acciaio, la società non è nelle condizioni di assicurare l’immediata e totale ripresa in esercizio di tutti gli impianti di produzione e del completamento assorbimento dell’intera forza lavoro”. Così Acciaierie d’Italia, la nuova società costituita da ArcelorMittal Italia e Invitalia, descrive l’apertura della procedura per il ricorso alla cassa integrazione ordinaria dal 28 giugno per un numero massimo di 4mila dipendenti dello stabilimento di Taranto per un periodo presumibile di 12 settimane. 

 

 La nuova cassa ordinaria sostituisce quella con causale Covid, anche perché col dl Sostegni, spiega l’azienda, il governo non ha inteso prorogare la cassa integrazione Covid ma ha comunque permesso alle aziende “interessate dal perdurare della flessione di parte delle attività produttive” e che “si trovano nella condizione di dover procedere ad una riduzione della propria attività lavorativa”, di ricorrere alla disponibilità di ammortizzatori sociali “ordinari”. 

    Acciaierie d’Italia fa quindi un quadro della situazione del sito di Taranto oggi. La fermata “non programmata” dell’altoforno 2 “ha comportato la riduzione di capacità produttiva di circa 5.000 tonnellate di ghisa”. Tale blocco produttivo, dice l’azienda nella lettera con cui oggi ai sindacati ha annunciato la nuova cassa, è durato quasi un anno ed “ha inevitabilmente condizionato e limitato la possibilità di esercire a pieno regime gli impianti di laminazione e rilavorazione a valle del ciclo produttivo” tanto a Taranto, quanto a Genova, Novi Ligure e Racconigi. Lo stop cui a Invitalia si riferisce è quello per i lavori di adeguamento dell’altoforno 2 alle prescrizioni impiantistiche di sicurezza dettate dall’autorità giudiziaria dopo l’incidente mortale di giugno 2015. Lavori terminati definitivamente ad inizio 2021 ed effettuati da Ilva in amministrazione straordinaria, società proprietaria degli impianti, con una spesa di circa 10 milioni. Il tenere bloccato l’altoforno 2, dice ancora Acciaierie d’Italia, ha fatto slittare i lavori di manutenzione dell’altoforno 4 (tre sono infatti gli altiforni operativi a Taranto: 1, 2 e 4). Cosicché quando l’altoforno 2 ha ripreso la marcia (e anche nella fase di ripartenza, ad inizio d’anno, ci sono stati problemi di funzionamento), Acciaierie d’Italia ha messo in cantiere ciò che avrebbe dovuto fare sull’altoforno 4 fermandolo ad aprile. Per un periodo stimato di 60 giorni. Quest’ultimo impianti è tuttora fermo, lo sarà sino a fine mese, e per Acciaierie d’Italia determina una mancata produzione di 5mila tonnellate di ghisa al giorno. Lo stop di altoforno 4 si è riflesso anche sull’acciaieria 1, anch’essa fermata. Attualmente è in produzione solo l’acciaieria 2, sufficiente ad assicurare la trasformazione in acciaio della ghisa colata dai due soli altiforni in marcia: 1 e 2. Di conseguenza, dice Acciaierie d’Italia, quanto accaduto prima all’altoforno 2 ed ora all’altoforno 4, ha limitato le potenzialità dell’azienda nonostante il mercato dell’acciaio abbia ripreso a girare con domanda  e prezzi in sensibile risalita. Di qui, ora, la nuova tranche di cassa integrazione ordinaria a fine mese per 4mila unità in forza al sito di Taranto. 

Strappo in Federmanager, la federazione dei dirigenti industriali, dopo la sentenza di ieri della Corte d’Assise di Taranto che per il disastro ambientale imputato all’ex Ilva della gestione Riva, ha condannato i precedenti proprietari dell’azienda, nonché alcuni dirigenti industriali, tra ex e in carica con la nuova società Acciaierie d’Italia. Si dimette da presidente Federmanager Taranto e da socio Michele Conte. “La sentenza della Corte d’Appello, che determinerà pesantissimi risvolti sulla vita di molti dirigenti e loro famiglie e che caratterizzerà irreversibilmente anche il futuro della fabbrica e della siderurgia nazionale, ormai prigioniera dei giochi delle parti, rimasta senza alcun commento da parte dei vertici nazionali, non mi consente di rimanere alla guida di colleghi che hanno riposto fiducia e speranza nell’azione di un sindacato ormai sempre più votato  alle “relazioni” piuttosto che alla rappresentanza e alla caratterizzazione e difesa dei propri iscritti”, ha detto Conte, motivando il suo abbandono di Federmanager al presidente nazionale Stefano Cuzzilla.

 

“Le dimissioni - scrive Conte - sono motivate dalla incomprensione, da parte mia, e di tantissimi colleghi iscritti, del tipo di organizzazione e sensibilità “attuale” di Federmanager nazionale”.

    “È incomprensibile, per me e per non pochi altri colleghi, in servizio e pensionati, come Federmanager - rileva Conte - possa “ignorare” o non considerare nel giusto peso la grave crisi che si sta consumando nella e all’intorno della fabbrica siderurgica ed in particolare verso gli sviluppi giudiziari in materia di fattispecie penale che stanno investendo ancora soci  (sempre meno) in servizio”. Il riferimento di Conte è alle provvisionali e al pagamento delle spese legali a cui la Corte d’Assise ha condannato anche i dirigenti. “A questo punto - conclude la lettera di Conte al presidente nazionale Cuzzilla - credo di non avere  altre motivazioni per continuare ad esercitare un ruolo privo di  contenuti di natura sindacale. Ogni sforzo di organizzazione, in mancanza di difesa dei diritti degli iscritti resta fine a se stesso”. 

Oltre alla confisca dell’area a caldo degli impianti siderurgici ex Ilva di Taranto, la Corte d’Assise, con il dispositivo di sentenza letto oggi dalla presidente Stefania D’Errico, ha disposto anche la confisca di 2 miliardi e 100 milioni di euro verso Ilva in amministrazione straordinaria, Riva Fire e Riva Forni Elettrici “in solido tra loro” come “profitto derivante dagli illeciti amministrativi” compiuti dalle tre società imputate nel processo Ambiente Svenduto.

La confisca degli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, disposta oggi dalla Corte d’Assise nel processo relativo al disastro ambientale contestato alla gestione Riva, non ha alcun effetto immediato sulla produzione e sull’attività del siderurgico di Taranto. La confisca degli impianti è stata chiesta dai pm, ma essa sarà operativa ed efficace solo a valle del giudizio definitivo della Corte di Cassazione, mentre adesso si è solo al primo grado di giudizio.

   Gli impianti di Taranto, quindi, restano sequestrati ma con facoltà d’uso agli attuali gestori della fabbrica. Gli impianti pugliesi sono infatti ritenuti strategici per l’economia nazionale da una legge del 2012 confermata anche dalla Corte Costituzionale. Per area a caldo si intendono parchi minerali, agglomerato, cokerie, altiforni e acciaierie. Da rilevare che nel passaggio degli impianti dall’attuale proprietà di Ilva  in ammistrazione straordinaria all’acquirente, cioè la società Acciaierie d’Italia tra ArcelorMittal Italia e Invitalia, è previsto il dissequestro degli impianti come condizione sospensiva. Passaggio per ora collocato entro maggio 2022. 

Pagina 1 di 105