Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1347)

La Fiom Cgil si mobilita, anche a livello nazionale, contro gli ultimi provvedimenti disciplinari di ArcelorMittal. “Il delegato della Fiom Cgil, Giuseppe D’Ambrosio - afferma la sigla - è colpevole, secondo una artefatta ricostruzione aziendale, semplicemente perché ha svolto il suo ruolo di rappresentante dei lavoratori denunciando molte criticità di sicurezza presenti a tutt’oggi sugli impianti gestiti da ArcelorMittal. La sospensione del delegato della Fiom - sostiene il sindacato - non è un caso isolato". 

   Per la Fiom, “è del tutto evidente che lo stato degli impianti del siderurgico è ormai al collasso e la mancanza di programmazione di interventi di manutenzione ordinaria, sta determinando un serio rischio per la salute e la sicurezza dei lavoratori e le rappresentanze dei lavoratori hanno il compito di segnalarle per garantire la sicurezza dei lavoratori”.

“La Regione Puglia è d'accordo con la proposta della chiusura dell'area a caldo proposta dall'on. Vianello”: lo precisa il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, con riferimento al confronto avuto ieri sul futuro dell'ex Ilva di Taranto. Il governatore di Puglia risponde così al parlamentare M5S, Giovanni Vianello, di Taranto, incontrato oggi in video call, insieme agli altri parlamentari ed europarlamentari pugliesi della maggioranza di Governo, per un confronto sulle scelte della Puglia. Vianello ha dichiarato stasera di ritenersi insoddisfatto di quanto detto da Emiliano su ex Ilva. Emiliano replica affermando che “mi devo essere espresso male creando un fraintendimento con l’on. Vianello”. “Provo a chiarire” afferma Emiliano. E così il governatore regionale spiega: “Se il Governo decidesse di chiudere lo stabilimento e interrompere l'attività dell'acciaieria, la Regione Puglia non si opporrà e collaborerà lealmente. Se il Governo - prosegue Emiliano - decidesse di chiudere l'area a caldo, la Regione non si opporrà e collaborerà lealmente. Se il Governo decidesse di ricostruire gli altiforni in disuso col sistema tecnologico attuale a ciclo integrato, la Regione Puglia - conclude Emiliano - si opporrà decisamente, chiedendo la sostituzione della tecnologia a ciclo integrato con quella a forni elettrici a gas o a idrogeno”. 

 

“Il dossier Ilva è stato trattato dal Governo in maniera ingiustificata, inconcepibile. Invece è il momento del coraggio e delle decisioni. La conclusione non sia quella di Alitalia, ma di una produzione industriale sana ed ambientalmente sostenibile, con 9500 posti di lavoro sani”. Marco Vezzani, di Federmanager Liguria, oggi pomeriggio al dibattito in video conferenza sul futuro dell’ex Ilva, ora ArcelorMittal. Federmanager ha presentato uno studio di rilancio frutto del lavoro di tecnici che hanno già lavorato con Italimpianti. “Abbiamo messo in piedi una soluzione impiantistica che traguarda un tempo lungo, una decina di anni” ha detto Vezzani. “Che ha come base - ha quindi spiegato - la progressiva decarbonizzazione dell’acciaio e la difesa dell’ambiente e dell’occupazione”.

     “Serve il ripristino dello scudo penale - ha proposto Federmanager -, riprendere e attuare gli interventi dell’Autorizzazione integrata ambientale, probabilmente aggiungerne anche altri, e fare poi le manutenzioni ordinarie perchè ci sono impianti che pur non toccati dalla ristrutturazione, stanno crollando”.

 

“Non ce la può fare il privato da solo, ma nemmeno da solo Stato, serve una cooperazione tra i due soggetti perché stanno passando autobus che non passeranno più” ha affermato Vezzani a proposito delle nuove opportunità finanziarie europee. “Otto milioni di tonnellate è lo standard produttivo necessario e 6 milioni di tonnellate - ha affermato Vezzani - devono venire dagli altiforni 4 e 5, una volta ristrutturati. Ma contemporaneamente - ha aggiunto - bisogna puntare sulla riduzione diretta e sul forno elettrico”. Da qui verrebbero altri 2 milioni di tonnellate. A proposito di queste, Vezzani ha parlato di “tecnologie che non vanno a carbone, ma a gas metano. Non sono tecnologie futuribili ma consolidate. L’idrogeno è futuribile”.

      “Vero, ci sono bruciatori che già oggi possono usare idrogeno, ma costano una caterva di soldi e si possono usare solo in piccola parte” ha detto ancora Vezzani, che ha contestato alcune affermazioni sull’idrogeno del ministro Stefano Patuanelli. “Gran parte degli inquinanti nasce dall’area primaria e solo intervenendo in maniera drastica, si possono avere risultati importanti, ma si deve investire molto seriamente - ha affermato Vezzani -. La stessa cosa vale per le cokerie, per le quali suggeriamo processi, oggi consolidatati, che migliorerebbero l’aspetto ambientale e assicurerebbero il bilanciamento energetico. Ma anche qui  bisogna investire, perché non si fanno le nozze con i fichi secchi”.

 

 A proposito di altiforni  e ciclo integrale e forni elettrici,  Federmanager ha sostenuto che “i due cicli coesistono benissimo, basta saperlo fare. Si andranno a dismettere parti di altiforni, acciaierie e cokerie, e se si sa fare il mestiere di impiantista, lo spazio c’è”.

     “Puntiamo - ha proseguito Vezzani - sulla coesistenza tra impianti basati su altiforni ed impianti basati sulla riduzione. Il personale di Taranto deve però acquistare familiarità con i nuovi processi perché non può imparare dall’oggi al domani l’uso dei nuovi impianti.  Servono grosse competenze, che oggi non ci sono in ArcelorMittal, nè nel ministero“.

     “Con l’utilizzazione normale degli ammortizzatori, pensiamo che a Taranto non si possa lasciare a casa nessuno” ha affermato ancora Vezzani. “Si possono tutelare 9500 posti di lavoro sani, non col reddito di cittadinanza o a carico del contribuente” ha poi concluso Vezzani.

    “Si deve salvare Ilva perché l’acciaio è una materia prima fondamentale per l’industria del Paese. A Taranto l’acciaio prodotto è di qualità e se le aziende trasformatrici perdessero Ilva, sarebbe un grosso danno per loro, sarebbero dipendenti da altri”. Lo ha detto Mario Cardoni, direttore generale Federmanager, introducendo il dibattito di oggi.

    “Adesso - ha proseguito Cardoni su ex Ilva - è necessario spendere bene i fondi del Recovery Fund e facciamo su questo un’azione coesa verso i decisori politici”.

      “Magari i 'professional' fossero coinvolti, così aiutano i decisori pubblici. Qui si da un contenuto su come si superano le forme inquinanti”. Si è espresso così Tiziano Treu, presidente Cnel, sullo studio presentato da Federmanager sull’evoluzione del siderurgico di Taranto.

    “L’idea di mandar via l’acciaio - ha detto Treu - è assolutamente fuori del mondo. Il testo di Federmanager è serio e documentato. Il Cnel è stato coinvolto da tempo nel patto di Taranto per una riflessione sullo sviluppo sostenibile. Obiettivo, testare in loco gli obiettivi di benessere.  A Taranto, peraltro, ci sono altre opzioni come il porto, che è una ipotesi di avere un impiego più pulito”.

    “Per un’Ilva che sia di ArcelorMittal o di un altro azionista, lo spazio potenzialmente c’è”  ha infine evidenziato Cardoni. 

 

Uilm e Fiom “no alla chiusura dell’area a caldo”

 

Su ArcelorMittal “assistiamo passivi, anche i lavoratori sono stati anestetizzati, aspettano scivoli, pensioni e la possibilità di andare a casa. Se questo è il clima, se si dice ai lavoratori “state calmi, perché la soluzione per voi si trova”, è difficile fare un ragionamento di piano industriale”. Così Rocco Palombella, segretario generale Uilm, a proposito del piano presentato oggi da Federmanager per il rilancio di ex Ilva, ora ArcelorMittal. Piano Federmanager che prevede la coesistenza degli altiforni a ciclo integrale con i forni elettrici ed una produzione di 8 milioni di tonnellate, di cui 6 da altiforni e 2 da forni elettrici. E ancora:una diminuzione del 50 per cento dell’anidride carbonica, una task force di 150-150 tecnici impiantistici, un miliardo di euro per completare gli investimenti impiantistici necessari alla coesistenza dei due cicli e 36 mesi per configurare la combinazione dei due cicli. “Il vostro piano è serio -aggiunge Palombella rivolgendosi a Federmanager - ma dobbiamo essere consapevoli che la situazione che si è determinata ora non è se ArcelorMittal rimane o va via, perché  ArcelorMittal va via solo quando lo stabilimento sarà chiuso e nessuno più potrà riaprirlo, quanto avere un tavolo serio di discussione”. 

“Tremila esuberi per noi sono insopportabili - sostiene il segretario Uilm - il Governo è incapace di risolvere il nodo Whirpol con 350 persone, come pensate che possiamo risolvere quello di 10mila e più esuberi tra ArcelorMittal e Ilva in amministrazione straordinaria?”.  Palombella poi sostiene che “si sono spesi centinaia di milioni sequestrati ai Riva per coprire i parchi minerali e sotto le coperture cosa c’è? Due montagnette di minerali. Ma se vogliono chiudere l’area a caldo, che bisogno abbiamo della copertura?”. “Sia chiaro a tutti, se a Taranto chiudiamo l’area a caldo, chiude tutto lo stabilimento e chiudono pure Genova e Novi Ligure che da Taranto sono alimentati”, sostiene Palombella. “Dal piano Bondi”, l’ex commissario Ilva, “non si vedeva qualcosa del genere. Si riafferma una cosa importante. Quella di mantenere l’area a caldo a Taranto, che non è una banalità, ma l’area a caldo oggi è ancora utile e necessaria”: così Bruno Manganaro, segretario Fiom Cgil Genova, sul piano di Federmanager. “Genova, Novi Ligure e tutti gli stabilimenti vivono, se c’e Taranto - ha detto Manganaro -. Dobbiamo alzare le nostre bandiere e gridare in tutte le piazze che vogliamo l’area a caldo e gli altiforni. Ci sarà chi non è d’accordo, ma chi dice che vuole chiudere l’area a caldo, dice che vuole chiudere lo stabilimento di Taranto. E mi preoccupa che lo dicano le istituzioni”. “A Genova non volevamo la chiusura dell’area a caldo ma quella partita l’abbiamo persa”ha poi detto Manganaro. “Se chiudiamo l’area a caldo a Taranto, farò di tutto per trovare qualcuno che alimenti di bramme Genova e Novi Ligure”, ha concluso.

ArcelorMittal ha chiesto tredici settimane di cassa integrazione ordinaria a partire dal 16 novembre per un numero massimo di 8.140 dipendenti di Taranto tra operai, impiegati e quadri. Per domani alle 11 l'azienda ha convocato i sindacati per discutere della nuova cig. A causa dell'emergenza Covid 19, scrive il direttore del personale di ArcelorMittal, Arturo Ferrucci, l'azienda "continua ad avere riflessi in termini di calo commesse e ritiro degli ordini prodotti". Inoltre, "il parziale blocco di parte delle attività produttive, manifatturiere e distributive e commerciali" hanno reso "difficilissimo anche la chiusura degli ordini e delle fatturazioni visto il drastico calo registrato in questi mesi dei volumi e di conseguenza delle attività produttive". ArcelorMittal dichiara che "nonostante gli sforzi profusi per reperire nuove ed alternative occasioni di lavoro, tutt'ora in corso, si trova nella condizione di dover procedete ad una riduzione della propria attività produttiva". 

 

Nella comunicazione ai sindacati, ArcelorMittal parla di durata “presumibile” a proposito delle nuove 13 settimane di cig, ma Antonio Talò, segretario Uilm, dice ad AGI che "probabilmente la cassa integrazione ordinaria sarà sostituita dalla cassa integrazione Covid come è già accaduto altre volte". ArcelorMittal, nelle ultime settimane, aveva fatto rientrare al lavoro dalla cassa integrazione circa 3-400 persone a seguito della rimessa in marcia di alcuni reparti, tra cui quello della produzione lamiere, è la stessa produzione, dicono i sindacati citando quanto dichiarato dall’ad Lucia Morselli, è risalita di circa un 20 per cento. Rimangono però le criticità come dimostra ora questa nuova richiesta di cassa. A Taranto, per crisi di mercato, la cassa integrazione è già in atto da luglio 2019 ed è andata avanti, con proroghe per 13 settimane alla volta, sino a metà marzo 2020 quando è poi subentrata la cassa integrazione Covid, tuttora in corso. Aumentato anche il numero massimo chiesto. Si è passati infatti da una richiesta di 1200 dipendenti per la cassa ordinaria (anche se usata per molti meno addetti) ad una di 8100 dipendenti per la cassa Covid, di fatto però usata nei momenti di punta per circa 4mila unità. 

“Gli operatori dell’ospitalità alberghiera ed extra alberghiera temono un secondo lockdown”. Lo evidenzia la categoria associata a Confcommercio Taranto. Per gli operatori, “la pandemia Covid torna a rallentare il settore del turismo. Il balzo dei contagi in Italia ed in Europa e la stretta dei Dpcm di ottobre, riportano al clima di tensione simile della prima ondata del virus”. “Abbiamo davanti a noi un periodo complicato - afferma Cosimo Miola, presidente della categoria operatori alberghieri ed extraalberghieri per Confcommercio Taranto - ma non dobbiamo perdere la fiducia. Possiamo lavorare per promuovere un turismo lento, di prossimità e sicuro. Il nostro territorio - ha detto Miola - offre spazi e contesti sicuri ed è l’ideale per chi vuole vivere il territorio in una dimensione di riscoperta della natura, dell’arte, dell’enogastronomia”. Facendo infine un punto sull’estate 2020 appena trascorsa, la categoria di Confcommercio ha detto che c’è stata “una graduale ripresa delle prenotazioni a partire da luglio, proseguita poi nel mese di agosto con il sold out in alcune zone” mentre “modesto l’andamento di settembre”. “Le aree di provenienza Lombardia, Lazio, Puglia e Italia meridionale soprattutto, in generale scarsa la presenza di turisti stranieri (Germania, Belgio, Svizzera)” osservano infine gli operatori. 

 

Il susseguirsi di notizie circolate in queste ore su una possibile imminente chiusura dei saloni di estetica e acconciatura ci impone di lanciare un appello chiaro alle istituzioni di ogni livello. Un nuovo lockdown del settore significherebbe mettere definitivamente in ginocchio un comparto strategico non solo da un punto di vista economico ma anche determinante per la salute delle persone. Tutti gli acconciatori e le estetiste hanno investito tantissimo per garantire la massima sicurezza delle pmmjroprie aziende; proprio per questo motivo è necessario che le autorità di controllo vigilino altrove ovvero su assembramenti esterni alle attività produttive e commerciali che, purtroppo, sono da tempo fuori controllo. Questo l’appello degli Acconciatori e delle Estetiste di Confartigianato Taranto sulla paventata sospensione temporanea delle loro attivita'.

“La società richiede la sospensione cautelare dei provvedimenti impugnati - anche al fine dell’attivazione da parte del Mattm di un procedimento di riesame - in quanto la loro efficacia determina danno grave e irreparabile all’esercizio di una attività industriale qualificata dal legislatore di interesse strategico nazionale”. Lo scrivono gli avvocati di ArcelorMittal nel ricorso con cui hanno impugnato al Tar del Lazio il decreto del 30 settembre del ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, che ha prorogato, ma con delle limitazioni, la conclusione dei lavori di copertura dei nastri trasportatori del siderurgico di Taranto. ArcelorMittal contesta le nuove prescrizioni di Costa perché “risultano impossibili ad adempiere.

 

Tali prescrizioni sono state imposte dal ministero in via immediata e sono già ad oggi efficaci”. “Si tratta di misure del tutto illegittime ed inattuabili - dice la società nel ricorso ai giudici amministrativi del Lazio - che pongono la società in una persistente condizione di inadempimento, malgrado tale inadempimento sia del tutto incolpevole, stante l’impossibilità tecnica di attuazione delle prescrizioni comprovate dalle relazioni tecniche versate in atti”. “Tale condizione - dice ancora ArcelorMittal - espone la società in primo luogo ad un rischio sanzionatorio e soprattutto ArcelorMittal si trova esposta a provvedimenti di diffida che in considerazione dell’impossibilità tecnica di adempimento, potrebbero arrivare sino alla revoca dell’autorizzazione all’esercizio degli impianti e quindi alla paralisi produttiva dell’intero stabilimento ArcelorMittal Italia di Taranto”.  Considerando le nuove tempistiche stabilite dal ministro Costa, copertura dei nastri entro fine aprile prossimo e totale chiusura delle copertura di nastri e torri in quota entro fine gennaio prossimo, ArcelorMittal dichiara nell’esposto al Tar che si tratta di “termini non traguardabili. Nonostante gli sforzi fatti, la società si viene quindi a trovare nella oggettiva impossibilità di esercire i nastri che, al decorrere delle suddette scadenze, non risulteranno coperti. Ciò - afferma l’azienda nel ricorso - determina conseguenze drammatiche sui programmi di produzione dello stabilimento di Taranto concretando di fatto un nuovo vincolo di produzione che si aggiunge a quello di 6 milioni di tonnellate fissato dal Dpcm di settembre 2017”. ArcelorMittal dichiara che si ha un impatto negativo di 800mila tonnellate in meno di produzione di acciaio solido, “una riduzione che rende impossibile per ArcelorMittal rispettare il proprio piano industriale”. ArcelorMittal dichiara infine che il decreto di Costa “è illegittimo in quanto fondato su un parere della commissione Via-Vas che si esprime si valutazioni non previste da alcuna norma ed esulanti dalle sue competenze” perché “la commissione Via-Vas non avrebbe dovuto essere coinvolta nel procedimento e da ciò discende l’illegittimità dei pareri”.

Gli avvocati di Ilva in amministrazione straordinaria e quelli di ArcelorMittal hanno raggiunto l’accordo per la chiusura del contenzioso sorto tra la società proprietaria degli impianti siderurgici (Ilva in as) e l’affittuaria degli stessi (ArcelorMittal). Lo apprende AGI. L’intesa era in dirittura d’arrivo nei giorni scorsi ed ora è stata chiusa dai legali delle parti. Tra mercoledì e giovedì della prossima settimana è prevista la firma dei commissari di Ilva in as, Francesco Ardito, Antonio Lupo ed Alessandro Danovi, con ArcelorMittal che gestisce in fitto gli impianti Ilva dall’1 novembre 2018. In questa settimana, sull’accordo si pronunceranno rispettivamente il comitato di sorveglianza dell’amministrazione straordinaria Ilva, formato da cinque membri, tre espressione del Mise e due dei creditori di Ilva in as, e il Mise stesso. Dopodiché via libera alla firma dei commissari.

 

L’accordo viene definito “buono” da fonti vicine al dossier. “ArcelorMittal paga complessivamente il 50 per cento di quanto deve a Ilva in as” si apprende. Il canone di novembre (le rate trimestrali) sarà pagato per intero. Quelli invece scaduti a maggio ed agosto scorsi, saranno pagati al 50 per cento. Al 50 per cento sarà pagata anche un’altra parte su cui vi era conflitto tra le parti. ArcelorMittal e Ilva in as hanno anche concordato un piano relativo alla successiva scadenze di pagamento. Dopo l’accordo di marzo al Tribunale di Milano, accordo che ha fermato un altro contenzioso che ArcelorMittal aveva aperto a novembre 2019 nei confronti di Ilva in as dichiarando il recesso dal contratto di fitto, le parti si erano accordate nel dimezzare il canone. Rispetto agli iniziali 45 milioni a trimestre, ArcelorMittal avrebbe dovuto pagare 22,5 milioni (si arriva a circa 25 con l’Iva). La parte non pagata, l’affittuaria l’avrebbe dovuta poi saldare all’atto dell’acquisto definitivo del gruppo, che per questo era anche stato anticipato di un anno rispetto alla scadenza. In realtà è accaduto che ArcelorMittal, dopo l’accordo a Milano, non abbia pagato alcun canone. Di qui un nuovo contenzioso che si è temporalmente affiancato alla non facile trattativa che ArcelorMittal e Invitalia (società Mef) hanno in piedi per quanto riguarda il coinvestimento dello Stato nella compagine siderurgica (trattativa che dovrebbe chiudersi entro novembre). Per evitare di tornare in sede giudiziaria, le parti hanno così deciso di ricorrere alla Camera arbitrale di Milano per trovare una mediazione sui canoni non pagati da ArcelorMittal. Ma la mediazione in prima istanza è fallita, tant’è che Ilva in as aveva avviato la procedura per l’escussione della fideiussione di una novantina di milioni che ArcelorMittal ha depositato presso Banca Intesa proprio a garanzia dei canoni. È evidente che l’escussione della fideiussione avrebbe costituito uno strappo non di poco conto tra le parti e avrebbe probabilmente influito sulla trattativa più complessiva circa l’ingresso dello Stato in ArcelorMittal. È stato quindi ripreso il filo della discussione e si è arrivati ad una intesa che ha determinato una schiarita, dopo che alla Camera arbitrale ArcelorMittal aveva presentato un rialzo dell’offerta che era stato giudicato del tutto inadeguato. E ora l’intesa viaggia verso la definitiva approvazione. Mentre resta ancora incerta la trattativa complessiva tra Invitalia e ArcelorMittal benché manchi un mese e mezzo alla data di fine novembre. Come ha dichiarato ieri il premier Giuseppe Conte in Prefettura a Taranto (Conte ha incontrato anche una delegazione dei sindacati), “Invitalia, che sta lavorando con ArcelorMittal per perseguire quegli obiettivi che ci siamo riproposti.  Le conclusioni le dobbiamo trarre all’esito di questo negoziato”. “La posizione è ferma - ha detto Conte -, se poi questo negoziato non darà i frutti e non consentirà di raggiungere ciò che il Governo si è prefissato di raggiungere, ne trarremo tutte le conseguenze”. Il Governo punta infatti al rilancio del polo siderurgico di Taranto garantendo sostenibilità ambientale, tutela della salute, produzione e tutela dei posti di lavoro. 

 L'utile della Banca di Credito Cooperativo San Marzano (Taranto) sfiora 1,6 milioni di euro nel primo semestre 2020, in linea con lo scorso esercizio. Lo dichiara oggi la stessa Bcc. Per il presidente Emanuele di Palma, "sostegno a famiglie e imprese e gestione del risparmio sono le nostre priorità”. Il cda della Bcc San Marzano ha approvato il bilancio semestrale 2020, che, nonostante le difficoltà legate all’emergenza sanitaria in corso, "registra un notevole aumento dei volumi e della solidità patrimoniale". La raccolta complessiva segna una crescita del 7% rispetto allo stesso periodo dell’esercizio precedente, attestandosi a 604 milioni di euro". In particolare "gli impieghi, grazie ai finanziamenti concessi a sostegno di famiglie e imprese, superano i 300 milioni di euro con un incremento di ben il 12% rispetto al primo semestre del 2019. Si rafforza - si dichiara ancora- il patrimonio netto, attestandosi a 54 milioni di euro (+ 5%). Il CET 1 Ratio raggiunge quota 24,5% molto al di sopra dei requisiti regolamentari, testimoniando la sana e prudente gestione di una banca solida al servizio del territorio. Crescono anche margine di interesse e margine di intermediazione, rispettivamente del 5% e del 15%, rispetto allo stesso periodo del 2019". Inoltre "continua l’attenzione della Banca alla qualità del credito, con un miglioramento dell’indice netto di copertura delle sofferenze, che si attesta al 78,7% rispetto al 70,2% del 2019". "I risultati positivi conseguiti - sostiene di Palma - confermano la validità delle strategie messe in campo per contenere gli effetti della pandemia. Possiamo pertanto affermare che prosegue il nostro trend di crescita. La proattività e la solidità di una banca che “agisce locale ma pensa globale” rappresentano la nostra formula vincente".

Se tutti questi rumors verranno trasformati in ennesimi Dpcm del governo imposti senza alcuna concertazione e possibilità di relazione, assisteremo ad un’ulteriore moria di imprese soprattutto nel settore della somministrazione e dei servizi alla persona. A dirlo è Fabio Paolillo, segretario provinciale di Confartigianato Taranto. Crediamo che l’emergenza sanitaria non si risolva a fasce orarie e tantomeno limitando la capacità degli imprenditori di fare impresa, ma con la responsabilità di tutti,  concertando insieme a loro la possibilità di trovare soluzioni alternative, anche più incisive, per continuare a lavorare in sicurezza.

Contingentare, ad esempio, gli orari di apertura dei locali di artigiani e commercianti costringerebbe molte aziende che lavorano nei centri città ad abbassare la serranda per sempre – afferma Confartigianato . Un rischio che non possiamo permetterci di correre visto tutto quello che già è stato chiesto di fare a questi importanti settori produttivi in termini economici per adattarsi alle misure su distanziamento e igienizzazione.

Aziende che in molti posti sono già sottoposte a vincoli di sopraintendenza e sono già costrette a lavorare in condizioni di estrema precarietà, si troverebbero con nuovi vincoli orari a contingentare ulteriormente le presenze negli spazi già ridotti in cui si trovano a dover lavorare. Confartigianato si esprime con favore su tutte quelle misure che possano prevedere maggiori controlli e mascherine anche in luoghi aperti ma il vincolo delle chiusure d’impresa non può nuovamente trovare spazio in un contesto sociale ed economico dove il nostro paese, i nostri territori e le nostre economie non riuscirebbero più a sopportarlo. Sono già tante le imprese che hanno chiuso o che sono in procinto di cessare l’attività e, per dirla tutta chiaramente, non tutti settori sono poi riusciti a ripartire con serenità e profitto e di questo purtroppo non ne ha parlato più nessuno.

Quindi, ci rivolgiamo, al Governo, ma anche al Presidente della Regione Puglia ed ai Sindaci dei comuni della nostra provincia: massima attenzione a contrarre il contagio ma altrettanta attenzione a scongiurare azioni  che porterebbero ulteriori seri danni all’aconomia delle piccole e medie imprese del commercio e dell’artigianato.

Serve quindi una pianificazione il più possibile condivisa delle azioni, prevedendo da subito possibili scenari e quindi  comportamenti conseguenti, con l’obiettivo di evitare al massimo restrizioni generalizzate dei mercati che portano alla perdita di altre centinaia di posti di lavoro, anche se ciò, abbiamo già capito,  non viene poi percepito e considerato da nessuno.

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