Lunedì, 13 Dicembre 2021 06:19

GRANDI MANOVRE/ Acciaierie d’Italia, oggi vertice con Giorgetti, si attende il piano industriale In evidenza

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Riapproda questo pomeriggio al Mise (inizio alle 14) la vicenda ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia. E riapproda col suo carico di problemi irrisolti a un anno (10 dicembre 2020) dalla firma dell’accordo che portò Invitalia, per conto dello Stato, nel capitale dell’azienda siderurgica e quindi alla nascita della nuova società  Acciaierie d’Italia dove ArcelorMittal è il partner privato.

    La vicenda torna al Mise anche con qualche novità e qualche attesa. La novità è che rispetto agli incontri precedenti presieduti dal ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, questo è il primo confronto triangolare: la nuova società, i sindacati e il Governo. Sinora, invece, Giorgetti ha solo incontrato i sindacati. L’attesa, invece, riguarda la presentazione del nuovo piano industriale, riscritto rispetto a quello presentato dal privato Mittal molti mesi addietro, nuovo piano già slittato di alcuni mesi rispetto agli annunci iniziali.

 

La chiave di volta del nuovo piano industriale sarà la sostenibilità ambientale e la riduzione delle emissioni. A ottobre scorso, in un’audizione alla Camera, il ministro Giorgetti dichiarò che “il piano industriale legato all’accordo del 10 dicembre 2020 prevede la costruzione di un forno elettrico alimentato dal preridotto, Dri, attraverso un nuovo impianto realizzato e gestito da una newco a partecipazione pubblica”. “Gli investimenti stimati in funzione delle scelte tecniche - proseguì Giorgetti - variano da 900 milioni a un miliardo e mezzo. Invitalia è stata incaricata di procedere alla costituzione della newco in modo di completare le analisi di fattibilità industriale ed economica finanziaria e ambientale del progetto”. “La copertura finanziaria degli investimenti all’avvio della produzione del Dri - rilevò ancora il ministro - può essere assicurata alle risorse del Pnrr che alloca 2 miliardi di euro a valere sull’investimento 3.2, utilizzo dell’idrogeno in settori hard to abate”. 

    I sindacati, oltre a voler conoscere il nuovo piano industriale, attendono di capire cosa avverrà nella transizione (tempi, modalità, ricadute, prospettive, investimenti) e come si tutelerà l’occupazione (10.700 nel gruppo di cui 8.200 a Taranto, indotto escluso) nel passaggio a nuove forme di produzione come il forno elettrico. Oltre che all’ambiente, dicono i sindacati, serve prestare molta attenzione anche al sociale per evitare di ritrovarsi con molti esuberi.

    A Taranto, intanto, la fabbrica continua a vivere un periodo critico. Sta per finire una tranche di cassa integrazione ordinaria chiesta ed avviate a fine settembre per un numero massimo di 3.500 addetti e se ne sta per aprire un’altra, dal 27 dicembre, per altre 13 settimane, per lo stesso numero di dipendenti. In più sono fermi altoforno 4, per importanti lavori, acciaieria 1 - come effetto di trascinamento dello stop di altoforno 4 -, Treno nastri 2, Produzione lamiere 2 ed altri impianti.

    L’azienda si era data 5 milioni di tonnellate di acciaio come obiettivo di produzione per il 2021, primo step di risalita dopo un 2020 pessimo e non solo per la pandemia (3,4 mln di tonnellate), ma quest’obiettivo, con tutte le vicissitudini che hanno riguardato gli impianti nei mesi scorsi, con diverse fermate, appare di problematica realizzazione. E il siderurgico di Taranto vive la singolare condizione di marciare a passo ridotto rispetto alle proprie potenzialità e all’autorizzazione produttiva (6 mnl di tonnellate annue) proprio mentre tutti gli acciaieri vivono un momento magico, producono a gonfie vele e realizzano volumi e ricavi importanti.