Venerdì, 12 Novembre 2021 18:15

QUELLA MALEDETTA DOMENICA/ Diciannove anni fa, una vita fa, e tra due settimane ancora il Catania In evidenza

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di Pierpaolo D’Auria 

Diciannove anni, una vita fa. Tra due settimane il Catania torna allo Iacovone. Diciannove anni dopo, appunto. Diciannove anni dopo quel Taranto-Catania, era il 9 giugno del 2002 (data ormai incancellabile nella mente dei tifosi tarantini insieme a quella della tragica morte di Erasmo Iacovone), culminato nella promozione degli etnei in serie B.

Diciannove anni, una vita fa. La città smaniava per i colori rossoblu e le ciminiere dell'Ilva sembrava dispensassero fiorellini piuttosto che diossina e polveri sottili. L'emergenza ambientale era l'ultimo, e forse neanche quello, pensiero della città.

Lo stadio era un tripudio di colori rossoblu. Trentamila persone, anche se i dati ufficiali parleranno di 25mila presenze, tifosi catanesi presenti.

Doveva essere una giornata di festa, si trasformó in un incubo, dal quale ancora oggi si fa fatica a riprendersi, animato dai fantasmi di qualcosa che non aveva funzionato come si doveva.

All'appuntamento a casa di  Luisa (la Campatelli, amica e collega del Corriere del Giorno) ci arrivai carico di entusiasmo. Il tempo di salire in auto e poi via, a tutto gas, verso la Salinella. Una marea di auto, parcheggiate nei modi più impensabili possibili, ci fece capire che non c'era da andare troppo per il sottile. Tanto i vigili urbani avevano altro cui pensare quel giorno.

All'interno dello stadio una bolgia infernale. Non c'era posto neanche per uno spillo. Ci accomodammo sui gradini della tribuna laterale, quelli che fanno da spartiacque tra i settori con i seggiolini. Poco più in là, sulla nostra sinistra, in tribuna vip c'era Rossana Di Bello, sindaco rossoblu, in compagnia dell'allora sindaco di Bari e del presidente della Regione Puglia, Raffaele Fitto. Atmosfera delle grandi occasioni. C'era da recuperare l'1 a 0 in favore del Catania maturato nella partita di andata di questa finale play off. Tutti aspettavamo una doppietta di Riganó. Anzi tutti sapevamo che l'avrebbe messa a segno. Magari anche un gol di Galeoto, che ci aveva tenuto a galla nella semifinale contro il Lanciano.

Poi il triplice fischio dell'arbitro Mazzoleni, oggi arbitro di serie A ed esperto "varista". Subito dopo il sole sembró eclissarsi sullo Iacovone e il caldo lasciare il passo a quel freddo subdolo che sa insinuarsi con circospezione tra gli interstizi della pelle gelandoti il sangue. Il Taranto, nonostante il trascinamento dei 30mila, in campo non c'è. Dopo 10 minuto via Cazzaró per infortunio; alla mezz'ora circa Pieroni uscirà dallo stadio.

Sugli spalti il dramma collettivo sembra essere andato in scena con tutti i suoi personaggi mentre i tifosi catanesi sembrano i protagonisti della scena.

Alla fine Riganó non avrà mai calciato verso la porta avversaria mentre Ciccio Graziani, allenatore subentrato in corsa a Pietro Wierchwood (spero che la memoria non mi inganni), portato in trionfo come un "Cesare".

La fiumana di auto riprese il suo cammino in una lunga marcia funebre. I vigili urbani non avevano elevato alcuna contravvenzione, avevano altro cui pensare.

In auto, direzione Corriere del Giorno, con gli occhi sbarrati a riesaminare i fotogrammi di una partita mai giocata e a pensare che le pagine preconfezionate (o facevi così o rischiavi di chiudere tardi il giornale) con gli osanna per la ritrovata promozione in serie B diventate di colpo carta straccia.

Carta straccia, come i sentimenti di un popolo di tifosi e di una città alazatisi al mattino per festeggiare e ritrovatosi la sera a piangere lacrime rossoblu. Non immaginando quello che sarebbe accaduto due anni dopo: il fallimento e la ripartenza dal campionato Dilettanti.

Tra due domeniche, diciannove anni, una vita fa: ancora il Catania.