Giovedì, 10 Giugno 2021 08:56

ALTA TENSIONE/ Le imprese dell’indotto ex Ilva “la vocazione industriale di Taranto non va smarrita” In evidenza

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 “Va bene la green economy. Va bene la blue economy. Va bene qualsivoglia modello di sviluppo in grado di tenere assieme i temi economici con quelli relativi alla qualità media delle nostre vite. Va bene diversificare i processi finanziari partendo dalle leve turistiche e culturali (la manifestazione del Sail Gp ne è un esempio). Va bene, anzi benissimo, la difesa salute e lavoro, approccio non più rinviabile come ci ha insegnato la pandemia, ma attenti a non smarrire l’identità produttiva di Taranto che era e resta una città a vocazione industriale”. Lo dichiarano le imprese dell’indotto ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia, la nuova società tra ArcelorMittal Italia e Invitalia. Le imprese dicono che l’indotto che ruota attorno al polo dell’acciaio “impiega 7000 residenti della sua provincia nella fabbrica, annovera 300 microimprese dell’autotrasporto che, volente o nolente, operano nel sito industriale dell’ex Ilva  garantendo posti di lavoro e stabilità sociale”. “Assistiamo, pressoché inermi, al recente tour nella nostra provincia di ministri e persino del presidente di Confindustria nazionale, ma nessuno di loro - affermano le aziende - ritiene opportuno parlare con le imprese dell’indotto, con una filiera industriale, metalmeccanica, dei trasporti, della chimica e dei servizi che da un giorno all’altro potrebbe essere letteralmente cancellata a seguito della imminente sentenza del Consiglio di Stato sulla chiusura dell’area a caldo dello stabilimento. Letteralmente, nessuno di loro”. I titolari delle aziende dell’indotto siderurgico si chiedono infine “che accadrà del lavoro, del reddito, dei traffici del porto di Taranto che ancora si regge, nel bene e nel male e pure sotto il profilo infrastrutturale, sullo stabilimento ex Ilva?”. “Se la siderurgia è asset strategico del sistema industriale italiano, quale Stato - concludono le imprese dell’indotto Ilva - è quello che attende passivamente che la Magistratura chiuda comparti essenziali di un suo stabilimento, senza programmare per tempo, al di là delle dichiarazioni di principio, un piano di transizione che tuteli la sopravvivenza dell’intera economia di un territorio - produzione, imprese e lavoratori - e, insieme, l’ambiente?”.