Giovedì, 03 Giugno 2021 08:41

STOP INQUINAMENTO/ Imminente la sentenza del Consiglio di Stato sulla chiusura degli impianti In evidenza

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Viene data per imminente, nelle prossime ore, la sentenza del Consiglio di Stato chiamato a decidere se confermare o bocciare la sentenza del Tar di Lecce che lo scorso 13 febbraio ha ordinato lo spegnimento in 60 giorni degli impianti dell’area a caldo del siderurgico ex Ilva di Taranto. Dopo la sentenza della Corte d’Assise di Taranto, che lo scorso 31 maggio ha condannato quasi tutti gli imputati del processo 'Ambiente Svenduto', relativo al reato di disastro ambientale imputato all’Ilva sotto la gestione del gruppo Riva, nonché disposto la confisca degli impianti, questo del Consiglio di Stato è l’altro nodo giudiziario fondamentale per l’acciaieria di Taranto, la più grande d’Europa. 

 

 Perché se la confisca degli impianti disposta dalla Corte d’Assise non è immediatamente esecutiva, in quanto subordinata ad altri due gradi di giudizio, la Corte d’appello - e quasi tutti gli imputati impugneranno la sentenza di primo grado dopo il deposito delle motivazioni fra 180 giorni - e la Corte di Cassazione, una eventuale decisione negativa del Consiglio di Stato in sede di merito, cioè la conferma della sentenza del Tar Lecce, rischia invece di avere impatti immediati sullo stabilimento siderurgico più grande d’Europa. Il verdetto del Consiglio di Stato è anche molto atteso dal Governo (dai ministri Giancarlo Giorgetti allo Sviluppo economico e Roberto Cingolani alla Transizione ecologica) per capire cosa fare e come intervenire per la fabbrica di Taranto, considerato che ad aprile, a seguito del versamento da parte di Invitalia di 400 milioni ad ArcelorMittal Italia, è stata costituita la nuova società pubblico privata Acciaierie d’Italia. Quest’ultima, però, deve ancora insediare il cda, con Franco Bernabé presidente, ma soprattutto deve avviare sia il nuovo piano industriale che la trattativa con i sindacati per la riorganizzazione del personale, oggi 10.700 unità nel gruppo, di cui 8.200 a Taranto, e in parte attualmente in cassa integrazione Covid. Domani alle 12, fra l’altro, l’ad di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, incontrerà i sindacati a Taranto per un punto di situazione. 

 

 L’azienda ha chiesto una nuova cassa integrazione dal 28 giugno per 12 settimane. Sarà però ordinaria e non Covid e il numero massimo è stato dimezzato dagli 8.100 della cassa Covid ai 4.000 della nuova cassa ordinaria. In attesa del Consiglio di Stato, il Codacons, una delle tantissime parti civili nel processo in Corte d’Assise, ha intanto depositato ai giudici di Palazzo Spada, a Roma, la sentenza del 31 maggio. Il Codacons ha inoltre inviato la decisione della Corte (il dispositivo di 83 pagine) al presidente Sergio Mattarella e a tutti i parlamentari “affinché prendano visione delle decisioni della giustizia e si adoperino per salvare i cittadini di Taranto”. La sentenza del Tar Lecce di febbraio scorso ha confermato una ordinanza del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, di febbraio 2020 che inizialmente è stata sospesa dagli stessi giudici amministrativi su impugnazione delle controparti aziendali. È questa ordinanza del sindaco, infatti, che dispone lo stop agli impianti dell’area a caldo in 60 giorni in quanto fonti emissive pericolose per la salute e per l’ambiente. Poco meno di un anno è durata l’istruttoria del caso al Tar. Secondo il Tar di Lecce, “deve ritenersi pienamente sussistente la situazione di grave pericolo per la salute dei cittadini”. Il Tar nel provvedimento ha inoltre parlato di “probabile rischio di ripetizione di fenomeni emissivi in qualche modo fuori controllo e sempre più frequenti, forse anche in ragione della vetustà degli impianti tecnologici di produzione”. 

 

La sentenza del Tar è stata subito impugnata in appello da ArcelorMittal Italia a cui si sono poi aggiunti Ilva in amministrazione straordinaria, proprietaria degli impianti, Invitalia, in qualità di partner pubblico di ArcelorMittal Italia, e il ministero della Transizione ecologica. A favore della sentenza, invece, Comune di Taranto e Regione Puglia. Il Consiglio di Stato ha sospeso il 12 marzo scorso la sentenza del Tar e rinviato tutto all’udienza di merito del 13 maggio (in precedenza aveva respinto l’istanza di ArcelorMittal che aveva chiesto un decreto monocratico del presidente della sezione competente per sospendere la sentenza Tar).  I giudici di Palazzo Spada, sospendendo la sentenza del Tar, hanno reputato “prevalente l’esigenza di evitare il grave e irreparabile danno che sarebbe derivato dalla sospensione dell’attività, cui si sarebbe dovuto procedere entro la scadenza dei termini stabiliti nell’ordinanza stessa”. Per il Consiglio di Stato, “non è stato adeguatamente smentito che lo spegnimento della c.d. “area a caldo” in tempi così brevi e senza seguire le necessarie procedure di fermata in sicurezza, avrebbe comportato con certezza gravissimi danni all’impianto, tali da determinare di fatto la cessazione definitiva dell’attività”. Per i giudici del Consiglio di Stato, “i rischi per la salute pubblica alla cui prevenzione era indirizzata l’ordinanza impugnata, sono connessi alla possibilità del ripetersi di incidenti analoghi a quelli che hanno determinato l’intervento del sindaco, e quindi a episodi futuri ed eventuali”. Ma, hanno aggiunto i giudici, “l’ordinanza risulta essere stata già sospesa per oltre un anno durante il giudizio dinanzi al Tar senza che risultino verificatisi ulteriori episodi significativi di emissioni”. Al Consiglio di Stato la discussione è stata molto serrata. Uno dei punti sollevati è se rientrino nei poteri del sindaco decisioni relative alla continuità di un impianto che la legge riconosce come strategico per l’economia nazionale e tale status è attribuito all’Ilva di Taranto. Dopo l’udienza del 13 maggio, è stato valutato in circa 2-3 settimane il tempo necessario ai giudici di appello per emettere il loro verdetto. Che adesso è in arrivo.