Martedì, 01 Giugno 2021 15:56

GRANDI MANOVRE/ Dal 28 giugno cassa integrazione per massimo 4mila unità in Acciaierie d’Italia In evidenza

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 “Nonostante nel generale contesto di mercato siano oggi percepibili segnali ottimistici nella crescente e maggiormente stabile domanda di acciaio, la società non è nelle condizioni di assicurare l’immediata e totale ripresa in esercizio di tutti gli impianti di produzione e del completamento assorbimento dell’intera forza lavoro”. Così Acciaierie d’Italia, la nuova società costituita da ArcelorMittal Italia e Invitalia, descrive l’apertura della procedura per il ricorso alla cassa integrazione ordinaria dal 28 giugno per un numero massimo di 4mila dipendenti dello stabilimento di Taranto per un periodo presumibile di 12 settimane. 

 

 La nuova cassa ordinaria sostituisce quella con causale Covid, anche perché col dl Sostegni, spiega l’azienda, il governo non ha inteso prorogare la cassa integrazione Covid ma ha comunque permesso alle aziende “interessate dal perdurare della flessione di parte delle attività produttive” e che “si trovano nella condizione di dover procedere ad una riduzione della propria attività lavorativa”, di ricorrere alla disponibilità di ammortizzatori sociali “ordinari”. 

    Acciaierie d’Italia fa quindi un quadro della situazione del sito di Taranto oggi. La fermata “non programmata” dell’altoforno 2 “ha comportato la riduzione di capacità produttiva di circa 5.000 tonnellate di ghisa”. Tale blocco produttivo, dice l’azienda nella lettera con cui oggi ai sindacati ha annunciato la nuova cassa, è durato quasi un anno ed “ha inevitabilmente condizionato e limitato la possibilità di esercire a pieno regime gli impianti di laminazione e rilavorazione a valle del ciclo produttivo” tanto a Taranto, quanto a Genova, Novi Ligure e Racconigi. Lo stop cui a Invitalia si riferisce è quello per i lavori di adeguamento dell’altoforno 2 alle prescrizioni impiantistiche di sicurezza dettate dall’autorità giudiziaria dopo l’incidente mortale di giugno 2015. Lavori terminati definitivamente ad inizio 2021 ed effettuati da Ilva in amministrazione straordinaria, società proprietaria degli impianti, con una spesa di circa 10 milioni. Il tenere bloccato l’altoforno 2, dice ancora Acciaierie d’Italia, ha fatto slittare i lavori di manutenzione dell’altoforno 4 (tre sono infatti gli altiforni operativi a Taranto: 1, 2 e 4). Cosicché quando l’altoforno 2 ha ripreso la marcia (e anche nella fase di ripartenza, ad inizio d’anno, ci sono stati problemi di funzionamento), Acciaierie d’Italia ha messo in cantiere ciò che avrebbe dovuto fare sull’altoforno 4 fermandolo ad aprile. Per un periodo stimato di 60 giorni. Quest’ultimo impianti è tuttora fermo, lo sarà sino a fine mese, e per Acciaierie d’Italia determina una mancata produzione di 5mila tonnellate di ghisa al giorno. Lo stop di altoforno 4 si è riflesso anche sull’acciaieria 1, anch’essa fermata. Attualmente è in produzione solo l’acciaieria 2, sufficiente ad assicurare la trasformazione in acciaio della ghisa colata dai due soli altiforni in marcia: 1 e 2. Di conseguenza, dice Acciaierie d’Italia, quanto accaduto prima all’altoforno 2 ed ora all’altoforno 4, ha limitato le potenzialità dell’azienda nonostante il mercato dell’acciaio abbia ripreso a girare con domanda  e prezzi in sensibile risalita. Di qui, ora, la nuova tranche di cassa integrazione ordinaria a fine mese per 4mila unità in forza al sito di Taranto.