Lunedì, 03 Maggio 2021 17:06

INQUINAMENTO/ Prescrizioni AIA disattese per l’ex Ilva, Peacelink si appella all’Unione Europea In evidenza

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Sull’ex Ilva, con “parere motivato” del 16 ottobre 2014, la Commissione Europea ha “richiamato l’Italia al rispetto della direttiva sull’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), ma, per tutta risposta, l’Italia ha fatto l’esatto contrario, interpretando quell’AIA come un elastico da allungare sempre di più, approvando di proroghe pretestuose e inaccettabili delle scadenze delle prescrizioni, attraverso leggi salva-Ilva e vari provvedimenti in deroga all’AIA”. Lo scrive l’associazione ambientalista Peacelink in una lettera alla direzione generale Ambiente della commissione di Bruxelles. “Tali proroghe - si sostiene -  hanno avuto come effetto quello di spostare il termine dell’attuazione delle prescrizioni dal 2015 al 2017 e infine al 2023. E oggi si apprestano a prorogare oltre il 2023 in virtù delle clausole contenute nell’accordo fra Invitalia e ArcelorMittal Italia”. 

 

Nella lettera di Peacelink alla Ue si afferma che “l’Italia ha così ignorato gli adempimenti richiesti dalla Commissione Europea. E si prepara a fare ancor peggio con la nuova società Acciaierie d’Italia proseguendo nella strada senza fine delle proroghe, venendo meno a ogni certezza delle scadenze prefissate e togliendo ogni credibilità all’Autorizzazione Integrata Ambientale”. “Oggi - si sottolinea - non è l’Ilva che si uniforma all’Autorizzazione Integrata Ambientale ma è l’Autorizzazione Integrata Ambientale che si conforma sull’Ilva”. Verso la Ue, scrive Peacelink, “i governi italiani, invece di mostrare celerità nel mettere a norma gli impianti e di mostrarsi diligenti, hanno esercitato l’ars retorica pur di prendere tempo e di posticipare in continuazione l’adozione delle migliori tecnologie”. L’associazione ambientalista richiama quindi la sentenza del 24 gennaio 2019 della Corte europea diritti dell’uomo sulla ex Ilva, che evidenzia “il disconoscimento dei diritti fondamentali dei cittadini”, e la sentenza del Tar Lecce del 13 febbraio 2021. Quest’ultima, si evidenzia, “ha disposto il fermo degli impianti dell’area a caldo per la loro pericolosità. Tali impianti erano stati posti sotto sequestro senza facoltà d’uso dalla magistratura nel 2012. Hanno potuto funzionare - scrive Peacelink a Bruxelles - solo con deroghe concesse dai provvedimenti salva-Ilva, varati con la promessa che gli impianti sarebbero stati messi a norma. Ma, a distanza di nove anni, la sentenza della Cedu e quella del Tar mostrano che la popolazione è stata ed è esposta a un rischio  sanitario inaccettabile, come attestato anche dalla VIIAS (Valutazione Integrata di Impatto Ambientale e Sanitario)”. “Ci rivolgiamo alla Commissione Europea perché riteniamo che sull’Ilva  dopo il parere motivato della Commissione Europea, i governi italiani abbiano pervicacemente agito nel totale disconoscimento di quanto richiesto dalla Commissione Europea”, conclude la lettera di Peacelink a Bruxelles. 

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