Lunedì, 14 Settembre 2020 11:01

ALTA TENSIONE/ Da oggi in ArcelorMittal nuova tranche di cassa Covid per un massimo di 8147 dipendenti In evidenza

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È cominciata oggi nel siderurgico di Taranto ArcelorMittal, ex Ilva, una nuova tranche di cassa integrazione Covid. Durerà nove settimane, è stata chiesta dall’azienda per un numero massimo di 8.147 dipendenti, di cui 5 mila operai, ed è in continuità con le altre tranche di cassa Covid, l’ultima delle quali di sei settimane era cominciata ai primi di agosto.

    Anche stavolta ArcelorMittal non ha raggiunto a Taranto alcun accordo con i sindacati. Questi ultimi, però, a fronte della cassa che comincia oggi, manifestano ulteriori, forti preoccupazioni perché anche se ArcelorMittal non ha comunicato nulla in proposito, una serie di segnali provenienti dalla fabbrica, e intercettati dai delegati sindacali, vanno in direzione di un aumento reale dei cassintegrati. In sostanza, l’azienda sinora ha chiesto la cig per un massimo di 8.147 unità ma di fatto l’ha realmente utilizzata per circa 4 mila. Da oggi, invece, secondo la preoccupazione che i sindacati hanno ripetutamente manifestato nelle ultime ore, la userebbe realmente per circa 5 mila addetti, con un incremento effettivo rispetto alla tranche precedente di circa mille lavoratori.

    Per i sindacati, si avrebbe in stabilimento una forza di 3 mila addetti, su 8.200 di organico, ed una produzione annua di 3 milioni di tonnellate. Ai tanti impianti che a Taranto sono fermi, e tra questi, da metà marzo, l’altoforno 2 e l’acciaieria 1, si aggiunge il reparto Produzione lamiere che ArcelorMittal ha fermato da venerdì scorso sino a nuova disposizione, ovvero sin quando non arriveranno nuovi ordini di lavoro. 

 

L’aumento della cig è stato contestato anche dal sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, per il quale ArcelorMittal, col suo comportamento, “sta impoverendo la città”, mentre i sindacati, oltre a rilevare che da diversi mesi una importante platea di lavoratori è a casa con una media di 8-900 euro al mese, affermano che l’ad Lucia Morselli “sta risanando i conti dell’azienda a tutto discapito dei lavoratori, messi massicciamente fuori dal ciclo produttivo, delle aziende dell’indotto, pagate pochissimo rispetto allo scaduto milionario che avanzano e alla proprietà degli impianti, Ilva in amministrazione straordinaria, cui non sono stati pagati due canoni trimestrali di fitto”. Inoltre, dicono le sigle, “anche la produzione è ormai inesistente e le manutenzioni non si fanno”.

    I sindacati hanno anche protestato per l’assenza del governo nella vicenda. Fim, Fiom e Uilm imputano al governo di non intervenire e di lasciar fare ad ArcelorMittal. L’assenza del governo è stata anche sottolineata ieri, nei comizi a Taranto per le regionali, da Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia e dal candidato governatore del centrodestra, Raffaele Fitto, ma ormai è noto che l'esecutivo riaffronterà il dossier ArcelorMittal, portandolo verso la stretta finale, solo dopo il passaggio elettorale di domenica prossima. Con scenari che restano ancora molto indefiniti. 

    I sindacati, per ora, non hanno indetto alcuna protesta in fabbrica dopo gli scioperi del 4 e del 7 settembre che hanno però riguardato due soli reparti dove sono state introdotte modifiche all’organizzazione del lavoro. Le sigle metalmeccaniche sono orientate ad effettuare una protesta a Roma dopo le elezioni, ma lasceranno le decisioni sul che fare alle assemblee che partiranno a breve. Con oggi, il siderurgico di Taranto sono circa 14 mesi che è soggetto alla cassa integrazione. La prima è partita a luglio 2019, era ordinaria per tredici settimane e per un numero massimo di 1.200 addetti e da allora è stata costantemente rinnovata, sempre per 13 settimane, sino a metà marzo scorso quando è poi subentrata la cassa Covid con numeri più alti.