Lunedì, 27 Luglio 2020 08:10

IL CASO/ Braccio di ferro sull’uso delle acque reflue da parte di ArcelorMittal, intanto come accadeva con Riva lo stabilimento “prende” dal Sinni 500 litri di acqua al secondo In evidenza

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 Scoppia un caso rispetto alla possibilità di utilizzare per le necessità produttive del siderurgico di Taranto ArcelorMittal i reflui, trattati, dei depuratori di Taranto al posto dell’acqua del Sinni erogata dall’Acquedotto Pugliese (Aqp). Secondo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega alla programmazione economica, Mario Turco, questa possibilità non c’è. Ribatte Fabiano Amati, già assessore ai Lavori pubblici della Regione Puglia nella giunta di Nichi Vendola) e ora presidente della commissione Bilancio della Regione, per il quale, al contrario, che i reflui si possono usare per l’ex Ilva. In prefettura a Taranto, il progetto è tornato in discussione al tavolo del Contratto istituzionale di sviluppo di Taranto. Da quanto apprende AGI, la discussione non è stata priva di polemiche, sollevate da alcuni partecipanti alla riunione. Evidenziato anche come sia un errore archiviare questo progetto, ma alla fine il sottosegretario Turco ha definitivamente cassato la possibilità che le acque dei depuratori di Taranto vadano al siderurgico.  “ArcelorMittal - spiega Turco - ha definitivamente chiarito che le acque reflue, seppur conforme al decreto ministeriale, non presentano caratteristiche idonee all’utilizzo siderurgico nonostante la paventata prescrizione Aia”, Autorizzazione integrata ambientale. Ne deriva che, per quanto di competenza del Cis Taranto, “il progetto, in corso di ultimazione, sarà destinato al settore agricolo o ad altri usi diversi da quello siderurgico". Oggi l’ex Ilva prende dal Sinni per le sue necessità 500 litri al secondo. La questione emerse alcuni anni fa, quando Taranto si trovò per qualche giorno senz’acqua, mentre alla fabbrica continuava ad arrivare. I rubinetti a secco nelle case provocarono molte proteste. Fu quindi individuata nei reflui dei depuratori un’alternativa affinché il siderurgico non prelevasse più acqua dal Sinni. 

 

Trasportare però i reflui sino alla fabbrica costa, da quanto apprende AGI, circa 100 milioni. Perché si tratta di adeguare gli impianti di depurazione, prevedere il dispositivo di affinamento e poi costruire le condotte per il trasporto dell’acqua. Non sarebbe un progetto economico, perché si tratta di spendere 100 milioni per 500 litri al secondo quando il potabilizzatore di Conza, anch’esso Aqp, è costato una quarantina ma con una capacità di trattamento di 1000 litri al secondo. Il problema, però, ma di sostenibilità ambientale. Perché per la prima volta si userebbero a scopi industriali i reflui depurati, liberando così 500 litri secondo dal Sinni. Inoltre, si attuerebbe una prescrizione Aia del 2014, anche se non sarebbe stata confermata nell’Aia in vigore, normata da un Dpcm del 2017. Per Amati, “è una balla clamorosa” sostenere che “le acque ultra-affinate non siano idonee alle esigenze industriali dell’ex Ilva. Sono costretto a dirlo perché quella decisione, tecnicamente approfondita dai dirigenti del ministero dell’Ambiente, della Regione, dell’Autorità di bacino e di Aqp, mi costò una battaglia quasi solitaria contro la riluttanza dei Riva e dei loro rappresentanti”. “Abbandonarla ora senza ragioni - dice ancora - significherebbe un ritorno a quei tempi bui, in cui i dirigenti Ilva dettavano legge”. Per lui, “la questione riguarda la tutela dell’ambiente e l’approvvigionamento idrico e irriguo delle province di Brindisi, Lecce e Taranto”. "Si tratta - spiega Amati  - di risparmiare le acque del Sinni, che attualmente vengono utilizzate per scopi industriali nell’ex Ilva, per poi convogliarle nell’invaso Papadai e destinarle alle esigenze irrigue e potabili di milioni di persone. Il progetto, oggetto di prescrizione Aia, prevede di sostituire le acque del Sinni con quelle ultra-affinate dei depuratori Gennarini-Bellavista”. Per Amati, infine, “il progetto di ultra-affinamento produce acque addirittura più idonee agli scopi industriali, da immettere nei circuiti di raffreddamento (o altri usi) dello stabilimento”. “Dice il sottosegretario Turco che il progetto è irrealizzabile a detta dei commissari Ilva e di Mittal. Anche quando lo varammo, era irrealizzabile a detta dei Riva e di Archinà”. Lo dichiara ad AGI Fabiano Amati, presidente della commissione Bilancio della Regione Puglia, già assessore ai Lavori pubblici, a proposito dell’utilizzo dei reflui trattati dei depuratori di Taranto per le esigenze del siderurgico ArcelorMittal, che oggi invece usa l’acqua del Sinni erogata da Acquedotto Pugliese con una portata di  500 litri al secondo. Amati replica al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega alla programmazione economica, Mario Turco, che  a Taranto ha tenuto in Prefettura un incontro su questo progetto, annunciandone definitivamente lo stop. I reflui, per Turco, non andranno più agli usi dell’acciaieria ma all’agricoltura e ad altri settori. Amati cita sia i Riva, precedenti proprietari della fabbrica prima di Ilva in amministrazione straordinaria e di ArcelorMittal, sia Girolamo Archinà, il funzionario delegato dai Riva ai rapporti con le istituzioni locali, e afferma che “oggi come allora” viene sbarrata la strada all’uso dei reflui depurati al posto dell’acqua del Sinni in acciaieria. “Invito il sottosegretario a cambiare idea - afferma Amati - perché dal progetto deriva il risparmio della risorsa idrica offrendo a Mittal un’alternativa. Sono disponibile per aiutare in ogni modo il sottosegretario e il Governo per realizzare l’iniziativa, ingiustificatamente lasciata morire - e su questo Turco ha pienamente ragione - per tantissimi anni”.

 

Ultima modifica il Lunedì, 27 Luglio 2020 08:20