Mercoledì, 08 Luglio 2020 22:00

ALTA TENSIONE/ ArcelorMittal non fornisce i documenti sulla manutenzione degli impianti a Ilva in as e chiede altre 13 settimane di cig In evidenza

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 “Stiamo avendo molte difficoltà nel ricevere da ArcelorMittal i documenti che attestano quando e come sono stati fatti gli interventi di manutenzione degli impianti. Sono carte essenziali per capire se gli interventi previsti sono stati fatti o meno, quando e in che modo”. Lo apprende l'AGI da fonti vicine al dossier ArcelorMittal relativamente all’ispezione in fabbrica che, su decisione di Ilva in amministrazione straordinaria, che rappresenta la proprietà, un nucleo di 15 tecnici ha effettuato nello stabilimento di Taranto a partire dall’8 giugno scorso. L’ispezione ha riguardato tutti gli impianti. Ai sopralluoghi, deve far seguito un report finale degli ispettori da rimettere a Ilva in as. “La relazione ci sarà a breve - annunciano le fonti - ma rischia di essere una relazione monca, incompleta, perché ad oggi ArcelorMittal non ci ha trasmesso ancora i documenti che abbiamo chiesto per completare il quadro. Quello che emerge, è una fabbrica dove molti impianti sono fermi”.

 

 Ilva in as ha deciso di effettuare l’ispezione a fine maggio, quando i sindacati, recandosi dal prefetto di Taranto, hanno denunciato una serie di carenze, parlando di “fabbrica allo sbando” e di “manutenzioni assenti”. Dopo aver ascoltato i sindacalisti, il prefetto Demetrio Martino ha scritto sia ai commissari di Ilva in amministrazione straordinaria, che al custode giudiziario dell’area a caldo (che dal 26 luglio 2012 è sotto sequestro, ma il gestore ArcelorMittal ha la facoltà d’uso), Barbara Valenzano, chiedendo accertamenti. È da qui è partita la decisione di Ilva in as di fare una ispezione nel siderurgico. Inizialmente programmata per il 1 giugno, l’ispezione è poi cominciata l’8 giugno perché per la prima data ArcelorMittal disse che era indisponibile, con gli uffici di direzione chiusi per il ponte festivo del 2 giugno. Su questo slittamento, c’è stata anche una polemica, tra i commissari Ilva che hanno protestato per non aver avuto accesso in fabbrica l’1 giugno malgrado il preavviso dato ad ArcelorMittal e quest’ultima che ha risposto dicendo che i commissari erano stati tempestivamente informati, e anche più volte, che l’ispezione l’1 giugno non poteva cominciare perché a ridosso della festa nazionale del 2 giugno.

 

L’azienda chiede altre tre settimane di cassa integrazione 

 

 

 È cominciata appena lunedì scorso la nuova tranche di cassa integrazione Covid in ArcelorMittal a Taranto per un numero massimo di 8150 dipendenti, ma la società siderurgica, gestore dello stabilimento, già si prenota per una nuova fase di cassa integrazione dal 3 agosto prossimo. Sarà una cassa integrazione ordinaria, per “un periodo presumibile di 13 settimane”, per 8152 dipendenti tra quadri, impiegati e operai.

   ArcelorMittal spiega in una lettera inviata oggi ai sindacati che “a causa dell’emergenza epidemiologica Covid 19 ancora in atto in tutto il territorio nazionale ed internazionale, i cui effetti continuano ad avere riflessi in termini di calo di commesse e ritiro di ordini prodotti”, l’azienda “si trova nelle condizioni di dover procedere ad una riduzione della propria attività produttiva”.

    Nella lettera si parla di “parziale blocco delle attività  produttive, manifatturiere distributive e commerciali che hanno reso difficilissimo, per altro, anche la chiusura degli ordini e delle fatturazioni visto il drastico calo registrato in questi mesi dei volumi e di conseguenza delle attività produttive”.

 

Per discutere della nuova cassa integrazione, ArcelorMittal ha già convocato i sindacati a mezzogiorno del 13 luglio. Non è, tuttavia, da escludere che se l’uso della cassa Covid dovesse essere prorogato sino a fine anno, così come appare probabile, ArcelorMittal ritiri la procedura di cassa ordinaria e prosegua con l’ammortizzatore sociale Covid. È ormai un anno che lo stabilimento siderurgico di Taranto è sistematicamente in cassa integrazione su decisione di ArcelorMittal, subentrata a Ilva in amministrazione straordinaria a novembre 2018. La prima cassa ordinaria è scattata il 2 luglio 2019 per un numero massimo di circa 1200 addetti e per 13 settimane, fu motivata con la crisi di mercato, ed è andata avanti sino a metà marzo di proroga in proroga sempre di 13 settimane. L’uso reale della cassa ordinaria è stato però fatto per 7-800 unità. Da metà marzo, con l’irrompere del coronavirus e l’aggravarsi del fermo economico, ArcelorMittal ha chiesto la cassa integrazione Covid ma alzando il numero massimo e portandolo a 8150 addetti, praticamente l’intero organico di Taranto. La cassa Covid ha avuto una prima tranche da marzo a maggio, poi a giugno ed è attualmente in corso per quattro ulteriori settimane dal 6 luglio. Attualmente c’è una media di circa 3mila diretti in cassa ma nel periodo più acuto del Covid si è arrivati anche a 4mila. A Taranto molti impianti sono fermi, tra cui, da marzo, l'altoforno 2 e l'acciaieria 1. Da luglio ad oggi, quasi sempre la procedura di cassa, sia ordinaria che Covid, si è chiusa senza nessun accordo tra ArcelorMittal e sindacati, i quali hanno anche denunciato all’Inps “anomalie” circa l’utilizzo dell’ammortizzatore sociale da parte dell’azienda.