Domenica, 28 Giugno 2020 12:50

L’AFFONDO/ Le Associazioni incalzano Conte su ArcelorMittal “la fabbrica è da chiudere” In evidenza

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“In 8 anni, da un sequestro senza facoltà d'uso degli impianti dell'area a caldo, prima con la gestione statale e dopo con quella del più grande produttore mondiale di acciaio, il Governo non è riuscito a risolvere né i gravissimi problemi d'inquinamento, né quelli occupazionali, mentre la fabbrica continua a perdere fino a oltre 100 milioni al mese. E' il momento di cambiare strada, di chiudere la vecchia fabbrica della morte  e di riconoscere a Taranto un giusto risarcimento, a partire dall’istituzione di una no-tax area e un piano di bonifica e riconversione economica, avvalendosi di forza lavoro principalmente tarantina”. Ad una settimana di distanza dal primo invio, sulla questione ArcelorMittal (ex Ilva) di Taranto, una nuova lettera viene spedita al premier Giuseppe Conte con la sottoscrizione di 1092 cittadini e di 14 associazioni. Il primo invio era stato invece sottoscritto da 123 cittadini e 6 associazioni.

 

“Quanto, fino ad oggi - è scritto nella lettera al premier - lo Stato italiano ha pagato in stipendi e benefit i commissari governativi? Quanti miliardi di euro ha messo in campo per l’attuazione dell’Aia (più volte scaduta e più volte prorogata) e quali risultati sono stati ottenuti, se non qualcosa molto vicino allo zero? “Il fatto è che, quando si parla di acciaieria con produzione a caldo, si deve mediare tra salute e lavoro - si evidenzia nella lettera a Conte - si arriva addirittura a dichiarare che “i tarantini devono scegliere tra salute e lavoro”, quando sappiamo benissimo tutti che mai è stata concessa tale scelta. Quando si parla di produzione a caldo (quella altamente inquinante), si sceglie di chiuderla a Genova e a Trieste per tutelare la salute di lavoratori e cittadini”, si evidenzia nella missiva. Infine lunedì sera alle 10 “Giustizia per Taranto” ha promosso un sit in di protesta davanti alla Prefettura di Taranto contro l’ingresso dello Stato, e quindi con fondi pubblici, in ArcelorMittal attraverso la società Invitalia.