Lunedì, 06 Aprile 2020 09:38

LA RIFLESSIONE/ “Quanto siamo disposti a spendere e a sacrificare per salvare ogni singola vita?” Le domande scomode de L’Economist con cui Taranto fa i conti tutti i giorni In evidenza

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di Luisa Campatelli 

“Quanto siamo disposti a spendere e a perdere nella lotta al virus? Quanti soldi, quanti posti di lavoro, quante aziende, quanto futuro, quante prospettive per le prossime generazioni, per i bambini che stiamo tenendo chiusi in casa? Quanto saremo capaci di mettere sempre la vita umana — la vita di qualunque essere umano, di qualunque età e di qualunque condizione fisica — prima di ogni considerazione che oggi ci appare cinica, ma prima o poi può sembrarci invece realistica?”

Sono domande che disturbano quelle poste da L’Economist, domande che pongono questioni con le quali da queste parti, a Taranto, sede del più grande stabilimento siderurgico d’Europa, abbiamo iniziato da parecchio a fare i conti...

L’Economist in sostanza ci domanda quale sia il valore della vita umana e quanto siamo disposti a spendere per salvare ogni singola persona. 

Ecco, provate a chiederlo a un bambino dei Tamburi che nei giorni di vento non può andare a scuola e deve rimanere chiuso in casa, così come raccomandano Asl e Arpa Puglia e che così dovrà continuare a fare anche quando l’emergenza coronavirus sarà passata; oppure a un operaio dello stabilimento siderurgico che quando va a sottoporsi ai controlli medici lo fa con la consapevolezza e l’ansia di chi sa di essere un soggetto a rischio; o ancora a una mamma di Taranto che ha perso il figlio per un tumore di quelli più aggressivi che si presentano solo in aree sottoposte a un particolare tipo di inquinamento.

Loro saprebbero cosa rispondere.

Nella città schiacciata dalla contrapposizione tra lavoro e salute,    questo dilemma fa parte del bagaglio quotidiano che il tarantino si porta addosso fin dalla nascita, sapendo che ogni scelta che si compie in nome del lavoro, del profitto e della produzione, si fa spesso a scapito del valore della vita. 

E infatti lo stabilimento Ilva/ArcelorMittal non si è fermato neanche di fronte all’emergenza del coronavirus, benché sia il luogo in cui si determina in assoluto la maggiore concentrazione di persone. Il danno, è stato detto e scritto nel decreto con cui il prefetto autorizza l’azienda a produrre e commercializzare, sarebbe stato troppo alto.  Eccola, la risposta ai quesiti de L’Economist c’è già. (foto di Luciano Manna)