Venerdì, 27 Marzo 2020 12:18

CORONAVIRUS/ ArcelorMittal chiede la cassa integrazione Covid per 8.173 addetti In evidenza

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ArcelorMittal ha chiesto per lo stabilimento di Taranto la cassa integrazione Covid 19 per 8.173 addetti di cui 3262 nell’area a caldo, 1.561 nell’area a freddo e 3350 nei servizi. Gli operai coinvolti sono 5.626, gli impiegati 1.677 e gli equivalenti 870. In pratica viene chiesta la cassa Covid per tutta la forza lavoro diretta del siderurgico di Taranto. 

 La sospensione, con ricorso alla cassa integrazione Covid, per 8.173 addetti dello stabilimento siderurgico di Taranto sarà per 9 settimane ed è da intendersi come “numero massimo”. Lo dichiara ArcelorMittal Italia nella lettera inviata questa mattina ai sindacati metalmeccanici. La nuova cassa sostituisce quella ordinaria per crisi di mercato. Quest’ultima termina domenica prossima ed ha coinvolto come tetto massimo 1.273 unità (questa cassa, con le proroghe, era già in corso da luglio). Con la cassa integrazione Covid, si procederà con la consultazione sindacale nei tre giorni successivi, scrive ArcelorMittal, che propone a tal fine la data del 30 marzo alle 10.30. Il confronto azienda-sindacati sarà in via telematica, stante le restrizioni per Coronavirus. “Trattandosi di un evento oggettivamente non evitabile”, dice ArcelorMittal con riferimento al Coronavirus, si “rende indifferibile la riduzione dell’attività lavorativa”. 

 

Gli 8.173 dipendenti da mettere in cassa integrazione Covid solo a Taranto sono in realtà l’organico di tutto lo stabilimento esclusi i dirigenti. Va detto che ieri il prefetto di Taranto, Demetrio Martino, ha autorizzato la ex Ilva a restare in esercizio, anche se non per finalità commerciali ma solo per la salvaguardia e la sicurezza degli impianti, autorizzando come presenze giornaliere in stabilimento 3.500 dipendenti diretti sui tre turni e 2.000 delle imprese dell’indotto-appalto. Ora invece c’è la richiesta di cassa integrazione Covid 19 per tutti.

    “In effetti - spiega ad AGI Francesco Brigati, segretario Fiom Cgil - la richiesta aziendale va anche in controtendenza a quanto deciso dal prefetto, che dell’organico di stabilimento ha acconsentito a 3.500 ingressi quotidiani sui tre turni di lavoro. Ma questo non vuol dire che ora in fabbrica non ci sarà più nessuno. Abbiamo infatti chiesto ad ArcelorMittal di spiegarci perché ha fatto una richiesta di cassa così massiccia - prosegue Brigati - e l’azienda di ha detto, come ribadisce anche nella comunicazione, che si tratta di un numero massimo”. Secondo Brigati, “ArcelorMittal ha voluto cautelarsi e garantirsi rispetto all’evento Coronavirus ed ha messo dentro tutti, ma è evidente che così non sarà proprio perché il prefetto sino al 3 aprile ha determinato numeri precisi sia per i diretti che per i terzi”. E intanto le sigle metalmeccaniche Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb hanno scritto al prefetto di Taranto chiedendogli un incontro “chiarificatore”. Oltre al prefetto, la richiesta è inviata anche a comando vigili del fuoco, Spesal Asl Taranto, custode giudiziario della fabbrica. L’incontro viene ritenuto dai sindacati “indispensabile” al fine di fornire “ogni ulteriore, possibile elemento teso ad approfondire e considerare l’assetto di marcia dello stabilimento in funzione del numero dei dipendenti diretti e dell’indotto”. Questo, spiegano i sindacati, “al sol fine di profondere il massimo sforzo possibile teso alla limitazione del contagio” così come disposto dai Dpcm in materia. I sindacati ritengono infatti che i 5.500 accessi in fabbrica, di cui 3.500 di personale diretto e 2.000 dell’indotto, possano alimentare il rischio del contagio e vorrebbero che i numeri delle presenze fossero ridotti, anche se il prefetto nel decreto di ieri ha spiegato che questi sono i numeri tecnicamente necessari a tenere in sicurezza uni stabilimento molto grande come l’ex Ilva di Taranto.