Giovedì, 14 Novembre 2019 14:52

II DOCUMENTO/ Confindustria Taranto al ministro Patuanelli “bisogna adottare al più presto ogni possibile soluzione che metta in sicurezza la fabbrica e ne assicuri la continuità, produttiva ed occupazionale. In evidenza

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Pubblichiamo di seguito l’articolato documento che la delegazione di Confindustria TARANTO ha consegnato al ministro dello Sviluppo Economico Patuanelli durante l’incontro in corso al ministero chiedendo che venga portato all’attenzione del presidente Mattarella e del premier Conte 

 

 


Egregio Ministro,

 

 

A Taranto la complessa vicenda Arcelor Mittal, con tutti gli aspetti che lei sicuramente già conosce, rischia di aggravarsi ulteriormente e irrimediabilmente a meno di interventi celeri che possano salvaguardare, in extremis, la continuità della fabbrica, dell’occupazione e del futuro di un’intera comunità nonché di pezzi importanti dell’economia del Paese.

Un  immenso e complesso sistema fatto di donne, uomini, imprese.

Oggi come Confindustria siamo qui a Roma per rappresentare una parte fondamentale di quel sistema, che è quello delle aziende dell’indotto di Taranto e della sua provincia, area in cui ricadono la gran parte delle imprese fornitrici.

Il rischio tangibile che si prospetta per queste aziende, da quando Ami ha comunicato il proprio disimpegno rispetto alla gestione dello stabilimento ex Ilva, è quello di non vedere corrisposti i crediti relativi alle commesse correnti. Crediti che, fra quelli già scaduti ed altri di imminente scadenza, ammontano a più di 50 milioni di euro, la cui mancata corresponsione ricade direttamente su una forza-lavoro di seimila dipendenti, ai quali le imprese non potranno più garantire il pagamento degli stipendi.

 

L’AZIENDA HA LASCIATO LO STABILIMENTO PROMETTENDO LA CORRESPONSIONE DEGLI STIPENDI AI DIPENDENTI DIRETTI.

NEANCHE UN ACCENNO E’ STATO FATTO CIRCA LE IMPRESE DELL’INDOTTO, CHE DA ANNI ASSICURANO I LORO SERVIZI PER LA CONTUINUITA’ PRODUTTIVA DELLA FABBRICA.

ORA LA MISURA E’ COLMA.

A PARTIRE DAL 5 DICEMBRE PROSSIMO, SI DOVRA’ EVITARE CHE IL DISIMPEGNO DI AMI VENGA ESERCITATO ATTRAVERSO UNA ENNESIMA PROCEDURA CONCORSUALE NELLA QUALE I CREDITI DELLE NOSTRE IMPRESE ANDREBBERO ANCORA UNA VOLTA PERSI NEI MEANDRI DI UNA GESTIONE GIUDIZIARIA CHE NON POSSIAMO PERMETTERCI, COSI’ COME GIA’ ACCADUTO NEL 2015.

 

Mi corre l’obbligo di ricordarle che si tratta delle stesse realtà imprenditoriali che nel periodo compreso fra il 2014 e il 2015, in concomitanza con il passaggio fra Ilva e Ilva in AS, hanno già sacrificato ben 150 milioni di euro. A tanto ammontano infatti i crediti pregressi che purtroppo ancora gravano  sui bilanci di queste aziende, oramai rientrati nello stato passivo (e parliamo del solo indotto di Taranto e provincia): risorse sottratte a stipendi, a innovazione, a investimenti, e che in qualche caso hanno determinato anche forti ridimensionamenti aziendali.

Oggi, ci ritroviamo di fronte ad una situazione che, pur nelle evidenti differenze, rischia di ripercuotersi ancora una volta sui destini di queste aziende, già fiaccate da anni di sacrifici, e che stavolta non reggerebbero più all’onda d’urto di una nuova voragine finanziaria.

 

Quello che Confindustria Taranto, che oggi rappresenta queste aziende, richiede al Suo Ministero e all’intero Governo, (avendo peraltro già rappresentato in parte tali istanze a Palazzo Chigi, al tavolo convocato la settimana scorsa dal Premier Conte), è riassunto nei seguenti punti:

 

● In primis, come già detto, la garanzia di corresponsione di tutti i crediti finora maturati (oltre 50 milioni di euro documentabili) a seguito del rapporto intercorso con Arcelor Mittal Italia per i servizi/ forniture assicurati per lo stabilimento di Taranto;

 

● la continuità della fabbrica, pur con le eventuali rimodulazioni – al momento più che ipotizzabili – determinate sia dalle congiunture nazionali e internazionali (la guerra dei dazi, la sovracapacità produttiva di acciaio) sia da quelle locali (la soppressione dello scudo penale, la situazione dell’Afo2, la revisione Aia e la complessiva insostenibilità economica dello stabilimento);

 

● l’avvio di tutte le iniziative utili a garantire le necessarie tutele normative in favore delle aziende operanti nell’indotto di Taranto, con particolare riferimento alla predisposizione di appositi ammortizzatori sociali, tra cui l’integrazione salariale per crisi aziendale a favore delle imprese operanti in un’area di crisi industriale complessa (ex art. 44, co. 11 bis, D.Lgs. n. 148/15 ); quindi, un eventuale rifinanziamento della legge succitata; la riproposizione della misura a favore delle pmi dell’indotto relativa alla sospensione dei termini di pagamento di tasse e contributi (misura già adottata con la vertenza del 2015);

 

● l’estensione anche alle imprese dell’indotto dell’impegno già assunto da alcuni istituti di credito – su sollecitazione dell’Abi-  a sospendere le rate dei mutui dei prestiti personali di tutti i dipendenti, nonché a mettere in atto misure specifiche per il finanziamento delle imprese fornitrici del centro siderurgico.

 

 

E fin qui le nostre istanze. Rispetto alla situazione complessiva della vicenda, Confindustria ha sempre ribadito la sua netta contrarietà alla fermata dello stabilimento e continua a sostenerne fortemente le ragioni, continuando a mantenere salda la convinzione di una coesistenza possibile – come accade in altri siti esteri – fra ambiente e lavoro.

Pur nel rispetto delle diverse opinioni, riteniamo infatti che la chiusura, invocata erroneamente e superficialmente come se fosse la risoluzione di tutti i mali, non farebbe che aggiungere povertà ad un territorio già dilaniato da una crisi visibile a tutti, e che coinvolge tutti i settori. Alla desertificazione industriale si aggiungerebbe infatti l’amara constatazione di un territorio lasciato a se stesso, perché sappiamo perfettamente come il risanamento ambientale della fabbrica continui ad essere strettamente connesso alla prosecuzione dell’attività.

 

UNA FABBRICA CHIUSA NON E’ UNA FABBRICA CHE RISOLVE I PROBLEMI AMBIENTALI, BENSI’ UNA FABBRICA CHE AGGIUNGE AI PROBLEMI DELL’INQUINAMENTO QUELLI SOCIALI E OCCUPAZIONALI.

 

Continuiamo ad avere sotto gli occhi, in questo senso, il caso Bagnoli, reale, drammatico ed emblematico. E Bagnoli, con i suoi 1milione200mila mq,  non era Taranto, che si estende per 15 milioni di metri quadrati, più del doppio della stessa città, sviluppa al suo interno 118 miglia di nastri trasportatori, 50 chilometri di strade e 200 chilometri di ferrovia.

 

Le analisi Svimez forniscono un quadro, se possibile, ancora più esaustivo:  una chiusura dello stabilimento porterebbe ad  un impatto annuo sul PIL nazionale stimato, considerando gli effetti diretti, indiretti e indotti, in 3,5 miliardi di euro, di cui 2,6 miliardi al Sud (in Puglia) e i restanti 0,9 miliardi nel Centro-Nord, pari allo 0,2% del PIL italiano. Se consideriamo l’impatto sul Pil del Mezzogiorno si sale allo 0,7%.

Un impatto negativo si avrebbe soprattutto sulle esportazioni (-2,2 mld) ma anche sui consumi delle famiglie (-1,4 mld), considerando il significativo impatto del venir meno degli stipendi degli addetti dello stabilimento, dell’indotto diretto e degli effetti occupazionali del rallentamento dell’economia.

 

Se è vero – come è vero – che il Governo considera lo stabilimento jonico una risorsa irrinunciabile dell’economia italiana, dovrà accelerare i tempi di intervento al fine di scongiurare un altro rischio incombente, che è lo spegnimento degli impianti, anticamera di una chiusura irreversibile.

 

E’ pertanto urgente, egregio Ministro, adottare al più presto ogni possibile soluzione che metta in sicurezza la fabbrica e ne assicuri la continuità, produttiva ed occupazionale.