Lucrezia Maggi è una di quelle persone che non dimentichi quando l’incontri e la senti parlare. Determinata, intelligente e gentile, una donna che racchiude in sé la migliore immagine di donna tarantina, anche se non le piacciono le apparenze, le immagini e gli “specchietti vari”.
Fondatrice del Premio letterario nazionale “Città di Taranto” e autrice feconda dal phamplet “Prima che il tempo ne cancelli le orme” al romanzo “Come nel ventre di una madre”, alla poesia a due mani “L?Arido arpeggio”, passando per “Indelebile” fino al recente “Sotto graffio – di sbarre e di nuove gabbie”.
Il prossimo 3 Ottobre, si terrà la cerimonia di premiazione dell’ediziobe 2026 del suddetto premio, così col libro in mano per l’autografo, ho avuto il piacere di conversare con lei:
Sei la fondatrice e organizzatrice del premio letterario nazionale “Città di Taranto”, giunto alla XX edizione. Cosa ha dato a te e cosa alla città?
Il Premio mi ha dato la prova che Taranto, in fondo, sa ascoltare. Quando vent’anni fa ho iniziato, molti mi dicevano che era una follia ostinarsi a parlare di poesia, di letteratura, di libri in una città ferita, complessa. Invece Taranto mi ha restituito tutto: ha dato casa alle parole di tanti. Io ho dato al Premio la mia testardaggine, la città gli ha dato un’anima. Oggi il Premio non è più mio, è di Taranto: è un presidio di bellezza e di resistenza culturale.
Racconti, romanzi e poesia. Oltre ad essere una lettrice appassionata sei un’autrice feconda; qual è il rapporto fra le tue “esperienze letterarie” e il premio di Taranto?
Sono due vasi comunicanti. Scrivere mi ricorda ogni giorno quanto sia difficile e sacro esporsi agli occhi degli altri con un manoscritto. Organizzare un Premio mi ricorda quanto sia doveroso accogliere quell’esposizione con rispetto. Non potrei fare la direttrice organizzativa del Premio Letterario Nazionale Città di Taranto senza essere autrice, così come non potrei scrivere senza aver letto centinaia di libri. L’uno mi tiene umile, l’altro mi tiene viva.
Quest’estate è uscito “Sotto graffio”, una silloge poetica che nasce dal silenzio per infrangerlo in mille versi. Perché?
Perché il silenzio non è mai “vuoto”. Per troppo tempo l’ho confuso con la pace, invece era un deposito. “Sotto graffio” nasce quando quel deposito ha iniziato a far rumore. Non ho deciso io di scriverlo, sono stata graffiata da dentro. Ogni verso è un modo per dire che tacere non salva.
Il tempo s’estingue nell’oscurità? Chi si ferma non è perduto?
Il tempo non si estingue, cambia pelle. Nell’oscurità diventa più denso, più vero. E chi si ferma non è perduto, si è finalmente ritrovato. Correndo, ci illudiamo di avanzare, ma spesso è la sosta che ci permette di capire dove siamo e dove stiamo andando. Fermarsi è senza alcun dubbio un atto di coraggio, non di resa.
Fra le poesie, una è dedicata alle vittime di femminicidio. È fra le ultime ma sembra racchiudere tutte le altre. È questo il graffio sotteso in tutte le pagine?
Sì, anche. È forse il graffio più profondo e più indicibile. Quella poesia è tra le ultime perché è il fondo di tutto. Il tema mi è caro nei miei scritti. Tutte le altre poesie della silloge parlano di amore, di assenza, di tempo, di fragilità sospese: ma cosa sono se non declinazioni di una stessa ferita, quella dell’amore che si fa possesso e non libertà? Quel graffio è la voce di chi non può più parlare. Ho sentito il dovere di prestargliela.
Infrangendo lo specchio della realtà si dissolvono tutte le illusioni… se il buio porta consiglio basta aspettare che finisca il giorno. La studentessa del primo banco aspetta la campanella dell’uscita da scuola?
Tenera questa immagine, vero? Quella studentessa sono io, siamo noi. Per anni ho creduto che bastasse essere brava, diligentemente composta, lì dove i banchi erano piccole isole galleggianti sul mare delle opportunità per essere al sicuro. Poi capisci che la campanella non suona mai da sola. Devi alzarti e andare, anche se la lezione non è ancora finita. Infrangere lo specchio della realtà è smettere di compiacere l’immagine che gli altri vogliono, piccolo atto di rottura necessario verso l’autenticità, per iniziare a scrollarsi dalle spalle le illusioni e ritrovare l’energia emotiva necessaria a costruire ciò che si desidera davvero. Il buio non è da temere, è l’intervallo necessario tra una lezione e l’altra.
Non fai parte della giuria del Premio Taranto, se non l’avessi scritto tu ma ti fosse giunto dal Premio, che giudizio ne avresti dato?
Infatti, pur essendone l’ideatrice e l’organizzatrice, ho scelto di non essere membro di giuria. Dinanzi a “Sotto graffio” avrei avuto timore reverenziale, lo confesso. Avrei detto alla giuria:” attenzione, qui c’è una donna che non ha scritto per piacere, ma per necessità. Non è una silloge perfetta, ma è una silloge vera”. E la verità, in poesia, vale più della perfezione. Forse le avrei perfino dato un posto tra i finalisti, non per il nome in copertina, ma per il coraggio di chiamare “ogni graffio” con il suo nome.

