“Sarebbe una vera e propria beffa se, all'esito della pubblica udienza dinnanzi alla Suprema Corte (o nei giorni immediatamente successivi), con il piano per lo spegnimento degli impianti dell'area a caldo sostanzialmente completato, emergesse che i ricorsi per Cassazione di Ilva e AdI sono fondati. A quel punto, infatti, non sarebbe più possibile riavviare gli impianti ma sarebbero necessari costosissimi parliamo di 830 milioni di euro e lunghissimi interventi di ripristino, con le conseguenti responsabilità che potrebbero sorgere da tale situazione”. È la motivazione con cui gli avvocati di Ilva in amministrazione straordinaria chiedono alla Corte d’Appello di Milano di sospendere l’esecutività del decreto emesso dalla stessa Corte il 27 luglio e poi confermato l’11 settembre. É il decreto che dispone la fermata dell’area a caldo del siderurgico di Taranto entro 90 giorni da questa stessa data, ovvero con scadenza il 26 ottobre. L’udienza in Corte d’Appello sulla richiesta di sospensione è stata già fissata per il 30 settembre, mentre quella in Corte di Cassazione è programmata per il 20 ottobre. Inoltre, la Corte d’Appello di Milano ha rigettato la richiesta della società Ilva di procedere alla sospensione del decreto senza ascoltare l’altra parte in causa, ovvero senza contradditorio. Con un provvedimento del presidente Giuseppe Ondei, la Corte ha infatti “ritenuto che non ricorrano elementi sufficienti per escludere l'opportunità del contraddittorio, normalmente prevista in questa sede (e ciò anche in considerazione del fatto che questa Corte è in grado di fissare l'udienza di discussione del ricorso con congruo anticipo rispetto alla scadenza dei 90 giorni assegnata dal decreto n. 425/2026)”, cioè quello sulla fermata entro 90 giorni.
Oltre a Ilva, società proprietaria degli impianti, anche Acciaierie d’Italia, che gli impianti li gestisce, con un’altra istanza ha chiesto alla Corte d’Appello di Milano di sospendere il decreto di fine luglio in ragione del fatto che la Cassazione, Sezioni Unite Civili, ha fissato per il 20 ottobre l’udienza per la discussione dei ricorsi straordinari con cui le due società - che i ricorsi li hanno depositati il mese scorso - chiedono di “cassare” il provvedimento dei giudici di Milano sulla fermata. Gli avvocati di Ilva, nell’ultima istanza avanzata alla Corte d’Appello, richiamano anche il fatto che soltanto “dalla motivazione del provvedimento” dell’11 settembre, quello con cui i giudici hanno rigettato la richiesta di sospensiva del decreto del 27 luglio, “Ilva e AdI hanno appreso che in data 3 settembre 2026 la Procura aveva depositato un parere negativo sui ricorsi di Ilva e di AdI. Le parti - si sostiene - non hanno ricevuto alcun avviso, né hanno potuto in alcun modo consultare il parere reso dalla Procura. A ulteriore riprova del fatto che nessuna delle parti in causa abbia potuto consultare tale parere - scrivono gli avvocati di Ilva - si consideri che nel corso della discussione neppure i cittadini tarantini - che pure avrebbero avuto tutto l'interesse a richiamare gli argomenti svolti dalla Procura - hanno fatto riferimento al documento in questione. Ciò ha determinato un gravissimo vulnus per il contraddittorio, acuito dal fatto che, in concreto, il provvedimento di rigetto è motivato - tra il resto - proprio mediante richiamo al parere negativo della Procura”. Ma il presidente Ondei smentisce tale circostanza e scrive che “il parere della Procura Generale risulta essere stato ritualmente scaricato dalla cancelleria nel fascicolo d'ufficio telematico in data 3//9/2026 ore 13,15 (si da essere da tale momento visibile per tutte le parti del procedimento)”.

