E dopo la Sala Verde di Palazzo Chigi, dove dal pomeriggio di ieri e sino alla serata si sono svolti tre incontri sull’ex Ilva e su Taranto da parte del Governo (al tavolo, nell’ordine, Regione ed enti locali, associazioni delle imprese e sindacati), l’attenzione si sposta a Milano, nell’aula della Corte d’Appello dove oggi pomeriggio si discuteranno le istanze di sospensiva che, contro il provvedimento di fermata dell’area a caldo del siderurgico di Taranto, emesso dalla stessa Corte il 27 luglio, hanno presentato sia Ilva che Acciaierie d’Italia. Sembra improbabile che la Corte possa emettere il verdetto già in giornata. E comunque la decisione arriverà in breve tempo, anche perché Acciaierie ha posto una dead line: 16 settembre. È l’ultimo giorno utile per impedire la fermata degli impianti, visto che i 90 giorni fissati dalla Corte il 27 luglio scadono a fine ottobre e che con questi tempi, qualora fossero confermati, l’ultima colata avverrà a fine mese. Sulla sospensiva è battaglia legale. Gli avvocati dei cittadini di Taranto che hanno promosso l’inibitoria contro l’ex Ilva prima al Tribunale di Milano e poi alla Corte d’Appello - con un passaggio a giugno 2024 anche alla Corte Europea di Giustizia - sostengono che la fermata non comporta alcun danno irreparabile, né pregiudica definitivamente gli impianti siderurgici di Taranto. E dicono che nel tempo gli impianti già più volte sono stati fermati ripartendo poi regolarmente. Ribatte Acciaierie d’Italia: quando gli impianti sono stati fermati a Taranto, sono stati messi in preriscaldo.
Adesso, invece, con il decreto di luglio, la Corte d’Appello ha chiesto la rimozione dell’amianto dai cowpers dagli altiforni e la riduzione delle emissioni di polveri sottili (PM 10 e PM 2,5), interventi - sostiene l’azienda - del tutto infattibili in 90 giorni. E poi, dice Acciaierie, togliere l’amianto dagli altiforni, significa necessariamente fermarli, spegnerli e raffreddarli prima di intervenire. Alle decisioni dei giudici di Milano guardano con attenzione Palazzo Chigi, i ministri più direttamente interessanti al dossier ex Ilva e i sindacati, oltreché gli amministratori locali e la Regione Puglia. Se la stop venisse confermato, sarebbe necessario mettere in campo - come é emerso ieri a Palazzo Chigi - un vero e proprio piano di emergenza, visto che sono migliaia i lavoratori interessati (almeno 10mila diretti) tra Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi, a cui aggiunger le migliaia dell’indotto. Piano di emergenza che naturalmente presuppone il massiccio ricorso alla cassa integrazione, peraltro già in corso nell’ex Ilva. Cassa che riguarderebbe anche le imprese esterne. Almeno come misura immediata. Intanto, in attesa del verdetto di Milano, sono stati scongiurati i licenziamenti collettivi messi in cantiere nelle imprese dell’indotto-appalto. Aigi, associazione di imprese, aveva già avviato le procedure per 2.500 persone. Contestualmente, però, e il Governo ieri lo ha specificato, si vuole lavorare sulla prospettiva, che significa decarbonizzazione e forni elettrici per la fabbrica, scelta del nuovo investitore privato (il Governo ha aperto alla partecipazione dello Stato all’operazione a condizione che vi sia un piano industriale credibile e solido) e progetti di rilancio per Taranto attraverso nuovi investimenti. È quindi un’azione che si muove su due campi quella delineata a Chigi: la contingenza (gli esiti di Milano) e il futuro, ovvero cosa fare per l’ex Ilva e per Taranto. Ma cosa fare per il Governo é comunque necessario anche se la sospensiva venisse accolta, perché, in ogni caso, il siderurgico di Taranto, che ha più di 60 anni, dovrà cambiare volto e decarbonizzarsi, dismettendo i vecchi altiforni e passando ai forni elettrici. Ci sarà, annuncia l’Esecutivo, un Tavolo permanente per Taranto - interministeriale e con le istituzioni del territorio e le parti sociali - che dovrà governare e sovrintendere la questione. Sindacati preoccupati (ieri a Chigi ci sono state fasi di tensione nel confronto con il Governo, c’è stata un’interruzione di circa un’ora nella discussione e si é anche sfiorata la rottura), proprio perché la situazione rischia di esplodere e non si vedono vie d’uscita. É solo una misura parziale, per le sigle, aver fermato i licenziamenti che le imprese avevano già avviato. Serve, dicono i sindacati, un piano straordinario per i lavoratori che preveda non solo la cassa integrazione, ma anche altre soluzioni come prepensionamenti, incentivi all’esodo, uscite agevolate, riconoscimento, ai fini previdenziali e pensionistici, del lavoro siderurgico come usurante, specie se è stato esposto all’amianto nel corso degli anni. A 14 anni dal sequestro dell’area a caldo dell’ex Ilva (luglio 2012, gip Patrizia Todisco) e con un processo di primo grado ancora in corso a Potenza, seppure nettamente ridimensionato nel numero di imputati perché molti sono usciti per via della intervenuta prescrizione - a Potenza perché a Taranto la Corte d’Appello a settembre 2024 ha annullato la sentenza della Corte d’Assise di maggio 2021 -, la vicenda dell’ex Ilva e i suoi riflessi su Taranto e sul Paese, é dunque ancora lontana dall’epilogo.

