Sabato, 01 Agosto 2026 18:13

EX ILVA-STOP AREA A CALDO/ Le Associazioni di categoria e datoriali invocano un decreto che "scongiuri un disastro socio-economico" In evidenza

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“Serve un decreto che scongiuri un disastro socio-economico”. È la posizione sull’ex Ilva espressa da Confindustria, Confapi, Aigi, Confartigianato e Federmanager dopo il decreto della Corte d’Appello di Milano che, accogliendo un ricorso di un gruppo di cittadini di Taranto, ha stabilito che l’area a caldo dell’ex Ilva, essendo inquinante con amianto e polveri sottili, va fermata entro 90 giorni. Il decreto che ora chiedono le associazioni di impresa che rappresentano l’area appalto e indotto del siderurgico, deve predisporlo il Governo.

     “Gli imprenditori chiederanno al Governo di adottare un decreto in grado di evitare conseguenze la cui portata negativa per l'intero sistema economico (non solo tarantino, ma anche dell'intero Paese) non può essere ipotizzata da nessuno” dicono le associazioni che nella prossima settimana si confronteranno con il ministro delle Imprese, Adolfo Urso. “L'industria tarantina dell'indotto non vuole piegarsi ad un destino che sembra già segnato e si mobilita dicendosi pronta a tutto - si dichiara dopo la riunione congiunta - l'obiettivo dell'incontro è stato quello di prendere in esame la difficilissima situazione dello stabilimento siderurgico alla luce della recente decisione della Corte d'Appello di Milano, di formulare proposte finalizzate a scongiurare la chiusura dell'area a caldo e di istituire un Tavolo permanente per Taranto che sia in grado di affrontare e superare una delle più gravi crisi socio-economiche mai registrate nella storia recente del capoluogo ionico. L'importanza del vertice - si afferma - è stata confermata dall'unità di intenti raggiunta dalla totalità dei partecipanti, che hanno ribadito come si debba procedere tutti uniti per tentare di individuare una soluzione praticabile per salvare un asset industriale che, facendo leva su nuove tecnologie capaci di non impattare sull'ambiente, può ancora dare molto all'intero Paese”. 

Nella riunione che le associazioni hanno tenuto, si legge in un documento, “fra i punti trattati prioritariamente c'è stato proprio quello legato alla decisione della Corte d’Appello di Milano di disporre la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva. Un provvedimento che impone una riflessione seria e priva di ambiguità. Prima di tutto, è necessario chiarire un punto fondamentale: di quale stabilimento stiamo parlando? Quello del 2012 o quello del 2026? La differenza è sostanziale, - dicono - perché in questi quattordici anni sono cambiati impianti, condizioni operative, tecnologie e scenari industriali. Commentare il pronunciamento senza questa distinzione rischia di generare una narrazione distorta”.

     “L'industria tarantina dell'indotto - si evidenzia - non vuole piegarsi a un destino che sembra già segnato e si mobilita dicendosi pronta a tutto. L'obiettivo dell'incontro è stato quello di prendere in esame la difficilissima situazione dello stabilimento siderurgico alla luce della recente decisione della Corte d'Appello di Milano, di formulare proposte finalizzate a scongiurare la chiusura dell'area a caldo e di istituire un Tavolo permanente per Taranto che sia in grado di affrontare e superare una delle più gravi crisi socio-economiche mai registrate nella storia recente del capoluogo ionico. L'importanza del vertice - dicono le associazioni - è stata confermata dall'unità di intenti raggiunta dalla totalità dei partecipanti, che hanno ribadito come si debba procedere tutti uniti per tentare di individuare una soluzione praticabile per salvare un asset industriale che, facendo leva su nuove tecnologie capaci di non impattare sull'ambiente, può ancora dare molto all'intero Paese”.

    Secondo Confindustria, Confapi, Aigi, Confartigianato e Federmanager, “Taranto rischia davvero di ‘morire’. E sarebbe l'ennesima volta. Taranto conosce il dolore. Ogni famiglia porta con sé una ferita, e nessuno vuole trasformare questa discussione in un processo alle intenzioni. Il tema oggi non è il passato, ma il futuro e il futuro non può essere costruito nel vuoto. La chiusura dell’area a caldo, senza un piano di bonifica e senza un progetto industriale definito, apre interrogativi enormi - rilevano le associazioni - quali insediamenti si immaginano? Per fare cosa? Con quali tempi e con quali investimenti? Prima si definisce un progetto, poi si chiude un impianto. Sul fondo ci sono sempre potenziali investitori, ma ancora c'è poca chiarezza e questo non aiuta. Quello che serve è un percorso industriale credibile, sostenibile e attuabile con tempi certi, investimenti definiti e responsabilità individuabili”. Infine, le associazioni “hanno manifestato la loro adesione allo sciopero indetto dai sindacati per la giornata di lunedì 3 agosto”.

    

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