Fim Fiom Uilm, unitariamente, "proclamano la mobilitazione nazionale permanente" sull'ex Ilva. Lo si legge in una nota. "Dall’inizio di questa lunghissima vertenza, i lavoratori non hanno mai diviso le questioni ambientali da quelle occupazionali ma ne stanno pagando le conseguenze sia come cittadini e sia come lavoratori", aggiungono.
“Rendere l’ex Ilva ecocompatibile con un ciclo produttivo che coniughi ambiente e salute, salvaguardando l’occupazione e con lo Stato garante della transizione” è stata sempre, in tutti gli incontri, la richiesta dei sindacati e ora “il decreto della Corte d’Appello di Milano che prevede la chiusura dell’area a caldo entro 90 giorni dalla notifica, denota quanto questi ultimi due anni siano passati senza affrontare i nodi posti dal sindacato e dai lavoratori con le mobilitazioni, gli scioperi, il confronto e le denunce”. Lo dicono Fim, Fiom e Uilm nazionali annunciando la “mobilitazione nazionale permanente” che prevede lunedì uno sciopero di 8 ore e chiedendo “un piano nazionale straordinario di rilancio e messa in sicurezza dell’ex Ilva”. “Il tempo - dicono le sigle - è passato a discapito dei lavoratori, dei cittadini e dell’ambiente in cui sorgono gli stabilimenti e consegna delle responsabilità precise al governo, istituzioni ed enti locali tutti. La crisi industriale e nello specifico della siderurgia c’è e l’ex Ilva ne è la diretta conseguenza. É una crisi di sistema, non è la crisi di un territorio o di un’azienda”.
“La continuità produttiva per noi in nessun modo vuol dire mettere in secondo piano le questioni ambientali e di salute dei lavoratori - proseguono Fim, Fiom e Uilm -. È necessario che il governo riconfermi l’impegno di un progetto industriale complessivo dell’area tarantina e di tutti gli altri territori coinvolti, che veda la siderurgia quale elemento centrale e strategico, a cui affiancare un progetto ed un piano sociale (strumenti di risarcimento per il riconoscimento esposizione rischi, prepensionamento, esodi incentivati, etc.) in grado di poter prevedere soluzioni per tutti i dipendenti dell’ex Ilva. Per noi - aggiungono i sindacati - è fondamentale che ci sia un progetto industriale che preveda il passaggio tra il vecchio ciclo e quello decarbonizzato a cui bisogna puntare senza che la transizione passi come una mannaia sulle spalle dei lavoratori. Le organizzazioni sindacali rimarcano che il piano, e quindi il bando di gara, debba rispondere a quattro obiettivi fondamentali: l’integrità del gruppo; il risanamento ambientale; la decarbonizzazione; le garanzie occupazionali”. Per i sindacati, “cambiare ciclo produttivo, passare dalla produzione di acciaio da altoforno a forno elettrico non può prescindere dall’uso del gas, almeno in fase, e del Dri (preridotto). Questo è un dato tecnico-scientifico che non può essere strumentalizzato. La continuità produttiva è necessaria sia per garantire la continuità lavorativa, per assicurare il reddito pieno ai lavoratori diretti ed indiretti, sia al progressivo processo di sostituzione del ciclo integrale con il piano presentato e che è stato condiviso da tutte le parti, organizzazioni sindacali e istituzioni”. I sindacati sostengono che “il piano deve continuare a prevedere un intervento urgente sulle verticalizzazioni, investendo e manutenendole, di tutti i siti e acquistare sul mercato le bramme e gli altri semiprodotti da lavorare a Taranto per alimentare gli altri stabilimenti, condizione necessaria per avere più persone possibili al lavoro ma soprattutto per garantire la continuità aziendale”. Inoltre, rilevano i sindacati, bisogna “realizzare nel minore tempo possibile la transizione per mettere in produzione 4 forni elettrici (3 Taranto, 1 Genova)” e un “Polo Dri a Taranto”. Si chiede poi “una clausola sociale che garantisca la ricollocazione, attraverso anche la realizzazione di nuovi impianti, dei lavoratori del mondo degli appalti occupati dalle aziende dei territori coinvolti”, nonché “misure straordinarie per i lavoratori di Adi in AS, Ilva in AS e appalto attraverso ogni strumento possibile nella piena tutela degli aspetti sociali (lavori usuranti, estensione dei benefici previdenziali amianto e altro, esodi incentivati e ricollocazioni). Per garantire la sostenibilità e la credibilità del piano di rilancio e riconversione, Taranto - sostengono Fim, Fiom e Uilm nazionali - ha bisogno che anche il Dri sia prodotto in loco. In primo luogo, per le esigenze ambientali, produrlo altrove, trasportarlo, riscaldarlo, avrebbe impatti ambientali maggiori rispetto alla sua produzione e immissione nei forni. In secondo, non meno importante, la realizzazione degli impianti di Dri produrrebbe occupazione a cui dedicare i lavoratori impiegati a oggi su impianti utili solo nel ciclo integrale, che verranno dismessi”.
"Chi banalizza le ricadute della vertenza industriale parlando di numeri ridotti per Taranto, o vive in un altro territorio o è fuori dalla realtà. A rischio non sono soltanto quei posti di lavoro ma l’intera esistenza civile di una comunità". Così in una nota il segretario generale della Filcams Cgil di Taranto, Daniele Simon, a due giorni dallo sciopero che il 3 luglio riguarderà anche i lavoratori dell'appalto dell'ex Ilva. "La chiusura è un’ipotesi che teniamo in conto", spiega Simon, "ma il problema, che rischia di travolgerci tutti, va analizzato con parole di verità e senza la banale superficialità di chi riduce la portata dell’evento a poche migliaia di perdita di posti di lavoro nell’area tarantina. Non è così e non dirlo rischia di non far affrontare il problema dal giusto verso". L'eventuale chiusura dello stabilimento, aggiunge Simon, colpirebbe un territorio "in cui anche la perdita di un solo posto di lavoro rischia di ingenerare ulteriori condizioni di marginalità, povertà ed esclusione sociale". "La perdita di posto di lavoro di un operaio addetto alle pulizie industriali non arriva in un territorio in buona salute – dice – arriva su un corpo malato, in cui c’è ad esempio un’azienda della grande distribuzione che utilizza ammortizzatori sociali da circa 7 anni, in cui le saracinesche si abbassano, in cui uno dei 400 lavoratori dell’appalto del Comune di Taranto in scadenza, oltre a percepire circa 400 euro al mese non sa se vedrà rinnovato il suo contratto, o addirittura anche la grande catena che vende componentistica Apple non riesce a pagare gli stipendi dei suoi 15 dipendenti. Chi non ha salario o perde il posto di lavoro non va a fare la spesa, non prende il caffè al bar, non va al ristorante, non compra una casa o una macchina. Come si fa a minimizzare tutto questo?".

