Dopo la decisione di lunedì della Corte d’Appello di Milano di ordinare la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto entro 90 giorni, i primi effetti sono dati dalla “sospensione delle attività da parte di Semat e Anmarr, creando un crescente stato di agitazione tra i lavoratori”. Lo dice la Fim Cisl con il segretario nazionale Valerio D’Aló e il segretario di Taranto, Biagio Prisciano, a proposito di due imprese appaltatrici della fabbrica. “Il quadro - dichiara la Fim - si presenta drammaticamente mutato negli ultimi giorni per via di un improvviso cambio di direzione da parte del Governo, che ha riformulato il percorso per il futuro del polo siderurgico di Taranto. I lavoratori manifestano amarezza e delusione di fronte alle nuove comunicazioni provenienti dai datori di lavoro, che annunciano la fermata definitiva delle attività”.
“Non vogliamo credere che questo sia lo stop definitivo - affermano D’Alò e Prisciano - si tratta di una fase estremamente delicata, che rischia di diventare l’inizio di un’emorragia senza precedenti nel nostro territorio. Un’emorragia che potrebbe coinvolgere fino a 20mila lavoratori del comparto metalmeccanico e dei servizi senza alcun reale paracadute di protezione. In questa fase cruciale - rileva la Fim - è fondamentale che tutti gli attori istituzionali assumano le proprie responsabilità. La vendita dell’industria siderurgica a privati, l’ingresso dello Stato come azionista strategico, le compartecipazioni pubblico-private, devono rappresentare strumenti concreti di rilancio per l’area. È indispensabile anche una destinazione efficace dei nuovi Fondi di Sviluppo e Coesione affinché l’Italia e in particolare Taranto possano riconquistare la loro vocazione manifatturiera e industriale”.
“Il tempo stringe - sottolineano D’Alò e Prisciano - e quando parliamo di continuità produttiva intendiamo questo: arrivare alla decarbonizzazione in tempi celeri ma sostenibili, lontano dalle strumentalizzazioni di chi vuol far passare il sindacato come affezionato all’industria del ‘900. Siamo convinti che l’obiettivo condiviso di un ambiente salubre sia raggiungibile con azioni meno perentorie del mandare ‘tutti a casa’ fermando gli impianti». In vista dei prossimi tavoli di confronto al Mimit, la Fim chiede di mettere “in sicurezza tutti i lavoratori. La tutela dei lavoratori e delle comunità territoriali non può essere rinviata - concludono D’Aló e Prisciano - perché il rischio di un disastro sociale ed economico è ormai dietro l’angolo. È il momento di agire con decisione, responsabilità e senso di prospettiva”.

