I fondi pubblici assegnati alla realizzazione del primo impianto di Dri per l’ex Ilva di Taranto - il Dri è il preridotto che serve ad alimentare i forni elettrici - avevano già visto “una sottrazione” e adesso “il disegno di legge, per come è scritto, non da nessuna garanzia che siano fondi su Taranto. Semplicemente diventerebbero contratti di sviluppo nell’ambito della decarbonizzazione, che puó voler dire tutto e niente. Ci aspettiamo che ci sia chiarezza, altrimenti non possiamo che essere contrari”. Lo ha detto a Taranto, a margine di un incontro con Casartigiani, l’assessore allo Sviluppo economico della Regione Puglia, Eugenio Di Sciascio, commentando lo spostamento dal ministero dell’Ambiente al ministero delle Imprese e con una diversa finalizzazione, le risorse messe anni addietro per il primo impianto di preridotto a Taranto. Impianto che avrebbe dovuto realizzare la società pubblica Dri d’Italia controllata interamente da Invitalia.
“Queste sono risorse pensate per il Dri a Taranto, che è uno dei primi passaggi per la decarbonizzazione - sostiene Di Sciascio - invece, come è scritto, il disegno di legge è estremamente generico. Noi non possiamo che essere contrari e formuleremo un parere emendativo contrario al disegno di legge. Dopodiché ci aspettiamo che ci sia chiarezza. Non può essere l’ennesimo elemento per cui la mattina ti svegli e scopri che i soldi non ci sono più. Ottocento milioni di euro sono tutto il Just Transition Fund per Taranto, anzi un pò di più di tutto il Jtf. Sono risorse rilevanti per le quali non c’è più una destinazione. I contratti di sviluppo sono una cosa interessante, ma per cosa? Anche a Piombino ci puó essere la decarbonizzazione”.
La norma a cui fa riferimento Di Sciascio per la Regione Puglia è in realtà il decreto legge numero 107 del 26 giugno scorso, entrato in vigore il giorno dopo, e titolato “Disposizioni urgenti per interventi infrastrutturali e per l'attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), nonchè ulteriori disposizioni finanziarie urgenti”. L’articolo 3 (“Misure urgenti per la decarbonizzazione dell'industria siderurgica”) del dl recita così: “In ragione della sopravvenuta insufficienza delle risorse per la realizzazione dell'intervento di cui all'articolo 2, comma 1, del decreto legge 26 giugno 2025, n. 92, convertito, con modificazioni, dalla legge 1 agosto 2025, n. 113, le risorse iscritte nello stato di previsione del Ministero dell'ambiente e della sicurezza energetica, sono trasferite nello stato di previsione del Ministero delle imprese e del made in Italy per finalità di sostegno alla decarbonizzazione dell'industria siderurgica, anche attraverso gli strumenti di agevolazione di cui all'articolo 43 del decretolegge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, nel quadro della normativa Ue in materia di aiuti di Stato e fermi gli effetti già scontati sui saldi di finanza pubblica”.
Le risorse per il preridotto a Taranto risalgono al Governo Draghi, furono previste nel Pnrr e assegnate nel 2022 a Dri d’Italia, costituita a febbraio di quell’anno. Benché presentato più volte, a Taranto e non solo, in realtà il progetto del preridotto non è mai partito. Negli anni successivi le risorse sono state trasferite dal Pnrr al Fondo di sviluppo e coesione. Questo per evitare la scadenza di giugno 2026 del Pnrr, che avrebbe reso impossibile la realizzazione del progetto, e in seguito attribuite al Mase. Inoltre, con le leggi di bilancio 2025 e 2026 le risorse sono state decurtate dal miliardo iniziale a circa 7-800 milioni. Il Mase, dal canto suo, stava anche lavorando a una convenzione con Dri d’Italia per l’uso dei fondi, ma è arrivato lo stop della Corte dei Conti per la quale la competenza in materia è del Mimit, al quale ora il dl 107/2026 le attribuisce. Al di là dei fondi, è comunque tutta la vicenda del preridotto per l’ex Ilva che ha avuto una gestione molto complicata.
In origine il miliardo doveva servire a un solo impianto di preridotto, poi, nella scorsa estate, il piano dei commissari ex Ilva ha previsto a Taranto quattro Dri: tre per alimentare i tre forni elettrici previsti al posto di altrettanti altiforni, con una capacità complessiva di 6 milioni di tonnellate di acciaio decarbonizzato, e uno per alimentare un altro forno elettrico da 2 milioni di tonnellate da costruirsi a Genova. Nei Dri a Taranto avrebbero dovuto trovare lavoro 7-800 persone, probabilmente gli esuberi in uscita dalla stessa ex Ilva. Questo piano é però rimasto sulla carta sia per le vicende generali dell’ex Ilva e le difficoltà a vendere l’azienda ad un investitore privato, sia per il fabbisogno di gas che sarebbe stato necessario per alimentare quattro Dri e tre forni elettrici a Taranto, fabbisogno calcolato in circa 5 miliardi di metri cubi l’anno. Un quantitativo che avrebbe richiesto l’approdo a Taranto di una nave di rigassificazione. Ma contro la nave nella scorsa estate la città e le istituzioni locali si schierarono contro. In particolare, il Comune di Taranto disse no alla nave rigassificatrice e propose di costruire nel siderurgico un solo Dri e tre forni elettrici. In questo modo, per il Comune, sarebbe staro possibile alimentare via terra l’insieme impiantistico senza alcun ricorso alla nave di rigassificazione. Decaduta la possibilità di fare i Dri a Taranto, ad un certo punto si vagliò anche l’ipotesi di tenere i forni elettrici a Taranto e spostare i Dri nell’area del porto di Gioia Tauro (ci fu anche un sopralluogo del ministro delle Imprese, Adolfo Urso, insieme ai sindaci della zona). Ma anche quest’eventuale alternativa è rimasta sulla carta. Nell’ultima parte del 2025 e a tutt’oggi, la trattativa per cedere l’ex Ilva é proseguita essenzialmente con il gruppo indiano Jindal, che però non vuole impiantare il preridotto a Taranto avendo già in realizzazione dei propri impianti in Oman. Jindal, inoltre, se dovesse acquisire l’ex Ilva, vuole costruire a Taranto un solo forno elettrico da 2 milioni di tonnellate annue e importarne dall’Oman altri 4 milioni da far lavorare a Taranto. L’articolo 3 del dl 107, dicono fonti Mimit, “prende atto della sopravvenuta insufficienza della dotazione per l'intervento così per come era stato originariamente ipotizzato e, anche alla luce dei rilievi formulati in sede di controllo contabile dalla Corte dei Conti, trasferisce le risorse al Mimit per assicurarne u n impiego coerente, efficace e concretamente realizzabile. Non si passa dunque da una destinazione per Taranto a una destinazione estranea a Taranto di risorse - rileva il Mimit - ma si supera il vincolo puntuale sul solo Dri, mantenendo la finalità della decarbonizzazione siderurgica dentro una strategia industriale complessiva”. Per le fonti Mimit, “il Dri resta un'infrastruttura abilitante, ma la sua eventuale realizzazione dovrà essere valutata nel quadro del piano industriale complessivo, degli assetti produttivi e dei fabbisogni effettivi che emergeranno dalla gara internazionale. Ove ne ricorrano i presup-nposti, le risorse potranno essere successivamente reintegrate a tale finalità”.

