Martedì, 30 Giugno 2026 14:57

IMMIGRATI CLANDESTINI/ 6500 euro per un visto d'ingresso: 30 arresti, a Taranto la base della banda In evidenza

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 I carabinieri di Taranto hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 30 persone residenti nelle province di Taranto, Lecce, Foggia, Matera, Campobasso, Milano, Verona, Ragusa e Latina. Gli indagati sdevono rispondere, a vario titolo, di associazione per delinquere aggravata finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravato e continuato in concorso.

    L’operazione effettuata è lo sviluppo di un’indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce e dalla procura di Taranto.

    Per gli inquirenti, il gruppo ha sfruttato il sistema del Decreto flussi per agevolare l’ingresso irregolare in Italia di centinaia di cittadini extracomunitari, prevalentemente provenienti da Pakistan, Bangladesh e India, attraverso false richieste di lavoro presentate sul portale Ali del ministero dell’Interno. Le pratiche sarebbero state gestite da un Caf di Taranto con il coinvolgimento di intermediari e imprenditori compiacenti. Gli stranieri avrebbero pagato fino a 6.500 euro per ottenere nulla osta e visto d’ingresso. 

Per gli inquirenti sono stati centinaia gli extracomunitari provenienti da India, Pakistan e Bangladesh che l’organizzazione smantellata oggi dai carabinieri di Taranto ha fatto entrare illegalmente in Italia, mettendo in piedi un sistema illecito di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

    L'inchiesta è nata da un episodio inizialmente apparentemente slegato da irregolare immigrazione e ha portato alla luce un’organizzazione radicata a Taranto ma operativa anche nelle province di Foggia, Matera, Campobasso, Latina e Ragusa. L’associazione a delinquere, che rientra tra le ipotesi di reato contestate agli indagati, si è avvalsa di promotori, intermediari stranieri - talvolta indicati dagli stessi indagati come “sponsor” - e imprenditori compiacenti. Gli intermediari avrebbero reclutato persone nei Paesi di origine, raccogliendo documentazione e denaro, mentre il centro logistico è stato individuato in un Caf di Taranto, dal quale sarebbero state predisposte e inoltrate sul portale Ali - piattaforma telematica ufficiale del ministero dell’Interno su cui transitano le principali richieste legate all’ingresso in Italia e all’ottenimento della cittadinanza - le domande di nulla osta al visto per il rilascio del permesso di soggiorno o per l’ingresso in Italia. Domande che risultavano formalmente giustificate da esigenze occupazionali  che, secondo le indagini, erano in realtà inesistenti. Ottenuto quindi il nulla osta, gli stranieri conseguivano il visto e completavano in Italia l’iter amministrativo per il permesso di soggiorno.

    L’organizzazione si è avvalsa di imprese operanti nella ristorazione, negli stabilimenti balneari, nei negozi di telefonia, nell’edilizia, nel settore alberghiero, agricolo e manifatturiero, utilizzate esclusivamente per simulare rapporti di lavoro. In particolare, le intercettazioni hanno evidenziato che gli aspiranti lavoratori venivano assegnati alle aziende senza alcun riferimento alle competenze professionali, ma esclusivamente in funzione della disponibilità degli imprenditori e delle quote disponibili, e smistati in varie località. Giunti in Italia, i lavoratori in molti casi sono stati impiegati in nero presso aziende agricole terze e non per i datori di lavoro che avevano richiesto le loro prestazioni lavorative presso le prefetture di riferimento, versando altresì a questi ultimi anche somme di denaro per le spese contributive.

    Si è creato quindi, spiegano i carabinieri, “un evidente capovolgimento in cui il dipendente pagava il titolare dell’impresa. Particolarmente significativo è il fatto che fosse il lavoratore a pagare il datore di lavoro e non viceversa”.

    Gli stranieri hanno pagato fino a 6.500 euro per ottenere il nulla osta e il visto d’ingresso: 5.000 euro sarebbero stati destinati al datore di lavoro compiacente, 1.000 ai promotori e 500 a intermediari. Ulteriori somme sono state chieste per alcune pratiche di rinnovo del permesso di soggiorno. Le conversazioni hanno inoltre documentato quella che sarebbe stata una rigida struttura gerarchica. Nessuna pratica sarebbe stata definita prima del pagamento; i capi del gruppo hanno impartito direttive agli intermediari e coordinato ogni fase dell’attività, utilizzando prevalentemente chat protette da sistemi di crittografia end to end, con un linguaggio convenzionale criptico, nel quale le cifre versate dai 'clienti' erano “regali”, “caffè” e addirittura “mandarini”. 

     “La speranza di una vita migliore sarebbe stata trasformata in uno strumento di illecito profitto” evidenziano gli inquirenti. È stato infatti riscontrato che alcune delle vittime per potersi procurare il denaro da consegnare all'organizzazione criminale, e quindi arrivare in Europa attraverso l’Italia, hanno venduto tutto ciò che possedevano nei propri Paesi di origine. 

    

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