Si è spento alla vigilia del suo del suo 73esimo compleanno l'attore tarantino Claudio Spadaro, volto noto del cinema della televisione italiana. Si trasferì a Roma per realizzare il suo sogno: recitare. La malattia lo aveva portato a tornare nella sua città di origine dove aveva ritrovato familiari e amici.
Ha preso parte a numerose produzioni cinematografiche firmate da autori come Marco Bellocchio, Marco Colli, Nanni Moretti, Mario Monicelli, Fulvio Risuleo, Ricky Tognazzi, Marco Tullio Giordana e Franco Zeffirelli. Tra le interpretazioni più ricordate figura quella di Benito Mussolini nel film “Un tè con Mussolini” di Zeffirelli, con l’attrice premio Oscar Maggie Smith e Cher, e in “Maria Josè, l’ultima regina” nella mini serie televisiva diretta da Carlo Lizzani che ha registrato record di ascolti su Rai 1 con circa 10 milioni di telespettatori.
In tanti in queste ore stanno testimoniando il loro affetto e il dolore per la perdita.
Di seguito il messaggio affidato a Facebook da Massimo Marino.
Addio, Claudio Spadaro, attore.
Ci vedevamo ormai solo d’estate, al mare. Ricordo, l’anno scorso o forse due anni fa, che aspettavi l’autobus perché speravi di ritrovare il telefono che vi avevi dimenticato. La testa da un’altra parte… Sempre.
Durante l’anno non sapevo nulla di te, Claudio, Claudio Spadaro, scomparso martedì per quello che si dice «un male incurabile». Quando ti incontravo ritrovavo quell’impeto che aggrediva, quella rabbia forse che avevi da ragazzo, quando iniziavamo col gruppo teatrale al liceo Quinto Ennio di Taranto, e tu avevi interpretato lo stralunato pompiere della Cantatrice calva di Ionesco, sospeso a quelle parole apparentemente senza senso, messa in scena dei discorsi da salotto di una (piccola) borghesia senza né capo né coda.
Un capo e una coda cercavamo, allora (erano gli anni ’70): e ci sembrava di averli trovati nel teatro, o in quelle discussioni infinite, magari di sera, di notte, con Mariella, con Francesco, con Giovannino, con gli altri di quel club esclusivo che credeva con il teatro di poter ridisegnare (almeno un po’) il mondo.
Poi quasi tutti lasciammo Taranto, in molti per seguire la strada del teatro. Mai quella diretta: sempre sentieri trasversali. Tu andasti nella Capitale, ma non all’Accademia o al Centro sperimentale, alla scuola di quel meraviglioso artista poco riconosciuto che fu Alessandro Fersen, cultore di Stanislavskij, folgorato in Brasile dall’antropologia e dal Candomblé, inventore di un metodo personale di recitazione, il “mnemodramma”, una ricerca radicale di ritualità, un’esplorazione di sé, del mondo e delle forze che ci attraversano con il teatro. Tramite lui conoscesti Giorgio Colli, il grande studioso dei misteri dei filosofi presocratici, e il figlio Marco, tuo intimo amico, che sarebbe stato tuo regista.
Come spesso avveniva allora, a un certo punto, dopo vari spettacoli, il gruppo finì e tu e i tuoi compagni vi trovaste a dovervi confrontare col mercato: arrivarono il cinema e la televisione, con Bellocchio, con Moretti, con Giordana, con Romanzo Criminale, con la Piovra, con Lolita Lobosco. Fosti il duce in Un tè con Mussolini di Zeffirelli con Maggie Smith. La tua faccia squadrata, la tua spigolosità (la tua rabbia mai domata, diciamo pure) sembravano predestinarti, condannarti, a ruoli di caratterista. Scopristi che di teatro, specie se si vuole essere coerenti, radicali, puri, non si vive. Dovesti trovarti un altro mestiere. Ma non deponesti mai i tuoi guizzi, quel tuo modo di fare che sembrava aggredire e intendeva solo difendere all’estremo convinzioni, opinioni, idee. Eri vulcanico, e un sistema dello spettacolo troppo vincolato a stereotipi, non sapeva valorizzare la tua profonda intensità.
Ci mancherai, Claudio. Ci mancheranno le liti, il ricordo di quando arrivavi a scuola senza voce perché avevi cantato tutta la notte, le tue prese di posizione, i rischi che hai voluto correre senza paura. Mancheranno la tua “follia” creativa, la tua trasparente ansia di trovare, attraverso la scena, nella scena, un posto nel mondo meno ipocrita, meno inessenziale. Un abbraccio a chi gli ha voluto bene.
“…volate fendendo le stelle…”
Massimo
(foto di Sergio Malfatti)

