Approda domani in Corte di Cassazione, su ricorso presentato da Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, la vicenda dell’altoforno 1, l’impianto dell’ex Ilva di Taranto dove il 7 maggio 2025 si è verificato un incendio ad una delle tubiere esterne, dalle quali transita l’aria ad elevata temperatura, e che é ancora sequestrato dalla Magistratura. L’incendio non causò feriti.
La decisione della Suprema Corte è attesa in giornata. Il ricorso dell’azienda ritiene il sequestro dell’altoforno 1 illegittimo poiché contrario ai principi giuridici che governano la materia, principi di proporzionalità, adeguatezza e gradualità della misura cautelare. Il sequestro dell’impianto é probatorio e AdI sostiene che le attività di indagine vanno condotte nel più breve possibile.
Gli accertamenti dei periti nominati dalla Procura sono terminati ai primi aprile e da allora l’impianto è rimasto sequestrato. Il suo dissequestro é stato chiesto da AdI per tre volte: due nel 2025 alla Procura ed una, a febbraio scorso, al gip. Ma in tutti tre casi l’azienda ha ottenuto parere negativo al dissequestro.
Esprimendosi lo scorso 12 febbraio e rigettando la richiesta di dissequestro dell’altoforno, il gip di Taranto, Mariano Robertiello, ha scritto che “l’istanza di dissequestro non è fondata e deve essere rigettata”. Inoltre, ha scritto il gip, “secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, il sequestro probatorio deve essere mantenuto ogniqualvolta il bene sottoposto a vincolo conservi una concreta, attuale e non meramente potenziale attitudine a fungere da fonte di prova”. È infatti “sufficiente - ha detto il gip - che residuino accertamenti non marginali la cui esecuzione richieda la conservazione materiale del bene nello stato in cui esso si trova”.
E a tutt’oggi, per il gip, l’altoforno 1 resta “la principale fonte di prova” per risalire alle cause dell’incendio. A fronte del no del gip, del mancato dissequestro e della conclusione degli accertamenti, l’azienda gioca ora la carta della Cassazione. Ma anche se dovesse essere dissequestrato, l’altoforno 1 - che era stato riavviato a ottobre 2024 dopo una serie di lavori dal ministro delle Imprese, Adolfo Urso - non potrà essere messo in funzione. Serviranno lavori e interventi di ripristino che, secondo valutazioni tecniche, richiederanno non meno di otto mesi.
All’epoca dell’incendio, vi furono anche attriti tra l’azienda e l’autorità giudiziaria a causa del mancato via libera, da parte di quest’ultima, di alcune azioni urgenti prospettate dall’ex Ilva per cercare di limitare i danni all’impianto. Il caso é stato sollevato mesi addietro in Parlamento anche dal ministro Urso.
Lo scorso 12 marzo il ministro ha detto in Parlamento: “Ogni giorno di blocco dell’altoforno 1 a causa del sequestro dell’altoforno 1, sequestro a causa di un incendio avvenuto a maggio 2025, comporta danni per 4 milioni di euro”. Per Urso, “già il mancato utilizzo” dell’altoforno 1, “comporterebbe di suo un ‘lucro cessante’ di importo significativo, ma poiché la Procura di Taranto ha inteso dar corso al sequestro senza autorizzare le corrette procedure di spegnimento e svuotamento dell’altoforno, procedure che erano state richieste e documentate sin dall’inizio, l’impatto economico sugli impianti è stato ben più grave”.
Sequestrato l’altoforno 1, attualmente l’ex Ilva a Taranto marcia con il solo altoforno 2 riavviato nei mesi scorsi. È ancora fermo per lavori, infine, l’altoforno 4, lavori che dovrebbero terminare a fine mese.

