di Lucia Pulpo
Domenica 26 Aprile, l’associazione Dis-Education incontrerà lo scrittore tarantino, Gabriele Paone, per parlare del suo romanzo “Anche i bambini hanno le rughe” e del suo rapporto con la “condizione umana” del fratello schizofrenico. L’incontro si terrà nell’ambito di “Open Core Fest. Il Festival delle attività umane”, presso Yachting Club ( Via Ombrine 4, San Vito, Taranto), alle ore 14.
Un libro dove i mondi paralleli di follìa e ragione sono parte fondamentale dello stesso universo, così come i due fratelli protagonisti, Pino e l’autore. Un libro che parte dal racconto autobiografico per poi spaziare nelle infinite possibilità della fantasia seguendo la rotta della libertà che ognuno custodisce dentro di sé con il proprio essere bambino ingenuo e felice.
“Anche i bambini hanno le rughe”. Un titolo che riassume il tempo di una vita, quella di Pino, o parli della tua crescita con Pino?
R. Quando penso ad un titolo mi piace permetterne una libera interpretazione e, per quanto mi riguarda, le tue domande sono entrambe pertinenti. Ho pensato che, l’insorgere della schizofrenia, abbia caricato mio fratello di una crescita repentina e, allo stesso tempo, mi sono reso conto anche di quanto la mia maturità (riguardo tanti aspetti) abbia seguito degli step “anomali”, condizionando la mia visione della vita per tanto tempo. Siamo stati due fratelli che hanno avuto un rapporto differente, a seconda delle fasi vissute nel corso delle nostre esistenze, e questo ha arricchito notevolmente il mio bagaglio interpersonale e relazionale.
Questo è il sesto romanzo, cosa hai scoperto scrivendolo e cos’è per te “scrivere” una storia?
R. Ogni storia che scrivo appartiene ad un momento particolare del mio cammino; quando mi dedico alla successiva, mi accorgo quasi di non essere più né la stessa persona, né lo stesso autore del precedente romanzo. “Anche i bambini hanno le rughe” mi ha consentito di studiare un universo sconosciuto, mi ha svelato verità in ambito medico-scientifico che ancora oggi sono tristemente taciute. Questo libro mi ha permesso di comprendere che, attraverso le diversità, possiamo osservare nuovi orizzonti, tornare a gioire con poco e rinascere come esseri più puri; mi ha insegnato che un ragazzo come Pino può rivelarsi un maestro, oltre che una guida, e far scivolare i veli dell’ignoranza uno ad uno.
Queste pagine offrono diversi spunti di riflessione: dal desiderio di evadere con i treni alla follia come alternativa all’incomprensione terrestre… c’è anche la lotta di Cesare contro le regole imposte. Insomma, che vogliono (le pagine) dire al lettore?
R. Attraverso il racconto della dimensione parallela che Pino ha abitato per quasi tutta la sua vita ho provato a far riflettere i lettori su un punto in particolare: prima di giudicare qualcuno o qualcosa è necessario mettersi nei panni di chi vive la sofferenza come un male quotidiano, e non tutti hanno lo stesso approccio alle problematiche da cui vengono investiti. Mio fratello è rimasto un sognatore ed un ribelle anche grazie al fatto di appartenere al mondo del Cappellaio Matto, un mondo non esattamente sconosciuto a noi umani adulti, troppo presi dal conformarci,senza sentirlo davvero, ad ogni norma, anche la più insensata; ci allontaniamo dalla felicità che appartiene alle piccole cose e poi facciamo giri immensi per ritornare a viverla in momenti fugaci. La felicità sta nel far fluire l’amore di cui siamo fatti, sta nel meravigliarci davanti alla bellezza del Creato. La felicità sta nel divenire consapevoli che siamo esseri nati liberi.
Tra i temi ci sono le cure farmacologiche e il racconto cinematografico della schizofrenia ma, soprattutto, il rapporto dei familiari con la casa-famiglia alternativa estraniante… necessaria, secondo te?
R. Non ho mai vissuto bene l’allontanamento di mio fratello dal nucleo familiare originario, forse perché ho sempre creduto nella possibilità di far coesistere nello stesso luogo diverse personalità, anche quelle più vivaci e necessarie di un’attenzione in più. Purtroppo, nel nostro caso specifico, diversi fattori (rivelatisi inconciliabili con la delicata situazione psicologica di Pino) hanno avuto la meglio, ma credo fortemente che una ragazza o un ragazzo che vive il disturbo schizofrenico possa essere gestito tranquillamente dalla propria famiglia, se in essa regna l’amore con la “a” maiuscola.
Il 26 Aprile presenterai il tuo romanzo con l’associazione Dis-Education. Anche nel libro Cesare si rivolge ad un’associazione per rivedere Pino, è una coincidenza?
R. Razionalmente non ci ho pensato. Ma ora mi sembra chiaro che se in questo libro sognavo un posto dove le anime gentili e genuine come Pino potessero vivere esprimendo il meglio di sé, era perché da qualche parte c’era scritto ci dovesse essere un epilogo del genere. Credo che quando è una storia ad ispirare la fantasia dell’autore, senza che egli ci abbia messo del suo per pensare agli intrecci, ed al finale, si tratta di una storia che, in realtà, è stata scritta dal Destino.
La vicenda di Pino è conclusa, è andata così. Cos’è rimasto a te e, cosa vorresti che rimanesse ai lettori?
R. Fin quando mio fratello è stato in vita, ma anche nelle ore immediatamente successive alla sua morte, ho attraversatointeramente una sensazione di indicibile frustrazione per non essere riuscito a fare di più per lui. Quando poi, all’improvviso, ho percepito che al lasciare del corpo fisico Pino aveva trasferito parte della sua energia in me, ho capito che tutto doveva andare esattamente com’è andato: le apparenti sconfitte patite assieme,si stanno rivelando oggi delle preziose tappe di comprensione delle vicende umane. Vorrei che ogni lettrice, ogni lettore possa vivere la perdita di un caro non come un distacco, anzi, ma come una rinascita. Perché in fondo, chi amiamo, non può mai morire davvero se continua a vivere attraverso le nostre gesta.

