Martedì, 14 Aprile 2026 18:31

EX ILVA-TARANTO/ Il sindaco ordina lo stop della centrale termoelettrica, fabbrica a rischio In evidenza

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Con una ordinanza, il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, ha imposto alla società Acciaierie d’Italia Energia (AdI Energia) di fermare entro 30 giorni la centrale termoelettrica che alimenta gli impianti del siderurgico di Taranto. L’azienda - si apprende - sta già preparando l’impugnazione al Tar dell’ordinanza chiedendone la sospensiva. Questo evitare che la fabbrica si fermi. Il sindaco Bitetti motiva lo stop alla centrale con il fatto che AdI Energia risulta “inadempiente in merito alla presentazione del piano di riduzione per quanto concerne il rischio non cancerogeno, relativamente ai parametri emissivi arsenico, cobalto, nichel”.

Nell’ordinanza si afferma che “il principio di precauzione ambientale, sancito dall’art. 3-ter del codice dell’Ambiente di derivazione comunitaria, impone che quando sussistono incertezze o un ragionevole dubbio riguardo alla esistenza o alla portata di rischi per la salute delle persone, possono essere adottate misure di protezione senza dover attendere che siano pienamente dimostrate l’effettiva esistenza e la gravità di tali rischi”. E la legge n. 21 del 2012 della Regione Puglia, si legge nel provvedimento del sindaco, “si prefigge lo scopo di prevenire ed evitare un pericolo grave, immediato o differito, per la salute degli esseri viventi e per il territorio regionale”. 

Secondo l’azienda, imponendo lo stop alla centrale elettrica, non è più possibile recuperare e gestire i gas del ciclo siderurgico, i quali, non potendo nemmeno essere bruciati in torcia, restano privi di qualsiasi possibilità di smaltimento. In queste condizioni, quindi, il ciclo produttivo non può proseguire e l’impossibilità di gestire i gas del ciclo siderurgico comporta, come conseguenza dell’ordinanza, la fermata dell’area a caldo, che è il centro dello stabilimento di Taranto. Inoltre, si evidenzia, lo stop della centrale rende impossibile anche l’approvvigionamento dell’energia elettrica prodotta dai gas siderurgici, oggi utilizzata per alimentare gli impianti a valle dell’area a caldo a Taranto. E quindi viene meno una componente essenziale per il funzionamento dell’intero sito. A ciò si aggiunga che senza l’area a caldo e quindi senza produzione di acciaio a Taranto, si fermano, per effetto della stretta interconnessione, non solo le lavorazioni a valle nel sito pugliese, ma anche gli altri stabilimenti del gruppo nel Nord Italia. E ancora, mentre si sta cercando di dare una stretta alla vendita dell’azienda (il gruppo indiano Jindal resta in pole rispetto al concorrente, il fondo americano Flacks Group), l’ordinanza del sindaco di Taranto aggiunge un altro capitolo al faldone giudiziario che già coinvolge l’ex Ilva. Solo per stare alle cose più recenti, il 22 aprile, in Corte d’Appello a Milano, c’é la prima udienza per le questioni preliminari relative all’impugnazione della sentenza di febbraio del Tribunale di Milano che ha ordinato all’azienda di rivedere una serie di prescrizioni ambientali dell’Aia rilasciata ad agosto 2025, altrimenti dal 24 agosto prossimo l’area a caldo delle fabbrica dovrà essere fermata. Inoltre, il 19 maggio c’é l’udienza al Tar di Lecce circa l’impugnazione dell’ultima Aia da parte di una serie di movimenti e associazioni. Infine, l’azienda attende che la Corte di Cassazione fissi l’udienza per il mancato dissequestro, da parte della Procura di Taranto e del gip di Taranto, dell’altoforno 1, blocco senza facoltà d’uso scattato a seguito di un incendio a maggio scorso. 

    

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