“La necessità di impugnare l’Aia è resa ancora più urgente e necessaria per i drammatici dati sanitari su cui sta indagando la Procura di Taranto. Sapere che ogni anno oltre duemila tarantini ricevono una diagnosi di cancro è qualcosa di grave e disumano”. Lo dice Peacelink (associazione ambientalista molto attiva sul fronte dell’ex Ilva) attraverso il portavoce Alessandro Marescotti, chiedendo che anche il Comune, al pari delle associazioni, impugni al Tar l’Autorizzazione integrata ambientale che per la fabbrica è stata rilasciata a luglio scorso. Secondo Peacelink, “non è accettabile un’Aia che preveda non solo la prosecuzione della produzione dell’Ilva, ma anche la riattivazione di tutti gli impianti produttivi - attualmente fermi - dell’area a caldo, triplicando la produzione attuale e autorizzandola per altri dodici anni”. Peacelink afferma che nell’ambito dell’istruttoria dell’Aia, il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, aveva sollecitato l’adozione di una serie di misure di salvaguardia ma, rileva l’associazione, “nulla è stato inserito dal Mase nel decreto Aia e pertanto Peacelink chiede al sindaco di Taranto di impugnare l’Aia davanti al Tar”. Le misure chieste dal sindaco, rammenta l’associazione, sono: “biomonitoraggio umano, in particolare per bambini e lavoratori; nuova centralina di rilevazione degli inquinanti nel quartiere Tamburi di Taranto entro 60 giorni dall’emanazione dell’Aia; Valutazione di Impatto Sanitario sui lavoratori; studio sull’impatto degli inquinanti neurotossici (piombo, vanadio, ecc.) sul neurosviluppo dei bambini; un programma pluriennale di Sorveglianza Epidemiologica Attiva sulla popolazione realizzato da Asl, ISS e Aress con costi a carico del gestore; revisione anticipata dell’Aia in caso di mancata riduzione del rischio”, infine “sanzioni in caso di mancato rispetto delle prescrizioni del sindaco” e “oneri di pulizia del quartiere Tamburi e carico del gestore” (si tratta del rione a ridosso della fabbrica). A luglio l’Aia per l’ex Ilva, valevole per 12 anni sugli impianti esistenti e per una produzione massima annua di 6 milioni di tonnellate di acciaio, è stata infatti deliberata con il solo parere favorevole dei ministeri, mentre Regione Puglia, Comuni di Taranto e di Statte e Provincia di Taranto hanno manifestato il loro dissenso sull’approvazione, motivandolo. Citando poi l’inchiesta aperta dalla Procura di Taranto sulle emissioni di benzene da parte dell’ex Ilva, Peacelink dichiara che “la consulenza realizzata dall’oncologo Luciano Mutti e dall’epidemiologo Giovanni Baglio” per conto della Magistratura, fa emergere che “le diagnosi di cancro a Taranto sarebbero state 2.679 nel 2020, 2.101 nel 2021 e 2.345 nel 2022. I ricoveri per tumore maligno nel comune di Taranto sarebbero stati 7.125 fra il 2020 e il 2022”. Infine, dice l’associazione: “Gli esperti della Procura, relativamente al benzene, avrebbero parlato di ‘concentrazioni medie e picchi tali da rappresentare una condizione di pericolo per la salute umana’“.
Ma c'è anche l'UE a bacchettare l'Italia ed evidenziare come procedere e a quali normative attenersi in materia di qualità ambientale.
I requisiti delle direttive europee 2008/50/CE, 2004/107/CE e 2024/2881/UE “costituiscono norme di qualità ambientale. Come confermato dalla Corte di giustizia della UE, quando il rispetto delle norme di qualità ambientale richiede che un'installazione si attenga a condizioni più rigorose di quelle ottenibili utilizzando le migliori tecniche disponibili, l'autorizzazione di tale installazione contiene misure supplementari”. Lo scrive il commissario europeo Jessika Roswall, responsabile di Ambiente, resilienza idrica ed economia circolare competitiva, rispondendo all’interrogazione presentata dagli europarlamentari di AVS (Alleanza Verdi e Sinistra) sull’ex Ilva di Taranto, sulle emissioni della fabbrica e sull’Autorizzazione integrata ambientale. Per il commissario di Bruxelles all’Ambiente, “l’inclusione di condizioni più rigorose in un'autorizzazione dovrebbe avvenire se richiesto dall'articolo 18 della direttiva sulle emissioni industriali e alla luce di una valutazione caso per caso”. Per l’Italia, specifica il commissario Roswall, “il riferimento alla direttiva 2008/50/CE contenuto nel decreto legislativo n. 155 è quindi valido fino all'11 dicembre 2026, fatto salvo l'articolo 18 della direttiva sulle emissioni industriali”. Infatti, aggiunge Roswall, “la direttiva 2008/50/CE, del 21 maggio 2008, relativa alla qualità dell'aria ambiente, e la direttiva 2004/107/CE, sono state recentemente riviste dalla direttiva UE 2024/2881 del 23 ottobre 2024, che gli Stati membri devono recepire entro l'11 dicembre 2026. Fino a tale data restano in vigore le direttive 2008/50/CE e 2004/107/CE”. Adesso “la Commissione valuterà il recepimento della direttiva (UE) 2024/2881 da parte di tutti gli Stati membri, compresa l'Italia”. Inoltre, a proposito della procedura di infrazione già aperta verso l’Italia sul caso ex Ilva, il 7 maggio scorso, annuncia il commissario, “la Commissione ha inviato all'Italia una seconda lettera di costituzione in mora complementare”. Adesso “la Commissione valuterà la risposta dell'Italia e deciderà come darvi seguito”. Secondo AVS, “la normativa italiana (D.Lgs. 155/2010) non può essere usata come scudo per eludere gli obblighi comunitari. L’Italia è obbligata ad applicare valori limite di emissione più severi, come stabilito dall’articolo 18 della direttiva sulle emissioni industriali che impone all’Italia di inserire nelle autorizzazioni condizioni più rigorose per garantire la tutela della salute e dell’ambiente”. “Secondo la Corte di Giustizia - sostiene Alleanza Verdi e Sinistra - i limiti più restrittivi devono essere applicati immediatamente e ogniqualvolta necessario per rispettare le norme di qualità ambientale. Nonostante ciò, il Governo ha approvato il decreto 3/2025 (convertito in legge 31/2025) che limita la Valutazione di Impatto Sanitario (VIS) agli standard ormai superati del D.Lgs. 155/2010, ignorando che il diritto UE impone invece condizioni più severe, ossia quelle della direttiva 2881/2024, recependo le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) del 2021”.

