di Lucia Pulpo
Martedì 29 luglio è una data da segnare sul calendario. Presso il dipartimento jonico dell’Università “Aldo Moro” si parlerà del romanzo di formazione della città di Taranto. Tra povertà educative e voglia di riscatto. Interessante perché a parlarne sarà Cosimo Argentina, con la schiettezza che lo contraddistingue da sempre “Narrare il Sud” si preannuncia come un vaso di Pandora: devastante perché carico di demoni e spiazziante nel farci prendere coscienza della Realtà in cui la nostra città continua a vivere.. Aspettando l’incontro con lo scrittore tarantino, gli abbiamo chiesto:
Nei libri di Cosimo Argentina c’è Taranto. Quella che ha respirato e lo ha “cresciuto” ma anche quella futuribile della trilogia “La Torre”. Tu appartieni al Sud, malgrado la vita ti abbia portato lontano e, cosa significa, per te, appartenere al Sud?
Significa che il tuo modo di pensare è da suddista, il tuo modo d’affrontare la vita, il trascorrere delle ore è da uomo del Sud. Che poi , alla fine, è come essere del nord. Forse non cambia niente o forse sì, devo ancora capirlo fino in fondo.
Leggendo i tuoi libri, si è colpiti da un’energia che inchioda il lettore alla realtà, così da concordare sempre con la narrazione, ritenendo che non possa essere diversa da com’è. Nella tua scrittura qual’è il ruolo dell’immaginazione?
Ruolo chiave, ma la scrittura ha almeno quattro punti chiave: immaginazione, sperimentazione, onestà,coerenza. Ai quali aggiungo un punto fondamentale: il coraggio.
La professione d’insegnante ha dato una base sicura alla tua vita, però il rapporto con gli studenti è più d’uno stipendio. Cosa hanno insegnato loro a te e cosa vorresti arrivasse loro dai tuoi libri?
No, la sicurezza l’insegnamento non me l’ha data, visto che sono stato precario dal 1988 al 2015. Precario era stipendi in ritardo e nove mesi di lavoro retribuito, quando andava bene. Gli alunni mi sorprendono, sempre. Sono i migliori spacciatori d’esistenza. Io a mia volta offro professionalità e fantasia e un minimo di attenzione alle loro esigenze.
Molti dei tuoi personaggi sono rotti, fisicamente o psicologicamente, ma è bellissima la naturalezza con cui li tratti mantenendo l’attenzione sulla loro umanità con o senza disabilità. Questa è una tua specie di pedagogia letteraria… immergere il lettore nella tua realtà senza pregiudizi?
È un discorso minato. Ormai si presta attenzione alle parole ma non ai sentimenti e all’approccio. Io faccio il contrario: posso chiamare uno mongoloide, ma amarlo per quello che è, un essere umano che ha tutto il mio rispetto perché quello che a me risulta facile lui si deve fare il culo per ottenere lo stesso risultato. La disabilità non la lecco con le parole anzi credo di essere scorretto, ma se uno è in carrozzina, ad esempio, va onorato perché è troppo comodo giocarsi la vita in piedi e coi soldi e magari col fascino etc etc. Ma prova a farcela partendo 100 metri dietro i blocchi di partenza?
Nell’incontro del prossimo martedì, si parla di letteratura di formazione; “Legno verde” ma anche”Cuore di cuoio” e “Vicolo dell’acciaio”. Taranto è cambiata, cosa avrebbe bisogno di recuperare dall’anima dei tuoi libri?
Taranto non è cambiata. Ma può cambiare. I miei libri sono un minuscolo contributo personale, sono altri quelli che dovrebbero prendere in mano il pallino…

