Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1302)

 

Anche a Pasqua non ci saranno le uova, colombe e specialità di pasticceria artigiana sulle nostre tavole nei prossimi giorni. Ne vieta la vendita un’interpretazione governativa del Dpcm 11 marzo 2020 in materia di contenimento dell’emergenza Covid-19 in base alla quale le imprese artigiane di pasticceria, obbligate alla chiusura al pubblico, non possono vendere i loro prodotti nemmeno attraverso la modalità di asporto che è giustamente  consentita invece ad altre attività, come ad esempio il pane per i panifici. Le pasticcerie artigiane possono invece vendere solo attraverso la consegna a domicilio, opportunamente organizzata, con inevitabile aggiunta costi. Davvero un provvedimento illogico ed inspiegabile. 

Nei giorni scorsi, come Confartigianato Taranto, abbiamo raccolto il giusto disappunto di tante pasticcerie artigianali del territorio, costrette a chiudere i battenti al pubblico, mentre è stata invece consentita ai negozi al dettaglio la vendita di prodotti analoghi, in prevalenza industriali.

Secondo Confartigianato, lo stop  alla produzione e vendita delle pasticcerie rappresenta una assurda discriminazione rispetto ai negozi e alla grande distribuzione ai quali è invece permessa la commercializzazione di prodotti dolciari; cioè le zeppole, i pasticcini, le torte, le uova di cioccolato e le colombe pasquale le si possono comprare entrando nei supermercati, ma non in pasticceria, fermo restando che ai panifici è consentita la sola produzione ristretta di prodotti dolci da forno.

La chiusura delle pasticcerie durante le feste pasquali determinerà un pesante danno economico e peserà molto sulla competitività del sistema delle micro e piccole imprese, che realizzano un prodotto di pasticceria artigianale di elevata qualità. 

In Puglia, Confartigianato ha stimato che alle 1276 imprese di pasticceria e gelateria, circa il 73% delle quali artigiane, con 4.307 addetti, la chiusura ad aprile provocherà perdite per 32 milioni di euro, tra mancato fatturato e perdite legate ad deperimento delle materie prime acquistate precedentemente alla sospensione forzata. Nella provincia di Taranto sono una quarantina le attività dei nostri Maestri Pasticceri.

Come Confartigianato Taranto abbiamo da subito sollecitato l’intervento della nostra Confederazione nazionale, che si è rivolta al Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, sollecitando un intervento tempestivo che faccia chiarezza nelle interpretazioni governative, stabilisca omogeneità di applicazione delle norme in tutto il territorio ed eviti incomprensibili disparità di trattamento tra attività con Codici Ateco diversi ma produzioni simili. 

Siamo i primi, dicono i rappresentanti dei Maestri Pasticceri di Confartigianato Taranto,  a rispettare responsabilmente le regole per difendere la salute dei cittadini. Ma non accettiamo un’interpretazione della norma che si traduce in una palese ed assurda penalizzazione delle nostre produzioni a vantaggio di altre tipologie di prodotti di pasticceria. Così si colpiscono le nostre aziende e si nega libertà di scelta ai consumatori. Ribadiamo, abbastanza stizziti, che  viene colpita dal lockdown la vendita diretta della pasticceria artigianale a “palese” vantaggio dei prodotti venduti attraverso il canale della distribuzione commerciale.

 Sono 2 milioni 205 mila dipendenti, il 17,2% della forza lavoro in organico delle imprese italiane, che stanno sperimentando lo smart working in Italia. È quanto emerge dal focus della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro “Non chiamatelo smart working. Il lavoro agile ai tempi del Coronavirus secondo i Consulenti del Lavoro”, secondo cui è in corso il “test” più grande che sia stato condotto sul lavoro agile nel nostro Paese.

     L’indagine, condotta tra il 23 e il 25 marzo 2020 su 4.463 iscritti all’Ordine, mostra che al Nord la quota di dipendenti “agili” è decisamente più elevata (18,8%), con punte in Lombardia (22%), Emilia Romagna (19,1%) e Piemonte (19,1%). Al Centro, ad eccezione del Lazio, la quota di quanti lavorano da casa si attesta al 17,4%, mentre al Sud scende al 15,3% ed è persino inferiore a quella di chi continua a lavorare in sede (18,1%). Indicativo, ma in linea con l’approccio culturale al lavoro agile, quanto accade nelle grandi realtà metropolitane come Milano o Roma: città caratterizzate da una maggiore presenza di attività di servizio avanzato e forza lavoro qualificata dove l’utilizzo del lavoro agile è molto diffuso e coinvolge rispettivamente il 27% e il 21,7% dei dipendenti, mentre solo il 15,7% e 14,6% di occupati continuano ad andare al lavoro. 

 

Bassa digitalizzazione di imprese e lavoratori, pesanti limiti legati alle infrastrutture del Paese e diffidenza da parte di imprenditori all’adozione di questa modalità di lavoro: queste le principali criticità che secondo l'indagine, stanno caratterizzando la sperimentazione dello smart working.

    Per i Consulenti del Lavoro a pesare è innanzitutto il basso livello di digitalizzazione del Paese, sia per l’indice di alfabetizzazione digitale di imprenditori e lavoratori (l’88,4% concorda che tale aspetto rappresenta un forte ostacolo per l’efficacia dello strumento), sia per le carenze delle infrastrutture tecnologiche (l’81,8% degli intervistati). Emerge anche un atteggiamento di diffidenza verso il lavoro agile da parte di larghi segmenti del tessuto imprenditoriale (79,3%) che non contribuisce alla sua diffusione in questa fase emergenziale.

     Guardando all’impatto prodotto dallo smart working sui processi lavorativi e ai suoi benefici, le valutazioni fornite appaiono complesse. Per il 74% degli intervistati le difficoltà di coordinamento a distanza dei gruppi di lavoro rallentano i processi decisionali e produttivi, creando disfunzionalità e inefficienza.

 

Il 50,6% dei Consulenti del Lavoro pensa che il lavoro da casa aumenti responsabilità e produttività dei lavoratori, ma il 49,4% pensa l’esatto opposto. Similmente, a fronte del 47,8% che afferma che con lo smart working si crei un clima di maggiore fiducia e collaborazione tra management e risorse umane, il 52,2% non è d’accordo con tale affermazione. È però indubbio che, pur tra mille limitazioni e ostacoli, esso stia comunque forzando aziende e lavoratori a innovare e modernizzare le proprie modalità operative: la pensa così il 56,5% degli intervistati.

   Quel che è certo è che l’esperienza in corso difficilmente potrà essere prolungata, in modo efficace e fruttifero, ad oltranza: l’85,5% dei Consulenti pensa infatti che si sia in presenza di una soluzione emergenziale che deve essere limitata nel tempo o intervallata da lavoro in presenza. Così come accade in molti Paesi dell’Unione Europea, che pur “praticando” da tempo e in modo diffuso lo smart working, indicano come modalità preferita, e preferibile, la combinazione di lavoro in presenza e a distanza.

    “Il quadro che emerge dalla nostra indagine – spiega Rosario De Luca, Presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro – è composto da luci ma anche da molte ombre: quella che fin dall’inizio è stata presentata come un’esigenza ma anche una grande opportunità di modernizzazione del lavoro si è concretizzata nei fatti in un’esperienza allargata di home working più che smart working. Molte delle aziende che si sono trovate da un giorno all’altro a dover organizzare e gestire il lavoro da casa hanno bypassato la ‘cultura dello smart working’, ovvero tutti quei percorsi di progettazione, sperimentazione, comunicazione, sensibilizzazione, formazione e monitoraggio di questo modello organizzativo. Senza considerare poi l’investimento che questo richiede in termini di infrastrutture tecnologiche private (dalla sicurezza delle reti alla disponibilità di pc e altri device per far lavorare i dipendenti da casa), ma soprattutto pubbliche: da anni - conclude De Luca - ripetiamo che una cultura moderna del lavoro fatica a radicarsi in un Paese, come il nostro, che non è in grado di garantire una copertura uniforme di banda larga”. 

  Il lockdown disposto per contenere i contagi da Covid 19 porterà nel 2020 ad un crollo del fatturato per le srl del settore Ristoranti e alberghi (72.748 società che nel 2019 hanno fatturato 37,8 mld), di 16,7 mld di euro, pari ad un calo, rispetto al 2019, del -44,1%. In particolare, il comparto della ricettività alberghiera è colpito da una perdita di 7,9 mln pari a -53,8%, mentre la ristorazione da una contrazione di 8,8 mld pari a -37,9%. Nel 2020 in Puglia il fatturato crolla di -707 mln (-288.611 mln e -418.570 mln ristorazione). A livello regionale la più colpita la Lombardia con un calo di 3,5 mld (-1,4 mld alloggio e 2,1 mld ristorazione), seguita dal Lazio con -2,7 mld e dal Veneto con -1,6 mld. Sono le stime quantificate dall’Osservatorio sui bilanci 2018 delle Srl del Consiglio e della Fondazione Nazionale dei Commercialisti. L’impatto è dovuto sia al calo della domanda che ha colpito il settore ancora prima che scattasse l’emergenza in Italia, sia al blocco delle attività imposto per decreto, al fine di fronteggiare l’emergenza sanitaria.

Settore vitivinicolo in ginocchio, crollo delle vendite fino al 90%

 

Anche per il vino serve una trincea nella lotta all’emergenza coronavirus per cui Coldiretti Puglia ha inviato un ‘Piano Salva Vigneti’ alla Regione Puglia che si articola negli interventi per sostenere agricoltori e cantine, creando al contempo le condizioni per la ripartenza quando il momento di criticità sarà superato. Coldiretti Puglia ha stimato un danno di oltre il 35% a carico del settore vitivinicolo, con punte fino al 90% per le cantine storicamente impegnate nei canali di vendita Ho.Re.Ca, con la richiesta alla Regione Puglia di dichiarare lo stato di calamità anche per il settore vitivinicolo. 

“A pesare sul mercato interno è stata anche la chiusura forzata di ristoranti e bar e considerato lo stato di crisi per cui abbiamo chiesto che specifiche agevolazioni fiscali e previdenziali si applichino a tutte le imprese agricole operanti nel settore vitivinicolo che ha subito effetti particolarmente negativi per l’emergenza epidemiologica COVID -19, una necessità che va sostenuta anche garantendo liquidità alle imprese del settore con interventi emergenziali a livello regionale, nazionale e comunitario senza appesantimenti burocratici”, dichiara Savino Muraglia, presidente di Coldiretti Puglia. “E’ necessario sostenere un settore che è il fiore all’occhiello della Puglia, con il vino di qualità che è stato volano di promozione e sviluppo del turismo, dell’agriturismo, anche nei ristoranti e negli alberghi e che oggi paga a caro prezzo il blocco delle strutture ricettive e della ristorazione”, insiste il presidente Muraglia. “Lo scenario del settore vitivinicolo va analizzato – spiega Gianni Cantele, presidente di Coldiretti Lecce e responsabile del settore vitivinicolo di Coldiretti Puglia - a seconda dei canali di vendita su cui le diverse strutture di produzione e commercializzazione indirizzano le proprie produzioni. Si registra il 90% delle disdette degli ordini di vino destinato al canale Ho.Re.Ca per la chiusura di ristoranti, bar, pizzerie, la riduzione del 15% degli ordini dalla Grande Distribuzione Organizzata, mentre per quanto attiene la commercializzazione sui mercati internazionali si sono accumulati ritardi negli ordini sottoscritti prima della pandemia e il rinvio di circa il 30% degli ordini in corso di conferma durante la pandemia, con lo slittamento del pagamento delle fatture per ordini di vino già consegnato”.

 

Lo scenario è aggravato – aggiunge Coldiretti Puglia - dal problema della manodopera, con i disagi dal punto di vista logistico e degli spostamenti e l’aggravio dei costi per fornire quotidianamente DPI e igienizzante e una sostanziale riduzione della produzione giornaliera, causata dalla rivisitazione dei carichi di lavoro, considerate le rotazioni dei dipendenti in ferie e cassa integrazione. “Abbiamo chiesto di attivare la distillazione dei vini non ad indicazione IGP e DOP, da attuarsi esclusivamente nel periodo antecedente alla prossima campagna vendemmiale, per svuotare le cantine e scongiurare possibili frodi durante le fermentazioni, il premio allo stoccaggio per i vini IGP e DOP o DOCG, tutte le semplificazioni che risultano tuttora inattuate e gli indennizzi alla imprese, anche per quelle di trasformazione, attraverso fondi regionali, nazionali e comunitari per dare liquidità immediata, con regole commerciali che riportino trasparenza e corretta nei rapporti”, insiste il presidente Cantele. Inoltre, Coldiretti Puglia ha chiesto di attivare prestiti di conduzione  garantiti dallo Stato con una possibilità di benefici in conto capitale e/o conto interesse, da erogare direttamente alla cantina in rapporto agli ettari di superficie vitata risultante dal fascicolo aziendale alla data dell’inizio della pandemia, le proroghe scadenza autorizzazioni impianti vitivinicoli, l’attività finanziata e coordinata di promozione e valorizzazione in Italia e all’estero dei vini di Puglia, l’accelerazione dei collaudi e della liquidazione del PSR e dell’OCM e l’abbattimento totale o almeno parziale dei contributi per i lavoratori agricoli. Per far recuperare nell’immediato liquidità alle aziende vitivinicole sono stati richiesti tra l’altro – conclude Coldiretti Puglia - forme di accesso al credito agevolato e finanziamenti ponte di almeno 5 anni con estensione a titolo gratuito delle garanzie statali. 

 

Perdita di 7 miliardi di euro per le imprese artigiane

 

 Almeno 7 miliardi di euro. A tanto ammonta la stima della perdita di fatturato che a livello nazionale le imprese artigiane subiranno in questo mese di chiusura a causa del Coronavirus (dal 12 marzo al 13 aprile 2020). A fare i conti è stato l’Ufficio studi della CGIA. I comparti più colpiti sono anche quelli più rappresentativi di tutto il settore: le costruzioni, ad esempio, vedranno una flessione del fatturato di 3,2 miliardi (edili, dipintori, finitori di edifici, etc.) la manifattura di 2,8 miliardi (metalmeccanici, legno, chimica, plastica, tessile-abbigliamento, calzature, etc.) e i servizi alla persona di 650 milioni di euro (acconciatori, estetiste, calzolai, etc.) “L’artigianato rischia di estinguersi, o quasi, in particolar modo nelle piccole città e nei paesi di periferia, molte attività - segnala il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – a fronte dell’azzeramento degli incassi, degli affitti insostenibili e di una pressione fiscale eccessiva, non reggeranno il colpo e saranno costrette a chiudere. Se la situazione non migliorerà entro la fine del prossimo mese di maggio, è verosimile che entro quest’anno il numero complessivo delle aziende artigiane scenderà di almeno 300 mila unità: vale a dire che il 25 per cento delle imprese artigiane presenti in Italia chiuderà i battenti”.

    Una situazione, quella che sta vivendo l’artigianato in queste settimane, molto difficile che si sovrappone ad un quadro generale altrettanto pesante che negli ultimi 10 anni ha visto crollare il numero delle imprese presenti in questo settore. Tra il 2009 e il 2019, infatti, le aziende artigiane che hanno chiuso definitivamente sono state poco meno di 180 mila (per la precisione 178.664), pari al -12,2 per cento. Se nel 2009 lo stock era pari a 1.465.949, al 31 dicembre dell’anno scorso il numero è sceso a 1.287.285. La regione che ha subito la flessione più elevata è stata la Sardegna (-19 per cento). 

 

- “Quasi il 60 per cento della contrazione delle imprese artigiane registrata in questi ultimi 10 anni – fa notare il segretario Renato Mason – riguarda attività legate al comparto casa. Edili, lattonieri, posatori, dipintori, elettricisti, idraulici, etc. hanno vissuto anni difficili e molti sono stati costretti a gettare la spugna. La crisi del settore e la caduta verticale dei consumi delle famiglie sono stati letali. Certo, molte altre professioni artigiane, soprattutto legate al mondo del design, del web, della comunicazione, si stanno imponendo. Purtroppo, le profonde trasformazioni in atto e la drammatica crisi che vivremo nei prossimi mesi cancelleranno molti mestieri che hanno caratterizzato la storia dell’artigianato e la vita di molti quartieri e città”. *Vecchi mestieri in via di estinzione* A fronte delle difficoltà che certamente si intensificheranno nei prossimi mesi, la CGIA ha elencato 25 vecchi mestieri artigiani che, già in forte agonia, rischiano di scomparire definitivamente dalle nostre città e dai paesi di campagna, o professioni che sono in via di estinzione a causa delle profonde trasformazioni tecnologiche in atto.

 

    Essi sono: - Arrotino (molatore o affilatore di lame); - Barbiere (addetto al taglio dei capelli su uomo e alla rasatura della barba); - Calzolaio (riparatore di suole, tacchi, borse e cinture); - Casaro (addetto alla lavorazione, preparazione e conservazione dei latticini); - Canestraio (produttore di canestri, ceste, panieri, etc.); - Castrino (figura artigianale tipica del mondo mezzadrile con il compito di castrare gli animali); - Ceraio (produttore di torce, lumini e candele con l’uso della cera); - Cocciaio (produttore di piatti, ciotole e vasi); - Cordaio (fabbricante di corde, funi e spaghi); - Corniciaio; - Fotografo; - Guantaio (produttore e riparatore di guanti); - Legatore (rilegatore di libri); - Norcino (addetto alla macellazione del maiale e alla lavorazione delle carni); - Materassaio (colui che confeziona o rinnova materassi, trapunte, cuscini, etc.); - Mugnaio (macinatore di grano e granaglie); - Maniscalco (addetto alla ferratura dei cavalli, degli asini e dei muli); - Ombrellaio (riparatore/rattoppatore di ombrelli rotti); - Ricamatrice (decoratrice deltessuto con motivi ornamentali); - Sarto/a (colui o colei che confeziona abiti maschili o femminili); - Selciatore (addetto alla posa in opera di cubetti di porfido); - Sellaio (produttore di selle per animali); - Scopettaio (produttore di spazzole e scope); - Scalpellino (colui che sgrossa e lavora la pietra o il marmo con lo scalpello); - Seggiolaio (produttore o riparatore di seggiole impagliate).(

 

“Siamo qui in questo periodo difficile e non abbiamo intenzione di lasciare Taranto, stiamo continuando a lavorare con determinazione per raggiungere I nostri obiettivi”. Lo dice Raffaella Del Prete, general manager della società San Cataldo terminal che fa capo al gruppo turco Yilport ed è concessionaria del molo polisettoriale del porto di Taranto. Causa Coronavirus, c’è un rallentamento dei tempi operativi precedentemente fissati, nel senso che Yilport non riattiverà in questo mese, come contava di poter fare, l’attivita sul molo col traffico delle merci, ma in una fase successiva. Questo, però, non vuol dire che Yilport chiude con Taranto o abbandona i suoi progetti, si apprende da fonti della società. 

 

“Yilport Holding - afferma Del Prete - è entusiasta dell’investimento fatto nel San Cataldo Container Terminal e le voci infondate che dicono il contrario non hanno alcun impatto su questo progetto che ha una durata di almeno 49 anni. Siamo felici di investire a Taranto - prosegue la manager - e Yilport è impegnata nello sviluppo del traffico commerciale e logistico del nostro terminal”. “Pensiamo e lavoriamo per un futuro a lungo termine - conclude Del Prete -. I piani di Yilport nel rinnovare il San Cataldo Container Terminal sono di raggiungere la capacità annuale di 2,5 milioni di teu e poi, grazie ad ulteriori invetsimenti, portarla fino a 4milioni di teu”.Per Robert Yuksel Yildrim, presidente e ceo di Yilport Holding, la società “è determinata a sviluppare le relazioni commerciali a Taranto ed in Italia. Abbiamo firmato una concessione della durata di 49 anni - afferma il presidente e ceo - e crediamo fermamente nel potenziale del San Cataldo Container Terminal. Dunque siamo felici di restare per almeno 49 anni, non andiamo via”. Secondo Yildrim, “l’attuale pandemia dovuta al Covid-19 ed il suo impatto sul commercio mondiale non cambia I nostri piani. Stiamo ristrutturando il terminal - afferma - e vogliamo che diventi uno dei principali hub in Italia”.Recentemente Yilport, dichiara la società, ha affidato a Konecranes il rinnovamento delle gru di banchina del San Cataldo Container Terminal. I lavori interesseranno 2 gru di banchina con un’estensione di 22 file e 5 gru di banchina con un’estensione di 18 file, 16 gru di piazzale, una gru mobile, 2 carrelli elevatori e 2 carrelli per la movimentazione dei contenitori vuoti. 

Sono 766 le comunicazioni effettuate dalle aziende alla Prefettura di Taranto circa la continuità produttiva. Di queste, 479 sono tutt’ora in fase istruttoria, 30, invece, le aziende sospese, una riguarda quelle a “ciclo continuo” e 8, infine, quelle che si riferiscono a “Aerospazio e Difesa” di cui 5 sono state autorizzate e 3 rigettate. Sono  emersi nella call conference che oggi il prefetto di Taranto, Demetrio Martino, ha avuto con i sindacati in merito agli impianti industriali. Nel confronto, particolare rilievo ha assunto la questione del siderurgico ArcelorMittal i cui impianti, con una forza ridimensionata a 3.500 addetti diretti, sono in marcia ma solo per ragioni di sicurezza e non per produrre e vendere l’acciaio. Per lo stabilimento, Cgil, Cisl e Uil dichiarano che non si registrano ”attenzioni significative  da parte di ArcelorMittal che in queste ultime ore ha strumentalmente, ulteriormente diluito il pagamento dei crediti vantati dalle aziende dell’indotto, generando l’acuirsi di quei fenomeni di sofferenza già manifestatisi sin dal mese di novembre”. “Inoltre - aggiungono i sindacati - sono stati differiti gliincontri per la discussione sul ricorso alla cassa integrazione, la cui richiesta coinvolge la quasi totalità dei dipendenti (8.173). Segnali questi - dicono le confederazioni - valutati alla stregua di una chiusura piuttosto netta rispetto alle richieste prospettate”.

 

 “Nonostante tutto - si dichiara -, le organizzazioni sindacali si sono dichiarate disponibili a riprendere un confronto fattivo con ArcelorMittal teso ad approfondire le criticità denunciate nei vari ambiti. Si è sottolineato - si legge nel documento sindacale - come la situazione debba essere valutata e di questo si è fatta specifica richiesta al prefetto, anche in relazione alla condizione in cui versano le strutture sanitarie di cui dispone il territorio”. I sindacati si sono dichiarati fiduciosi “nella possibilità di una riconsiderazione dei limiti numerici inseriti nella precedente autorizzazione”. Infine Cgil, Cisl e Uil sostengono che vi è “una sostanziale inosservanza delle norme specifiche in materia di distanze di sicurezza, di dotazione dei dispositivi di protezione individuale ai lavoratori e di sanificazione degli ambienti”. Per l’indotto, dicono ancora i sindacati, vi sono “punte di maggiore preoccupazione nella parte relativa alle aziende dell’indotto, dove le carenze sono ancora più evidenti, i dispositivi forniti non sono omologati. Refettori, spogliatoi, trasporti e portinerie aziendali - si dichiara - sono stati descritti come i luoghi in cui tali elementi si rilevano in maniera conclamata”.

USB “ArcelorMittal metta in sicurezza gli impianti”

Nella call conference di oggi col prefetto di Taranto relativa a come far proseguire l’attività di ArcelorMittal in presenza del coronavirus, il sindacato Usb ha presentato “un documento a firma di Lucia Morselli, in cui l’amministratore delegato dell'azienda smentisce quello che i tecnici dell’azienda sostengono, minacciando di mettere gli impianti in stand by nel caso in cui il prefetto dovesse proseguire sulla strada della non commercializzazione del prodotto finito in seguito al 3 aprile”. Per Franco Rizzo, segretario Usb, “la condizione di stand by è quello che stiamo chiedendo da oltre 20 giorni: significherebbe la messa in sicurezza degli impianti, con il minimo della forza lavoro in fabbrica senza produzione”. “Il prefetto - afferma Usb - prenda atto di questa presa di posizione della Morselli. Con il documento inviato al premier Conte, nonché ai ministri Gualtieri e Patuanelli, l’ad mostra chiaramente che non corrisponde al vero quanto dichiarato e dunque gli impianti possono tranquillamente fermarsi in sicurezza”. 

ArcelorMittal Italia che da luglio 2019 sino al 30 marzo ha chiesto la cassa integrazione ordinaria, per crisi di mercato, per 1273 dipendenti del siderurgico di Taranto ed ora ha chiesto la cassa integrazione coronavirus per nove settimane per 8173 addetti sempre del sito di Taranto, è anche la società che, da aprile 2020, ha promosso 4 dipendenti da quadri a dirigenti ed ha promosso “un numero considerevole di altri lavoratori” a quadro. Lo denuncia il sindacato Ugl, in una lettera inviata al direttore del personale, Arturo Ferrucci e al direttore del siderurgico, Loris Pascucci. L'Ugl ritiene “che tale comportamento, in questo momento contingente nel quale si chiede sacrificio ai lavoratori, sia totalmente inopportuno e discriminatorio proprio in virtù del doppiopesismo adottato tra coloro che vengono premiati e coloro che vengono ulteriormente penalizzati dalla cassa integrazione”

 

 Per Ugl, “più e più volte è stato richiesto l’intervento dei vari responsabili per dirimere situazioni discriminatorie e anomale di molti lavoratori, trovando muri insormontabili, giustificazioni al limite dell’offesa dell’intelligenza umana e frasi di circostanza”, con l’azienda  che indicava “la particolarità del momento economico infausto”. Ugl sostiene che avanzamenti di carriera ci sono già stati nell’area Ambiente e sicurezza del lavoro dello stabilimento di Taranto. Anche allora è scattata la protesta e secondo l'organizzazione “qualche direttore di area” ha ritenuto tali promozioni “un grossolano errore”. Adesso però, sostiene Ugl metalmeccanici, “questo “errore” è stato nuovamente commesso”. Ugl, annunciando un possibile ricorso, chiede di incontrare ArcelorMittal sia per capire l’accaduto ed avere spiegazioni al riguardo, sia per “definire congiuntamente le regole da adottare per l’attribuzione dell’inquadramento alla mansione svolta” attraverso “criteri oggettivi e misurabili” e non, protesta il sindacato, con i “criteri sinora adottati, legati ad aspetti soggettivi e spesso di favore”. 

In corso call conference prefetto sindacato. “L’azienda vuole tornare a produrre e commercializzare. Ma noi non ci stiamo”

ArcelorMittal spinge per un allentamento della stretta, vuole che nella nuova autorizzazione il prefetto di Taranto dia alla società anche la facoltà di produrre e commercializzare. Noi oggi diremo al prefetto che già così, con 5.500 persone che ogni giorno, tra diretti e indiretti, entrano in stabilimento, non ci sentiamo sicuri perché l’emergenza coronavirus non è affatto cessata, nè si è allentata, e ieri lo ha detto molto chiaramente il presidente del Consiglio”. Lo dichiara ad AGI il segretario Uilm Taranto, Antonio Talò.

 

Confederazioni e sigle metalmeccaniche dalle 10 di stamattina sono in video conferenza col prefetto Demetrio Martino anche perché domani scade il decreto prefettizio del 26 marzo che ha stabilito che ArcelorMittal possa tenere in funzione gli impianti attualmente in attività (ridotti, comunque, rispetto allo standard normale) ma solo per esigenze di salvaguardia e di sicurezza, considerata la loro particolarità e complessità tecnica, e non per produrre e vendere l’acciaio. ArcelorMittal, attraverso i suoi legali, ha ritenuto il fatto di non poter produrre e commercializzare un danno economico. “Certo - afferma Talò - l’azienda sta spingendo per una revisione del decreto prefettizio a lei favorevole. Noi ribadiremo le nostre richieste. Responsabilmente, in questo momento, non ci può essere allentamento. Se si arrivasse anche a produrre per vendere, i rischi potrebbero aumentare - afferma ancora Talò -. Buon senso e logica vorrebbero quindi che almeno si mantenesse la situazione attuale. Confidiamo, in questo, nell’intervento del prefetto al di sopra delle parti e a tutela degli interessi collettivi e non di una parte specifica. Ascolteremo con attenzione - conclude Talò - quanto il prefetto di Taranto ci dirà”. 

 

“Se ArcelorMittal, in questa fase critica, vuole tornare a produrre l’acciaio per venderlo, non ci siamo proprio. Siamo molto distanti”. Lo dichiara ad AGI il segretario di Fim Cisl Taranto, Biagio Prisciano, prima che inizi la video conferenza col prefetto di Taranto, Demetrio Martino, in merito alla situazione delle attività produttive alla luce della stretta imposta dal coronavirus. “Noi siamo convinti che bisogna operare una riduzione rispetto a quanti autorizzato dal decreto del prefetto del 26 marzo e oggi lo diremo - afferma Prisciano -. In fabbrica ci possono essere meno persone rispetto ai 3500 diretti ArcelorMittal autorizzati”.

 Carenza di pulizia e di rispetto delle norme, nonché mancanza di mascherine di protezione, è stata segnalata oggi ad ArcelorMittal, siderurgico di Taranto, dai rappresentanti lavoratori della sicurezza di Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb. I delegati hanno compiuto una ispezione in acciaieria e riscontrato tra l’altro che “c’è personale proveniente da altre postazioni in addestramento”, che vi è “disordine ambientale in quasi tutta l’area”, che all’interno dei pulpiti (sono postazioni operative dell’impianto) e dei refettori esiste “scarsa igiene in quanto le pulizie non vengono fatte su tutti e tre i turni in palese contrasto all’emergenza Covid 19”. I sindacati evidenziano poi che in una postazione dell’acciaieria 2 “vi era personale privo di mascherine all’interno del posto di attesa”. I sindacati parlano di “gravi anomalie che mettono a serio rischio la salute e la sicurezza dei lavoratori oltre che rischiare di essere potenziale conduttore del virus Covid 19”. I sindacati chiedono quindi ad ArcelorMittal “un immediato intervento mirato ad azzerare i rischi che all’interno dell’acciaieria abbiamo rilevato”. 

“ArcelorMittal ci ha informato che ha sospeso l’attività di tutti i cantieri relativi alle opere e agli interventi collegati all’attuazione delle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia). In questo l’azienda ha avuto il placet degli organi competenti”. Lo annuncia ad AGI il segretario Uilm Taranto, Antonio Talò, aggiungendo che la sospensione è dettata dalla necessità di limitare le attività delle imprese appaltatrici causa coronavirus. “In questo modo - afferma Talò - ci saranno circa 900 persone in meno in fabbrica per quanto riguarda l’indotto-appalto”. “Per quanto riguarda invece la nostra richiesta di rivedere i numeri complessivi del personale autorizzato ad entrare nel siderurgico, e ciò al fine di limitare le possibilità di esposizione e contagio, non registriamo ancora nessun segnale da Prefettura Taranto e da ArcelorMittal” conclude Talò. 

La call conference tra l’azienda e Confindustria non è andata bene 

 

 

“La call conference di oggi pomeriggio con ArcelorMittal?Non è andata bene”. Lo dichiara ad AGI il presidente di Confindustria Taranto, Antonio Marinaro, che si è relazionato col direttore delle risorse umane Arturo Ferrucci per affrontare la situazione delle imprese, strette tra mancati pagamenti della committente e stasi operativa a causa del coronavirus. “È un momento critico per loro - dice Marinaro riferendosi ad ArcelorMittal -. Non ci sono grandi aperture ai pagamenti verso le imprese esterne per una serie di motivi, uno dei quali è che l’attività di prevenzione Covid 19 sta assorbendo, in questa fase, tutta la struttura aziendale ArcelorMittal e quindi ci sono problemi”. “Noi, come indotto-appalto - aggiunge Marinaro - siamo alle stesse condizioni di scaduto fatture di novembre, quando ci fu la nostra protesta. Non è però corretto dire che la committenza non sta pagando in modo assoluto. ArcelorMittal sta pagando pochissimo e in modo molto, molto diradato e con percentuali davvero esigue rispetto allo scaduto”. Per il presidente di Confindustria Taranto, “c’è molta preoccupazione da parte delle aziende. Che faremo, non lo so dire adesso, la base sta però chiedendo di reagire. Quando un’azienda non ha disponibilità, è evidente che è obbligata a fermarsi e penso che un fermo delle nostre attività nel siderurgico può causare problemi. Noi non vogliamo creare problemi e stiamo ragionando tutti insieme - aggiunge Marinaro - sul che fare”. “Soprattutto - conclude Marinaro - sto cercando di comprendere perché siamo arrivati da parte di ArcelorMittal ad una considerazione molto residuale. Intendo dire residuale da parte dell’azienda nei confronti dell’economia locale, dell’indotto e della città di Taranto”.

 

Da domani, primo aprile, sarà possibile inoltrare online le domande per ottenere l’indennità di 600 euro prevista dal decreto Cura Italia per i professionisti e i lavoratori autonomi. Lo comunica l'Inps ricordando che"non si tratta di un click day". Le domande potranno essere inviate anche nei giorni successivi al primo aprile, collegandosi al sito e cliccando sul banner dedicato che compare sulla home page.

 

L’Inps fornisce le istruzioni sui requisiti richiesti per ottenere l’indennità e sulla modalità di richiesta con la circolare 49/2020, pubblicata sul sito.     L’indennità - si legge - non concorre alla formazione del reddito ed è prevista in favore di: liberi professionisti titolari di partita iva attiva al 23 febbraio, che non siano titolari di pensione né iscritti ad altre forme di previdenza obbligatorie;lavoratori con rapporto di collaborazione coordinata e continuativa attivo al 23 febbraio, che non siano titolari di pensione né iscritti ad altre forme di previdenza obbligatorie; lavoratori autonomi iscritti alle Gestioni speciali dell’AGO, che non siano titolari di pensione né iscritti ad altre forme di previdenza obbligatorie (sono compresi anche gli iscritti alla gestione autonomi commercianti oltre che alla previdenza integrativa obbligatoria presso l’Enasarco). E ancora: lavoratori stagionali del turismo e degli stabilimenti termali che hanno cessato involontariamente il rapporto di lavoro nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2019 e il 17 marzo 2020, che non siano titolari di pensione diretta e non abbiano rapporti di lavoro al 17 marzo 2020; lavoratori del settore agricolo purché abbiano svolto nel 2019 almeno 50 giornate di effettivo lavoro agricolo e non siano titolari di pensione diretta; lavoratori dello spettacolo non titolari di trattamento pensionistico diretto, con almeno 30 contributi giornalieri versati nell’anno 2019 allo stesso Fondo pensioni Lavoratori dello spettacolo, corrispondenti a un reddito non superiore a 50.000 euro. 

 

 Per il periodo in cui si percepisce l’indennità - continua l'Inps - non è riconosciuto l’accredito di contribuzione figurativa, né il diritto all’assegno per il nucleo familiare. La domanda per ottenere il Bonus potrà essere presentata a partire dal primo aprile esclusivamente per via telematica, avvalendosi di una delle seguenti modalità: collegandosi con il sito dell’Istituto e utilizzando l’apposito servizio, cliccando sul banner dedicato presente sulla Home page. Per questa prestazione è previsto l’utilizzo del PIN semplificato. La domanda di Bonus può essere fatta anche con SPID, CIE, CNS. Oppure tramite il Contact center integrato, chiamando il numero verde 803.164 (gratuito da rete fissa) o numero 06 164.164 (da rete mobile con tariffazione a carico dell'utenza chiamante) e infine tramite i Patronati, utilizzando i servizi che offrono gratuitamente. 

di vedremo, vedremo, ma non hanno assunto alcun impegno certo. Per noi sono degli incoscienti e degli irresponsabili”. Lo dichiara ad AGI il segretario Uilm Taranto, Antonio Talò, dopo il confronto di questa mattina in video conferenza con i rappresentanti di ArcelorMittal insieme alle altre sigle metalmeccaniche.

Oggi non abbiamo nemmeno parlato dell’avvio della cassa integrazione per 8173 addetti per Coronavirus perché non vi erano assolutamente le condizioni per farlo - prosegue Talò -. ArcelorMittal, a proposito delle misure contro il Coronavirus, si trincera dietro il decreto prefettizio, ci dice che 3500 lavoratori diretti, più altri 2000 di indotto, sono autorizzati ad entrare ogni giorno, sino al 3 aprile, in stabilimento, che sono i numeri minimi, e questo per loro è quanto. Da qui non si smuovono per niente”. “Adesso come sindacati stiamo scrivendo di nuovo a tutte le autorità - commenta Talò - anche per capire come funzionano i controlli e cosa si sta facendo per individuare la catena dei contatti dopo il primo caso positivo al Coronavirus registrato in fabbrica. Questi lavoratori si alternano fra di loro sugli impianti e non è giusto che questa gente ora stia a casa, in una situazione di incertezza assoluta per se stessi e per le loro famiglie”. 

Pagina 7 di 93