Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1444)

Sono due gli scenari alternativi che, in merito al futuro del siderurgico ArcelorMittal Italia a Taranto, dovrà approfondire il Tavolo dell’accordo di programma proposto da Regione Puglia e Comune di Taranto (prima riunione il 9 dicembre). Obiettivo, superare la presenza dell’area a caldo nello stabilimento. Nella prima ipotesi in discussione, il Tavolo dell’accordo di programma punta alla decarbonizzazione totale del siderurgico contro quella ritenuta “parziale” dell’imminente accordo tra ArcelorMittal Italia e Invitalia. Non è prevista nessuna presenza di batterie della cokeria, nè dell’agglomerato, l’area che prepara le materie prime, che invece è mantenuta nell’accordo di coinvestimento dello Stato. Nè si prevede, al momento, la costituzione di una newco per il preridotto, che serve ad alimentare gli impianti. Newco che invece c’è nell’intesa tra Stato ed ArcelorMittal Italia. Gli impianti dri, per il preridotto, sarebbero però 4 e non 2 e i forni elettrici ad arco 4 e non 1. Nessun altoforno tradizionale come quelli attualmente presenti. 

 

 Anche nel primo scenario alternativo sott’esame, così come nell’accordo in arrivo, l’avvio degli impianti è collocato nel 2024 e si prevede una produzione di 8 milioni di tonnellate. Tutte decarbonizzate, mentre nell’intesa sarebbero solo 2,4 milioni di tonnellate. Si definisce poi “pianificabile” l’arretramento dello stabilimento, non previsto, invece, nell’accordo tra privato e Stato. Per gli investimenti, questo primo scenario prevede 2 miliardi, più 50-60 per cento dei costi, contro 1,2 miliardi dell’accordo (ma la comparazione è fatta, si specifica, “per quanto ci è dato da sapere solo in via informale”). Mantenuta la possibilità che il Nord (Genova) faccia le lavorazioni a freddo, mentre sull’occupazione, i numeri divergono significativamente.

    Se l’accordo ArcelorMittal Italia-Invitalia salva a regime, nel 2025 e dopo una transizione con la cassa integrazione, gli attuali 10.700 occupati, nel primo scenario degli enti locali ci sono 4200 esuberi. Verrebbe poi introdotta la valutazione di impatto sanitario, che per gli enti locali è assente nell’intesa Stato-privato. Inoltre, andrebbero valutate le situazioni dell’indotto e dei 1600 cassintegrati di Ilva in amministrazione straordinaria. Due aspetti di cui, per il Comune, l’accordo prossimo alla firma non considera. Per la governance dello stabilimento, si chiede l’introduzione della comunità locale mentre ora si parla di gestione a tre: ArcelorMittal Italia, Invitalia e Ilva in amministrazione straordinaria (quest’ultima proprietaria degli impianti). Esiti attesi dagli enti locali da questo scenario: uso fondi Recovery Plan, transizione verso tecnologie sostenibili, gestione di riconversione, bonifiche ed esuberi, vera decarbonizzazione. C’è poi uno scenario più forte ma il Comune, pur affermando che si ha la “completa sostenibilità ambientale”, avverte in proposito: “difficile sostenibilità economica nel lungo periodo, esuberi e indotto sensibilmente ridimensionati”. In questo secondo scenario non si parla più di decarbonizzazione totale ma di chiusura dell’area a caldo. “Scarsamente utile” sarebbe la valutazione di impatto sanitario. Si ipotizza solo una lavorazione di bramme di acciaio e lamiere, non ci sono altiforni, acciaierie e nemmeno forni elettrici, ma la produzione a regime non è più di 8 milioni di tonnellate, ma di 5,4 milioni di tonnellate, anche qui tutte decarbonizzate. Più alti gli investimenti necessari: dai 7 ai 10 miliardi. Verrebbero poi ridimensionate le lavorazioni al Nord, ridimensionato anche l’indotto, ma gli esuberi sarebbero 4600 e non i 4200 del primo scenario. 

“Probabilmente il governo firmerà quell'intesa così scadente per la salute e l'ambiente con ArcelorMittal, ma questo non impedirà alla città di andare avanti sulla strada della riconversione e dell'arretramento dello stabilimento”. Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, ribadisce che la linea dell’amministrazione, come della Regione Puglia, è quella di un accordo di programma che porti in prospettiva alla chiusura dell’area a caldo della fabbrica, che l’accordo ArcelorMittal-Invitalia invece mantiene e rilancia. “Io voglio ancora sperare - afferma il sindaco di Taranto - che tutte le forze politiche e di Governo sappiano cogliere questa opportunità di dialogo con la comunità e vogliano sforzarsi di intraprendere strade più impegnative ed onerose, ma sicuramente più morali”. Per il sindaco, “non possono più le ragioni della produzione nazionale soverchiare le ragioni della salute e dell'ambiente a Taranto”. 

E a proposito dell’accordo di programma il cui Tavolo sarà insediato il 9 dicembre con una video alle 12, il sindaco di Taranto sostiene che “è lo spartiacque della storia moderna di Taranto. Mercoledì - afferma Melucci - deve aprirsi finalmente un dialogo serio tra tutti, senza preconcetti, ove deve entrare la scienza e devono valere i numeri, quelli dell'occupazione come quelli dei soldi che il Governo è disposto a impiegare per la salvezza di Taranto, e soprattutto i numeri di una strage che deve finire”. Rivolto ai sindacati confederali e metalmeccanici che contestano l’accordo di programma e dicono no alla chiusura dell’area a caldo perché vuol dire chiudere tutto il siderurgico, il sindaco di Taranto così replica: “Chi diserta quel tavolo non ha scusanti, si assume un'incancellabile responsabilità davanti alla città intera e ai suoi figli”. “Ai no muscolari e inspiegabili, nelle dichiarazioni di alcuni vertici sindacali di queste ore, risponderemo - afferma il sindaco di Taranto - con un atteggiamento collaborativo e pacato, razionale e responsabile. Ma le ipocrisie adesso devono cadere”. “Il Governo deve dirci se crede alla transizione giusta per Taranto e il Paese, se ha nelle corde questa forza e questo coraggio”, conclude Melucci. 

E c’è la replica di Federmanager.

 “L’ipotesi di chiusura dell’area a caldo non trova giustificazione tecnica alcuna”. Sul siderurgico di Taranto ArcelorMittal Italia, quando mancano pochi giorni alla firma dell’accordo di coinvestimento dello Stato nella società dell’acciaio tra la stessa ArcelorMittal Italia e Invitalia, anche Federmanager - la federazione dei dirigenti di azienda - prende posizione contro la scelta che Regione Puglia e Comune di Taranto vogliono portare avanti attraverso un accordo di programma, per il quale è stato convocato un primo Tavolo in video call il 9 dicembre. 

 

Come hanno già dichiarato i sindacati, anche Federmanager - che di recente ha presentato uno studio per il rilancio del gruppo siderurgico -, in una lettera al sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, afferma che l’operazione di chiudere l’area a caldo “determinerebbe la chiusura definitiva della fabbrica e si muove in contrasto con le attività di sviluppo e riconversione industriale proprio in funzione della sostenibilità sanitaria ed ambientale del polo siderurgico”.

    Nella lettera di Federmanager, firmata dal presidente provinciale Taranto, Michele Conte, si fa riferimento, contestando la chiusura dell’area a caldo, cuore produttivo dello stabilimento, alla “previsione della ristrutturazione, in sicurezza e in termini ambientali e sanitari, della fabbrica, ex Ilva di Taranto, come elemento di economia e di occupazione, al momento, del territorio, oltreché polo centrale della siderurgia e manifattura metalmeccanica, portante nell’economia nazionale”. Federmanager concorda però col sindaco di Taranto nel convolgimento della città nel processo decisionale “e pertanto come soluzione equa, di mediazione e di garanzia, si propone la nomina obbligatoria nel costituendo consiglio di amministrazione del sindaco della città di Taranto, del sindaco e non di un suo delegato - si sottolinea - nella sua qualità di autorità sanitaria a garanzia della salvaguardia sanitaria e ambientale”. Una presenza, rileva ancora Federmanager, “che possa vigilare e prevenire ogni eventuale intervento di ristrutturazione della fabbrica non in linea con la tutela della salute e dell’ambiente, ma al tempo stesso garante dell’occupazione e dell’economia locale”. Infine Federmanager auspica “una soluzione partecipata con il Governo nazionale”ed “una guida dell’impresa di rinascita del polo siderurgico scevra da isterismi e astruse manipolazioni” con la città, Taranto, “protagonista di un nuovo progetto di ristrutturazione”. 

Nella settimana che dovrebbe portare alla firma dell’accordo di coinvestimento tra Invitalia e ArcelorMittal, con l’ingresso dello Stato nel capitale della società siderurgica, prima col 50 per cento e poi al 60 nel 2022, si radicalizza a Taranto lo scontro, per nulla nuovo, tra chi vuole il mantenimento dell’area a caldo, sia pure innovata tecnologicamente e resa sostenibile ambientalmente, e chi, invece, l’avversa e ne propone la progressiva e graduale chiusura perché fonte di inquinamento. L’area a caldo è il cuore produttivo del siderurgico. Comprende infatti altiforni e acciaierie senza delle quali non sarebbe possibile la produzione dell’acciaio - almeno per come è strutturato oggi lo stabilimento di Taranto - da trasformare poi in coils. I rotoli di acciaio che sono il prodotto commerciale e che alimentano anche il lavoro del siderurgico di Genova. I sindacati ne chiedono il mantenimento perché senza area a caldo tutta la fabbrica non c’è più. Regione Puglia e Comune di Taranto, invece, no. Tant’è che il governatore pugliese Michele Emiliano e il sindaco Rinaldo Melucci hanno convocato per il 9 dicembre una video call per insediare il Tavolo dell’accordo di programma per giungere appunto alla chiusura dell’area a caldo. La convocazione di Emiliano e Melucci per mezzogiorno del 9 recita: “Costituzione del Tavolo per la sottoscrizione dell’Accordo di Programma per la bonifica pubblica, il risanamento ambientale, la riconversione e lo sviluppo del polo siderurgico di Taranto”. E governatore e sindaco specificano che l’accordo (sul modello Genova e Trieste, che hanno già chiuso le rispettive aree a caldo siderurgiche, ma erano molto più piccole rispetto a Taranto) dovrà tra l’altro contenere “le previsioni necessarie alla chiusura delle lavorazioni siderurgiche a caldo dell’acciaio, il riassetto e lo sviluppo di lavorazioni siderurgiche carbon free in attuazione del piano industriale, le tutele occupazionali e reddituali”. Insieme alle due istituzioni, anche parlamentari locali e consiglieri regionali pugliesi di maggioranza (Pd e M5S), i movimenti e i comitati ambientalisti di Taranto, e un solo sindacato, l’Usb. Il punto è che proprio l’accordo che si accingono a firmare ArcelorMittal e Invitalia (piano approvato dal Governo col premier Giuseppe Conte che da ormai per chiuso l’accordo) prevede l’area a caldo. Riammodernata con l’importante investimento della ricostruzione dell’altoforno 5, oltre al nuovo forno elettrico e al nuovo impianto di preridotto per la decarbonizzazione. 

 

 L’accordo di coinvestimento prevede l’area a caldo perché così si possono produrre a regime di piano, nel 2025, gli 8 milioni di tonnellate necessari a conservare l’attuale occupazione di gruppo, che invece nella transizione verso il 2025 scenderà con la cassa integrazione (già 3mila cassintegrati si prevedono nel 2021). I sindacati Cgil, Cisl e Uil, nonché Fim, Fiom e Uilm, “respingono convintamente ogni proposizione che miri alla chiusura dell’area a caldo dello stabilimento che, in considerazione della conformazione tecnologica dello stesso, significherebbe determinare la chiusura definitiva degli impianti”. Per le sei sigle sindacali, va invece ribadita “la centralità della siderurgia nell’ambito dei piani strategici di sviluppo del Paese che, come tale, deve essere rivisitata in un’ottica di piena e totale sostenibilità ambientale accedendo alle risorse messe a disposizione dall’UE attraverso misure specifiche (Recovery Fund), che prevedono proprio per l’area ionica importanti piani di investimento dedicati”. I sindacati, che valutano il richiamo all’accordo di programma di Regione e Comune  “generico” e privo di “fondamento tecnico, giuridico e finanziario”, chiedono quindi a Conte di “avviare un tavolo di trattiva che chiarisca in maniera definitiva i termini dell’accordo in via di formalizzazione”. Si stacca invece dagli altri sindacati, l’Usb. Che dichiara: “Siamo sulla stessa lunghezza d’onda del Comune, della Regione e di tutti coloro che intendono portare le istanze del territorio al centro della trattativa nazionale sullo stabilimento ArcelorMittal”. “L’accordo di programma - afferma Usb -è un passaggio cruciale ed imprescindibile, per cui deve assolutamente essere incluso nella trattativa in corso“. E uno dei movimenti, “Cittadini e lavoratori Liberi e Pensanti”, annuncia infine per la mattina del 9 dicembre che sarà sotto il Municipio di Taranto. “E’ necessaria - si dichiara - una mobilitazione generale per pretendere il rispetto  per chi ad oggi ha perso la vita a causa dell'inquinamento e un futuro diverso per i bimbi di questa terra”.

A pochi giorni dalla firma che dovranno apporre sul contratto di coinvestimento ArcelorMittal Italia e Invitalia (quest’ultima per conto dello Stato che così entrerà nel capitale della società siderurgica), il fronte ambientalista, nelle sue varie espressioni, intensifica la sua opposizione sia all’accordo, per come si profila, sia al siderurgico. Il comitato cittadino per la tutela dell’ambiente e della salute a Taranto, che mette insieme varie realtà, ha chiesto al “presidente della Regione Puglia, Emiliano, il presidente della Provincia, Gugliotti, e al sindaco di Taranto, Melucci, con le rispettive fasce distintive, di organizzare un sit in sotto il Palazzo della Prefettura di Taranto per dire, insieme ai cittadini, no al nuovo accordo”. “Una posizione chiara di chiusura immediata di impianti illegali e pericolosi - afferma il comitato -. Questa, secondo noi, è la strada. A Genova, nel 2005, l’area a caldo è stata chiusa per sempre (e trasferita a Taranto), tutelando, attraverso un accordo di programma, le maestranze tutte. Anche Trieste, quest’anno, si è liberata di quella produzione inquinante”. “Noi da sempre diciamo - ha sostenuto oggi in una conferenza stampa il movimento “Giustizia per Taranto” - che quella fabbrica non deve stare in questo territorio. Lo diciamo da tempi non sospetti: Taranto senza Ilva”. “Noi Ilva - hanno affermato gli esponenti di “Giustizia per Taranto” - con qualunque denominazione là si voglia raccontare, non la vogliamo più. Non ci interessa area a caldo aperta, area a caldo chiusa, area a freddo, decarbonizzazione, preridotto, forni elettrici. A noi, non interessa nulla, noi vogliamo quella fabbrica fuori dalla città di Taranto”. Infine il movimento “Cittadini e lavoratori Liberi e Pensanti” ha contestato la scelta di ArcelorMittal di rescindere il contratto con l’impresa Cimolai che sta costruendo le coperture dei parchi minerali della fabbrica, una delle prescrizioni ambientali (anti-polveri) del siderurgico. “La scelta di Mittal di recedere dal contratto senza preoccuparsi delle conseguenze per la città e i lavoratori - affermano i “Liberi e Pensanti” - è gravissima in quanto la prosecuzione dei lavori da parte di una nuova azienda implica probabilmente una nuova progettazione soprattutto per le prescrizioni Aia con una ulteriore proroga che Taranto non si può permettere”. 

Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, hanno convocato una riunione per la “Costituzione del Tavolo per la sottoscrizione dell’Accordo di Programma per la bonifica pubblica, il risanamento ambientale, la riconversione e lo sviluppo del polo siderurgico di Taranto”. Con una lettera a firma congiunta, hanno invitato tutte le parti in causa ad un incontro fissato per il 9 dicembre alle 12 in videoconferenza. L’Accordo di Programma, spiega la Regione Puglia, “dovrà contenere le previsioni necessarie alla chiusura delle lavorazioni siderurgiche a caldo dell’acciaio, il riassetto e lo sviluppo di lavorazioni siderurgiche carbon free in attuazione del piano industriale (che costituirà allegato all'Accordo di Programma)”. Inoltre dovrà contenere le “tutele occupazionali e reddituali, l'attuazione del piano pubblico di bonifica e risanamento ambientale delle aree del polo siderurgico, la bonifica, la pianificazione territoriale, urbanistica ed ambientale delle aree non più interessate dalle lavorazioni siderurgiche”. 

Dopo 25 anni, il nastro della storia si riavvolge e l’Ilva ritorna ad essere industria di stato. 25 anni di tormenti, lotte, passaggi di proprietà, processi, condanne e … morti.

 

“Un tempo trascorso inutilmente se ad otto anni dal sequestro degli impianti e dall’arresto dei Riva e dei dirigenti- commenta il presidente provinciale di Confcommercio Taranto, Leonardo Giangrande-  siamo ancora qui a non avere contezza della valutazione dell’impatto sanitario dello stabilimento siderurgico.

L’indicatore ‘Ambiente’ fa scalare Taranto di ben 24 punti rispetto al 2019, nel report  stilato da Italia Oggi e Università la Sapienza, inerente la classifica annuale  della qualità della vita delle 107  province italiane, portandola alla 104esima posizione per  l’aspetto ambiente .

 

La nuova intesa Stato-Ancelor annuncia una strategia verde per rendere lo stabilimento più green senza però enunciarne i termini, gli investimenti ed i tempi e soprattutto senza coinvolgere gli attori del territorio, come se i cittadini fossero sudditi.

Gli sforzi portati avanti dalla Amministrazione comunale del capoluogo, con il sostegno della Regione Puglia e dello stesso Governo, per un nuovo modello di sviluppo che traguardi ad una  transizione ecologica definitiva che presuma una bonifica integrale del territorio,  rischiano di essere annullati da un modello produttivo purtroppo ancora legato al carbone e che  punta -come previsione  di produzione annua-  su 8 milioni all’anno di tonnellate di acciaio, pur annunciando la costruzione del più grande impianto ‘verde’ d’Europa. Una previsione  che contrasta con l’idea di ‘sviluppo sostenibile’ declinato negli  obiettivi  dell’Agenda 2030 dell’ONU.

 

Siamo ancora una volta dinnanzi ad un Governo  che mette una ipoteca sulla salute e sulla vita dei cittadini e che  poco si preoccupa delle conseguenze delle proprie decisioni sul destino di una intera comunità. Mentre il mondo si muove verso un  futuro più verde, Taranto resta ancorata ad un modello di sviluppo incapace di emanciparsi dal passato, belle enunciazioni a parte.”

 

 “Abbiamo raggiunto un accordo. Oggi un memorandum che contiene i punti salienti e la data ultima del 10 dicembre per sottoscrivere l’accordo di co-investimento come da previsione nel contratto del 4 marzo”. Lo ha detto su ArcelorMittal l’ad di Invitalia, Domenico Arcuri. Ci sono 2,1 mld di investimenti. Lo riferiscono fonti sindacali. Invitalia effettuerà il coinvestimento dello Stato nella società siderurgica.  
“Siamo giunti a un risultato per noi soddisfacente - ha detto Arcuri - ma c’è bisogno di finalizzarlo meglio in due lingue e ci siamo presi 10 giorni di tempo per evitare strafalcioni”. “Abbiamo raggiunto un accordo - ha proseguito Arcuri - che trova una formalizzazione in un documento sottoscritto fra le parti entro stasera con l’obiettivo di finalizzarlo entro il 10 dicembre”. Arcuri ha quindi spiegato che “Invitalia entra nel capitale con una quota del 50% e in un arco temporale pari al massimo alla data in cui verrà sottoscritto, se verrà sottoscritto il contratto di acquisto che a oggi è, al più tardi, a giugno 2022”. “Noi - ha proseguito Arcuri - lavoreremo per anticipare questa data a prima possibile. In quel momento - ha precisato Arcuri - Invitalia arriverà al 60% diventando azionista di maggioranza e Mittal al 40%”. Per Arcuri, “questo 
progetto non è un progetto né finanziario, né di possesso di quote azionarie, ma è uno strategico progetto industriale: 2 miliardi e 100 di investimenti”.

La video call di questa mattina tra Mise, Mef, Invitalia ArcelorMittal e Ilva in amministrazione straordinaria ha confermato che oggi non si firmerà l’accordo per l’ingresso dello Stato attraverso Invitalia nella società siderurgica, che la firma di quest’accordo è rinviata di dieci giorni, ma che oggi, tuttavia, ci sarà uno scambio di lettere tra le parti con cui si confermano gli impegni assunti con la precedente intesa del 4 marzo. Intesa che ha come punto centrale l’ingresso del pubblico in ArcelorMittal. E anche fonti sindacali confermano che l’accordo per l’ingresso di Invitalia in Am Investco, società di ArcelorMittal, “si firma l’11 dicembre ma noi comunque alle 12 andiamo al Mise per l’incontro col ministro Patuanelli”.

 

 “Non si sono intesi ancora bene sulla parte finanziaria - affermano fonti sindacali -. Il che non vuol dire rinviare o fermare ma capire meglio come la cosa si deve strutturare. Forse, l’operazione era stata ritenuta un pò troppo facile. Al Mise - aggiungono le fonti sindacali - chiederemo chiarezza su questo aspetto specifico, oltreché a garanzie, come abbiamo già chiesto la volta precedente, sul piano industriale, gli investimenti, il piano ambientale e la tutela dell’occupazione”.

   “Il rinvio di dieci giorni è dovuto alla necessità di definire meglio” spiega una fonte all'AGI dopo la video call di questa mattina tra i tecnici che stanno seguendo il dossier ArcelorMittal-Invitalia. “Il piano industriale è quello del 4 marzo, dobbiamo vedere i tempi di realizzazione tenendo conto che il Covid te li fa un po’ allungare” aggiunge la fonte in riferimento alla produzione ad 8 milioni di tonnellate a regime. Non si è parlato nella call dell’opposizione manifestata all’accordo dal Comune e dal sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci.

    “Ci risulta - prosegue la fonte - che il ministro Patuanelli abbia parlato col sindaco. Ma il rapporto con gli enti locali di Taranto è un fatto politico e noi non siamo coinvolti. Il fatto che si vada all’accordo è positivo anche per l’amministrazione straordinaria di Ilva che detiene la proprietà degli impianti. Perché ci sarà una stabilizzazione dei pagamenti”.

   A novembre, intanto, ArcelorMittal ha pagato la rata relativa al fitto degli impianti per il trimestre novembre, dicembre e gennaio (il canone è anticipato) mentre a febbraio dovrà pagare quella per il trimestre successivo. 

“Quel tavolo non rappresenta la comunità e non è una vertenza solo sindacale”. Lo dice il Comune di Taranto al ministro Stefano Patuanelli (Mise) in vista della convocazione di domani alle 12 al ministero dei sindacati metalmeccanici per informarli dell’accordo che domani stesso Invitalia, per conto del Governo, e ArcelorMittal firmeranno sulla nuova società con la partecipazione pubblica. “Al momento - afferma l’assessore comunale Francesca Viggiano - solo i rappresentanti sindacali nazionali sono stati convocati a Roma per decidere il futuro anche di tutti gli altri tarantini, per decidere della salute nostra e dei nostri figli. In nome del solito ricatto occupazionale”. Il Comune quindi evidenzia che “la provincia  di Taranto conta 570.595 residenti (dato Istat al 30.06.2020). Nello stabilimento siderurgico - si prosegue - gli iscritti alle sigle sindacali nazionali dei metalmeccanici sono in totale 5.580 (dato ufficiale al gennaio 2020), cioè lo 0,98% dei cittadini di questo territorio”. 

“Il futuro dei cittadini di Taranto e della sua provincia - dice ancora Viggiano - viene ipotecato nel nome del futuro comunque incerto di un limitato numero di lavoratori, nemmeno tutti residenti in terra ionica, per altro”. “Significa che non ci interessa della sorte dei lavoratori? Certo che non è così - afferma ancora Viggiano -, nessuno provi a mettere contro lavoratori ed enti locali e città in questa situazione così difficile. La battaglia la facciamo a cominciare proprio dalla difesa dei lavoratori, che oggi vengono usati come merce di scambio”. E conclude: “In questo anno il Covid avrebbe dovuto insegnarci che la salute viene prima di qualsiasi profitto. Ma per l’Ilva questo ragionamento non vale”. 

Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha convocato per domani alle 12 nella sala degli Arazzi del Mise i sindacati metalmeccanici Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm, Usb e Ugl sulla vicenda ArcelorMittal. La convocazione del Mise arriva nel giorno in cui Invitalia, per conto del governo, e ArcelorMittal firmeranno l’accordo che segna l’ingresso dello Stato al 50 per cento nel capitale dell’azienda siderurgica. 

Il Comune di Taranto, col sindaco Rinaldo Melucci, convocherà nella prossima settimana le associazioni ambientaliste sulla vicenda ArcelorMittal alla luce dell’accordo che quest’ultima firmerà domani con Invitalia per il governo. Il sindaco ha già informato le associazioni, che avevano chiesto di essere ricevute in presenza, “circa circa gli sforzi che si stanno compiendo in questi giorni per acquisire dettagli sul negoziato in atto tra Governo e ArcelorMittal”. Per l’amministrazione comunale, “è un momento cruciale per il futuro di Taranto, per questo occorrerà una ampia condivisione e l’Amministrazione comunale estenderà questa disponibilità al confronto a tutte le forze e rappresentanze del territorio”.

Una delle tante  associazioni che ha chiesto ascolto al sindaco, “Giustizia per Taranto”, oggi dichiara che “riguardo al piano ambientale” ci sono “le solite dilazioni e deroghe, mentre sono sparite le parole "green" e "idrogeno" dai proclami del ministro Patuanelli. Diremmo anche giustamente - afferma “Giustizia per Taranto” - dal momento che si trattava di proposte irrealizzabili e che la produzione del siderurgico proseguirà, sostanzialmente, come prima e cioè a carbone. Poco importa per gli enormi danni che procurerà ancora alla nostra comunità e al nostro territorio. Anzi peggio, visto che si intende aumentarla a 8 mln di tonnellate all'anno”. Per “Giustizia per Taranto”, “produrre 8 milioni di tonnellate all'anno di acciaio, significherà produrre più di quanto il mercato abbisogna, motivo per cui questo nuovo accordo costituirà una nuova bolla destinata a scoppiare nei prossimi anni. Per tutto questo - si conclude - chiediamo che il Governo ci ascolti prendendo in considerazione la voce della città. E che Regione, Provincia, Comune e parlamentari tarantini si oppongano, con decisione e senza più ambiguità, a questi intendimenti”. 

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