Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1444)

Si è svolto questa mattina sotto la prefettura di Taranto un sit in di protesta dei dipendenti dell’impresa Tundo adibita per conto di Asl Taranto al trasporto dei disabili. Il sit in è promosso dai sindacati di categoria della Funzione pubblica di Cgil, Cisl e Uil nonchè dalle sigle dei trasporti di Cgil e Cisl. Per le organizzazioni dei lavoratori, l’azienda non corrisponde le retribuzioni al personale. Al presidio partecipano i lavoratori ed una rappresentanza delle famiglie dei disabili che usufruiscono del trasporto. 

 

“Il braccio di ferro tra i dipendenti addetti al trasporto e assistenza di persone disabili e l’impresa Tundo, aggiudicataria dell’appalto per l’Asl di Taranto, continua - spiegano i sindacati -. Già a novembre - proseguono -, il sit in sotto la sede dell’Azienda Sanitaria Locale da parte dei 47 lavoratori impiegati nel servizio aveva messo in luce le condizioni di lavoro e le inadempienze dell’impresa. In quello stesso frangente vennero assunti impegni sia sulla fornitura dei dispositivi di protezione individuale, sia sul pagamento degli stipendi”. Ma per i sindacati “a quell’impegno assunto in sede istituzionale, l’azienda ha sempre risposto con contentini. Pannicelli caldi - si evidenzia - su una condizione che coinvolge anche circa 200 fruitori del servizio che per le loro condizioni di fragilità meriterebbero invece più rispetto”. “Ho rilevato le pesanti inadempienze e violazioni nei confronti degli operatori al punto da chiedere che venisse riconsiderato l'affidamento dell'appalto - dichiara, a proposito dell’impresa Tundo, Michele Mazzarano, consigliere regionale Puglia del Pd -. Retribuzioni non corrisposte e attivazione degli ammortizzatori sociali senza il doveroso confronto con le organizzazioni sindacali”. “È necessario - conclude Mazzarano - un tempestivo intervento del prefetto di Taranto al fine di ristabilire gli equilibri e riportare serenità nello svolgimento di un servizio molto importante e delicato". Appena qualche giorno fa la Cisl aveva chiesto ad  “un intervento deciso e risolutivo da parte delle istituzioni con la revoca dell’appalto alla Tundo spa e invocando il potere sostitutivo da parte della Asl  Taranto”. La Tundo svolge il servizio di trasporto di pazienti oncologici, trapiantati e disabili anche per conto di Asl Lecce. 

ArcelorMittal Italia conferma il numero massimo del nuovo ricorso alla cassa integrazione ordinaria per crisi di mercato per lo stabilimento siderurgico di Taranto: 8.128 dipendenti. È giunta poco fa la lettera dell’azienda ai sindacati Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm, Usb, Ugl e alla rsu aziendale con la firma del direttore del personale, Arturo Ferrucci. La nuova cassa integrazione decorrerà dal 29 marzo per un periodo “presumibile”, dice l’azienda, di 12 settimane. La motivazione: “A causa dell’emergenza epidemiologica Covid 19 - scrive il direttore del personale - ancora in atto in tutto il territorio nazionale e internazionale, i cui effetti continuano ad avere riflessi in termini di calo di commesse e ritiro degli ordini prodotti, considerato altresì il parziale blocco di parte delle attività produttive, distributive, manifatturiere e commerciali”.       Ferrucci parla di un contesto “difficilissimo” anche per “la chiusura degli ordini e delle fatturazioni visto il drastico calo registrato in questi mesi dei volumi e di conseguenza delle attività produttive”.

   Tutto questo, afferma ArcelorMittal, fa sì che l’azienda si trovi “nella condizione di dover procedere ad una riduzione della propria attività produttiva”. ArcelorMittal ha avviato la cassa integrazione per crisi di mercato a Taranto già da luglio 2019, cioè pochi mesi dopo (novembre 2018) il suo arrivo come gestore in fitto rispetto a Ilva in amministrazione straordinaria. La cassa ordinaria da luglio sino a fine febbraio-primi di marzo 2020, è stata sempre chiesta per un numero massimo di 1.200 dipendenti, poi col ricorso alla cassa integrazione Covid e adesso con la ordinaria, i numeri sono significativamente aumentati coinvolgendo quasi tutta la forza lavoro di stabilimento. 

“ArcelorMittal Italia dichiara che non si è verificato alcun cedimento della 'struttura refrattaria' dell’altoforno 2 e smentisce quanto riportato dalle fonti sindacali, del tutto privo di fondamento”. Così l’azienda siderurgica replica in una breve nota a proposito di quanto dichiarato, in una comunicazione ad ArcelorMittal Italia e ad Ilva in amministrazione straordinaria, da Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb. Per ArcelorMittal, “il refrattario interno dell’altoforno, tra l’altro oggetto di un recente intervento di ripristino da parte di ArcelorMittal Italia tramite la tecnica di best practice nota come shotcrete, è nelle normali condizioni di esercizio”.

 “Vi è stato un cedimento della struttura refrattaria dell'altoforno 2 a distanza di un solo mese della ripartenza e successivamente all'esecuzione degli interventi previsti dalle prescrizioni della Procura della Repubblica di Taranto”. Lo scrivono stasera i sindacati Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb a Ilva in amministrazione straordinaria,società proprietaria degli impianti e committente dei lavori, e ad ArcelorMittal, gestore in fitto della fabbrica. Il refrattario è un rivestimento dell’altoforno. Nessuna conseguenza per il personale si è verificata.

 

 “L'azienda, al momento - dicono le sigle -, non ha chiarito alle organizzazioni sindacali quanto accaduto alla struttura dello stesso altoforno. Riteniamo  inammissibile che accada dopo un mese dall'avvio nonostante vi siano state anche delle attività specifiche ai refrattari di shot creet”. Fim, Fiom, Uilm, Usb affermano che “in più occasioni hanno rivendicato e denunciato un'assenza di programmazione di interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria tale da determinare un aumento ingiustificato del personale, addetto alle manutenzioni, che puntualmente è collocato in cassa integrazione”. Per i sindacati, “la multinazionale, di fatto, ha una gestione della fabbrica basata principalmente sulla produzione giornaliera nel rapporto con la forza lavoro presente in fabbrica e trascura tutte le attività necessarie a garantire la sicurezza in termini ambientali ed impiantistici”. Per i sindacati, “il ruolo dello Stato diventa imprescindibile per cambiare radicalmente l'attuale gestione della fabbrica che rischia di compromettere il futuro ambientale, occupazionale e industriale del sito di Taranto”.

I lavoratori dell’indotto-appalto ArcelorMittal, ex Ilva di Taranto, manifesteranno questa mattina dalle 8 sotto il palazzo della prefettura di Taranto per evidenziare la criticità della loro situazione. La manifestazione è promossa dai sindacati Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb. Le sigle sindacali hanno chiesto al prefetto di Taranto, Demetrio Martino, un incontro lo scorso 24 febbraio. Non avendo ricevuto risposta al riguardo, affermano, hanno promosso il presidio di protesta di oggi, che avverrà, assicurano, nel rispetto delle regole anti Covid sul distanziamento tra persone.

    L’indotto-appalto vale un centinaio di imprese, almeno quelle ciclicamente coinvolte nel sistema del siderurgico, e 3-4mila addetti. Obiettivo del presidio, è quello di essere ricevuti oggi dal prefetto per segnalargli le difficoltà dell’indotto-appalto siderurgico che, come già accaduto diverse volte sinora, è di nuovo non pagato o pagato in ritardo rispetto allo scaduto fatture, dal committente ArcelorMittal. L’ultimo dato parla, per le sole aziende associate a Confindustria Taranto - quindi un dato parziale -  di un credito di circa 25 milioni delle imprese verso la fabbrica, comprensivo anche dello scaduto di febbraio. 

 

 La questione dei mancati pagamenti di ArcelorMittal è esplosa già a novembre 2019, quando all’esterno della fabbrica ci fu un presidio di protesta tra imprenditori e trasportatori. A dicembre 2019 fu poi raggiunto un accordo e la situazione sembrò normalizzarsi. In realtà, nella primavera 2020 la crisi dei mancati pagamenti è di nuovo emersa e per cercare di venirne a capo, ArcelorMittal istituì con le associazioni delle imprese periodiche video call per fare il punto della situazione. In questa fase sono stati assicurati pagamenti molto parziali rispetto al credito vantato dalle aziende, tant’è che le pressioni di queste ultime hanno poi spinto il governo a istituire una cabina di regia affidata agli allora sottosegretari Mario Turco e Alessandra Todde. Si era a settembre 2020 e lo scaduto ammontava a circa 40 milioni. Il lavoro della cabina di regia, insediata nella prefettura di Taranto, ha ripristinato i pagamenti ma tra gennaio e febbraio 2021 si è tornati alla stessa crisi.

    “Ci sono aziende che non pagano gli stipendi e che vanno per acconti” dicono i sindacati. La nuova stretta di ArcelorMittal è confermata anche da diverse aziende. Per quest’ultime, la committente non starebbe pagando perché attenderebbe che Invitalia versi i primi 400 milioni legati all’ingresso dello Stato nel capitale dell’azienda. Questo consentirebbe ad ArcelorMittal di “respirare” essendo a corto di liquidità, si segnala dal fronte imprese. I 400 milioni sono previsti dall’accordo ArcelorMittal-Invitalia del 10 dicembre scorso, approvato nelle scorse settimane dalla Ue. Oggi pomeriggio Confindustria Taranto farà un punto specifico con gli stessi sindacati. 

 “La riunione di oggi pomeriggio in Prefettura per trovare una soluzione per i 130 di Infrataras, è finita male purtroppo. Da domani i lavoratori se ne vanno a casa perché il loro contratto a tempo determinato è terminato”. Lo dichiara ad AGI il segretario Uil Taranto, Giancarlo Turi, dopo il confronto odierno in video call promosso dal prefetto di Taranto, Demetrio Martino, in qualità di commissario di Governo per la bonifica dell’area di Taranto, con sindacati, Regione Puglia, task force lavoro della stessa Regione, Provincia e Comune di Taranto, Autorità portuale di Taranto, Infrataras. Quest’ultima è la società del Comune di Taranto, addetta a lavori e manutenzioni, che sinora ha impiegato i 130 in attività di bonifica leggera (progetto “Verde Amico”’) e che li ha in carico sino a domani, 24 febbraio. 

 

 Il progetto è durato 24 mesi ed é stato finanziato con fondi ministeriali, individuati dall’ex commissario alla bonifica, Vera Corbelli, più una ulteriore tranche resa disponibile dalla Regione Puglia. “Abbiamo suggerito agli enti locali - dichiara Turi - una serie di piste, di ipotesi di lavoro, e abbiamo detto loro: verificate che spazi ci sono. Purtroppo ci siamo trovati di fronte ad un vuoto di proposte di Prefettura e Comune di Taranto, mentre la Provincia oggi non si è nemmeno presentata. Ci è stato detto che non si può fare nessuna verifica perché il Governo si è appena insediato e non c’è ancora chiarezza sugli interlocutori”. “Il Comune - aggiunge il segretario Uil - ha riproposto la sua linea: dateci nuovi fondi e noi facciamo proseguire il progetto “Verde Amico” mantenendo i lavoratori in attività”. “Ci è stato anche riproposto un documento come quello che il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, e il governatore di Puglia, Michele Emiliano, hanno fatto settimane fa, col quale hanno chiesto altri fondi al Governo. Ma questa strada si è già rivelata senza sbocchi” commenta Turi. “Non è stata nemmeno accettata la nostra proposta di mettere in cassa integrazione Covid i lavoratori in modo da guadagnare tempo e costruire così un percorso, delle possibili soluzioni - conclude Turi ad AGI -. Adesso come confederazioni stiamo dettagliando per iscritto quelle che riteniamo le proposte cantierabili in modo che gli enti locali possano verificarle. Per ora il dato è che purtroppo domani termina il contratto a tempo determinato dei 130 ex IsolaVerde con Infrataras”. 

 Il prefetto di Taranto, Demetrio Martino, ha convocato per oggi, alle 16.30, in modalità audio video, un vertice per discutere della situazione dei 130 addetti di Infrataras, società del Comune di Taranto, che da domani rischiano il licenziamento. Il loro contratto di lavoro a tempo determinato scade appunto domani. 

    Il prefetto, che è anche commissario di governo per la bonifica dell’area di Taranto, ha inoltrato le convocazioni a Regione Puglia, task force lavoro della stessa Regione Puglia, Comune e Provincia di Taranto, Infrataras e sindacati.

    I 130, già in forza a Taranto Isola Verde, società della Provincia di Taranto messa in liquidazione tempo fa, hanno lavorato per due anni in un progetto di bonifica leggera (chiamato 'Verde Amico') che ha riguardato alcune aree della città. Sono stati impiegati per un tempo complessivo di 24 mesi, alle dipendenze della società comunale Infrataras, che si occupa di lavori e manutenzioni, grazie a fondi (1,5  milioni di euro) messi a disposizione dall’ex commissaria di governo alla bonifica, Vera Corbelli.

 

Dopo le prime risorse, Corbelli ha individuato delle economie di spesa nei progetti affidati alla sua struttura e nei mesi scorsi anche la Regione Puglia ha messo a disposizione circa 700 mila euro per arrivare sino alla scadenza del 24 febbraio 2021 e compiere così l’intero progetto. Ora, però, i fondi sono finiti e non c’è altra possibilità.

    Nelle scorse settimane, dopo che erano già intervenuti sia il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, sia il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, chiedendo la prosecuzione del progetto, il commissario Martino ha scritto al ministero dell’Ambiente sollecitando risorse. Ma dal ministero la risposta è stata negativa. Anzi, è stato ricordato al nuovo commissario che il dicastero dell’Ambiente aveva già evidenziato all’ex commissaria Corbelli come l’uso di fondi per l’impiego dei 130 non fosse consono con le finalità per la quale sono stati stanziati finanziamenti pubblici per la bonifica di Taranto.

    Nel vertice di oggi pomeriggio, che arriva dopo altri incontri, si cercheranno soluzioni alternative per evitare i 130 licenziamenti da domani. Tra le ipotesi, la possibilità di utilizzare parte del personale in lavori di bonifica che stanno interessando l’area portuale - al vertice di oggi invitato anche il presidente dell’Authority, Sergio Prete - compreso lo yard ex Belleli dove dovrà prossimamente insediarsi l’azienda di yacht Ferretti. Ma si pensa anche alla possibilità di collocare i lavoratori in progetti finanziati con una quota dei 30 milioni che Mise e commissari di Ilva in amministrazione straordinaria hanno assegnato ai Comuni dell’area di crisi ambientale di Taranto: oltre al capoluogo, sono Statte, Massafra, Crispiano e Montemesola. Sono fondi distribuiti in un triennio, 20 milioni su 30 sono per Taranto, e riguardano per ora progetti di carattere sociale. Risulterebbero  impegnati allo stato 7 milioni su 30. Infine, in attesa di concretizzare queste possibilità, si pensa nell’immediato anche all’uso della cassa integrazione Covid per non interrompere da domani il rapporto di lavoro dei 130 addetti e guadagnare così tempo in vista di nuove soluzioni. 

 

Si presentano regolarmente alle portinerie del siderurgico di Taranto per andare al lavoro, ma apprendono in quel preciso momento di essere in cassa integrazione Covid perché ArcelorMittal non gliel’ha comunicato in tempo utile, disattivando i badge d'ingresso. È quanto sta accadendo a diversi dipendenti dello stabilimento ex Ilva di Taranto come denunciato questa mattina da Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm, in una comunicazione all’azienda (uffici Relazioni industriali e Personale). I sindacati parlano di “anomalie gestionali cassa integrazione”.

    Per i sindacati, si tratta di anomalie “che quotidianamente accadono nel sito di Taranto. Nonostante ripetute segnalazioni da parte dei nostri rsu, assistiamo alla mancanza di comunicazione cassa integrazione Covid 19 sul portale aziendale ai lavoratori”. “Ogni giorno - dichiarano le sigle sindacali metalmeccaniche - si verificano episodi dove diverse unità lavorative in assenza di comunicazione, pur presentandosi alle portinerie di appartenenza, riscontrano che il budget risulta disabilitato”.     

   “Riteniamo questo atteggiamento - proseguono - intollerabile e lesivo nei confronti dei lavoratori che già sono sottoposti costantemente a criticità e stress e vi invitiamo a correggere subito questa anomalia”. In ArcelorMittal a Taranto è tuttora in corso la cassa integrazione Covid, che è cominciata a marzo dello scorso anno e poi continuamente prorogata. Prima della cassa Covid, l’azienda, per crisi di mercato, da luglio 2019 ha attivato la cassa integrazione ordinaria. 

 

Complessivamente, quindi, allo stato sono 17 mesi che ArcelorMittal sta usando ininterrottamente la cassa integrazione su 27 mesi di gestione degli impianti attraverso il contratto di fitto con la proprietà Ilva in amministrazione straordinaria (il subentro di ArcelorMittal è avvenuto il 1 novembre 2018). La cassa ordinaria è stata chiesta per un numero massimo di circa 1200 unità. La cassa Covid, invece, è stata chiesta per un numero massimo di circa 8100 addetti, tutta la forza lavoro dello stabilimento. Nei mesi scorsi, per cassa Covid, sono state fuori dalla fabbrica circa 4000 persone, poi si è scesi ad una quota di 3000 e adesso, secondo dati sindacali, dovrebbero essercene circa 2500. Diminuzione dovuta alla ripartenza di alcuni impianti avvenuta nel frattempo tra cui acciaieria 1 e altoforno 2 fermati a marzo 2020.

   Non appena la trattativa sindacati-azienda sul nuovo piano industriale 2021-2025 riprenderà (c’è stata giorni fa una rottura sul punto e i sindacati hanno abbandonato il tavolo), la cassa Covid dovrebbe essere sostituita da quella per risruttturazione, in applicazione del nuovo piano industriale. Quest’ultima, come ha spiegato ai sindacati Invitalia, nuovo partner pubblico di ArcelorMittal, sarà una cassa a scalare, decrescerà man mano che si si avvicinerà allo step finale del 2025. Per quest’anno, stando ai numeri iniziali, ma bisogna vedere cosa emergerà ora dalla trattativa, dovrebbe riguardare circa 3000 persone. 

“Vi vedo delusi, invece dobbiamo incoraggiare, dobbiamo essere positivi”. Lo ha detto, a proposito di Ilva e rivolgendosi ai sindacati, il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti. Lo riferisce ad AGI Rocco Palombella, segretario generale Uilm.

    “Giorgetti ci ha detto che deve chiamare Invitalia dicendogli di rispettare l’accordo e che dirà ad ArcelorMittal - aggiunge Palombella - di dar seguito al piano, di pagare le persone e fare le manutenzioni agli impianti. Giorgetti ha tuttavia ammesso che c’è una cosa che incombe sulla nostra testa ed é la sentenza", prosegue Palombella spiegando che il riferimento è al Tar di Lecce. "Proviamo però ad andare avanti, ci ha detto Giorgetti, ribadendo che il presidente del Consiglio ha indicato tra le priorità di Governo l’attenzione all’ambiente; al tempo stesso il ministro ci ha dichiarato che l’acciaio resta strategico e che il mercato ora sta ripartendo”.

    Palombella conferma ad AGI che “pagheranno i lavoratori ed è positivo”, in riferimento alla integrazione economica della cigs per i cassintegrati Ilva in amministrazione straordinaria, e che questo provvedimento entrerà a far parte di “un nuovo provvedimento economico che non si chiamerà più Ristori”.

 

 “Per quanto mi riguarda - sottolinea Palombella - ho detto a Giorgetti che siamo in una situazione drammatica e che sono cambiati tanti ministri da quando questa crisi è esplosa. Ho detto pure - prosegue il segretario Uilm - che nel momento in cui si assumono decisioni e non poi non vengono portate avanti, tutto inevitabilmente si complica. L’accordo di dicembre tra ArcelorMittal e Invitalia - rileva Palombella - noi l’abbiamo contestato circa i tempi e i contenuti. Oggi il ministro non ci ha detto che l’accordo non é più quello ma che forse è un po’ datato, visto che alcune cose nel frattempo sono cambiate. Ho quindi insistito:  o come Governo decidete le cose e le applicate, ma se ci sono tentennamenti, non è che si va avanti. Ci sono delle concrete alternative ai posti di lavoro in Ilva? Discutiamone - sostiene Palombella - perché venti anni di cassa integrazione e tempi infiniti io non li accetto”.

    In definitiva, conclude Palombella, “incontro  interlocutorio, ma d’altra parte i ministri sono appena arrivati, e anche il ministro Orlando ha ricordato che la cosa é complicata, essendosene lui occupato anni addietro come ministro dell’Ambiente: bisogna trovare soluzioni rispettose di ambiente e produzione”. 

"Incontro lungo, schietto, franco e costruttivo" al Mise tra l’ad di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli e il ministro per lo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti.

    Nel corso della riunione - spiega il Mise - si è parlato soprattutto dell’impegno di ArcelorMittal e delle

conseguenze della sentenza del Tar di Lecce sulle prospettive aziendali.

    La prossima settimana il ministro si confronterà, come annunciato anche al tavolo Ilva con i sindacati, con il

sindaco di Taranto e il governatore della Puglia.

Pagina 3 di 104