Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1168)

 I lavoratori in cassa integrazione straordinaria di Ilva in amministrazione straordinaria (sono circa 1600 solo a Taranto) chiedono “un incontro urgente rivolto a tutte le sigle sindacali del settore metalmeccanico e un rappresentante del Governo”. I cassintegrati di Ilva in as affermano che “l’incontro si ritiene indispensabile, in quanto, nelle prossime settimane si deciderà il futuro della fabbrica, dopo nemmeno 15 mesi dal precedente accordo. E’ in elaborazione, infatti, un nuovo piano industriale che prospetta esuberi per gli operai. A differenza, del 6 settembre  2018 - sostengono i cassintegrati riferendosi alla trattativa al Mise -, quando l’ accordo fu calato dall’alto senza essere preventivamente discusso e condiviso con operai e impiegati, questa volta i lavoratori in as vogliono anticipare le decisioni e presentare un proprio documento da porre all’attenzione delle parti”. Per i cassintegrati di Ilva in as, “punto cardine” deve essere “la salute del lavoratore, del cittadino, la salvaguardia dell’intero territorio e la tutela dell’occupazione non più, come sempre avvenuto, profitto e produzione, a difesa del Pil Nazionale ma gli interessi economici dei lavoratori e della qualità della vita”

 

“Crediamo fermamente - dicono i cassintegrati di Ilva - che sia arrivato il momento di rompere il ricatto occupazionale garantendo salario, lavoro unitamente alla salvaguardia della salute dei cittadini” e “al futuro dell’intero territorio urbano”. “Quegli impianti vetusti, obsoleti ed impattanti dell’area a caldo - sostengono i cassintegrati a proposito della ex Ilva, ora ArcelorMittal - sono il vero cancro di questo territorio e vanno smantellati. L’effettiva tutela della vita e la dignità di uomo e lavoratore - affermano - richiede che sia attuata immediatamente ogni misura dedita a proteggere i diritti fondamentali dell’essere umano, tra cui il lavoro e la salute. Pretendiamo il blocco immediato della produzione - rivendicano - e un tempestivo avvio di un vero programma di bonifica e tutela dei lavoratori, così come avvenuto con l'accordo di programma di Genova, eliminando ogni tipo di discriminazione fra lavoratori di Genova e Taranto”. In una precedente assemblea, i cassintegrati di Ilva in as hanno anche contestato le misure della bozza di decreto legge sul Cantiere Taranto laddove prevede sgravi contributivi sino al 100 per 100 a chi assume a tempo indeterminato i lavoratori ex Ilva. I cassintegrati ribadiscono che l’accordo al Mise prevede che debba essere ArcelorMittal, e non altri, a fare una proposta di assunzione al personale che a fine attuazione piano, nel 2023, dovesse trovarsi ancora in cassa integrazione straordinaria.

L'inizio dei saldi invernali 2020 è fissato al 4 gennaio. 

L'esercente che intenda effettuare una vendita di fine stagione o a saldo deve darne comunicazione al SUAP, almeno cinque giorni prima, indicando i prodotti oggetto della vendita, la sede dell'esercizio e le modalità di separazione dei prodotti offerti in vendita di fine stagione da tutti gli altri. Per ogni ulteriore informazione si rinvia alla normativa regionale di riferimento: l.r. 24/2015 (BURP 101 suppl. del 28.08.2018) e il r.r. n. 14/2017 (BURP n. 63 del 31.05.2017)"  

 La situazione di ArcelorMittal continua a restare poco chiara e le aziende dell’indotto-appalto potrebbero anche orientarsi verso un disimpegno, nel senso di non lavorare più per il siderurgico, se non ci fossero segnali nuovi e concreti. Lo dice Confindustria Taranto che al caso indotto-appalto ha dedicato una riunione ad hoc. Per Confindustria Taranto, “il rischio che si palesi, nel medio-breve periodo, una situazione analoga a quella di quattro/cinque anni fa c’è tutto, ed è il motivo per il quale le aziende dell’indotto ex Ilva di Taranto, aderenti a Confindustria, si stanno attrezzando per non rivivere un passaggio doloroso della loro vita professionale”.

 

“Il riferimento - si sostiene - è a quanto già si produsse a cavallo del 2014 e 2015, nel passaggio fra l’Ilva di Riva e Ilva A.S. (amministrazione straordinaria) allorquando l’indotto si ritrovò –dopo mesi, poi anni, di battaglie prima mediatiche e poi legali – con un monte crediti pari a circa 150 milioni di euro non corrisposti, (e a tutt’oggi tali) poi confluiti nello stato passivo”. Allora, si rammenta, “le aziende continuarono a svolgere le loro attività all’interno della fabbrica (e, come oggi, si trattava di aziende di meccanica, chimica, servizi, edilizia, trasporti) pur in presenza di garanzie da parte dell’allora gestione commissariale. Oggi stanno portando avanti tutte le commesse e prestando le loro competenze a fronte di una situazione di estrema incertezza, manifestatasi già nelle scorse settimane con i ritardi sui pagamenti loro dovuti”. “Ritardi ai quali- si evidenzia - è stato posto un argine dai referenti di Arcelor Mittal Italia solo a seguito del presidio permanente messo in atto dalle stesse aziende davanti alle portinerie dell’azienda”. Confindustria Taranto parla di “perplessità – e sono molteplici –che rendono fosche le prospettive di tutte le realtà imprenditoriali, grandi e piccole, che lavorano nell’indotto dell’acciaio”.

 

“Certo è – commenta il presidente di Confindustria Taranto, Antonio Marinaro  – che le nostre aziende non si sentono tutelate, da qui ai prossimi mesi, riguardo la garanzia di poter vedere soddisfatti nella loro interezza i loro crediti nei tempi stabiliti. Non si tratta – prosegue Marinaro – di una semplice percezione più o meno diffusa ma della constatazione di un clima tangibile di forte incertezza che sussiste da oramai troppo tempo circa la permanenza di Ami a Taranto e degli eventuali scenari alternativi futuri, nonché dall’assenza di segnali che, in questo senso, registriamo da parte del Governo”. Per Marinaro, “vanno bene – e lo dico a scanso di equivoci - gli interventi che da Palazzo Chigi e dai vari Ministeri si stanno mettendo in campo (il cosiddetto “Cantiere Taranto”) per la città, ma quello che vorremmo si palesasse è soprattutto la garanzia per queste aziende di poter continuare a lavorare per assicurare a loro stesse ed ai loro dipendenti un futuro”. Segnali che per Confindustria Taranto “a tutt’oggi mancano sia da parte di ArcelorMittal, sia da parte del Governo, impegnato a metter su un piano alternativo a quello prospettato da Ami. Le aziende dell’indotto, in sostanza, si stanno interrogando circa la loro permanenza all’interno dello stabilimento e i rischi a cui vanno incontro”. “In assenza di garanzie certe sulla continuità dei crediti loro dovuti, le imprese dell’indotto - annuncia Marinaro - potrebbero orientarsi verso un generale disimpegno dai rapporti contrattuali in essere. E’ una condizione estrema, ma il rischio di incorrere in un'altra situazione analoga a quella del 2015 porterebbe per molte di loro alla chiusura, anche alla luce delle difficoltà, già in atto, che le stesse affrontano in ordine all’accesso al credito”. 

Sciopero in Poste Italiane a Taranto “per le mancate trasformazione contratti e conseguenti disagi per i cittadini”. Lo annunciano i sindacati Slc Cgil, Uil Poste, Failp e Ugl Comunicazioni. Lo sciopero consiste nell’astenersi, da parte dei dipendenti, nelle prestazioni “straordinarie e aggiuntive” da oggi  17 dicembre al 15 gennaio prossimo. I sindacati “ritengono ormai inaccettabile la condizione di carenza del personale che il tempo può solo aggravare in presenza di mancati interventi aziendali”. I sindacati evidenziano “l’ennesima penalizzazione del territorio tarantino a seguito della mancata trasformazione dei contratti da part time a full time. Peraltro - si osserva - Taranto è l’unica provincia pugliese esclusa da queste trasformazioni che si sono verificate in altre province pugliesi a seguito dell’accordo sindacale sulle politiche attive del lavoro. Ennesimo schiaffo ai lavoratori postali di Taranto - dicono le sigle sindacali - nonostante un momento in cui ci sono molti esodi incentivati, molti lavoratori part time nella stessa condizione da tempo,oltre ai disservizi alla clientela già ampiamente evidenti”.

 

Per i sindacati, “si vive vive così un’assurda contrapposizione tra lavoratori part time in cerca di una maggiore stabilità economica e quelli full time, stanchi e colpiti da doppi turni, straordinari e trasferte determinate dalle carenze organizzative. Ci chiediamo quindi - sostengono i sindacati di categoria - come può l’azienda non intervenire in questo senso, avviando un processo di consolidamento di questi lavoratori part time, ampiamente professionalizzati”. Per i sindacati, “è incomprensibile come difronte a questa evidente disorganizzazione ed alla presenza di forte quantità di lavoro, l’azienda sia insensibile”. E, si aggiunge, “proprio qualche giorno fa AltroConsumo ha reso noto come a Taranto ci sia uno dei tassi più elevati di insoddisfazione della clientela di Poste Italiane verso gli sportellisti. Se la media prevede un’attesa di 15 minuti per la soddisfazione delle proprie necessità agli uffici postali, a Taranto - si denuncia - questo tempo va da un minimo di 25 ad un massimo di 45 minuti. Per questo motivo - si annuncia - abbiamo indetto sciopero delle prestazioni straordinarie ed aggiuntive oltre l’orario di lavoro”. Per i sindacati, “Poste Italiane si assuma le sue responsabilità: verso i lavoratori e verso i cittadini”

La settimana che si apre è densa di scadenze sia giudiziarie che industriali per ArcelorMittal, l’ex Ilva. Mentre comincia a entrare nel vivo il cronoprogramma per lo spegnimento dell’altoforno 2, dopo l’ordine di esecuzione del giudice Francesco Maccagnano che ha rifiutato ad Ilva la proroga chiesta per gli ulteriori lavori di messa in sicurezza, oggi tornano ad incontrarsi, a Roma, ArcelorMittal, il negoziatore incaricato dal Governo, il presidente Saipem, Francesco Caio, e i commissari di Ilva in amministrazione straordinaria. Si continua a trattare con l’obiettivo di arrivare ad un accordo sulla nuova Ilva e, quindi, su un nuovo piano industriale. Il traguardo è ancora lontano, ma il fatto che le parti non abbiano per ora rotto, preferendo la discussione nonostante le diversità di vedute che esistono, è un buon segno.

   È certo che all’udienza del 20 dicembre al Tribunale di Milano sarà chiesto al giudice un nuovo rinvio circa l’esame del ricorso cautelare urgente depositato da Ilva in amministrazione straordinaria. Con quest’atto, poco più di un mese fa, Ilva, in qualità di proprietaria degli impianti, si è infatti opposta al recesso dal contratto di fitto  notificato da ArcelorMittal,  gestore in fitto. C’è già stata una prima trattazione del ricorso cautelare, ex articolo 700 del Codice di procedura civile, lo scorso 27 novembre. In quella sede gli avvocati chiesero un aggiornamento, poi stabilito da giudice  al 20 dicembre, dichiarando che era in corso una trattativa. Ma entro il 20 dicembre non si farà in tempo ad arrivare all’accordo per cui c’è bisogno di altro tempo. Bisognerà quindi vedere che nuova data il giudice del Tribunale di Milano fisserà. 

   Sempre sul piano giudiziario, sembrerebbe ormai certo che il 17 dicembre Ilva in as depositerà al Tribunale del Riesame l’impugnazione contro il no alla proroga per l’altoforno 2 espressa dal giudice Maccagnano lo scorso 10 dicembre. Ilva sta accelerando la predisposizione di quest’atto in modo che il Tribunale del Riesame possa esaminarlo già il 30 dicembre. E se il Riesame ribaltasse il verdetto di Maccagnano, dando ad Ilva più tempo per i lavori, è evidente che il cronoprogramma di fermata e spegnimento dell’impianto sarebbe stoppato già in fase di avvio. 

 

 A questo proposito, sabato il custode giudiziario dell’area a caldo, Barbara Valenzano, ha tenuto la prima riunione con i tecnici di ArcelorMittal, i rappresentanti di Ilva in as e gli avvocati. Il cronoprogramma è pronto e vede una serie di azioni progressive, a carico sia di ArcelorMittal che dell’impresa Paul Wurth, che termineranno intorno al 20 gennaio con lo stop dell’impianto. Questo sempre che il Riesame non disponga diversamente, come già fece a settembre scorso quando fermò lo spegnimento dell’altoforno 2 e lo restituì ad Ilva. Da aggiungere che il custode Valenzano deve fare entro il 17 dicembre una relazione al giudice Maccagnano su tre aspetti: le modalità di custodia dell’impianto nel periodo che precede lo spegnimento; i tempi entro cui, ad altoforno spento, Ilva può adempiere alle prescrizioni della Procura del 7 settembre 2015 “allo stato non ancora adempiute”; implementare “ogni più utile modalità di custodia tale da assicurare che - a partire dal 14 dicembre 2019 - l’altoforno 2 non sia più utilizzato”.

   Sul fronte industriale, l’approdo cui punta il governo è quello di fare di Ilva un’acciaieria sostenibile, con una produzione che si basi su 8 milioni di tonnellate annue e che abbia un mix impiantistico fatto dall’attuale ciclo integrale, rivisto e ammodernato, e dall’uso del preridotto di ferro e del forno elettrico. Questi ultimi proprio per ridurre le emissioni. Sul piano occupazionale,  poi, il Governo intende salvaguardare il massimo degli attuali posti di lavoro, 10.700 nel gruppo di cui 8.200 a Taranto, a minimizzare gli esuberi e a ricorrere, per la gestione della crisi di mercato, ad ammortizzatori sociali come la cassa integrazione. L’operazione sarebbe infine sostenuta da una partecipazione pubblica in affiancamento ad ArcelorMittal.

Viene inoltre rammentato che “alla luce di una situazione che già più di un mese fa si era prospettata (con la decisione formalizzata da ArcelorMittal Italia il 4 novembre scorso di recedere dal contratto)” era stato chiesto ai ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, nonché alla Regione Puglia, di predisporre “ammortizzatori sociali in favore delle aziende dell’indotto, con particolare riferimento alla cassa integrazione per crisi aziendale a favore delle imprese operanti in un’area di crisi industriale complessa. Strumento già esistente per il territorio di Taranto fin dal 2012”. Di recente, fa notare Confindustria Taranto, la Regione Puglia ha previsto, con un protocollo d’intesa, “la proroga della cigs per l’area di crisi complessa di Taranto attraverso un apposito rifinanziamento”. Ora “l’auspicio di Confindustria è che gli sviluppi della trattativa in corso con il governo possano volgere la situazione in senso positivo”. In attesa di “tali condizioni, l’ulteriore auspicio è quello di avere contezza della disponibilità di una congrua dotazione per gli ammortizzatori sociali, unico percorso – si spera temporaneo ma comunque obbligato – possibile e percorribile”.

Ieri si è parlato dell’uso del peridotto per caricare gli altiforni

 

 

“Il confronto tra ArcelorMittal e Ilva in amministrazione straordinaria si è svolto in un clima tutto sommato sereno, seppure influenzato dalla vicenda dell’altoforno 2 e dalla decisione del giudice di negare la proroga per gli ulteriori lavori, ma quello che è accaduto nel pomeriggio, con l’annuncio di 3500 lavoratori in cassa integrazione straordinaria a Taranto da parte di ArcelorMittal, ha sconvolto tutto. Ha generato un impatto pesante”. Lo dicono ad AGI fonti vicine al dossier Ilva commentando lo stato della trattativa tra i commissari di governo, il negoziatore scelto dall'esecutivo (il presidente di Saipem, Francesco Caio) e ArcelorMittal per giungere ad un accordo sul nuovo piano industriale e quindi sulla continuità della fabbrica.

   Ieri mattina si sarebbe discusso di preridotto di ferro, un materiale che viene caricato negli altiforni riducendo così la carica di minerali prodotta dalle linee di agglomerazione che sono ambientalmente impattanti. Il preridotto insieme ai forni elettrici, una novità per Taranto quest’ultima, dovrebbe consentire di abbattere le emissioni ed avere così una acciaieria più sostenibile. Il preridotto di ferro dovrebbe essere importato a Taranto in attesa di produrlo poi in loco. Il preridotto è già stato sperimentato negli altiforni durante la gestione commissariale di Enrico Bondi ed Edo Ronchi, la prima, da giugno 2013 a giugno 2014, e diede buoni risultati. Ora si tratterebbe di riprendere quella linea. In quanto agli incontri per il futuro dell’Ilva, domani alle 17 i commissari saranno al Mise per incontrare i sindacati insieme al ministro Patuanelli. In seguito ci si dovrebbe rivedere con i rappresentanti di Mittal. 

 

Per i 3.500 di ArcelorMittal di Taranto sarà cassa integrazione straordinaria a seguito della prossima fermata dell'altoforno 2 e non ordinaria. Sinora, da luglio scorso, Mittal aveva solo applicato la cassa integrazione ordinaria per crisi di mercato. I 3.500 includono anche i 1.273 per i quali l'azienda nei giorni scorsi aveva già chiesto una seconda proroga della cassa ordinaria per fine di mercato a partire dalla fine dell'anno. Lo si apprende da fonti sindacali. Fim, Fiom e Uilm contestano duramente ArcelorMittal per il ricorso a un provvedimento di cassa integrazione così massiccio.

Il presidente di Confindustria Taranto indica le misure da adottare per ottenere un riscatto reale della città 

 

Il presidente di Confindustria Taranto, torna a rivendicare l’importanza di coinvolgere l’intero sistema locale nell’ambito del processo denominato “Cantiere Taranto“ e lo fa attraverso un’articolata lettera al presidente del Consiglio Conte che di seguito pubblichiamo integralmente 


In questi giorni, in cui la questione dell’ex Ilva è ancora una volta costantemente alla ribalta locale e nazionale, un dato emerge, preponderante, su tutti: la città vuole partecipare al progetto di ricostruzione e riconversione della grande fabbrica, o perlomeno valutarne da vicino le fasi di riorganizzazione complessiva.

Per far questo, però, occorre rivisitare lo schema classico del tavolo governativo “sganciato” dalle istanze – e sono numerose – di un tessuto urbano per troppo tempo tenuto fuori dalle scelte che ne avrebbero decretato i destini, sia ambientale sia economico, con le pesanti ripercussioni, anche sociali, che sono oramai sotto gli occhi di tutti: è necessario che il Sistema Taranto sia parte attiva dei processi decisionali che direttamente lo riguardano, attraverso un approccio propositivo alla complessa materia che possa portare a risultati concreti e duraturi nel tempo, e soprattutto reali ricadute positive sul territorio.

La premessa è d’obbligo per ricordare che solo due settimane fa, nella nostra sede di Confindustria Taranto, abbiamo lanciato, in occasione della vertenza portata avanti per il nostro indotto, l’appello a tutti gli attori territoriali a convergere su un’unica istanza, che miri ad un reale riscatto della città. Una città per troppi anni “rimaneggiata” a vario titolo – dai governi, dalla politica, dai management aziendali - con l’unico obiettivo di metterla nelle condizioni di continuare la sua mission, ovvero la produzione di acciaio.

E fin qui nulla da obiettare, considerati i suoi sessant’anni di storia legata alla siderurgia, se non fosse che quelle condizioni non sono mai state, a conti fatti, quelle che la città voleva realmente che fossero.

 

Oggi abbiamo l’opportunità di scrivere un capitolo nuovo con un altro lessico, ribaltando le logiche del paradigma attuale, che non riguarda solo lo stabilimento ma tutto il territorio: quello di “città a ciclo continuo e integrale”, rifocillata di tanto in tanto solo al fine di non dover mai fermare mai la sua folle corsa, come un ciclista in affanno su una eterna salita.

La mobilitazione di oggi di Cgil Cisl Uil per il lavoro ha avuto un grande successo. Tutti gli stabilimenti ArcelorMittal sono fermi". Lo riferisce la segretaria della Fiom francesca Re David, precisando che l'adesione a Taranto è del 90%, a Genova e Novi Ligure dell'80%, a Racconigi del 100%. Adesione al 100% anche a Padova e Marghera.

Basta con le parole, il Paese ha bisogno di fatti. I sindacati scendono in piazza a Roma per richiamare il governo e la politica alle proprie responsabilità. Un richiesta che viene anche da Milano dal presidente di Assolombarda Carlo Bonomi: bene le priorità espresse dal premier Conte ma è importante che sia serio nell'applicarle. "Vorrei che quello che si dichiara fosse poi fatto realmente", afferma Bonomi indicando priorità segnalate anche da Cgil, Cisl e Uil: giovani, donne, lavoro e crescita. 

    I sindacati hanno avviato la mobilitazione, in concomitanza con lo sciopero dei lavoratori di ArcelorMittal in Italia. E l'ex Ilva, insieme ad Alitalia e ai 160 tavoli di crisi al Mise, sono stati i temi centrali di oggi; le altre due manifestazioni che si terranno a Roma giovedì 12 e martedì 17, saranno rispettivamente sul rinnovo dei contratti pubblici e privati e sulla stabilizzazione dei precari, e su pensioni, stato sociale, riforma fiscale, non autosufficienza. Ma i leader confederali avvertono il governo che senza risposte la lotta non si fermerà qui.

    La più dura sul palco di piazza Santi Apostoli è la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan: "Proseguiremo negli scioperi e nelle manifestazioni senza escludere nulla". E non risparmia critiche al governo e alla politica, che non devono più mettere le imprese al centro delle liti interne: "Ci vuole serietà in queste cose, quella che finora è sempre mancata. Non ci bastano - ha insistito Furlan - cambiamenti di modi: non abbiamo bisogno di gentilezza ma di risposte. In un anno non è cambiato nulla". Il popolo rappresentato dai sindacati - fa notare - non vive di "sondaggi elettorali e di tweet ma di lavoro" e "invece di vedere quanto sale un partito e quanti sono i follower, i politici dovrebbero guardare quanti disoccupati ci sono e quante vertenze non sono ancora chiuse". 

 

Richiama alla concretezza anche il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini: "Basta parole, non c'è più tempo da perdere. Ora si facciano le cose, è il momento dei fatti". "Un patto sociale - ha spiegato - significa chiedere a imprese e al governo di mettere al centro il lavoro, la persona, i diritti dei lavoratori" e per questo occorre "un'idea di sistema, una collaborazione di tutti".

    Aggiunge Barbagallo: bene un patto per il lavoro "ma prima dovremmo fare un patto per la pace produttiva di questo Paese perché litigano su tutto". Il governo - ha osservato - ha avuto un atteggiamento di confronto, ha aperto molti tavoli e noi siamo sempre pronti ad andare ma oltre alle chiacchiere vorremmo le soluzioni ai problemi posti".

    Ieri Cgil, Cisl e Uil hanno bocciato come insufficienti i 100 milioni aggiuntivi messi sul tavolo dall'esecutivo per il rinnovo del contratto degli statali. Oggi torneranno a Palazzo Chigi per discutere di investimenti e Mezzogiorno, ma hanno già criticato la scarsità di risorse messa nella manovra e il mancato avvio dei cantieri. Giovedì sarà la volta del tavolo su ArcelorMittal, occasione per ribadire che l'accordo di un anno fa va rispettato e non possono esserci esuberi. Stop liti e balletti sulla ex Ilva - hanno detto difronte al migliaio di lavoratori giunti da Taranto - l'azienda ha sbagliato ad andare in tribunale e i licenziamenti non passeranno. Bene la partecipazione pubblica, ma occorre un piano industriale serio. Nessun esubero sarà consentito anche in Alitalia, che ha bisogno di un piano industriale di rilancio e deve evitare qualsiasi spacchettamento.”

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