Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1328)

Presidio dalle 7 di domattina davanti portineria C del siderurgico di Taranto per impedire l’ingresso e l’uscita delle merci dallo stabilimento; 24 ore di sciopero giovedì prossimo in tutta la fabbrica coinvolgendo sia i dipendenti diretti che quelli delle imprese appaltatrici; autoconvocazione sempre giovedì a Roma presso Palazzo Chigi di lavoratori e sindacati. Sono le tre iniziative di protesta decise oggi a Taranto dai sindacati Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb e ufficializzate con un documento congiunto. Inviato a presidenza del Consiglio, ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, nonché alla Prefettura di Taranto, nel documento le sigle sindacali sostengono che “la fabbrica è insicura. Sono oramai pesantissime ed inaccettabili - si sostiene -  le ricadute determinatesi attorno alla vertenza ArcelorMittal, dove multinazionale e Governo hanno deciso ciò che questo territorio non merita: ovvero di non decidere”. Per i sindacati, “la condizione di abbandono ed insicurezza degli impianti e dei lavoratori sono divenute tali da non poter permettere ulteriori considerazioni di circostanza sulla profonda lacerazione di un sistema che, ad ogni ora che trascorre, fa tremare e mette a serio rischio l’incolumità delle persone”. “Inoltre - aggiungono i sindacati - nessuna considerazione può essere formulata per quanto attiene le ricadute in termini ambientali, vista la parziale o in alcuni casi totale applicazione della messa in sicurezza degli impianti, che questo protratto stato di cose, nei fatti, tiene sotto scacco un territorio e una cittadinanza devasta”. 

 

Citando la lettera inviata al Governo nella serata del 18 settembre sulla crisi ArcelorMittal, i sindacati sostengono che “l’assordante silenzio unito al totale immobilismo registrato in queste interminabili ore da parte della politica e delle istituzioni, peraltro ingiustificato, traccia oramai scontata l’incertezza sulle reali intenzioni del Governo italiano. Infatti, quest’ultimo - dicono ancora i sindacati - si ostina a non convocare un incontro chiarificatore per il futuro e la gestione dell’attuale emergenza della fabbrica e di un intero territorio che da troppi anni si trascina”. “Tutte le nostre denunce cadute nel vuoto, unite ad una fabbrica che si avviluppa attorno alla disgregazione delle certezze sotto ogni aspetto, ed il parziale o completo disinteresse dei soggetti vari decisionali, hanno materialmente prodotto la disperazione in esasperazione - affermano ancora le organizzazioni metalmeccaniche -. Governo e multinazionale si sono assunti il grave onere di aver sancito l’ingovernabilità del momento e, per questo, rinnoviamo a il prefetto di Taranto la richiesta convocazione immediata”, concludono i sindacati. 

Superato il passaggio elettorale delle regionali in Puglia, nell’agenda del Governo e delle istituzioni pugliesi più in generale, si imporrà di nuovo il problema ArcelorMittal, ex Ilva, sebbene questo non sia mai uscito di scena nemmeno nelle settimane d’estate o di campagna elettorale. Si imporrà di nuovo per due motivi. Il primo è che il Governo stesso, attraverso vari esponenti, ha dichiarato che la stretta finale sul dossier ci sarà dopo le elezioni, anche perché rispetto alla data indicata come conclusione del coinvestimento dello Stato in ArcelorMittal, sono rimasti ormai solo due mesi. Entro novembre prossimo, infatti, stando all’accordo del 4 marzo scorso raggiunto al Tribunale di Milano, il Governo dovrà perfezionare o meno l’ingresso in ArcelorMittal attraverso un riassetto societario (è Invitalia delegata a condurre l’operazione), altrimenti la stessa multinazionale potrà chiamarsi fuori pagando 500 milioni. Il secondo motivo è che in fabbrica, a Taranto, la tensione è ormai giunta al limite e già lunedì i sindacati metalmeccanici annunciano la programmazione di nuove iniziative di protesta. 

 

 “Il tempo è abbondantemente scaduto, ArcelorMittal non è e non sarà mai un interlocutore affidabile. Il Governo intervenga immediatamente o sarà caos totale”, ammoniscono tutte le sigle metalmeccaniche - Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb - in un nuovo documento inviato a Palazzo Chigi e al Mise. Diversi gli episodi che negli ultimi giorni hanno inasprito il conflitto tra sindacati e azienda. Tra questi, il rinnovo della procedura di cassa integrazione Covid, per altre 9 settimane dal 14 settembre, per un numero massimo di 8147 dipendenti, di cui 5mila operai, e le modifiche - unilaterali, accusano i sindacati - fatte da ArcelorMittal sull’organizzazione del lavoro in alcuni reparti. Ma quello che ha spinto le federazioni metalmeccaniche ad alzare il tiro già da lunedì, è stata la comunicazione con cui ieri pomeriggio l’azienda ha reso noto la fermata di altri impianti e la riduzione dei turni di lavoro settimanali in altri. Elementi che si aggiungono ai diversi impianti già fermi da mesi, tra cui acciaieria 1 e altoforno 2.

 

Inoltre, alcune ore prima della comunicazione aziendale, nell’agglomerato del siderurgico è crollato un nastro trasportatore. Non ci sono stati feriti,ma per i sindacati è l’ulteriore caso che dimostra l’assenza di manutenzioni ordinarie e straordinarie nella fabbrica. E così i nuovi episodi hanno subito neutralizzato il clima appena disteso che si era avvertito nel primo pomeriggio di ieri in Prefettura, al termine della call tra azienda, Governo, Confindustria, Camera di Commercio e Confapi, dove l’ad Lucia Morselli ha confermato di aver pagato 9 milioni all’indotto, relativamente alle fatture scadute, e di essere disponibile a pagarne altri 5 la settimana prossima.Incerto è invece l’esito del negoziato tra Governo e ArcelorMittal. Tante le questioni ancora aperte, a partire dagli esuberi, numericamente importanti, che ci saranno. A metà agosto, incontrando a margine di un evento in Puglia una delegazione di Taranto, il premier Giuseppe Conte disse che era in quel momento prematuro prevedere come sarebbe finito il confronto tra le parti. Giovedì scorso in Puglia, con i ministri Roberto Gualtieri e Francesco Boccia, il Pd ha ribadito la linea: l’acciaieria, anche con l’uso del Recovery Fund, dovrà avere una riconversione verde ed essere sostenibile ambientalmente. “L’Ilva è decarbonizzata o non è", ha poi  detto Boccia nel Tarantino. “Mi auguro che Mittal possa adempiere a tutte le condizioni contrattuali sottoscritte, altrimenti saremo conseguenti”, ha proseguito il ministro, precisando che lo Stato comunque ci sarà. Mentre nel negoziato con Mittal, ha aggiunto Boccia, “non si discute ovviamente all’infinito". Circa la fabbrica del futuro, il ministro Stefano Patuanelli concorda sulla decarbonizzazione (che deve essere “totale”e non “parziale”,sottolinea) ma avverte: “L’idrogeno in questo momento non è una prospettiva per la decarbonizzazione dell’Ilva di Taranto”. E Boccia esplicita: “Il passaggio naturale è a gas e ci si accompagna lentamente verso le altre tecnologie”. 

 “ArcelorMittal va mandata via per inadempienza contrattuale, economica, ambientale e perché continua a distruggere un territorio e gli impianti mettendo a rischio la salute e la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini. Non si può attendere ancora, il Governo non può permettere a una multinazionale di distruggere gli impianti e spegnere il sito di Taranto. La situazione è sull’orlo di esplodere, con effetti ambientali, sociali, occupazionali ed economici devastanti”. Lo dichiara Rocco Palombella, segretario generale Uilm. Secondo Palombella, “le nuove fermate e riduzioni dell’attività degli impianti comunicate ieri da ArcelorMittal, sono l’ennesimo atto provocatorio nei confronti dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali. Negli ultimi giorni - prosegue - la multinazionale ha accelerato azioni che non hanno giustificazioni economiche e organizzative, come la diminuzione del personale di manutenzione nelle acciaierie che aumenta il rischio incidenti e infortuni".

    "ArcelorMittal - dice ancora Palombella - ha ormai deciso di rompere definitivamente per arrivare alla fermata dello stabilimento. Il Governo ne prenda atto e intervenga urgentemente”. Palombella dichiara infine che “la multinazionale sta provando a creare uno scontro con i lavoratori per addossargli la responsabilità della fermata del sito di Taranto” ma, conclude, “non vogliamo essere correi di incidenti e infortuni”.

 “I lavoratori di ArcelorMittal che sono da tempo in cassa integrazione chiedono solo una cosa: tornare a lavorare”. Così Vincenzo La Neve, coordinatore di fabbrica Fim Cisl, riassume ad AGI l’incontro che stamattina, all’esterno dello stabilimento siderurgico di Taranto, i rappresentanti sindacali hanno avuto con oltre 30 lavoratori - sospesi dal lavoro - andati lì a manifestare il loro disagio. “C’erano addetti dell’Erw, del Treno Nastri 1,del tubifici, tutta gente che è da molto tempo in cassa integrazione, perché i loro impianti sono fermi, ed è facilmente comprensibile lo stato di grande difficoltà che attraversano. Sono lavoratori che si sono autorganizzati ma che noi abbiamo egualmente ascoltato”. “L’orientamento delle sigle metalmeccaniche è quello di promuovere a breve una iniziativa, quale sarà e come sarà lo decideremo, ma non possiamo più stare fermi. La situazione è pesantissima” spiega La Neve. La settimana scorsa sembrava che l’orientamento sindacale fosse quello di far decidere alle assemblee cosa fare.

 

 “Non è molto fattibile questo percorso - aggiunge La Neve - primo perché richiede tempo, e noi tempo non ne abbiamo più, poi perché con le regole anti Covid tutto è più difficile”. “Abbiamo aspettato tanto, troppo, ora passate le elezioni regionali il tempo è veramente scaduto - aggiunge ad AGI Gennaro Oliva, coordinatore di fabbrica Uilm -. Il premier Conte è venuto qui, in fabbrica, il 24 dicembre promettendoci che ci sarebbe stata una soluzione. L’abbiamo vista, sono passati otto mesi e non è successo assolutamente nulla, all’infuori di migliaia di lavoratori che continuano a stare in cassa integrazione, con una media retributiva di 8-900 euro al mese e con altre 9 settimane di cassa che abbiamo inaugurato appena lunedì scorso, di una produzione ormai inesistente e di una fabbrica che si va spegnendo”. “Non si può non provare molta delusione per quello che nei fatti è stato il comportamento del Governo” aggiunge Oliva.Domani alle 13, intanto, secondo appuntamento della cabina di regia istituita dal Governo (presidenza del Consiglio e Mise) per monitorare lo stato dei pagamenti che ArcelorMittal deve all’indotto, cioè a tutte le imprese che verso la fabbrica hanno eseguito lavori e forniture. Nell’incontro dell’11 settembre, l’amministratore delegato di ArcelorMittal, Lucia Morselli, si è impegnata a pagare in questa settimana altri 5 milioni di scaduto dopo averne corrisposti - stando a quanto detto dallo stesso ad - 4 la settimana scorsa. La cabina di regia di domani dovrà verificare se i pagamenti sono effettivamente avvenuti. Resta sempre in sospeso il nodo di 10 milioni di euro che l’azienda dice di non poter pagare perché ci sono problemi a monte di tipo giudiziario, documentale e amministrativo che coinvolgono le stesse imprese. Rispetto ai pagamenti annunciati da ArcelorMittal, Confindustria Taranto dichiara uno scaduto di una quarantina di milioni. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Mario Turco, ha chiesto che ArcelorMittal garantisca il corrente e si impegni a saldare lo scaduto con un piano di rientro entro novembre prossimo. 

 “I lavoratori di ArcelorMittal che sono da tempo in cassa integrazione chiedono solo una cosa: tornare a lavorare”. Così Vincenzo La Neve, coordinatore di fabbrica Fim Cisl, riassume ad AGI l’incontro che stamattina, all’esterno dello stabilimento siderurgico di Taranto, i rappresentanti sindacali hanno avuto con oltre 30 lavoratori - sospesi dal lavoro - andati lì a manifestare il loro disagio. “C’erano addetti dell’Erw, del Treno Nastri 1,del tubifici, tutta gente che è da molto tempo in cassa integrazione, perché i loro impianti sono fermi, ed è facilmente comprensibile lo stato di grande difficoltà che attraversano. Sono lavoratori che si sono autorganizzati ma che noi abbiamo egualmente ascoltato”. “L’orientamento delle sigle metalmeccaniche è quello di promuovere a breve una iniziativa, quale sarà e come sarà lo decideremo, ma non possiamo più stare fermi. La situazione è pesantissima” spiega La Neve. La settimana scorsa sembrava che l’orientamento sindacale fosse quello di far decidere alle assemblee cosa fare.

 

 “Non è molto fattibile questo percorso - aggiunge La Neve - primo perché richiede tempo, e noi tempo non ne abbiamo più, poi perché con le regole anti Covid tutto è più difficile”. “Abbiamo aspettato tanto, troppo, ora passate le elezioni regionali il tempo è veramente scaduto - aggiunge ad AGI Gennaro Oliva, coordinatore di fabbrica Uilm -. Il premier Conte è venuto qui, in fabbrica, il 24 dicembre promettendoci che ci sarebbe stata una soluzione. L’abbiamo vista, sono passati otto mesi e non è successo assolutamente nulla, all’infuori di migliaia di lavoratori che continuano a stare in cassa integrazione, con una media retributiva di 8-900 euro al mese e con altre 9 settimane di cassa che abbiamo inaugurato appena lunedì scorso, di una produzione ormai inesistente e di una fabbrica che si va spegnendo”. “Non si può non provare molta delusione per quello che nei fatti è stato il comportamento del Governo” aggiunge Oliva.Domani alle 13, intanto, secondo appuntamento della cabina di regia istituita dal Governo (presidenza del Consiglio e Mise) per monitorare lo stato dei pagamenti che ArcelorMittal deve all’indotto, cioè a tutte le imprese che verso la fabbrica hanno eseguito lavori e forniture. Nell’incontro dell’11 settembre, l’amministratore delegato di ArcelorMittal, Lucia Morselli, si è impegnata a pagare in questa settimana altri 5 milioni di scaduto dopo averne corrisposti - stando a quanto detto dallo stesso ad - 4 la settimana scorsa. La cabina di regia di domani dovrà verificare se i pagamenti sono effettivamente avvenuti. Resta sempre in sospeso il nodo di 10 milioni di euro che l’azienda dice di non poter pagare perché ci sono problemi a monte di tipo giudiziario, documentale e amministrativo che coinvolgono le stesse imprese. Rispetto ai pagamenti annunciati da ArcelorMittal, Confindustria Taranto dichiara uno scaduto di una quarantina di milioni. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Mario Turco, ha chiesto che ArcelorMittal garantisca il corrente e si impegni a saldare lo scaduto con un piano di rientro entro novembre prossimo. 

 "Il ministero della Difesa sta valutando la possibilità di fare entro fine anno un bando unico per le assunzioni nell'Arsenale della Marina militare a Taranto". Lo dice ad Agi Giuseppe Andrisani, della Uil Funzione pubblica, riassumendo gli esiti dell'incontro che le sigle sindacali hanno avuto ieri pomeriggio in Comune a Taranto col sottosegretario alla Difesa, Giulio Calvisi. Per l'Arsenale di Taranto, che si occupa di manutenzione e lavori delle navi della Marina e che da tempo soffre di una forte carenza di organico soprattutto per quanto attiene il profilo tecnico, "la situazione delle future assunzioni è questa. Ci sono 294 assunzioni straordinarie programmate dalla Difesa in tutta Italia, più altre 220 ordinarie sempre in tutta Italia. La differenza tra le due tipologie è che quelle ordinarie sono calcolate sulla base delle necessità del turn over mentre le straordinarie rispondono a esigenze specifiche. Questo blocco di assunzioni è già stato programmato. Le 294 dalla legislatura precedente. A questo blocco si aggiungono ulteriori 315 assunzioni previste in un triennio, in tranche da 105 ciascuna, per il solo Arsenale di Taranto, deliberate col decreto legge Rilancio di agosto scorso. Però mentre queste ultime riguardano solo Taranto, per le altre bisognerà invece individuare il numero specifico che spetta a Taranto. E in ogni caso, l'idea, e noi l’abbiamo suggerita, è quella di un bando unico. In questo modo eviteremmo lungaggini e di impoverire ulteriormente l’Arsenale di Taranto, considerato che la Difesa sta investendo nell’area. Con le procedure semplificate, ci vorranno circa due anni da quando si lancia il bando a quando le assunzioni sono effettive. Prima di anni ce ne volevano tre. Il sottosegretario Calvisi - aggiunge infine Andrisani - oggi ha comunque confermato tutti gli impegni assunti dalla Difesa per Taranto".

 

 Oltre a incontrare i sindacati, il sottosegretario Calvisi si è anche confrontato con l'amministrazione comunale, una delegazione della Soprintendenza per le Province di Brindisi, Lecce e Taranto, guidata  dalla dirigente Maria Piccarreta,  il responsabile territoriale dell'Agenzia del Demanio, Massimo D'Andria, e il comandante del Comando Marittimo Sud, ammiraglio  Salvatore Vitiello. Sul potenziamento della base navale militare di Chiapparo, che nelle settimane scorse ha ottenuto dal Cipe un primo finanziamento di oltre 70 milioni, il sindaco Rinaldo Melucci ha detto al sottosegretario Calvisi "che ogni misura positiva ed ogni euro investito sull'attività della Marina Militare a Taranto,rappresenta sicuramente un moltiplicatore di ricadute economiche per il sistema di imprese locale e per la definitiva emancipazione dalla monocultura siderurgica".

“Ogni giorno assistiamo a dichiarazioni di ministri del Governo e rappresentanti della maggioranza contrastanti tra loro sul futuro dell’ex Ilva. Ieri l’idrogeno era la soluzione per la transizione energetica per il sito di Taranto mentre oggi non lo è più, perché ritenuto un progetto non praticabile. È possibile che dopo otto anni continuiamo ad assistere a questo rimpallo quotidiano che getta ulteriormente nella disperazione i lavoratori e i cittadini di Taranto? Ora basta, vogliamo la verità dal Governo e un incontro urgente per discutere seriamente del futuro dell’ex Ilva”. Lo dichiara Rocco Palombella, Segretario Generale Uilm, sulla situazione dell’ex Ilva dopo le recenti dichiarazioni dei ministri Gualtieri e Patuanelli e del capo politico del M5S Vito Crimi. 

    “Se Patuanelli sta lavorando alla chiusura dell’area a caldo, come ha dichiarato ieri Crimi a Taranto, tutto questo in che modo si concilia con il progetto prospettato da Gualtieri che prevede la salvaguardia dei livelli occupazionali e produttivi?” commenta Palombella.

    “La chiusura dell’area a caldo rappresenterebbe la chiusura dell’intero sito di Taranto, la fine della produzione e il licenziamento di oltre quindicimila lavoratori tra diretti e indiretti. Una decisione insostenibile sotto ogni punto di vista, che ci vedrà sempre contrari e pronti a ogni forma di mobilitazione” conclude. 

Dopo la individuazione della Zona Franca Doganale nel porto di Taranto, il Comitato di indirizzo della Zona Economica Speciale (Zes) interregionale Ionica (Taranto - Basilicata) ha individuato, congiuntamente all’Agenzia delle Dogane, ai Consorzi Industriali e alle Regioni Puglia e Basilicata, altre tre Zone Franche Doganali: Grottaglie (secondo polo aeroportuale), Ferrandina-Matera e Pisticci. Lo annuncia Annarita Palmisani del Pd. “La Zona Franca Doganale, già istituita nel porto di Taranto dal 28 aprile 2020, è indispensabile per la Zes, per il transhipmet, per il distripark e per l’import export” afferma Palmisani. Che rammenta che “nella Zona Franca Doganale,sono sospesi i pagamenti dei dazi doganali, dell’Iva e di ogni tassazione doganale”. Inoltre, aggiunge, “le merci possono sostare a tempo indeterminato in regime di sospensione, potendo svolgere attività di trasformazione e manipolazione delle merci ai fine dell’import export”.“La Zona Franca Doganale nella Zes ionica - spiega Palmisani - è di fatto una “No Tax Area” e la Zes ionica sarebbe il settimo sito nazionale di una Zona Franca Doganale, i cui elementi di benefici e di vantaggi fiscali sarebbero il credito di imposta, la cancellazione di balzelli fiscali regionali e comunali, l’accesso privilegiato alle leggi di finanziamento nazionali e regionali”. Dal Pd parte infine una richiesta ai sindaci di Grottaglie, Ferrandina e Pisticci “perché siano celeri nella predisposizione degli atti e nella destinazione delle aree, affinché la procedura istitutiva sia altrettanto rapida da parte dell’Autorità ed Agenzia doganale di Taranto”. 

È cominciata oggi nel siderurgico di Taranto ArcelorMittal, ex Ilva, una nuova tranche di cassa integrazione Covid. Durerà nove settimane, è stata chiesta dall’azienda per un numero massimo di 8.147 dipendenti, di cui 5 mila operai, ed è in continuità con le altre tranche di cassa Covid, l’ultima delle quali di sei settimane era cominciata ai primi di agosto.

    Anche stavolta ArcelorMittal non ha raggiunto a Taranto alcun accordo con i sindacati. Questi ultimi, però, a fronte della cassa che comincia oggi, manifestano ulteriori, forti preoccupazioni perché anche se ArcelorMittal non ha comunicato nulla in proposito, una serie di segnali provenienti dalla fabbrica, e intercettati dai delegati sindacali, vanno in direzione di un aumento reale dei cassintegrati. In sostanza, l’azienda sinora ha chiesto la cig per un massimo di 8.147 unità ma di fatto l’ha realmente utilizzata per circa 4 mila. Da oggi, invece, secondo la preoccupazione che i sindacati hanno ripetutamente manifestato nelle ultime ore, la userebbe realmente per circa 5 mila addetti, con un incremento effettivo rispetto alla tranche precedente di circa mille lavoratori.

    Per i sindacati, si avrebbe in stabilimento una forza di 3 mila addetti, su 8.200 di organico, ed una produzione annua di 3 milioni di tonnellate. Ai tanti impianti che a Taranto sono fermi, e tra questi, da metà marzo, l’altoforno 2 e l’acciaieria 1, si aggiunge il reparto Produzione lamiere che ArcelorMittal ha fermato da venerdì scorso sino a nuova disposizione, ovvero sin quando non arriveranno nuovi ordini di lavoro. 

 

L’aumento della cig è stato contestato anche dal sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, per il quale ArcelorMittal, col suo comportamento, “sta impoverendo la città”, mentre i sindacati, oltre a rilevare che da diversi mesi una importante platea di lavoratori è a casa con una media di 8-900 euro al mese, affermano che l’ad Lucia Morselli “sta risanando i conti dell’azienda a tutto discapito dei lavoratori, messi massicciamente fuori dal ciclo produttivo, delle aziende dell’indotto, pagate pochissimo rispetto allo scaduto milionario che avanzano e alla proprietà degli impianti, Ilva in amministrazione straordinaria, cui non sono stati pagati due canoni trimestrali di fitto”. Inoltre, dicono le sigle, “anche la produzione è ormai inesistente e le manutenzioni non si fanno”.

    I sindacati hanno anche protestato per l’assenza del governo nella vicenda. Fim, Fiom e Uilm imputano al governo di non intervenire e di lasciar fare ad ArcelorMittal. L’assenza del governo è stata anche sottolineata ieri, nei comizi a Taranto per le regionali, da Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia e dal candidato governatore del centrodestra, Raffaele Fitto, ma ormai è noto che l'esecutivo riaffronterà il dossier ArcelorMittal, portandolo verso la stretta finale, solo dopo il passaggio elettorale di domenica prossima. Con scenari che restano ancora molto indefiniti. 

    I sindacati, per ora, non hanno indetto alcuna protesta in fabbrica dopo gli scioperi del 4 e del 7 settembre che hanno però riguardato due soli reparti dove sono state introdotte modifiche all’organizzazione del lavoro. Le sigle metalmeccaniche sono orientate ad effettuare una protesta a Roma dopo le elezioni, ma lasceranno le decisioni sul che fare alle assemblee che partiranno a breve. Con oggi, il siderurgico di Taranto sono circa 14 mesi che è soggetto alla cassa integrazione. La prima è partita a luglio 2019, era ordinaria per tredici settimane e per un numero massimo di 1.200 addetti e da allora è stata costantemente rinnovata, sempre per 13 settimane, sino a metà marzo scorso quando è poi subentrata la cassa Covid con numeri più alti. 

Sta creando molta preoccupazione tra i lavoratori del siderurgico di Taranto ArcelorMittal la notizia che l’azienda da lunedì prossimo intende aumentare la cassa integrazione Covid. Lo dichiarano ad AGI fonti sindacali, rilevando che ArcelorMittal vuole portare le presenze in fabbrica a circa 3mila unità in linea con una produzione di 3 milioni di tonnellate di acciaio l’anno. In tal caso, la cassa integrazione che oggi coinvolge circa 4mila addetti, salirebbe di un altro migliaio di unità nell’ambito della richiesta massima fatta dall’azienda che è pari a 8100 dipendenti. La preoccupazione dei lavoratori, spiegano le fonti sindacali, deriva anche dal fatto che ci sono dipendenti che stanno ricevendo la lettera di messa in cassa integrazione che indica anche la data del rientro in fabbrica (due-tre settimane, secondo il reparto di appartenenza) ed altri, invece, che stanno ricevendo solo la comunicazione di cassa senza indicazione di ritorno al lavoro. Le fonti aggiungono che anche oggi l’amministratore delegato di ArcelorMittal, Lucia Morselli, ha tenuto riunioni a Taranto con la prima linea manageriale dello stabilimento. Da alcune aree del siderurgico, rilevano le fonti ad AGI, sarebbero emerse perplessità nel ridurre ancora la forza lavoro presente. L’ad Morselli è intanto attesa alla call col Governo e con le associazioni datoriali, in programma nella tarda mattinata di oggi, per il tema delle aziende dell’indotto-appalto che reclamano consistenti pagamenti arretrati non effettuati dal committente lavori.

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