Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1411)

 “La riunione di oggi pomeriggio in Prefettura per trovare una soluzione per i 130 di Infrataras, è finita male purtroppo. Da domani i lavoratori se ne vanno a casa perché il loro contratto a tempo determinato è terminato”. Lo dichiara ad AGI il segretario Uil Taranto, Giancarlo Turi, dopo il confronto odierno in video call promosso dal prefetto di Taranto, Demetrio Martino, in qualità di commissario di Governo per la bonifica dell’area di Taranto, con sindacati, Regione Puglia, task force lavoro della stessa Regione, Provincia e Comune di Taranto, Autorità portuale di Taranto, Infrataras. Quest’ultima è la società del Comune di Taranto, addetta a lavori e manutenzioni, che sinora ha impiegato i 130 in attività di bonifica leggera (progetto “Verde Amico”’) e che li ha in carico sino a domani, 24 febbraio. 

 

 Il progetto è durato 24 mesi ed é stato finanziato con fondi ministeriali, individuati dall’ex commissario alla bonifica, Vera Corbelli, più una ulteriore tranche resa disponibile dalla Regione Puglia. “Abbiamo suggerito agli enti locali - dichiara Turi - una serie di piste, di ipotesi di lavoro, e abbiamo detto loro: verificate che spazi ci sono. Purtroppo ci siamo trovati di fronte ad un vuoto di proposte di Prefettura e Comune di Taranto, mentre la Provincia oggi non si è nemmeno presentata. Ci è stato detto che non si può fare nessuna verifica perché il Governo si è appena insediato e non c’è ancora chiarezza sugli interlocutori”. “Il Comune - aggiunge il segretario Uil - ha riproposto la sua linea: dateci nuovi fondi e noi facciamo proseguire il progetto “Verde Amico” mantenendo i lavoratori in attività”. “Ci è stato anche riproposto un documento come quello che il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, e il governatore di Puglia, Michele Emiliano, hanno fatto settimane fa, col quale hanno chiesto altri fondi al Governo. Ma questa strada si è già rivelata senza sbocchi” commenta Turi. “Non è stata nemmeno accettata la nostra proposta di mettere in cassa integrazione Covid i lavoratori in modo da guadagnare tempo e costruire così un percorso, delle possibili soluzioni - conclude Turi ad AGI -. Adesso come confederazioni stiamo dettagliando per iscritto quelle che riteniamo le proposte cantierabili in modo che gli enti locali possano verificarle. Per ora il dato è che purtroppo domani termina il contratto a tempo determinato dei 130 ex IsolaVerde con Infrataras”. 

 Il prefetto di Taranto, Demetrio Martino, ha convocato per oggi, alle 16.30, in modalità audio video, un vertice per discutere della situazione dei 130 addetti di Infrataras, società del Comune di Taranto, che da domani rischiano il licenziamento. Il loro contratto di lavoro a tempo determinato scade appunto domani. 

    Il prefetto, che è anche commissario di governo per la bonifica dell’area di Taranto, ha inoltrato le convocazioni a Regione Puglia, task force lavoro della stessa Regione Puglia, Comune e Provincia di Taranto, Infrataras e sindacati.

    I 130, già in forza a Taranto Isola Verde, società della Provincia di Taranto messa in liquidazione tempo fa, hanno lavorato per due anni in un progetto di bonifica leggera (chiamato 'Verde Amico') che ha riguardato alcune aree della città. Sono stati impiegati per un tempo complessivo di 24 mesi, alle dipendenze della società comunale Infrataras, che si occupa di lavori e manutenzioni, grazie a fondi (1,5  milioni di euro) messi a disposizione dall’ex commissaria di governo alla bonifica, Vera Corbelli.

 

Dopo le prime risorse, Corbelli ha individuato delle economie di spesa nei progetti affidati alla sua struttura e nei mesi scorsi anche la Regione Puglia ha messo a disposizione circa 700 mila euro per arrivare sino alla scadenza del 24 febbraio 2021 e compiere così l’intero progetto. Ora, però, i fondi sono finiti e non c’è altra possibilità.

    Nelle scorse settimane, dopo che erano già intervenuti sia il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, sia il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, chiedendo la prosecuzione del progetto, il commissario Martino ha scritto al ministero dell’Ambiente sollecitando risorse. Ma dal ministero la risposta è stata negativa. Anzi, è stato ricordato al nuovo commissario che il dicastero dell’Ambiente aveva già evidenziato all’ex commissaria Corbelli come l’uso di fondi per l’impiego dei 130 non fosse consono con le finalità per la quale sono stati stanziati finanziamenti pubblici per la bonifica di Taranto.

    Nel vertice di oggi pomeriggio, che arriva dopo altri incontri, si cercheranno soluzioni alternative per evitare i 130 licenziamenti da domani. Tra le ipotesi, la possibilità di utilizzare parte del personale in lavori di bonifica che stanno interessando l’area portuale - al vertice di oggi invitato anche il presidente dell’Authority, Sergio Prete - compreso lo yard ex Belleli dove dovrà prossimamente insediarsi l’azienda di yacht Ferretti. Ma si pensa anche alla possibilità di collocare i lavoratori in progetti finanziati con una quota dei 30 milioni che Mise e commissari di Ilva in amministrazione straordinaria hanno assegnato ai Comuni dell’area di crisi ambientale di Taranto: oltre al capoluogo, sono Statte, Massafra, Crispiano e Montemesola. Sono fondi distribuiti in un triennio, 20 milioni su 30 sono per Taranto, e riguardano per ora progetti di carattere sociale. Risulterebbero  impegnati allo stato 7 milioni su 30. Infine, in attesa di concretizzare queste possibilità, si pensa nell’immediato anche all’uso della cassa integrazione Covid per non interrompere da domani il rapporto di lavoro dei 130 addetti e guadagnare così tempo in vista di nuove soluzioni. 

 

Si presentano regolarmente alle portinerie del siderurgico di Taranto per andare al lavoro, ma apprendono in quel preciso momento di essere in cassa integrazione Covid perché ArcelorMittal non gliel’ha comunicato in tempo utile, disattivando i badge d'ingresso. È quanto sta accadendo a diversi dipendenti dello stabilimento ex Ilva di Taranto come denunciato questa mattina da Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm, in una comunicazione all’azienda (uffici Relazioni industriali e Personale). I sindacati parlano di “anomalie gestionali cassa integrazione”.

    Per i sindacati, si tratta di anomalie “che quotidianamente accadono nel sito di Taranto. Nonostante ripetute segnalazioni da parte dei nostri rsu, assistiamo alla mancanza di comunicazione cassa integrazione Covid 19 sul portale aziendale ai lavoratori”. “Ogni giorno - dichiarano le sigle sindacali metalmeccaniche - si verificano episodi dove diverse unità lavorative in assenza di comunicazione, pur presentandosi alle portinerie di appartenenza, riscontrano che il budget risulta disabilitato”.     

   “Riteniamo questo atteggiamento - proseguono - intollerabile e lesivo nei confronti dei lavoratori che già sono sottoposti costantemente a criticità e stress e vi invitiamo a correggere subito questa anomalia”. In ArcelorMittal a Taranto è tuttora in corso la cassa integrazione Covid, che è cominciata a marzo dello scorso anno e poi continuamente prorogata. Prima della cassa Covid, l’azienda, per crisi di mercato, da luglio 2019 ha attivato la cassa integrazione ordinaria. 

 

Complessivamente, quindi, allo stato sono 17 mesi che ArcelorMittal sta usando ininterrottamente la cassa integrazione su 27 mesi di gestione degli impianti attraverso il contratto di fitto con la proprietà Ilva in amministrazione straordinaria (il subentro di ArcelorMittal è avvenuto il 1 novembre 2018). La cassa ordinaria è stata chiesta per un numero massimo di circa 1200 unità. La cassa Covid, invece, è stata chiesta per un numero massimo di circa 8100 addetti, tutta la forza lavoro dello stabilimento. Nei mesi scorsi, per cassa Covid, sono state fuori dalla fabbrica circa 4000 persone, poi si è scesi ad una quota di 3000 e adesso, secondo dati sindacali, dovrebbero essercene circa 2500. Diminuzione dovuta alla ripartenza di alcuni impianti avvenuta nel frattempo tra cui acciaieria 1 e altoforno 2 fermati a marzo 2020.

   Non appena la trattativa sindacati-azienda sul nuovo piano industriale 2021-2025 riprenderà (c’è stata giorni fa una rottura sul punto e i sindacati hanno abbandonato il tavolo), la cassa Covid dovrebbe essere sostituita da quella per risruttturazione, in applicazione del nuovo piano industriale. Quest’ultima, come ha spiegato ai sindacati Invitalia, nuovo partner pubblico di ArcelorMittal, sarà una cassa a scalare, decrescerà man mano che si si avvicinerà allo step finale del 2025. Per quest’anno, stando ai numeri iniziali, ma bisogna vedere cosa emergerà ora dalla trattativa, dovrebbe riguardare circa 3000 persone. 

“Vi vedo delusi, invece dobbiamo incoraggiare, dobbiamo essere positivi”. Lo ha detto, a proposito di Ilva e rivolgendosi ai sindacati, il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti. Lo riferisce ad AGI Rocco Palombella, segretario generale Uilm.

    “Giorgetti ci ha detto che deve chiamare Invitalia dicendogli di rispettare l’accordo e che dirà ad ArcelorMittal - aggiunge Palombella - di dar seguito al piano, di pagare le persone e fare le manutenzioni agli impianti. Giorgetti ha tuttavia ammesso che c’è una cosa che incombe sulla nostra testa ed é la sentenza", prosegue Palombella spiegando che il riferimento è al Tar di Lecce. "Proviamo però ad andare avanti, ci ha detto Giorgetti, ribadendo che il presidente del Consiglio ha indicato tra le priorità di Governo l’attenzione all’ambiente; al tempo stesso il ministro ci ha dichiarato che l’acciaio resta strategico e che il mercato ora sta ripartendo”.

    Palombella conferma ad AGI che “pagheranno i lavoratori ed è positivo”, in riferimento alla integrazione economica della cigs per i cassintegrati Ilva in amministrazione straordinaria, e che questo provvedimento entrerà a far parte di “un nuovo provvedimento economico che non si chiamerà più Ristori”.

 

 “Per quanto mi riguarda - sottolinea Palombella - ho detto a Giorgetti che siamo in una situazione drammatica e che sono cambiati tanti ministri da quando questa crisi è esplosa. Ho detto pure - prosegue il segretario Uilm - che nel momento in cui si assumono decisioni e non poi non vengono portate avanti, tutto inevitabilmente si complica. L’accordo di dicembre tra ArcelorMittal e Invitalia - rileva Palombella - noi l’abbiamo contestato circa i tempi e i contenuti. Oggi il ministro non ci ha detto che l’accordo non é più quello ma che forse è un po’ datato, visto che alcune cose nel frattempo sono cambiate. Ho quindi insistito:  o come Governo decidete le cose e le applicate, ma se ci sono tentennamenti, non è che si va avanti. Ci sono delle concrete alternative ai posti di lavoro in Ilva? Discutiamone - sostiene Palombella - perché venti anni di cassa integrazione e tempi infiniti io non li accetto”.

    In definitiva, conclude Palombella, “incontro  interlocutorio, ma d’altra parte i ministri sono appena arrivati, e anche il ministro Orlando ha ricordato che la cosa é complicata, essendosene lui occupato anni addietro come ministro dell’Ambiente: bisogna trovare soluzioni rispettose di ambiente e produzione”. 

"Incontro lungo, schietto, franco e costruttivo" al Mise tra l’ad di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli e il ministro per lo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti.

    Nel corso della riunione - spiega il Mise - si è parlato soprattutto dell’impegno di ArcelorMittal e delle

conseguenze della sentenza del Tar di Lecce sulle prospettive aziendali.

    La prossima settimana il ministro si confronterà, come annunciato anche al tavolo Ilva con i sindacati, con il

sindaco di Taranto e il governatore della Puglia.

 Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, vuole sospendere la Tari per il 2021 per i dipendenti di Ilva in amministrazione straordinaria residenti a Taranto e attualmente in cassa integrazione straordinaria. Nel pomeriggio, Melucci ha inviato ai sindacati una comunicazione, convocandoli in Municipio per il pomeriggio del 25 febbraio per un confronto sul tema. Obiettivo dell’iniziativa è dare un sostegno economico a questi lavoratori, che sono fuori da molto tempo dal ciclo produttivo, non essendo stati assunti da ArcelorMittal, e  non hanno grandi possibilità  di rientrare in fabbrica perché gli ultimi accordi societari non fanno riferimento alla loro posizione. In tutto i dipendenti di Ilva in as dell’area di Taranto sono 1600 ma ora bisognerà vedere quanti risiedono effettivamente nel capoluogo. Verso i cassintegrati, il sindaco si era già interessando sollecitando il Governo ad assicurare loro l’integrazione economica al trattamento di cassa integrazione straordinaria, misura contenuta nel decreto Milleproroghe non ancora licenziato però dal Parlamento. Proprio oggi i commissari di Ilva hanno ufficializzato la loro disponibilità ad anticipare 200 euro dell’integrazione a tutti i cassintegrati che entro fine mese faranno domanda all’azienda. Un anticipo che ha la finalità di prestare un aiuto economico ai cassintegrati così come anche la misura relativa alla Tari 2021 che ha in cantiere il sindaco di Taranto. 

La sentenza del TAR che legittima, sul piano formale e sostanziale, l’ordinanza del Sindaco di Taranto avverso lo stabilimento siderurgico ad oggi Arcelor/Mittal, oggi ci impone una riflessione nuova ma forse non inedita. Almeno non per noi che sia dentro che fuori quella fabbrica, da sempre, proponiamo di ripartire dal singolo operaio per vedere la questione da una prospettiva più veritiera e se vogliamo più contingente.

Il Governo, compreso l’attuale Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani che potrà certamente dare una mano, dovranno riconsiderare il tutto, dunque, partendo da un particolare non trascurabile: Taranto.

Non solo la fabbrica strategica, non solo la produzione d’acciaio, non unicamente i contratti e le penali, ma soprattutto Taranto e i tarantini, quelli che ci lavorano nella pancia del siderurgico e quelli no.

Lo diceva anche lo stesso neo Ministro del Governo Draghi, nelle sue rubriche di approfondimento su un notissimo giornale a tiratura nazionale: “in modi diversi, l’inquinamento dell’aria impatta sulla perdita del benessere globale”.

Una contaminazione che costa circa 5.100 miliardi di dollari e incide in termini di cure quasi il 6.6% del PIL mondiale.

La sentenza del TAR, a prescindere dunque dalla definizione giurisprudenziale di eventuali gradi successivi, parlando dei “cittadini che rimarrebbero a rischio cancerogeno” mostra, non solo un cambio di sensibilità della magistratura amministrativa che probabilmente si evolve seguendo anche il pensiero sociale e l’attenzione del mondo verso l’ambiente, ma costringe a cambiare radicalmente il punto di osservazione da cui ripartire per affrontare l’ormai annosa vertenza. Punto di osservazione che è Taranto, come luogo fisico e come comunità, come “territorio” si sarebbe detto con un termine forse abusato ma poco praticato in questi anni.

Rivedere il modello di produzione, di consumo energetico, di sviluppo non è “solo” sostenibilità ambientale, ma salvaguardia di un eco-sistema composto principalmente da uomini e donne che come ci ha tristemente insegnato questa pandemia, hanno bisogno della loro salute, della sicurezza nei luoghi di lavoro, per tornare ad essere attivi, produttivi e felici.

Ecco perché come CGIL dopo aver invocato per anni trasparenza sui processi decisori che hanno riguardato non solo il piano industriale ma anche il famoso addendum ambientale, oggi torniamo a chiedere centralità per Taranto chiedendo politiche nazionali adeguate ma anche di tornare al territorio, a quel punto di osservazione territoriale a cui le politiche di lavoro, ma anche di benessere sociale, vanno declinate.

Perchè se c’è una impresa che si aggiudica un contratto promettendo investimenti, ammodernamento o ambientalizzazione, non c’è crisi dei mercati che possa cancellare la responsabilità che deriva dal rischio di impresa. Rischio che ancora una volta non potrà essere pagato da quel fronte estremo che si chiama Taranto.

Sulla vicenda Ilva-ArcelorMittal Italia, Confindustria Taranto scrive al presidente del Consiglio, Mario Draghi e chiede che le imprese possano essere, relativamente allo stabilimento dell’acciaio, “protagoniste di un cambiamento ancora possibile, partecipare ai processi di trasformazione che possano rilanciare la fabbrica e riaffermarne la sua centralità in ambito nazionale”. 

 

 Nella lettera al premier Draghi, il presidente di Confindustria Taranto, Antonio Marinaro, dice che “le imprese ancora oggi tornano ad assistere pressoché impotenti a una serie di vicende che arrivano a sovraccaricare di aspetti importanti e delicatissimi la già complessa ripartenza dello stabilimento siderurgico”. “Il riferimento - prosegue -  è, dopo la sentenza del Tar di Lecce che dispone a 60 giorni lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo, la richiesta di confisca degli impianti formulata ieri dai pm nell’ambito del processo sui reati ambientali”. Per Confindustria, sono “aspetti che, al di là della evoluzione dei rispettivi iter giudiziari, riaccendono prepotentemente i riflettori sulla complessa storia del centro siderurgico e sui suoi risvolti sociali prima ancora che economici e produttivi. In questo momento così critico della storia del Paese, in cui, pur in presenza di una forte conflittualità politica ed in piena crisi  da emergenza epidemiologica, la Sua indiscussa capacità di essere collettore di varie istanze ha prodotto un’inedita convergenza fra forze politiche diverse per il bene comune Le chiediamo di mettere in atto per Taranto la stessa strategia, coinvolgendo le autorità locali del Comune, della Provincia e della Regione, affinché si giunga ad un percorso condiviso e lo si rispetti seriamente fino a compimento. Gli obiettivi di governo da Lei individuati – prosegue nella lettera il Presidente Marinaro - di rilancio, transizione energetica e modernizzazione sono riassunti nella storia industriale che più di altre ha caratterizzato, negli ultimi 56 anni, la città e la sua provincia. Taranto potrà diventare il simbolo della riuscita di questo ambizioso programma. Diversamente – questa la conclusione dell’appello, al termine del quale il Presidente Marinaro esprime fiducia nell’intervento del Governo - il rischio incombente è quello di una distruzione ambientale ed economica, che porterà, inevitabilmente, ad una pericolosa situazione di forte tensione sociale”.

 

Il nuovo ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ha convocato per per domani alle 14.30 in presenza, nella sala degli arazzi al Mise, un vertice su ArcelorMittal, ex Ilva. La convocazione riguarda confederazioni sindacali, sigle metalmeccaniche e commissari di Ilva in amministrazione straordinaria. Non è invitata ArcelorMittal, attuale gestore in fitto degli impianti. La riunione, a quanto si apprende si apprende, dovrebbe riguardare soprattutto il tema dell’integrazione salariale ai cassintegrati ma non è escluso che si faccia il punto anche su temi più complessivi visto lo sviluppo ultimo di tutta la vicenda. 

È in corso da questa mattina, da dopo le 7, un presidio di protesta nell’area industriale da parte dei dipendenti di Ilva in amministrazione straordinaria. Circa 500, dicono fonti sindacali, i lavoratori per ora presenti con le bandiere dei sindacati metalmeccanici. I dipendenti di Ilva in amministrazione straordinaria - società proprietaria di stabilimenti e impianti dati in fitto ad ArcelorMittal - protestano per chiedere che anche per il 2021 sia corrisposta loro l’integrazione economica al trattamento di cassa integrazione. Misura attesa col prossimo varo del decreto “Milleproroghe”. In relazione alla protesta odierna, indetta dalle sigle metalmeccaniche, è tuttavia attesa questa mattina la convocazione di un incontro, per il pomeriggio, da parte del prefetto di Taranto, Demetrio Martino.

 

La Fim Cisl dichiara che “è in corso a Taranto la mobilitazione dei lavoratori di Ilva in amministrazione straordinaria, 1600 famiglie solo a Taranto, il cui futuro appare incerto. Come Fim Cisl - afferma il sindacato - chiediamo al prefetto di Taranto di farsi portavoce presso il Governo affinché venga ripristinata in fretta l'integrazione salariale alla cigs Inoltre per la Fim Cisl i lavoratori di Ilva in as non possono e non devono essere considerati di "serie B". Hanno pari diritti e non possono pagare il prezzo più alto”. Al di là della cassa integrazione, per questi lavoratori allo stato non ci sono prospettive di rioccupazione. L’accordo di settembre 2018 al Mise tra ArcelorMittal e sindacati li teneva presente in prospettiva, ma di loro non c’è traccia nei successivi accordi. Quello di marzo 2020 tra Ilva in amministrazione straordinaria e ArcelorMittal, relativa alla chiusura del contenzioso davanti al Tribunale di Milano sul recesso societario da parte della stessa ArcelorMittal, è quello di dicembre 2020 tra ArcelorMittal e Invitalia, società Mef. Quest’ultimo relativo all’ingresso dello Stato nel capitale della società dell’acciaio. 

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