Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1493)

La confisca degli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, disposta oggi dalla Corte d’Assise nel processo relativo al disastro ambientale contestato alla gestione Riva, non ha alcun effetto immediato sulla produzione e sull’attività del siderurgico di Taranto. La confisca degli impianti è stata chiesta dai pm, ma essa sarà operativa ed efficace solo a valle del giudizio definitivo della Corte di Cassazione, mentre adesso si è solo al primo grado di giudizio.

   Gli impianti di Taranto, quindi, restano sequestrati ma con facoltà d’uso agli attuali gestori della fabbrica. Gli impianti pugliesi sono infatti ritenuti strategici per l’economia nazionale da una legge del 2012 confermata anche dalla Corte Costituzionale. Per area a caldo si intendono parchi minerali, agglomerato, cokerie, altiforni e acciaierie. Da rilevare che nel passaggio degli impianti dall’attuale proprietà di Ilva  in ammistrazione straordinaria all’acquirente, cioè la società Acciaierie d’Italia tra ArcelorMittal Italia e Invitalia, è previsto il dissequestro degli impianti come condizione sospensiva. Passaggio per ora collocato entro maggio 2022. 

 Salgono a tre i licenziamenti effettuati dalla nuova società Acciaierie d’Italia (ex Ilva, ex ArcelorMittal Italia) per l’incendio con esplosione verificatosi la mattina di Pasquetta alla colata continua dell’acciaieria 2. All’addetto al pulpito, una postazione di controllo dell’impianto, già licenziato nei giorni scorsi dall’azienda dopo essere stato sospeso dal lavoro, se ne sono aggiunti oggi altri due. Sono anch’essi addetti alla colata continua. I tre sono dipendenti Acciaierie d’Italia.

 

“Davvero singolare quanto scrive il direttore del personale di Acciaierie d’Italia nella lettera relativa al licenziamento di due dipendenti per l’incendio accaduto il 5 aprile ad una colata continua dell’acciaieria 2. Per il direttore Arturo Ferrucci, i lavoratori hanno sbagliato perché dovevano azionare il pulsante di emergenza. Non lo hanno fatto, causando un danno tra fermo impianto e fuoriscita di acciaio, e quindi sono stati licenziati. La verità è che se i lavoratori non avessero abbandonato subito il posto di lavoro dopo l’esplosione e le fiamme, avrebbero seriamente corso il rischio di restare gravemente ustionati. Quindi non è affatto vero che hanno attentato all’incolumità di se stessi e degli altri operatori ma l’hanno invece tutelata”. Lo dichiara ad AGI il segretario Uilm, Antonio Talò, a proposito delle motivazioni con cui Acciaierie d’Italia (ex Ilva, ex ArcelorMittal Italia) ha licenziato altri due dipendenti del siderurgico di Taranto dopo il primo licenziamento già effettuato, imputandogli la responsabilità dell’accaduto. “Evidentemente - dice Taló - per evitare danni produttivi all’azienda e danni alla reputazione e all’immagine aziendale, i lavoratori dovevano restare lì, con l’incendio che ne è seguito, e magari rimetterci anche la vita. Ma siamo proprio all’assurdo e chi scrive queste cose da la dimostrazione di non conoscere nemmeno quale è il ciclo produttivo di quel pezzo di colata continua e il funzionamento dell’impianto”.

 

   L’azienda imputa loro la responsabilità dell’incidente (che però non ha causato feriti, né altre gravi conseguenze) mente tutti i sindacati contestano tale accusa tant’é che hanno effettuato anche uno sciopero venerdì scorso. A dare la notizia dei nuovi due licenziamenti è il sindacato Usb. Quest’ultimo afferma che è in atto “una vera e propria mattanza messa in atto da Arcelor Mittal/Acciaierie d’Italia. Salgono a tre i dipendenti che la multinazionale pensa di “educare” al silenzio - afferma Usb - utilizzando in maniera strumentale, quindi punitiva, il licenziamento”. Per Usb, “la gestione dello stabilimento continua ad essere portata avanti senza alcun rispetto dei diritti dei lavoratori e senza, cosa ancora più grave, un intervento del Governo (socio di ArcelorMittal) che possa riequilibrare i rapporti nell'interesse di chi di fatto porta avanti l’azienda”.

 

“Ci ritroviamo nel 2021 - dichiara Usb - ancora a chiedere il rispetto di diritti che pensavamo acquisiti. Nella  fabbrica si susseguono incidenti dovuti alla mancanza di manutenzione, in più i dipendenti che fortunatamente non riportano conseguenze, vengono licenziati. Si consumano queste ingiustizie - afferma Usb -, come mai era accaduto prima nella storia dello stabilimento siderurgico”. Secondo Usb, “il Governo è in balìa di ArcelorMittal”.

   I tre nuovi licenziamenti seguono a distanza di poco più di un mese quello di un altro dipendente ex Ilva licenziato, Riccardo Cristello, per aver condiviso sulla propria bacheca social un post che invitava a vedere una fiction televisiva. In questo post, Acciaierie d’Italia ha reputato alcuni contenuti offensivi per l’immagine aziendale. Sul caso Cristello è intervenuto anche il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, che ha pure ricevuto il lavoratore al ministero, ma il licenziamento, anch’esso preceduto da una sospensione dal lavoro, non è stato revocato. E Cristello ora lo ha impugnato al giudice del lavoro. 

“La condotta perpetrata, oltre a mettere a repentaglio la sua e altrui incolumità, ha determinato la fermata dell’impianto per circa 4 turni di lavoro con conseguenti danni alla società, allo stato in corso di quantificazione. L’evento occorso, imputabile alla sua condotta, ha ingenerato nella collettività - attesa la rilevanza mediatica avuta anche a seguito della diffusione ad opera di ignoti del relativo filmato - l’erroneo convincimento della disapplicazione delle norme in materia di sicurezza con evidenti ripercussioni in danno della società in termini di lesione di immagine e reputazione”. Lo scrive il direttore delle Risorse Umane della società Acciaierie d’Italia (ex Ilva, ex ArcelorMittal Italia), Arturo Ferrucci, nella lettera relativa al licenziamento di altri due addetti, dipendenti dell’azienda, alla colata continua dell’acciaieria 2 del siderurgico di Taranto a seguito di un incendio avvenuto lo scorso 5 aprile. Un altro lavoratore, sempre per lo stesso motivo e in forza allo stesso impianto, era già stato licenziato nei giorni scorsi.

    Nella contestazione Acciaierie d’Italia sostiene che  “la condotta posta in essere si pone in contrasto con i doveri scaturenti dallo stabile inserimento nella struttura e nell’organizzazione dell’impresa ed è idonea a ledere irrimediabilmente il presupposto fiduciario del contratto di lavoro in essere”. 

 

Acciaierie d’Italia ricostruisce anche l’accaduto del 5 aprile (incendio che non causò feriti). La società descrive l’incidente affermando che “durante il colaggio di acciaio si verificava una reazione in prossimità della lingottiera della linea 2”, e il lavoratore, posizionato all’interno del pulpito pensile (è una postazione di controllo) della colata continua 2, “ometteva di azionare, tramite pulsante, l’apposito comando di chiusura di emergenza, installato sia sul pulpito pensile che sul pannello posto sulle vie di fuga”. Questo, scrive la società nella lettera del licenziamento, “ove attivato, avrebbe immediatamente bloccato il flusso di acciaio. Tanto - dice Acciaierie d’Italia - in spregio, tra le altre, alle disposizioni di cui al Piano di emergenza di reparto colate continue 2-3-4”.

   Per l’azienda, “a causa della mancata attivazione del pulsante di emergenza, l’acciaio fuoriusciva dalla paniera riversandosi all’interno della lingottiera della linea”. Di conseguenza, afferma ancora l’azienda, “la lingottiera della linea 2 ha continuato a ricevere acciaio fuso dalla paniera sino a tracimare con conseguente fuoriuscita di circa 12 tonnellate di acciaio liquido che si riversava all’esterno, investendo, tra le altre, il coperchio della stessa lingottiera e successivamente la piattaforma di colaggio”. La ricostruzione dell’azienda è stata già contestata dai sindacati, che parlano invece di anomalia impiantistica e di mancanza di manutenzioni. 

 Un esposto alla procura di Taranto sulla presenza di amianto nello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto, ora Acciaierie d’Italia, è stato presentato dal sindacato Usb. “Sono 4000 le tonnellate di amianto riscontrate in fabbrica in base all'ultimo censimento che risale a diversi anni fa ad opera del commissario straordinario Enrico Bondi”, sottolinea l'Usb. “Sulla base di successivi ritrovamenti in diverse zone dello stabilimento siderurgico, non ufficializzati, in seguito ai quali la sostanza ritrovata non è stata comunque incapsulata e messa in sicurezza”, afferma il sindacato, “la presenza di agenti cancerogeni e quindi l’esposizione dei lavoratori al rischio di contrarre malattie correlate alla inevitabile inalazione delle sostanze altamente nocive".

    L’esposto relativo al Reparto Treno Lamiere, afferma il sindacato, "è solo l’ultimo di una lunga lista di denunce presentate dall’Usb di Taranto”. Per il sindacato, “la questione sicurezza va messa in cima alla lista delle priorità, tanto che l’Usb da tempo ribadisce l’esigenza di riconoscere l’esposizione a  lavoro usurante anche successivamente all’ultimo censimento delle sostanze in questione. Usb ha anche inserito questo passaggio nella   piattaforma presentata al precedente governo”. 

Il mare al centro e intorno lo sviluppo di una serie di attività che attraverso la valorizzazione di questa risorsa puntano a dare nuovi volti, input, opportunità alla crescita del territorio, secondo un modello collaborativo e sostenibile. 

Ed è una bella novità quella da cui parte Assonautica di Taranto, una nuova sede, sul mare, in un’area del Lungomare che era abbandonata.

Sede e progetti sono stati presentati durante la conferenza stampa tenuta da presidente e direttore, Piero Carratta e Matteo Dusconi.

“Il mare unisce settori e tradizioni diverse in un tessuto imprenditoriale diffuso - hanno sottolineato gli organizzatori- che può essere una leva straordinaria per il rilancio dell’Italia.”

In questa ottica, la nuova sede, che nasce in virtù di un’idea di rigenerazione e rinascita, assume un ruolo simbolico ma anche molto sostanziale. 

“Sarà al servizio dei soci ma anche di tutta la città. Sarà un fiore all’occhiello. Ci stiamo lavorando per rendere più bella e fruibile una parte dimenticata del Lungomare di Taranto. Per avviare i nostri progetti di Assonautica”.

Progetti che non possono prescindere dalla vocazione della città e dalla mission che Assonautica per sua stessa natura, si pone. 

“L’Economia del mare - sottolineano i vertici di Assonautica- da tempo è entrata a far parte del più vasto mondo dell’economia, impegnata nell’attivazione di una policy mirata alla blue economy.

In Puglia, per offrire valore reale all’economia del mare non si può che ripartire dalla cultura del mare, dalla nautica da diporto, dal turismo nautico.

 Dagli ultimi Rapporti sulla Economia del mare si evince come la filiera regionale pugliese sarebbe un triste fanalino di coda rispetto alle regioni costiere italiane.

Intanto, la strategia nazionale in atto da parte degli attori sociali sia sulla nautica diportistica che sulla riforma dei porti italiani al sud, è orientata sia sul Tirreno sia sull’Adriatico. L’area del mar Ionio è tutta ancora da scoprire e valorizzare.

Occorre quindi un progetto di sviluppo sostenibile  per il raccordo tra le città e il mare Ionio, tra le città e i mari di Puglia, basato anche sul raccordo tra le coste ioniche. Su queste basi, ci dobbiamo porre obbiettivi per un ammodernamento e  una fruizione del turismo nautico regionale e internazionale.

Ecco i passi che Assonautica intende fare:

 - completare un monitoraggio dell’economia del mare di Puglia (a 360 gradi) scandagliando l’articolazione dell’offerta sul territorio (tale monitoraggio ha già avuto inizio in primavera 2020, per dare al Sindaco di Taranto un “dossier sulla nautica” in provincia di Taranto. Dossier che è stato consegnato in tempi brevissimi e ha consentito in primavera in piena era-Covid discendente, di chiedere la riapertura dei porti e gli approdi, ndr) );

- analizzare il sistema portuale della regione a vocazione commerciale e a vocazione turistico, al fine di una necessaria ricomposizione e progettarne quindi nuovi siti su aree extraurbane per una facilità di acceso a forte economia dei trasporti e miglioramento della fruizione degli stessi;

- sostenere la promozione di regate veliche, e regate nazionali e internazionali

- realizzare una campagna promozionale sulla blue economy e della ricchezza della storia del mare e navale, negli ambienti scolastici e negli Enti locali (Province, Comuni, Autorità portuali, Aree marine protette, Associazioni di categoria, etc.);

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- Incentivare e favorire la formazione di piccoli musei del mare;  formazione professionale sui nuovi (ed anche antichi mestieri del mare, promuovere formazione specifica per la cantieristica e ad anche la piccola modellistica navale, etc.;

- sostenere la promozione e l’incentivazione dalle feste e tradizioni marinaresche alle rievocazioni eventi storici a identità marinara a forte richiamo di un potenziale turismo regionale;

Premesso poi che l’economia del mare si configura come un nuovo  “motore di sviluppo”, la possibile incentivazione non può che essere una politica all’insegna della individuazione e valorizzazione di vere zone franche, una politica volta alla sburocratizzazione degli accessi agli atti formali e di una detassazione in particolare per le attività di rimessaggio, per la piccola cantieristica e ogni forma di attività diportistica e marinara.”

Assonautica propone infine una ricerca sulle coste dell’area tarantina sulle coste ed anche aree retroportuali per individuare eventuali barriere di accesso che inibiscono il naturale accesso alla diretta fruizione del mare da parte dei turisti.

 

Dalle 7 di oggi lo stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto (ora Acciaierie d’Italia) è interessato da un doppio sciopero di 24 ore. Il primo è indetto da Fim, Fiom e Uilm e riguarda solo le colate continue dell’acciaieria 2. Il secondo, invece, è promosso da Usb e coinvolge tutta la fabbrica. Fim, Fiom e Uilm hanno indetto lo sciopero perché Acciaierie d’Italia, dopo un incendio, con esplosione, avvenuto la mattina di Pasquetta, ad una colata continua dell’acciaieria 2 (non ci sono stati feriti, nè gravi conseguenze), ha imputato la responsabilità dell’accaduto ad alcuni lavoratori, licenziandone uno e sospendendo per ora dal lavoro altri due. Il licenziato è un operatore della colata continua. I sindacati contestano la tesi aziendale e dicono che l’incidente del 5 aprile scorso è dovuto a problemi impiantistici e non all’operato del personale. Usb, invece, protesta non solo per il licenziamento del lavoratore, che segue, a poca distanza di tempo, quello di un altro che è stato accusato dall’azienda di aver postato sulla propria bacheca Facebook un messaggio di condivisione di una fiction televisiva ritenuto offensivo per l’azienda e i dirigenti. Usb ha indetto lo sciopero anche per segnalare lo stato, che definisce 'disastroso', degli impianti siderurgici.

 

Da parte di Usb, l’astensione dal lavoro di oggi è stata decisa dopo la fuga di gas, dei giorni scorsi, dall’area dell’altoforno 4 con temporanea evacuazione dei lavoratori. Fuga che però non ha causato conseguenze. Per lo sciopero di oggi, infine, Fim, Fiom e Uilm hanno inviato una lettera al prefetto di Taranto, ai commissari di Ilva in amministrazione straordinaria, al custode giudiziario della fabbrica e al nuovo presidente di Acciaierie d’Italia, Franco Bernabè. Chiedono un incontro e denunciano che Acciaierie d’Italia ha organizzato per oggi nell’acciaieria 2, squadre di comandata (sono i lavoratori obbligati alla presenza sugli impianti al fine di permetterne la salvaguardia) che impediscono lo sciopero. Per le sigle metalmeccaniche, "l’azienda unilateralmente - si afferma nella lettera - ha predisposto le comandate allargate su 3 turni, derogando all'accordo integrativo del 1989 sulle procedure di raffreddamento e non permettendo ai lavoratori di partecipare allo sciopero". In sostanza, per i sindacati le comandate hanno più persone di quante ne prevedono gli accordi. Le colate continue sono uno snodo importante del ciclo di funzionamento dell'acciaieria. Attualmente nell’ex Ilva funziona solo l’acciaieria 2. La 1 è ferma. 

 “Acciaierie d’Italia licenzia e vieta ai lavoratori la possibilità di scioperare”. Lo scrivono questa sera i coordinatori di fabbrica dell’ex Ilva di Taranto, Vincenzo La Neve della Fim Cisl, Francesco Brigati della Fiom Cgil e Gennaro Oliva della Uilm. I tre sindacalisti hanno inviato alla vigilia dello sciopero di 24 ore in programma domani alle colate continue dello stabilimento una lettera al prefetto di Taranto, ai commissari straordinari di Ilva in amministrazione straordinaria (società proprietaria degli impianti), al custode giudiziario dello stabilimento e al nuovo presidente della nuova società pubblico-privata Acciaierie d’Italia, Franco Bernabè, chiedendo un incontro. Per conoscenza, la missiva è spedita anche all’attuale amministratore delegato Lucia Morselli. 

 

“A seguito della proclamazione dello sciopero del 21 maggio, indetto da Fim, Fiom e Uilm nel reparto colata continua, l’azienda unilateralmente - si afferma nella lettera - ha predisposto le comandate allargate su 3 turni derogando all’accordo integrativo del 1989 sulle procedure di raffreddamento, non permettendo ai lavoratori di partecipare allo sciopero”. “Tale  situazione - si evidenzia nella lettera - inevitabilmente potrà ripetersi in futuro in occasione di altre iniziative di mobilitazione da parte dei sindacati”. Per le tre sigle metalmeccaniche, “ArcelorMittal ha di fatto introdotto, in barba agli accordi sottoscritti in sede ministeriale il 6 settembre 2018, che racchiudono l’integrativo del 1989 rispetto alla salvaguardia impiantistica e delle stesse procedure di raffreddamento, delle nuove comandate per i lavoratori del reparto Acciaieria”. Questo, si dichiara, senza coinvolgere i sindacati. Le tre organizzazioni affermano di ritenere “necessaria" una convocazione urgente "per mettere fine a queste problematiche, dando la possibilità a tutti i lavoratori di aderire legittimamente agli scioperi”. “Non siamo più disposti - prosegue la lettera di Fim, Fiom e Uilm - ad accettare tale atteggiamento da parte di ArcelorMittal, adesso Acciaierie d’Italia, in quanto crediamo che lo sciopero sia un diritto costituzionale che debba essere garantito ai lavoratori e che tale situazione sia determinata dall’assenza di investimenti della multinazionale in merito alla macchina di granulazione”. “Qualsiasi impianto siderurgico a ciclo integrale non può non avere una 'valvola di sfogo', in quanto ci sono eventi prevedibili che possono essere gestiti, come lo sciopero, ed altri imprevedibili che potrebbero compromettere seriamente la salvaguardia della sicurezza dei lavoratori, dell’ambiente e degli stessi impianti di produzione”, scrivono i rappresentanti delle tre sigle sindacali. Le quali, infine, rammentano che dal 2014, a seguito di una ordinanza dell’allora sindaco di Taranto, “lo stabilimento è privo dell’impianto di granulazione della ghisa e crediamo sia necessario un investimento che metta seriamente in sicurezza la fabbrica”.

Tre presidi di protesta saranno effettuati dalle 10 alle 12 il 24 maggio a Castel del Monte, il 26 maggio al Castello Svevo di Bari e il 27 maggio al Museo archeologico nazionale di Taranto (MarTa) da parte degli addetti ai servizi museali ai quali è stato inviato il preavviso di licenziamento. La protesta è stata indetta dalla Filcams Cgil. Il personale è quello addetto alle biglietterie e ai servizi museali. Il sindacato spiega che le due direzioni (regionale Musei Puglia e MarTa Taranto) “hanno deciso di riaprire i siti culturali con ingresso gratuito e con l’utilizzo di una apposita app di prenotazione” e a seguito di questo, “l’azienda Nova Apulia ha notificato i preavvisi di licenziamento ai lavoratori”.

 

 Lo stato di agitazione riguarda anche il Parco Archeologico di Monte Sannace (Gioia del Colle), Castello di Gioia del Colle, del Parco archeologico e museo di Egnazia (Brindisi) e Castello di Trani. Per la Cgil, “la direzione regionale Musei della Puglia e la direzione del MarTa di Taranto non hanno prorogato la concessione della gestione integrata dei servizi museali all’azienda Nova Apulia, senza preoccuparsi minimamente di ricercare soluzioni idonee a salvaguardare i livelli occupazionali”. Per Barbara Neglia, segretario regionale Filcams Cgil Puglia, sono a rischio 23 unità della Nova Apulia e la “direzione regionale  Musei della Puglia e la direzione del MarTa di Taranto che non hanno prorogato la concessione della gestione integrata dei servizi museali all’azienda, senza preoccuparsi minimamente di ricercare soluzioni idonee a salvaguardare i livelli occupazionali dei lavoratori, impiegati da oltre venti anni sul servizio, nonostante la nostra organizzazione stia sollecitando da l’internalizzazione dei servizi e dei lavoratori nella società Ales spa o, in alternativa, la pubblicazione del bando per il rinnovo della concessione dei servizi aggiuntivi e di biglietteria di tutti i siti museali pugliesi”. “Prevedendo però - rileva Neglia - una formulazione della clausola sociale che garantisca la totale salvaguardia dei posti di lavoro e l’applicazione del contratto di lavoro sottoscritto dalle organizzazioni più rappresentative”. 

Chiudere l'acciaieria ex Ilva di Taranto, un 'ecomostro' da 15 milioni di metri quadrati, ottenuta cancellando vigneti, uliveti e masserie, più del doppio per estensione della stessa città di Taranto e riconvertire l'area: in 30 anni si potrebbe smontare gli impianti, bonificare l'area e avviare nuove iniziative turistiche mantenendo gli stessi livelli occupazionali se non, addirittura, incrementandoli. E' questa la proposta contenuta nel Rapporto Eurispes che dedica alle acciaierie di proprietà della multinazionale A.Mittal ma ora in comproprietà con lo Stato, un apposito capitolo dal titolo evocativo 'liberiamo Taranto’

 

"Nonostante l’emergenza sanitaria, ambientale e la progressiva riduzione del numero degli addetti, lo stabilimento continua nella sua attività, difeso a spada tratta da chi non vede, o non vuole vedere, soluzioni alternative possibili", scrive. E nel giorno dell'attesa sentenza del Consiglio di Stato che deciderà se accogliere o rigettare l'ordinanza del sindaco di Taranto di chiudere l'area a caldo, dunque, il Rapporto non sembra avere dubbi.

"Se si considera che oggi l’acciaio può essere acquistato a livello internazionale a prezzi notevolmente inferiori di quelli necessari per la sua produzione a Taranto, e che in una economia globalizzata ciascun territorio dovrebbe cercare di valorizzare al meglio i propri asset e le proprie risorse, non resta che una soluzione: chiudere le acciaierie", si legge. E a chi prospetta l’impoverimento del territorio e la perdita di migliaia di posti di lavoro Eurispes segnala "che esistono soluzioni alternative: coerentemente con le strategie a lungo termine dell’Unione europea, con i Piani nazionali per l’energia e il clima e con i Piani per la transizione energetica, le stesse risorse, finanziarie e umane, impegnate per mantenere in vita lo stabilimento, possono essere utilizzate per smantellare gli impianti, bonificare il territorio e restituirlo alle sue naturali vocazioni".

Il Rapporto Eurispes azzarda anche una previsione sui tempi di riconversione. "Secondo calcoli, sia pure approssimativi (ma l’Istituto ha deciso di verificare attraverso un’approfondita analisi i costi e i benefici di una possibile riconversione), occorrerebbero dieci anni circa per la prima fase, smontare gli impianti, altri dieci anni

per bonificare il territorio e altri dieci anni per avviare una serie di attività alternative legate al settore del turismo, dei servizi, dell’ambiente, dell’agricoltura mantenendo gli stessi livelli occupazionali se non, addirittura, incrementandoli", spiega sottolineando l'importanza di guardare al futuro dell'ex gruppo Ilva "con nuove lenti".

Serve, infatti, conclude, "una nuova cultura del lavoro e del territorio per non rimanere appesi ad un passato di politica industriale che non ha più senso né prospettive. Le reminiscenze autarchiche nella produzione dell’acciaio sono compatibili solo con l’antica stagione della “politica delle cannoniere”, di infausta memoria".

 

"Ribadiamo la nostra proposta: smontare Ilva salvaguardando occupazione"m afferma nel corso della presentazione del rapporto Eurispes 2021 è il presidente Gian Maria Fara. "È un progetto che dobbiamo pensare da qui a trent'anni proprio per evitare impatti sull'occupazione: dieci anni per smontarla, dieci per bonificare la zona e dieci anni per restituire Taranto alla sua naturale vocazione", continua Fara. "Occorre smontare tutti i Frankenstein del paese e lo ribadisco: l'Ilva non è più uno stabilimento dentro la città di Taranto ma è ormai la città ad essere rinchiusa dentro quello stabilimento", conclude Fara.

(Adnkronos)

 Un dipendente dell’ex Ilva di Taranto resta licenziato per essersi rifiutato di far parte della comandata in fabbrica. Si tratta delle squadre addette alla salvaguardia impianti in caso di scioperi. La corte d'appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, sezione lavoro e previdenza, ha respinto il ricorso del dipendente ex Ilva, Egidio Murciano, contro il suo licenziamento deciso dall'azienda.

    La corte d'appello ha confermato il provvedimento dei giudici di primo grado, che avevano già respinto il ricorso contro il licenziamento presentato dal legale del lavoratore, Mario Soggia, avvocato del sindacato Usb. Il licenziamento è stato disposto per giusta causa, in quanto Murciano, a luglio 2019, si era rifiutato di prestare la propria opera come addetto al pronto intervento di manutenzione meccanica dell’area ghisa dello stabilimento di Taranto. Questo nonostante Murciano, delegato sindacale Usb, fosse stato inserito nell’elenco del personale di comandata. 

 

In prima istanza, i giudici avevano dichiarato che non sussisteva alcun profilo di nullità del licenziamento di Murciano, perché la lista del personale di comandata era stata comunicata in anticipo e lo stesso Murciano era a conoscenza del suo inserimento. Il contratto di lavoro, avevano richiamato i giudici di primo grado, punisce “con il licenziamento senza preavviso l’ipotesi di abbandono del posto di lavoro da cui potesse derivare pregiudizio alla incolumità delle persone o alla sicurezza degli impianti”.

    I giudici dell’appello, presidente Franco Morea, scrivono che “non consta che l’azienda abbia violato nessun principio in materia avendo comunque messo Murciano nelle condizioni di conoscere l’oggetto della comandata attraverso relativa comunicazione telematica agli organi sindacali, di cui il ricorrente era componente (Murciano appunto - ndr), ed attraverso affissione in portineria”.

    I giudici dell’appello scrivono infine che lo stesso Murciano ha ammesso che “le comandate erano state diramate attraverso l’invio di una mail alle rsu e mediante successiva affissione alle portinerie aziendali” e “in nessuna parte contesta di avere avuto contezza dell’ordine rivoltogli dal datore di lavoro”.  

Dopo l'utile netto record di 2,3 miliardi di dollari nel primo trimestre, la multinazionale dell’acciaio ArcelorMittal conferma che “a seguito della formazione di una partnership pubblico-privata con Invitalia, ArcelorMittal Italia verrà deconsolidata a partire dal secondo trimestre 2021. La nuova società Acciaierie d’Italia opererà in modo indipendente con propri piani di finanziamento”. Quanto al bilancio 2020 di ArcelorMittal Italia, non si hanno ancora indicazioni. Dovrebbe essere approvato prossimamente, intorno a metà maggio, prima dell’insediamento del nuovo cda che vedrà come presidente di Acciaierie d’Italia Franco Bernabé, espressione della componente pubblica insieme a Stefano Cao, già ad Saipem, e Carlo Mapelli, docente del Politecnico di Milano ed esperto di siderurgia. Inoltre, a metà maggio è atteso anche il responso del Consiglio di Stato (udienza fissata il 13 maggio) circa la conferma o meno della sentenza di febbraio scorso del Tar Lecce che ha ordinato lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo di Taranto in 60 giorni. Sentenza impugnata a Palazzo Spada da ArcelorMittal, Ilva in amministrazione straordinaria, Invitalia e ministero della Transizione ecologica (ex Ambiente).

    Lo scorso anno ArcelorMittal Italia ha chiuso il bilancio 2019 con una perdita di 865,9 milioni di euro rispetto ad una perdita di 5,5 milioni di euro dell'esercizio 2018, che riguardava però solo due mesi di operatività (novembre e dicembre 2018, ArcelorMittal Italia é infatti subentrata a Ilva in amministrazione straordinaria, prendendo in fitto gli impianti dell’acciaio, l’1 novembre 2018). Secondo fonti interpellate da AGI, i conti 2020 di ArcelorMittal Italia dovrebbero essere andati meglio rispetto al profondo rosso del 2019, le perdite dovrebbero essere state ridotte, con situazioni migliori soprattutto nel secondo e terzo trimestre dell’anno. 

 

 Lo stesso direttore delle Risorse umane di ArcelorMittal Italia, Arturo Ferrucci, in un incontro di qualche mese fa con i sindacati, disse esplicitamente che il terzo trimestre 2020 si era chiuso quasi in pareggio. Ma va anche osservato che il 2020 per ArcelorMittal Italia è stato un anno caratterizzato da bassissima produzione (poco più di 3 milioni di tonnellate a Taranto, un record storico negativo), diversi impianti fermi, tra cui l’altoforno 2 e l’acciaieria 1, ed un elevato utilizzo della cassa integrazione Covid, con punte che hanno raggiunto le 4mila unità a fronte di 8.200 dipendenti diretti di Taranto. Quest’anno i piani prevedono che l’ex Ilva faccia 5 milioni di tonnellate, obiettivo di produzione impegnativo tanto più che l’altoforno 4, uno dei tre operativi a Taranto, è attualmente fermo e lo resterà sino a fine maggio. Ferma, perché collegata, anche l’acciaieria 1. Quindi c’è meno produzione di ghisa da trasformare poi in acciaio. 

    Sul bilancio della corporate, Aditya Mittal, direttore esecutivo di ArcelorMittal cheif, ha dichiarato: "Operativamente, abbiamo avuto un inizio d'anno molto positivo. Stiamo assistendo - ha proseguito Mittal - a una continuazione delle dinamiche di mercato positive del quarto trimestre e abbiamo costantemente riportato la produzione in linea con la ripresa della domanda, supportata da bassi livelli di scorte lungo la catena del valore”. Per Aditya Mittal, “le nostre priorità per il resto dell'anno e oltre, sono chiare: mantenere un vantaggio competitivo in termini di costi; crescere strategicamente attraverso progetti ad alto rendimento in mercati ad alta crescita”. Aditya Mittal ha infine rilevato che “il primo trimestre di quest'anno è stato il nostro più forte in un decennio. Sebbene questo sia naturalmente uno sviluppo molto gradito dopo un 2020 altamente impegnativo, siamo consapevoli - ha rilevato Mittal - che il Covid continua a essere una sfida per la salute in tutto il mondo”. 

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