Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1545)

Due navi da crociera della compagnia MSC, la Opera e la Fantasia, arrivano domani nel porto di Taranto. Effettueranno una sosta tecnica che durerà circa tre-quattro mesi. Attraccheranno al terminal del molo San Cataldo, nella parte non operativa. Durante la sosta, più che manutenzioni, effettueranno una serie di attività. Le due unità giungeranno con un minimo di equipaggio. Non ci sono a bordo casi di positività al Coronavirus. “Purtroppo il Covid - spiega all'AGI il presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mar Ionio, porto di Taranto, Sergio Prete - ha notevolmente ridimensionato, se non proprio azzerato in alcuni casi, il traffico croceristico. C’è chi le navi non le ha fatte proprio ripartire e c’è chi sta continuando, ma con tante difficoltà e con pochi passeggeri a bordo. MSC - spiega Prete - ha deciso di fermarsi e sta ripartendo le navi tra vari scali. A Taranto ha trovato la disponibilità per l’approdo di due unità”. 

 

“Bisogna dire - dice Prete - che queste navi di MSC come di altre flotte, non hanno uno scalo dove restano ferme per un lungo periodo. Possono fare una sosta di un paio di giorni ma poi si muovono. Sono sempre in navigazione. Invece adesso si tratta di fronteggiare uno stop non breve ed ecco perché ad MSC servono porti che fungano da parcheggio sin quando la situazione non migliorerà”.

    “Anche noi come porto di Taranto - rileva Prete - siamo stati penalizzati fortemente dal Covid. Prima della pandemia avevamo una stagione promettente come numero di approdi e di passeggeri, che ci avrebbe permesso di rafforzare la nuova prospettiva nel traffico croceristico che il porto di Taranto sta cercando di costruire, e invece non è arrivata neppure una nave. Contiamo di rifarci nel 2021 che per ora nasce, salvo Covid, sotto un segno promettente”. 

    Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, vede invece anche in questa sosta tecnica delle due navi MSC una possibile opportunità di sviluppo. “Una città che si dà una programmazione - afferma il sindaco -, riesce a ripartire. Nonostante la pandemia, stiamo raccogliendo i frutti che sosterranno la ripartenza del nostro sistema di impresa e della nostra economia. Domani, dopo un lavoro faticoso con l’Autorità portuale, accoglieremo MSC Opera e MSC Fantasia che fanno una lunga sosta tecnica nel nostro porto. Questo significa ricadute interessanti anche per i servizi tecnico-nautici”. “Speriamo - rileva il sindaco di Taranto - che sia l’inizio di una relazione importante con questo colosso guidato dall’armatore Gianluigi Aponte”.

Tuttavia, sottolinea Melucci, “non sono le uniche novità per il nostro porto. La città si è rimessa in moto partendo proprio dal porto. Abbiamo notizia di un’altra importante nave che arriva a marzo, con passeggeri “autospendenti”, come si suol dire. L’anno prossimo abbiamo raggiunto quasi 20 approdi e quasi 30mila passeggeri in città”. “Taranto sta cambiando pelle e dobbiamo farci trovare pronti. Stavolta - conclude Melucci - veramente e concretamente parte uno sviluppo alternativo e sostenibile per Taranto”. 

ArcelorMittal, per ultimare la copertura dei nastri trasportatori del siderurgico di Taranto, ottiene dal ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, una nuova proroga. Ma è fortemente ridotta rispetto alla richiesta dell’azienda: 14 mesi da maggio scorso, precedente data di completamento. Con un decreto, il ministro ha infatti disposto che i lavori, previsti dalla prescrizione numero 6 dell’Autorizzazione integrata ambientale, devono essere tutti  ultimati entro il prossimo 30 aprile. Invece per nastri e torri in quota, la data è anticipata al 31 gennaio prossimo. Oggi, intanto, alle 15, nella sala degli Arazzi del Mise, il ministro Stefano Patuanelli incontra di nuovo i sindacati metalmeccanici insieme ad Invitalia, la società Mef incaricata del coinvestimento dello Stato nel capitale di ArcelorMittal. Non è stata invitata l’azienda. 

 

È il terzo incontro a distanza ravvicinata su ArcelorMittal avendo già Patuanelli incontrato lo scorso 23 settembre i sindacati. Questi ultimi, poi, hanno incontrato i rappresentanti di Mise, Lavoro, Ambiente ed Economia, insieme ad Invitalia, lo scorso lunedì per un nuovo punto di situazione. Circa la copertura dei nastri, che trasportano le materie prime della produzione dal parco minerali, dove sono stoccate, agli impianti, il ministro Costa dispone nel decreto che, fermo restando la scadenza del 30 aprile 2021, il gestore, cioè ArcelorMittal, deve procedere “a dare celere è sostanziale avvio delle attività di chiusura dei nastri e torri in quota, fino al loro totale completamento (100%) da effettuarsi nel più breve tempo possibile e comunque non oltre il 31 gennaio 2021”. L’ultimazione di tutte le prescrizioni ambientali Aia per il siderurgico di Taranto resta invece confermata al 23 agosto 2023,così come prevede il Dpcm di settembre 2017 (è il provvedimento che ha recepito l’Aia stessa). Entro 15 giorni dalla data del decreto di Costa - arrivato al limite della data di scadenza, 30 settembre 2020 -, ArcelorMittal, tramite i commissari straordinari, deve indicare il cronoprogramma per l’esecuzione dei lavori allineati alla nuova tempistica. Il gestore, inoltre, deve  trasmettere ogni settimana lo stato di avanzamento dei lavori di copertura, la cui funzione è quella di evitare la dispersione nell’aria delle polveri delle materie prime. Attualmente, la copertura dei nastri è intorno al 70 per cento ed ha già ottenuto proroghe rispetto alla data di completamento iniziale. L’ultima proroga - contestata sia da Arpa Puglia che dal Comune di Taranto - è stata chiesta dall’azienda a causa del Covid 19, che nei mesi precedenti ha bloccato tutti i cantieri Aia anche per la necessità di dover contingentare l’accesso di forza lavoro in fabbrica, sia diretta che esterna. Nel nuovo decreto, Costa stabilisce misure addizionali di mitigazione in presenza di condizioni meteo che possano favorire la diffusione delle polveri. Il ministro stabilisce che “anche nelle condizioni normali di esercizio e nel rispetto delle nuove tempistiche”, ArcelorMittal deve ridurre la quantità specifica di materiale depositata per superficie di nastro, ridurre la velocità di marcia del nastro e ridurre le altezze di salto del materiale del  nastro. Di qui l’anticipazione a gennaio 2021 della chiusura di nastri e torri in quota. Nel decreto si chiede poi all’azienda di intensificare le operazioni di bagnatura dei cumuli di materie prime e di considerare “modalità alternative di trasporto”. Oltre a fornire un ceck lavori ogni settimana, ArcelorMittal, entro il 31 dicembre prossimo, deve redigere una relazione di dettaglio “atta a garantire il raggiungimento degli obiettivi ambientali del decreto”. Da vedere, ora, quale sarà la reazione di ArcelorMittal alle nuove misure di Costa. L’azienda  in conferenza dei servizi ha fatto presente che anticipare il traguardo intermedio per le strutture in quota da febbraio 2021 a gennaio 2021, anticipo che riguarderebbe non il 90 per cento ma il 100 per cento, comporterebbe la fermata, alla stessa data, dell’altoforno 4. Uno dei due attualmente in marcia nel siderurgico. L’altro è l’1 mentre il 2 è fermo da marzo. I nastri in quota dell’altoforno 4 hanno come completamento il 30 giugno 2021 e di conseguenza, dice l’azienda, non essendo completi i lavori a fine gennaio prossimo, da quel momento l’altoforno 4 dovrebbe rimanere fermo per 5 mesi con una perdita di 800mila tonnellate di ghisa. Qualche giorno fa fonti ArcelorMittal avevano dichiarato che lo stop all’uso dei nastri in quota, la riduzione di materiale trasportato e la riduzione della velocità di marcia dei nastri, sarebbero state ragioni che avrebbero potuto portare l’azienda alla possibilità di recedere dal contratto di fitto degli impianti (partita su cui è già in atto un altro contenzioso con Ilva in amministrazione straordinaria per i canoni non pagati) senza pagare alcuna penale.

 

 

 "Se i contenuti del piano industriale proposto per l’ex Ilva sono quelli riferiti, si tratta di un piano inaccettabile perché destinato a fallire l’obiettivo del rilancio produttivo dell’azienda e, se questa è la posizione di ArcelorMittal, il Governo fa bene ad affrontare con determinazione il definitivo disimpegno del Gruppo franco-indiano dell’acciaio". Lo afferma il presidente di Federmanager, Stefano Cuzzilla.

     Il commento del presidente dei manager industriali giunge a seguito della riunione in videconferenza tenutasi con le organizzazioni sindacali e i ministri competenti, in cui sono stati finalmente annunciati i veri propositi di ArcelorMittal per il futuro dell’ex Ilva, a seguito della crisi del mercato dell’acciaio e dell’emergenza legata al virus Covid-"Non è pensabile riaprire adesso una trattativa sul futuro del più grande sito siderurgico d’Europa e non è accettabile che i manager siano esclusi dalle delicate decisioni che devono essere assunte in questa fase", dichiara Cuzzilla con fermezza, ricordando che "Federmanager ha già offerto il proprio contributo al Governo, inviando a Palazzo Chigi e ai dicasteri competenti un documento di proposte di soluzione tecnica per la competitività dello stabilimento tarantino che ci aspettiamo di approfondire con il Governo".      Federmanager sottolinea che riprogettare l’area a caldo di un impianto a ciclo integrato, avendo come obiettivo una produzione inferiore (6 Mt/a) rispetto al suo target produttivo di circa 8 Mt/a di acciaio liquido, significherebbe ottenere un’unità produttiva fortemente squilibrata e, di conseguenza, non in grado di ottimizzare i costi di produzione e conseguire in pieno le economie di scala che da sempre sono state un punto di forza dello stabilimento di Taranto, oltre naturalmente a ridurre drasticamente il fabbisogno di mano d’opera.      "Noi proponiamo un piano in cui occorrerà certamente un corposo intervento pubblico, a livello italiano ed europeo, anche utilizzando le possibilità offerte dal 'green deal', a sostegno di un progetto industriale sano e a supporto di parti di ciclo produttivo più pulite e tecnologicamente innovative, con costi di esercizio inizialmente non in equilibrio anche in termini di coperture occupazionali", prosegue Cuzzilla, delineando i tratti di un progetto che, in un orizzonte di medio-lungo periodo, persegua gli obiettivi di salvaguardia ambientale, implementazione di nuove tecnologie e massimizzazione per quanto possibile dei livelli occupazionali.      "Per un progetto così complesso e articolato servono risorse ingegneristiche e di project management; questo fatto, che nessuno per ora ha preso in considerazione, potrebbe rivelarsi drammaticamente grave. Stimiamo infatti, che per la gestione di questo progetto vada creata una struttura multidisciplinare composta da non meno di 100/150 specialisti, in parte provenienti dallo stabilimento e in parte di comprovata esperienza impiantistica», conclude il presidente Cuzzilla, specificando che «occorrerà ripristinare anche retroattivamente lo 'scudo penale' a protezione di chi si assume le immani responsabilità del risanamento ambientale e industriale del siderurgico di Taranto". 

“La sua dichiarazione di entrare a pieno titolo, come Regione Puglia, nella gestione dell’Ilva, ci ferisce profondamente”. Dalle associazioni del comitato cittadino per la salute e l’ambiente a Taranto arriva il 'disco rosso' a quanto detto dal riconfermato governatore regionale pugliese, Michele Emiliano, circa la possibilità che la stessa Regione, probabilmente con Acquedotto Pugliese, possa entrare nella nuova compagine societaria di ArcelorMittal accanto allo Stato con Invitalia, società Mef. “Stiamo parlando di entrare nell’Ilva  con la missione impossibile di tamponare l’emorragia di un bilancio. 

 

Stiamo parlando - rileva il comitato - di far proseguire l’attività di una fonte inquinante dichiarata illegale dalla magistratura tarantina nel 2012. Stiamo parlando di una ignominia nazionale che è stata motivo di condanna per le omissioni dello Stato italiano da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (24 gennaio 2019)”. E ancora, incalza il comitato, “stiamo parlando di una azienda che non rispetta le prescrizioni dell’Aia e che, per risultare formalmente a norma, ha cambiato continuamente le norme in scadenza nel 2015, poi prorogate al 2023. Ed è già stata avanzata la richiesta di ulteriori proroghe”. “Lei - si rivolge il comitato a Emiliano - vuole dare i soldi della Regione, i nostri soldi, all’Ilva. Se li desse ai lavoratori dell’Ilva per integrare la cassa integrazione e avviarli a lavori socialmente utili noi ne saremmo felici. Ma darli all’Ilva no, assolutamente no. Ci rivolgeremmo nel caso, spiace dirlo ma lo dobbiamo dire, alla Corte dei Conti per un evidente sperpero del denaro pubblico. Uno sperpero di denaro pubblico a totale danno della salute dell’ambiente e delle persone”. 

 

 Al governatore della Regione Puglia il comitato rammenta che “in azienda si verificano, con cadenza quasi giornaliera, incidenti più o meno gravi, a causa dell’assoluta mancanza delle più elementari manutenzioni. Riteniamo questi incidenti come continui preavvisi di qualcosa di ancora più drammatico, come potrebbe essere un incidente rilevante, la cui colpa ricadrebbe su tutti coloro che, garantendo la produzione inquinante a queste condizioni, ne hanno permesso l’avvento”. “La sua  dichiarazione - conclude il comitato verso Emiliano - non è certamente il miglior biglietto da visita del nuovo Governo regionale. A nostro modo di vedere, assomiglia all’intervento che il Governo centrale sta pensando di mettere in atto come stampella per la multinazionale franco-indiana”. Si presenta, conclude il comitato, “come intervento necessario per una fantomatica “transizione energetica” ma invece è “null’ altro che il tentativo di mascherare un aiuto pubblico a un’azienda decotta e che non ha alcun requisito di legge per ottenere un aiuto statale”. 

Dalle trattative in corso a Taranto tra rsu sindacali e ArcelorMittal si sta delineando un quadro che prevede per ora il rientro già da lunedì di 220 lavoratori dalla cassa integrazione. Lo apprende AGI. in pratica, la forza lavoro presente sui tre turni passerebbe da 3690 addetti a 3910 su un organico di 8200 persone. La cassa integrazione, che sinora ha coinvolto circa 4mila addetti, resterebbe ancora alta nel siderurgico ma tuttavia comincerebbe a scendere. Nel rientro dei 220 vanno compresi i 53 delle manutenzioni centrali, che è stato il primo settore della fabbrica che le parti hanno affrontato oggi nei quattro incontri programmati, mentre il personale di altoforno 2, in cassa da mesi perché l’impianto è inattivo, andrebbe a lavorare in rotazione sugli altoforni 1 e 4 - che sono gli unici attualmente in produzione -. Altrettanto ci sarebbe per coloro che dal treno nastri 1 (fermo) si sposterebbero sul treno nastri 2 (in marcia). Rsu e ArcelorMittal hanno sinora discusso di manutenzioni centrali, treni nastri, acciaierie e stanno completando la verifica con gli altoforni. Circa il confronto del 28 settembre al Mise tra ministero, Invitalia e sindacati per un punto di situazione circa la trattativa relativa all’ingresso dello Stato nella società siderurgica, al momento, si apprende, nessuna convocazione è giunta per lunedì prossimo dal Mise. Quest’incontro era stato annunciato dal ministro Stefano Patuanelli nel confronto di mercoledì e ieri i sindacati nazionali hanno sollecitato la formalizzazione della convocazione.

Entro la prossima settimana il ministero dello Sviluppo economico prevede che si arrivi alla definizione dell’assetto societario dell'ex Ilva. E' quanto avrebbe detto il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli all'incontro in corso al Mise con i sindacati.

    Nei giorni scorsi Patuanelli aveva affermato che lo Stato sarà presente nell’assetto societario dello stabilimento siderurgico pugliese, non precisando la quota. 

 

 Il ministro Patuanelli avrebbe inoltre dichiarato al tavolo con Fim, Fiom e Uilm che il piano di marzo è perfettibile e che è necessario intervenire garantendo sostenibilità ambientale, economica e sociale. Il consulente Francesco Caio e l’ad di Invitalia Domenico Arcuri stanno portando avanti la trattativa ponendo come punti fermi - avrebbe aggiunto il ministro - la piena produzione alla fine del piano e necessità di investimenti anche privati.

    Il commissario straordinario dell'Ilva Alessandro Danovi avrebbe assicurato che nelle prossime settimane si continuerà a chiedere ad ArcelorMittal il rispetto degli impegni, osservando che le ispezioni condotte per valutare le condizioni dello stabilimento di Taranto (di proprietà di Ilva in as) non sarebbero andate benissimo. 

“Statalizzare è una parola sbagliata” ma “se lo Stato fa la sua parte, anche la Regione è pronta a fare la sua”. Lo ha detto oggi, a proposito di ArcelorMittal, il riconfermato governatore della Regione Puglia, Michele Emiliano, in una intervista a 'Radio 24'. “Noi - ha detto Emiliano - siamo disposti a entrare nel capitale di Ilva, ovviamente sono partecipazioni simboliche, anche se importanti, per garantire creditori 150 milioni di euro a tutto l’indotto locale. Ora - ha aggiunto - 150 milioni possono sembrare una cifra piccola ma a Taranto togliere alle aziende dell’indotto 150 milioni, vuol dire farne fallire la metà”. Per Emiliano, “questi 150 milioni possono essere trasformati nelle quote di una nuova azienda”. 

 

Circa il ruolo della Regione Puglia nella vicenda, Emiliano ha sostenuto che “noi potremmo partecipare perché l’Ilva consuma moltissima acqua potabile purtroppo, e l’Acquedotto Pugliese, che è il più grande d’Europa ed è un’azienda fantastica totalmente di proprietà della Regione, efficientissima e che fa utili, è disposta a entrare nel capitale. Noi - ha rilevato Emiliano - possiamo provare a garantire la prosecuzione dell’attività industriale e i processi di ricostruzione della fabbrica secondo le regole della decarbonizzazione”.

    Secondo il presidente della Regione Puglia, “150 milioni sono i soldi che lo Stato dovrebbe restituire agli imprenditori locali, i quali, avendo capito che li hanno persi, sarebbero disposti a trasformarli in una quota di partecipazione, dopo di che la Regione potrebbe aggiungere altri milioni di euro, in dimensione ragguardevole. Ci prendiamo la responsabilità, insieme al Governo, di gestire questa fabbrica secondo regole moderne con innovazioni tecnologiche avanzate, garantendo la salute perché se proprio deve funzionare questa fabbrica, certo non può continuare a funzionare con il ciclo integrato basato sul carbon coke”. “Nessuno ha qui l’idea che l’Italia debba venir fuori dal settore dell’acciaio, io lo ribadisco - ha specificato Emiliano - perché spesso i miei avversari politici hanno cercato di far passare l’idea di un Emiliano matto che pensa di fare a meno dell’acciaio. Non è assolutamente così. Noi  però pensiamo - ha detto ancora - che questa fabbrica vada affidata in mani consapevoli dell’importanza strategica del sito e anche consapevoli che proprio perché questo sito è importante, va reso compatibile con la salute delle persone”. 

Presidio dalle 7 di domattina davanti portineria C del siderurgico di Taranto per impedire l’ingresso e l’uscita delle merci dallo stabilimento; 24 ore di sciopero giovedì prossimo in tutta la fabbrica coinvolgendo sia i dipendenti diretti che quelli delle imprese appaltatrici; autoconvocazione sempre giovedì a Roma presso Palazzo Chigi di lavoratori e sindacati. Sono le tre iniziative di protesta decise oggi a Taranto dai sindacati Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb e ufficializzate con un documento congiunto. Inviato a presidenza del Consiglio, ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, nonché alla Prefettura di Taranto, nel documento le sigle sindacali sostengono che “la fabbrica è insicura. Sono oramai pesantissime ed inaccettabili - si sostiene -  le ricadute determinatesi attorno alla vertenza ArcelorMittal, dove multinazionale e Governo hanno deciso ciò che questo territorio non merita: ovvero di non decidere”. Per i sindacati, “la condizione di abbandono ed insicurezza degli impianti e dei lavoratori sono divenute tali da non poter permettere ulteriori considerazioni di circostanza sulla profonda lacerazione di un sistema che, ad ogni ora che trascorre, fa tremare e mette a serio rischio l’incolumità delle persone”. “Inoltre - aggiungono i sindacati - nessuna considerazione può essere formulata per quanto attiene le ricadute in termini ambientali, vista la parziale o in alcuni casi totale applicazione della messa in sicurezza degli impianti, che questo protratto stato di cose, nei fatti, tiene sotto scacco un territorio e una cittadinanza devasta”. 

 

Citando la lettera inviata al Governo nella serata del 18 settembre sulla crisi ArcelorMittal, i sindacati sostengono che “l’assordante silenzio unito al totale immobilismo registrato in queste interminabili ore da parte della politica e delle istituzioni, peraltro ingiustificato, traccia oramai scontata l’incertezza sulle reali intenzioni del Governo italiano. Infatti, quest’ultimo - dicono ancora i sindacati - si ostina a non convocare un incontro chiarificatore per il futuro e la gestione dell’attuale emergenza della fabbrica e di un intero territorio che da troppi anni si trascina”. “Tutte le nostre denunce cadute nel vuoto, unite ad una fabbrica che si avviluppa attorno alla disgregazione delle certezze sotto ogni aspetto, ed il parziale o completo disinteresse dei soggetti vari decisionali, hanno materialmente prodotto la disperazione in esasperazione - affermano ancora le organizzazioni metalmeccaniche -. Governo e multinazionale si sono assunti il grave onere di aver sancito l’ingovernabilità del momento e, per questo, rinnoviamo a il prefetto di Taranto la richiesta convocazione immediata”, concludono i sindacati. 

Superato il passaggio elettorale delle regionali in Puglia, nell’agenda del Governo e delle istituzioni pugliesi più in generale, si imporrà di nuovo il problema ArcelorMittal, ex Ilva, sebbene questo non sia mai uscito di scena nemmeno nelle settimane d’estate o di campagna elettorale. Si imporrà di nuovo per due motivi. Il primo è che il Governo stesso, attraverso vari esponenti, ha dichiarato che la stretta finale sul dossier ci sarà dopo le elezioni, anche perché rispetto alla data indicata come conclusione del coinvestimento dello Stato in ArcelorMittal, sono rimasti ormai solo due mesi. Entro novembre prossimo, infatti, stando all’accordo del 4 marzo scorso raggiunto al Tribunale di Milano, il Governo dovrà perfezionare o meno l’ingresso in ArcelorMittal attraverso un riassetto societario (è Invitalia delegata a condurre l’operazione), altrimenti la stessa multinazionale potrà chiamarsi fuori pagando 500 milioni. Il secondo motivo è che in fabbrica, a Taranto, la tensione è ormai giunta al limite e già lunedì i sindacati metalmeccanici annunciano la programmazione di nuove iniziative di protesta. 

 

 “Il tempo è abbondantemente scaduto, ArcelorMittal non è e non sarà mai un interlocutore affidabile. Il Governo intervenga immediatamente o sarà caos totale”, ammoniscono tutte le sigle metalmeccaniche - Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb - in un nuovo documento inviato a Palazzo Chigi e al Mise. Diversi gli episodi che negli ultimi giorni hanno inasprito il conflitto tra sindacati e azienda. Tra questi, il rinnovo della procedura di cassa integrazione Covid, per altre 9 settimane dal 14 settembre, per un numero massimo di 8147 dipendenti, di cui 5mila operai, e le modifiche - unilaterali, accusano i sindacati - fatte da ArcelorMittal sull’organizzazione del lavoro in alcuni reparti. Ma quello che ha spinto le federazioni metalmeccaniche ad alzare il tiro già da lunedì, è stata la comunicazione con cui ieri pomeriggio l’azienda ha reso noto la fermata di altri impianti e la riduzione dei turni di lavoro settimanali in altri. Elementi che si aggiungono ai diversi impianti già fermi da mesi, tra cui acciaieria 1 e altoforno 2.

 

Inoltre, alcune ore prima della comunicazione aziendale, nell’agglomerato del siderurgico è crollato un nastro trasportatore. Non ci sono stati feriti,ma per i sindacati è l’ulteriore caso che dimostra l’assenza di manutenzioni ordinarie e straordinarie nella fabbrica. E così i nuovi episodi hanno subito neutralizzato il clima appena disteso che si era avvertito nel primo pomeriggio di ieri in Prefettura, al termine della call tra azienda, Governo, Confindustria, Camera di Commercio e Confapi, dove l’ad Lucia Morselli ha confermato di aver pagato 9 milioni all’indotto, relativamente alle fatture scadute, e di essere disponibile a pagarne altri 5 la settimana prossima.Incerto è invece l’esito del negoziato tra Governo e ArcelorMittal. Tante le questioni ancora aperte, a partire dagli esuberi, numericamente importanti, che ci saranno. A metà agosto, incontrando a margine di un evento in Puglia una delegazione di Taranto, il premier Giuseppe Conte disse che era in quel momento prematuro prevedere come sarebbe finito il confronto tra le parti. Giovedì scorso in Puglia, con i ministri Roberto Gualtieri e Francesco Boccia, il Pd ha ribadito la linea: l’acciaieria, anche con l’uso del Recovery Fund, dovrà avere una riconversione verde ed essere sostenibile ambientalmente. “L’Ilva è decarbonizzata o non è", ha poi  detto Boccia nel Tarantino. “Mi auguro che Mittal possa adempiere a tutte le condizioni contrattuali sottoscritte, altrimenti saremo conseguenti”, ha proseguito il ministro, precisando che lo Stato comunque ci sarà. Mentre nel negoziato con Mittal, ha aggiunto Boccia, “non si discute ovviamente all’infinito". Circa la fabbrica del futuro, il ministro Stefano Patuanelli concorda sulla decarbonizzazione (che deve essere “totale”e non “parziale”,sottolinea) ma avverte: “L’idrogeno in questo momento non è una prospettiva per la decarbonizzazione dell’Ilva di Taranto”. E Boccia esplicita: “Il passaggio naturale è a gas e ci si accompagna lentamente verso le altre tecnologie”. 

 “ArcelorMittal va mandata via per inadempienza contrattuale, economica, ambientale e perché continua a distruggere un territorio e gli impianti mettendo a rischio la salute e la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini. Non si può attendere ancora, il Governo non può permettere a una multinazionale di distruggere gli impianti e spegnere il sito di Taranto. La situazione è sull’orlo di esplodere, con effetti ambientali, sociali, occupazionali ed economici devastanti”. Lo dichiara Rocco Palombella, segretario generale Uilm. Secondo Palombella, “le nuove fermate e riduzioni dell’attività degli impianti comunicate ieri da ArcelorMittal, sono l’ennesimo atto provocatorio nei confronti dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali. Negli ultimi giorni - prosegue - la multinazionale ha accelerato azioni che non hanno giustificazioni economiche e organizzative, come la diminuzione del personale di manutenzione nelle acciaierie che aumenta il rischio incidenti e infortuni".

    "ArcelorMittal - dice ancora Palombella - ha ormai deciso di rompere definitivamente per arrivare alla fermata dello stabilimento. Il Governo ne prenda atto e intervenga urgentemente”. Palombella dichiara infine che “la multinazionale sta provando a creare uno scontro con i lavoratori per addossargli la responsabilità della fermata del sito di Taranto” ma, conclude, “non vogliamo essere correi di incidenti e infortuni”.

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