Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1520)

 

Si è svolto oggi l’incontro sulla trattativa su ArcelorMittal dopo la firma del contratto con Invitalia che segna l’ingresso dello Stato nella società dell’acciaio. È il primo incontro dopo la firma dell’accordo il 10 dicembre e vede a confronto i sindacati metalmeccanici, ArcelorMittal Italia, Invitalia e una rappresentanza del Governo con i ministri Patuanelli (Mise), Gualtieri (Mef) e Catalfo (Lavoro). Presenti anche l’ad di ArcelorMittal Italia, Morselli, e l’ad di Invitalia, Arcuri. Erano  infine presenti i commissari di Ilva in amministrazione straordinaria, che rappresenta la proprietà degli impianti essendo ArcelorMittal gestore in fitto, Ardito, Lupo e Danovi. L’incontro si è svolto in modalità video call.

L’incontro  è stato aperto da una introduzione del ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli. Il quale ha illustrato brevemente il piano in base all'accordo tra Am Investco Italia e Invitalia del 10 dicembre e ha ribadito importanza della trattativa sindacale che inizia oggi un percorso. È poi intervenuto il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, anche qui un intervento breve, che si è detto a disposizione come Governo. Anche Gualtieri ha evidenziato la necessità di dialogo e confronto con la parte sindacale. I ministri per il Lavoro, Nunzia Catalfo, e Del Mezzogiorno, Giuseppe Provenzano, si sono associati agli interventi di Patuanelli e Gualtieri. 

Dopo le introduzioni dei ministri Patuanelli e Gualtieri, è toccato all’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri, riprendere le fila del negoziato che ha portato all’accordo del 10 dicembre scorso relativo all’ingresso dello Stato in ArcelorMittal. La risalita produttiva dell’acciaieria comincia già dal prossimo anno, è stato annunciato al tavolo. “Con l'accordo del 10 dicembre - ha dichiarato l’ad Arcuri - è stata designata Invitalia come soggetto pubblico. Abbiamo anche dato la possibilità all'azienda di implementare il piano di marzo”. Obiettivi di Invitalia, ha spiegato Arcuri ai sindacati metalmeccanici nell’avvio della trattativa, sono quelli di “mettere a punto un piano di rilancio dell'impianto di Taranto per ottenere la piena occupazione con un livello di sostenibilità ambientale compatibile” ma anche “recuperare profili di competitività che l'azienda aveva perso”.

A Taranto, ha detto Arcuri, si farà un impianto europeo di acciaio “verde” (forno elettrico e dri,cioè preridotto) e “l'Italia - ha aggiunto - vuole essere leader di produzione di acciaio verde”. L’ad di Invitalia ha poi detto che “l’accordo  sottoscritto il 10 scorso è condizionato dall'autorizzazione Antitrust e attendiamo questa autorizzazione che dovrebbe essere ottenuta senza particolari difficoltà. Inizialmente - ha proseguito - Invitalia acquisisce il 38% delle quote ma acquisisce il diritto di voto del 50%. Tra maggio e giugno 2022, al dissequestro dell'impianto, con accordo sindacale e l’approvazione del piano ambientale, Invitalia verserà 680 mln e Am Investco  70 mln e Invitalia avrà il 60% del capitale”.

    “La governance sarà quindi condivisa” ,ha ribadito Arcuri. Circa poi il piano industriale, Arcuri ha delineato la road map che attende ArcelorMittal nel nuovo assetto pubblico-privato: aumento della produzione con livelli minimi annuali per arrivare a regime di piano, nel 2025, a 8 milioni di tonnellate di acciaio. Il prossimo anno ci sarà una produzione di 5 milioni di tonnellate, il 2022 e 2023 si andrà a 6 milioni, nel 2024 a 7 milioni per poi toccare nel 2025 gli 8 milioni di piano. Un terzo della produzione a regime verrà da forno elettrico, ha detto Arcuri, ed ha aggiunto: “Alla fine è prevista la piena occupazione”. Ci saranno, ha spiegato ancora l’ad di Invitalia, 3,1 miliardi investimenti, 900 mln sul preridotto, investimenti produttivi per 1,3 mld, ambientali per 400 mln, altri 260 mln altri sul preridotto e altri 350 mln ambientali. Ci sarà la “sostanziale riduzione delle emissioni”, ha infine assicurato Arcuri.

Nello stabilimento siderurgico di Taranto “chiuderemo l’anno a 3,4 milioni di tonnellate ma nel 2021 prevediamo un aumento di produzione a circa 5 milioni, +50% rispetto alla situazione attuale”. Lo ha detto l’amministratore delegato di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli. 

“Apprezziamo lo sforzo compiuto da tutte le parti per dare futuro al sito di Taranto e allo sviluppo dell’ acciaio italiano. Da parte nostra manterremo responsabilità previste dagli accordi rispetto all’affittuario”. È quanto ha detto Alessandro Danovi, uno dei tre commissari di Ilva in amministrazione straordinaria. Ilva in amministrazione straordinaria è la società proprietaria di stabilimenti e impianti che dall’1 novembre 2018 li ha affittati, con opzione di acquisto, ad Am Investco, società di ArcelorMittal Italia. Per il fitto, ArcelorMittal paga un fitto in canoni trimestrali anticipati che l’accordo di marzo scorso, che poi è sfociato nell’accordo finale del 10 dicembre relativo all’ingresso dello Stato nel capitale dell’azienda dell’acciaio, ha dimezzato rispetto ai 45 milioni della iniziale decorrenza. La parte non versata ora, sarà comunque saldata da ArcelorMittal nel momento in cui formalizzerà l’acquisto. Dopo l’accordo di marzo, per alcuni trimestri, ArcelorMittal non ha versato il fitto all’amministrazione straordinaria. La questione si è poi chiusa con un'intesa tra gli avvocati delle parti, il versamento di una parte dell’arretrato nel frattempo maturato da Ilva in amministrazione straordinaria e l’impegno di ArcelorMittal Italia a rimettersi in regola con i pagamenti. Nella discussione che ha portato all’accordo del 10 dicembre, Ilva in amministrazione straordinaria non è stata coinvolta in quanto il confronto ha interessato solo Invitalia per la parte pubblica e la stessa ArcelorMittal Italia.

Reazioni 

 L’incontro di oggi “ha permesso finalmente di conoscere i contenuti concreti dell’accordo con cui Invitalia entrerà prossimamente nel capitale di ArcelorMittal per gestire e rilanciare il polo siderurgico di Taranto. È un accordo che permette di creare molti investimenti”. Lo ha detto il segretario generale Fim Cisl, Roberto Benaglia, dopo il primo confronto di oggi. Presenti Governo, con quattro ministri (Patuanelli, Gualtieri, Catalfo e Provenzano), Invitalia, ArcelorMittal Italia e Ilva in amministrazione straordinaria. Investimenti, ha aggiunto Benaglia, “per la sostenibilità ambientale, soprattutto per cambiare completamente la produzione, rendendola molto più green, e per noi, molto importante, per rilanciare una produzione che oggi è al minimo storico”. 

 

“Abbiamo posto ai ministri - ha proseguito Benaglia - la necessità di fare un accordo sindacale che non sia in maniera notarile solamente una applicazione di questo accordo, ma permetta di dare più garanzie all’occupazione, di evitare che ogni lavoratore rimanga per cinque anni da solo in cassa integrazione, di accelerare gli investimenti e di coinvolgere i lavoratori. Come Fim Cisl, crediamo molto nel cronoprogramma che deve gestire il rilancio. Rilancio che non è scontato ma ha bisogno fortemente di una capacità delle parti sociali di poterlo governare”. Circa i lavoratori di Ilva in amministrazione straordinaria, circa 1800 tra Taranto e Genova, Benaglia ha sostenuto che “non li dimentichiamo, vogliamo rimetterli nel perimetro, una importante chance, ma adesso c’è bisogno di fare concretamente e da gennaio per noi molto importante è che il confronto, tecnicamente, vada nel merito per dare tutti i chiarimenti che permettano di rendere tutti gli investimenti concreti e soprattutto la capacità di recupero dell’occupazione”. Che, conclude la Fim Cisl, deve essere “molto più immediata” rispetto “ai programmi che oggi Invitalia ci ha illustrato”.

 

“C’è una differenza sostanziale riguardo al tema dell’occupazione rispetto all’accordo del 2018 e preoccupa l’allungamento dei tempi. Ci troviamo di fronte ad un piano che prevede un allungamento di due anni, arriviamo al 2025”. Invece “l’accordo del 2018 stabiliva il riassorbimento da subito di 10.700 lavoratori e il vincolo occupazionale per i 1700 lavoratori in amministrazione straordinaria, presenti nel sito di Genova dopo l’accordo di programma che ha portato alla chiusura dell’area a caldo”. Lo dicono, in una dichiarazione congiunta, Francesca Re David, segretario generale Fiom Cgil, e Gianni Venturi, segretario nazionale Fiom Cgil, dopo l’incontro di stamattina con Governo, ArcelorMittal Italia, Investitalia e Ilva in amministrazione straordinaria. “I temi dell’innovazione, degli investimenti, della sostenibilità ambientale e delle ricadute occupazionali sono per noi tutti aperti e devono essere affrontati in un negoziato di cui nelle prossime ore si definirà l’agenda degli incontri di gennaio” aggiungono Re David e Venturi.

 

 Per i rappresentanti nazionali Fiom, “nell’incontro è stato presentato l’esito del confronto tra Governo, ArcelorMittal e Invitalia in questi mesi per quanto riguarda l’accordo di coinvestimento ed i relativi assetti societari, che peraltro confermano le anticipazioni di queste settimane, e la necessità che su di esso si esprima l’Antitrust Europeo”. Secondo la Fiom Cgil, “il piano industriale è stato presentato nelle sue linee fondamentali con qualche elemento di dettaglio in più. Si conferma, anche sul piano industriale, la sostanza delle anticipazioni con un progetto di ridefinizione degli assetti del sito di Taranto, con un ciclo di produzione misto tra altoforni e forno elettrico, oltre alla realizzazione di due impianti di produzione Dri”, concludono Re David e Venturi.

 

 

Un milione e 200mila euro tra contributi versati e da versare per il sostegno alle imprese. È il bilancio della Camera di Commercio di Taranto che annuncia che “si concludono a gennaio le operazioni di liquidazione dei voucher digitali che abbiamo messo a disposizione delle nostre imprese a luglio scorso: 400.000 euro per progetti di innovazione e digitalizzazione fondamentali in questo anno così complesso”. Il presidente della CdC Taranto, Luigi Sportelli, parla di “ottimo il risultato delle rendicontazioni presentate dalle imprese per il bando Voucher digitali I40- Anno 2020, emanato dalla Camera di Commercio di Taranto e finalizzato all’erogazione di contributi diretti e a fondo perduto alle imprese al fine di stimolare la domanda di innovazione digitale”. “Siamo riusciti a mettere insieme tutte le possibili risorse per dare un supporto al sistema imprenditoriale - prosegue Sportelli -. Ci sono altri 800.000 euro circa fra contributi ancora da versare, ad esempio per il bando crisi d’impresa, e avvisi da emanare. Soldi già destinati alle aziende locali anche per il 2021 - afferma Sportell - poiché nei giorni scorsi l’ente, pur in fase di imminente accorpamento, ha provveduto responsabilmente ad adottare tutti gli atti previsionali necessari”. Infine la Camera di Commercio dichiara che la provincia di Taranto “è settima in Italia per numero di pratiche gestite dai Suap, gli Sportelli Unici Attività Produttive, che per la quasi totalità dei Comuni tarantini operano sulla piattaforma camerale, ed è anche fra le prime tre nella classifica nazionale per percentuale di adesione al cassetto digitale nel 2020”. 

Un imprenditore della ristorazione su 10 nei prossimi mesi prevede un azzeramento degli incassi. In questo momento i ristoratori per il futuro vedono nero.

Per il 26% delle imprese della ristorazione, il periodo giugno-ottobre si è concluso con un crollo dei fatturati ben superiore al 50% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e non  consola sapere che le performance positive registrate durante l’estate, in particolare nelle località di mare, abbiano contribuito a diluire il dato medio, stabilizzandolo a circa -36% dei fatturati, quando le prospettive per il futuro a breve termine sono negative. Così l’ultimo report Pubblici Esercizi  dell’Ufficio studi di Fipe-Confcommercio,  secondo cui i mesi invernali vedranno un’ulteriore contrazione dei volumi d’affari.

Il  35% delle imprese  si aspettano fatturati più che dimezzati – concordano i referenti provinciali Fipe Confcommercio, dei due settori Bar, Paolo Barivelo, e Ristoranti Antonio Salamina,   almeno per i prossimi tre mesi, sino a quando   la campagna di vaccinazione non contribuirà ad allentare un po’ la tensione. In questi ultimi mesi la stragrande maggioranza degli esercizi  ha  dovuto fare i conti con una limitazione della propria attività,  per chi ha deciso di farlo c’è stato  l’asporto e ad un po' di food delivery, ma in generale il clima che si percepisce è di sfiducia.

La seconda fase del  Covid ha purtroppo generato in alcuni imprenditori un senso di rassegnazione, secondo  Fipe nazionale il 4% delle imprese della ristorazione ha addirittura deciso di chiudere completamente. Qualche  impresa, tra  le più strutturate, ha approfittato di questo momento per pensare ad una riprogrammazione della propria attività,  secondo anche nuovi modelli di offerta del servizio.

In generale  la ristorazione è in grande affanno – ribadiscono  Barivelo e Salamina-  e a poco è servita l’apertura sino alle 18.00, considerate le abitudini della maggior parte dei consumatori locali:  sia a Taranto che in provincia, i ristoranti si riempiono a pranzo solo nel fine settimana. La possibilità di organizzare i pranzi di Natale ha naturalmente riacceso qualche speranza, ora è di nuovo tutto in alto mare.

Naturalmente c’è il problema dei contagi e non si discute, se è necessario chiudere lo si farà, ma attenzione si facciano scelte   chiare e di  responsabilità verso una categoria che va sostenuta con ‘ristori’ concreti e non con le briciole.

 “Non esistono aziende di successo senza un rapporto collaborativo col territorio”. Lo ha detto oggi in audizione alla Camera (commissione Attività produttive) l’ad di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, a proposito del rapporto, attualmente molto conflittuale, tra fabbrica siderurgica e la città di Taranto. “È stato un anno terribile - ha sostenuto Morselli -, tutti ci siamo concentrati su come proteggere le persone e il più possibile   i livelli produttivi”.  Nonostante la chiusura di molte attività produttive e industriali nei primi mesi del Covid, “noi siamo stati aperti  perché abbiamo un ciclo integrale” ha detto ancora. Circa il peso economico che lo stabilimento esprime a Taranto, Morselli ha sostenuto che “abbiamo cercato di garantire la maggiore quantità di lavoro possibile e continueremo a farlo. C’è stato forse meno spazio per le attività di integrazione ma non sono state fatte per l’obbligo del distanziamento sociale” ha spiegato Morselli, aggiungendo che “avevamo previsto un progetto di scuola-lavoro ma l’abbiamo cancellato”.

 

 “Abbiamo lavorato da agosto e sino agli inizi di novembre per ricostruire  il rapporto con l’indotto e le aziende del territorio. Un momento di tensione é stato  così completamente risolto, i rapporti con l’indotto ora sono normali, positivi e di tensioni non si parla più” ha affermato Morselli, che ha particolarmente ringraziato i sottosegretari alla presidenza del Consiglio, Mario Turco, e al Mise, Alessandra Todde, che hanno coordinato la cabina di regia insediata per sciogliere il nodo dei mancati pagamenti delle fatture scadute alle imprese appaltatrici. Infine, sulla possibilità che ArcelorMittal importi le bramme di acciaio, il semilavorato, dall’estero, Morselli ha confermato che l’obiettivo è produrre 8 milioni di tonnellate a Taranto, aggiungendo: “Non credo che abbiamo bisogno di comprare dall’estero, comprare dall’estero non é cosa, credo che sia molto meglio produrle in Italia, il 25 per cento col forno elettrico e quindi in modalità green” ha puntualizzato Morselli sempre in riferimento alle bramme di acciaio trasformate in seguito in coils. “Dobbiamo produrre in casa senza importare dall’estero” ha concluso l’ad. 

 

 

Dal 2021 produzione a 5 milioni di tonnellate 

 

 

“Quest’anno è stato colpito dalla pandemia, le produzioni si sono drasticamente ridotte e chiuderemo il 2020 con una produzione di 3,3 milioni di tonnellate che è particolarmente bassa rispetto alla capacità produttive dell’azienda, ma non si poteva fare altrimenti. L’anno prossimo contiamo di risalire a 5 milioni”.

   “La situazione del mercato", ha aggiunto, "in questo momento ci conforta, anche perché risalire da 3,3 a 5 milioni di tonnellate in così poco tempo non sarebbe possibile senza il mercato. L’andamento", ha proseguito Morselli, "è positivo. Siamo molto confidenti sulla posizione degli ordini, stiamo andando in quella direzione e questo conforta anche su un andamento del prezzo perché quando il mercato si riprende ci sono riflessi positivi anche sul prezzo”.

 

 Per Morselli, “il piano che è stato approvato la settimana scorsa con l’accordo è in linea con quello di marzo e del 2017”, cioè l’anno in cui ArcelorMittal acquisì gli impianti Ilva con la gara lanciata dai commissari. “Prevede 2,1 miliardi  di investimenti da fare in 5 anni e ci sono le spese dei grandi forni, gli interventi ambientali, gli investimenti nei forni elettrici e le manutenzioni”. “Il target previsto per il prossimo anno è 300 milioni di euro. Partiamo quindi  veloci e nel brevissimo termine”.

   Circa l’occupazione, Morselli ha sostenuto che “è previsto che questo piano possa confermare nel 2025 con 8 milioni di tonnellate il pieno impiego di tutto i dipendenti di ArcelorMittal Italia che sono 10.700. È previsto il ritorno alla piena occupazione. Non sono previsti esuberi strutturali ma che tutti i dipendenti entrino nella operatività ordinaria”, ha concluso. 

 

Si attende l’approvazione della UE

“L’accordo prevede l’ingresso iniziale di Invitalia per il 50 per cento per poi salire al 60 per cento. La partecipazione di Invitalia è soggetta ad approvazione della Ue, che stimiamo possa avvenire ad inizio 2021, ci siamo dati come riferimento il 31 gennaio e per il momento questo accordo rimane soggetto al vaglio della Ue”. Il piano industriale, “essendo collegato all’accordo di partecipazione, rimane anch’esso in attesa dell’approvazione della Ue. È un piano in fortissima coerenza con l’accordo di marzo 2020. Il piano industriale allegato all’accordo con Invitalia è la sua evoluzione naturale. Si prendono gli accordi di marzo e lo si aggiornano sulla base degli effetti della pandemia Covid”.

    Il piano ha “una sua linea ispiratrice, spostarsi verso una produzione green” con i forni elettrici. “Avremo questa novità rispetto all’ingresso di ArcelorMittal in Italia. Il 25 per cento di produzione di acciaio primario verrà dai forni elettrici, il restante 75 dai forni a ciclo integrale. A questo contribuirà il forno 5, uno dei forni integrali più grandi al mondo che produrrà 4 milioni di tonnellate. Questo rifacimento è stato previsto all’inizio del 2023 e rispetta il piano ambientale”. 

 

Per Morselli, “il piano che è stato approvato la settimana scorsa con l’accordo è in linea con quello di marzo e del 2017”, cioè l’anno in cui ArcelorMittal acquisì gli impianti Ilva con la gara lanciata dai commissari. “Prevede 2,1 miliardi  di investimenti da fare in 5 anni e ci sono le spese dei grandi forni, gli interventi ambientali, gli investimenti nei forni elettrici e le manutenzioni”. “Il target previsto per il prossimo anno è 300 milioni di euro. Partiamo quindi  veloci e nel brevissimo termine”.

   Circa l’occupazione, Morselli ha sostenuto che “è previsto che questo piano possa confermare nel 2025 con 8 milioni di tonnellate il pieno impiego di tutto i dipendenti di ArcelorMittal Italia che sono 10.700. È previsto il ritorno alla piena occupazione. Non sono previsti esuberi strutturali ma che tutti i dipendenti entrino nella operatività ordinaria”, ha concluso. 

 

“Non vediamo problemi a questa autorizzazione. Nel caso non dovesse venire, c’è l’impegno a trovare un altro socio istituzionale in brevissimo tempo. E’ una cosa remota il fatto che non possa venire l’autorizzazione  ma l’abbiamo comunque prevista”.  Ed ha poi aggiunto: “non è prevista l’uscita di ArcelorMittal dall’Italia anche nel caso remoto di mancata approvazione dell’accordo”. Per Morselli, “ArcelorMittal è contenta di essere venuta in Italia, è soddisfatta del suo investimento, intende rimanere, non ci sono previsioni di uscita”. 

Gli impianti non sono acquistabili se sequestrati 

“L’acquisto degli impianti non si può fare se gli impianti sono sequestrati. La condizione di revoca sequestro è una condizione legale. E' così nei fatti, non si può fare altrimenti” . Ha detto Lucia Morselli, circa la presenza nell’accordo dei giorni scorsi tra Invitalia e ArcelorMittal di condizioni che prevedono che la società dell’acciaio non acquisti gli impianti siderurgici da Ilva in amministrazione straordinaria, che ora ha in fitto, se non c’è il loro dissequestro, scattato a luglio 2012 (ora c’è la facoltà di uso). 

 

 Riferendosi alle altre condizioni sospensive dell’accordo con Invitalia, Morselli ha detto che “ArcelorMittal non è coinvolta in nessuno dei procedimenti penali che riguardano questi impianti. Potrebbe però accadere che il dissequestro porti a qualche limite, a qualche condizionamento. Potremmo allora  non procedere all’acquisto”. Circa la sostenibilità economica del preridotto che, realizzato da una società esterna al siderurgico di Taranto, sarà acquistato da ArcelorMittal per approvvigionare il forno elettrico, Morselli ha rilevato che la sostenibilità “dipende da molte cose”.

   Per il costo del gas, ha chiarito, “nel nostro piano l’acquisto del  prodotto  da parte dell’acciaieria avviene a condizioni di mercato. Quello che é il prezzo di mercato, pagherà l’acciaieria” ha detto l’ad di ArcelorMittal. Circa poi la chiusura area a caldo, rivendicata da parte del territorio perché impattante ambientalmente, Morselli ha specificato che è cosa che “non si può discutere con ArcelorMittal, che ha affittato impianti con queste caratteristiche e si attiene a queste. Non si può cambiare l’assetto industriale che è stato affittato. Si può proteggere, tutelare, ma non chiedete a un affittuario di cambiare quello che ha affittato. Dobbiamo rispettare la struttura, non possiamo spegnerla”, ha rilevato Morselli che ha poi detto di non voler entrare nella polemica sulla chiusura dell'area a caldo di Taranto perché, ha concluso, “non fa parte delle nostre capacità decisionali”. 

 

Idrogeno futuro ma non prima di cinque anni 

 

“Tutti sappiamo che l’idrogeno è il futuro, il propellente finale di questo percorso e ci stiamo andando, stiamo lavorando. Abbiamo accordi con grandi aziende italiane pubbliche. Aziende molto importanti che si sono orientate in modo preciso su questo. L’idrogeno sarà quindi la destinazione finale, ma non può essere del prossimo anno o dei prossimi quattro-cinque”. Confermando che le scelte del piano e dell’accordo tra ArcelorMittal e Invitalia riguardano il gas e non l’idrogeno, Morselli sull’idrogeno ha dichiarato che “è uno strumento complesso. Ne confermo la validità ma ci vorrà ancora lavoro da fare. L’obiettivo é condiviso da ArcelorMittal, ci riusciremo” ha sostenuto Morselli, anche perché, ha aggiunto, l’acciaieria di Taranto “è quello che inquina meno delle altre e siamo già in posizione di vantaggio”. 

 

 - Con l’ingresso dello Stato in ArcelorMittal, l’obiettivo, ha puntualizzato Morselli, “è fare dell’acciaieria di Taranto, che è già la più grande di Europa, una delle più belle del mondo. E fare questo di un’acciaieria che parte con  presupposti importanti, è un obiettivo condiviso da ArcelorMittal” ha sottolineato l’ad. Con i nuovi investimenti a regime, si va a una “riduzione di almeno del 50 per cento” ha affermato Morselli sulle emissioni. “Questo - ha precisato l’ad - farà dell’acciaieria di Taranto la meno inquinante in Europa. Lo è già, ma quando questo piano sarà completato, avremo questa certificazione. Anche questo obiettivo è stato confermato ed inserito nel piano e nell’accordo della  settimana scorsa”. “Stiamo migliorando e riducendo tutti i parametri di potenziale inquinamento rispettando le leggi dello Stato” ha rilevato Morselli. Circa poi la rescissione del contratto con l’impresa friulana Cimolai, che da febbraio 2018 stava costruendo le due grandi coperture dei parchi minerali, la principale opera di bonifica, Morselli nell’audizione ha sostenuto: “Non ho mai incontrato personalmente Cimolai. Il management operativo che segue la copertura dei parchi ritiene però che lavorare con Cimolai, in  questo momento, non è nell’interesse della società, il resto è una conseguenza” ha dichiarato Morselli. “Il management - ha sostenuto - ritiene che sia meglio adottare soluzioni alternative per le coperture dei parchi. Non entro nei dettagli - ha concluso Morselli sul contenzioso con Cimolai - visto che ormai ci ha fatto causa in autonomia e mentre lavorava nei nostri impianti”. Cimolai ha intanto precisato che le due coperture, parco minerali e fossili, sono pressoché completate. 

 

 

 

 «Per far proseguire la produzione in perdita degli impianti Ilva ed evitare la fuga di Mittal, il governo ha dovuto accettare alcune condizioni dettate dal partner privato. Sono condizioni che in prospettiva possono far saltare l’accordo appena firmato». Lo afferma il presidente di Peacelink Alessandro Marescotti, che rileva «un inghippo" nell’accordo firmato ieri sera. Tutto ruota, secondo l'ambientalista, attorno alle condizioni sospensive al closing, cioè «la modifica del piano ambientale esistente per tenere conto delle modifiche del nuovo piano industriale; la revoca di tutti i sequestri penali riguardanti lo stabilimento di Taranto; e l’assenza di misure restrittive - nell’ambito dei procedimento penali in cui Ilva è imputata - nei confronti di AM InvestCo». Secondo Marescotti, «siamo di fronte a un’operazione in cui, da quello che è dato sapere dai comunicati, è solo lo Stato che si accolla per ora l’onere della ricapitalizzazione con 400 milioni di euro. In nessuna parte dei due comunicati si riesce a trovare un investimento di pari entità da parte di ArcelorMittal. E quindi questa storia della ricapitalizzazione al 50% è un vero mistero della politica, oltre che della matematica». In secondo luogo, sostiene il presidente di Peacelink, "ArcelorMittal lega la sua permanenza a Taranto all’esito del processo e, da quello che si percepisce, se non vengono dissequestrati gli impianti non verserà la sua parte». Infine, "molto dipenderà dalla emanazione di un nuovo decreto salva-Ilva che modifichi il piano ambientale rendendolo meno stringente. Con tanti saluti a quella prospettiva green di cui si parla pomposamente nel comunicato del governo». Tutte le «percentuali di riduzione degli inquinanti elencate dal governo - conclude Marescotti - sono fumo negli occhi. Perché le riduzioni ipotizzate sono relative ai nuovi impianti, che non si sostituiranno ai vecchi ma si sommeranno ad essi». (ANSA).

Si attende per oggi, tra pomeriggio e serata, l’annuncio della firma dell’accordo tra ArceloMittal e Invitalia. Con l’accordo, lo Stato, attraverso la società del Mef, entra nel capitale della società siderurgica che é stata pubblica, con Iri e Finsider, sino al 1995,quando poi fu privatizzata e data al gruppo industriale Riva. Il 10 dicembre è la scadenza fissata per la firma, come hanno dichiarato qualche giorno fa fonti vicine ad ArcelorMittal. L’annuncio potrebbe probabilmente arrivare dal Governo, ma anche ArcelorMittal corporate dovrebbe comunicarlo non foss’altro perché la società è quotata. La comunicazione dell’avvenuta firma è attesa dai sindacati metalmeccanici, sinora non coinvolti nel negoziato ma chiamati solo dal Governo per essere informati sullo stato dell’arte. Ed è attesa anche dai commissari di Ilva in amministrazione straordinaria. Quest’ultima rappresenta la proprietà degli impianti. Sulla firma non sono in calendario oggi call tra i commissari di Ilva in as e le altre parti coinvolte. Diverso fu invece a marzo scorso, quando furono i legali di Ilva in as insieme a quelli di ArcelorMittal a firmare, al Tribunale di Milano, l’intesa che disinnescò il conflitto - con dichiarazione di recesso dal contratto - che ArcelorMittal aveva aperto a novembre 2019. Nell’accordo di marzo scorso, fu previsto che entro il 30 novembre doveva essere perfezionato l’accordo relativo al coinvestimento dello Stato in ArcelorMittal, altrimenti quest’ultima avrebbe potuto svincolarsi definitivamente dall’ex Ilva pagando solo 500 milioni. 

 

 In questi mesi Invitalia e ArcelorMittal hanno trattato - ma si sono anche più volte scontrati - giungendo alla fine all’intesa che viene oggi formalizzata. Per rispettare la scadenza del 30novembre, le parti avevano firmato alla fine del mese scorso un preliminare, stabilendo la data finale del 10 dicembre, fissando i punti chiave del nuovo accordo, ma anche l’impegno di ArcelorMittal a non esercitare alcun recesso nei giorni compresi dal 30 novembre al 10 dicembre. Le parti, con gli staff legali, hanno negoziato sino all’ultimo. L’operazione che oggi prende il largo prevede che lo Stato entri al 50 per cento nella società siderurgica a febbraio 2021  versando 400 milioni. A giugno 2022 lo Stato salirà al 60 e ArcelorMittal si assesterà al 40. Lo Stato effettuerà tra due anni un nuovo aumento di capitale. Governance pubblico-privata condivisa da subito ma nei primi due anni lo Stato esprimerà il presidente della società e ArcelorMittal l’ad. Fra due anni, i ruoli si invertiranno. Ci saranno 3 consiglieri a testa nel cda. Il piano industriale prevede che a regime nel 2025 si producano 8 milioni di tonnellate di acciaio, che si ricostruisca il grande altoforno 5 di Taranto, che si realizzi un nuovo forno elettrico alimentato dal preridotto di ferro con un impianto ad hoc. Quest’ultimo farà capo ad una società a parte. Invitalia ha annunciato 2,1 miliardi di investimenti. Il nuovo piano promette inoltre il taglio delle emissioni inquinanti e il mantenimento degli attuali 10700 dipendenti nel 2025. Dal 2021 sino al 2024 ci sarà una transizione con la cassa integrazione che parte già il prossimo anno con 3mila unità. I sindacati, pur valutando positivamente l’ingresso dello Stato, sono molto cauti sil piano industriale e occupazionale e attendono di essere chiamati per una discussione di merito, presenti azienda e Governo. Molto critico invece il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, che ieri ha consegnato la propria fascia tricolore al prefetto di Taranto in segno di protesta verso un accordo che non l’ha visto in alcun modo partecipe. Il sindaco e il Comune non ritengono adeguate alla situazione di Taranto le misure ambientali del nuovo piano. 

Sono due gli scenari alternativi che, in merito al futuro del siderurgico ArcelorMittal Italia a Taranto, dovrà approfondire il Tavolo dell’accordo di programma proposto da Regione Puglia e Comune di Taranto (prima riunione il 9 dicembre). Obiettivo, superare la presenza dell’area a caldo nello stabilimento. Nella prima ipotesi in discussione, il Tavolo dell’accordo di programma punta alla decarbonizzazione totale del siderurgico contro quella ritenuta “parziale” dell’imminente accordo tra ArcelorMittal Italia e Invitalia. Non è prevista nessuna presenza di batterie della cokeria, nè dell’agglomerato, l’area che prepara le materie prime, che invece è mantenuta nell’accordo di coinvestimento dello Stato. Nè si prevede, al momento, la costituzione di una newco per il preridotto, che serve ad alimentare gli impianti. Newco che invece c’è nell’intesa tra Stato ed ArcelorMittal Italia. Gli impianti dri, per il preridotto, sarebbero però 4 e non 2 e i forni elettrici ad arco 4 e non 1. Nessun altoforno tradizionale come quelli attualmente presenti. 

 

 Anche nel primo scenario alternativo sott’esame, così come nell’accordo in arrivo, l’avvio degli impianti è collocato nel 2024 e si prevede una produzione di 8 milioni di tonnellate. Tutte decarbonizzate, mentre nell’intesa sarebbero solo 2,4 milioni di tonnellate. Si definisce poi “pianificabile” l’arretramento dello stabilimento, non previsto, invece, nell’accordo tra privato e Stato. Per gli investimenti, questo primo scenario prevede 2 miliardi, più 50-60 per cento dei costi, contro 1,2 miliardi dell’accordo (ma la comparazione è fatta, si specifica, “per quanto ci è dato da sapere solo in via informale”). Mantenuta la possibilità che il Nord (Genova) faccia le lavorazioni a freddo, mentre sull’occupazione, i numeri divergono significativamente.

    Se l’accordo ArcelorMittal Italia-Invitalia salva a regime, nel 2025 e dopo una transizione con la cassa integrazione, gli attuali 10.700 occupati, nel primo scenario degli enti locali ci sono 4200 esuberi. Verrebbe poi introdotta la valutazione di impatto sanitario, che per gli enti locali è assente nell’intesa Stato-privato. Inoltre, andrebbero valutate le situazioni dell’indotto e dei 1600 cassintegrati di Ilva in amministrazione straordinaria. Due aspetti di cui, per il Comune, l’accordo prossimo alla firma non considera. Per la governance dello stabilimento, si chiede l’introduzione della comunità locale mentre ora si parla di gestione a tre: ArcelorMittal Italia, Invitalia e Ilva in amministrazione straordinaria (quest’ultima proprietaria degli impianti). Esiti attesi dagli enti locali da questo scenario: uso fondi Recovery Plan, transizione verso tecnologie sostenibili, gestione di riconversione, bonifiche ed esuberi, vera decarbonizzazione. C’è poi uno scenario più forte ma il Comune, pur affermando che si ha la “completa sostenibilità ambientale”, avverte in proposito: “difficile sostenibilità economica nel lungo periodo, esuberi e indotto sensibilmente ridimensionati”. In questo secondo scenario non si parla più di decarbonizzazione totale ma di chiusura dell’area a caldo. “Scarsamente utile” sarebbe la valutazione di impatto sanitario. Si ipotizza solo una lavorazione di bramme di acciaio e lamiere, non ci sono altiforni, acciaierie e nemmeno forni elettrici, ma la produzione a regime non è più di 8 milioni di tonnellate, ma di 5,4 milioni di tonnellate, anche qui tutte decarbonizzate. Più alti gli investimenti necessari: dai 7 ai 10 miliardi. Verrebbero poi ridimensionate le lavorazioni al Nord, ridimensionato anche l’indotto, ma gli esuberi sarebbero 4600 e non i 4200 del primo scenario. 

“Probabilmente il governo firmerà quell'intesa così scadente per la salute e l'ambiente con ArcelorMittal, ma questo non impedirà alla città di andare avanti sulla strada della riconversione e dell'arretramento dello stabilimento”. Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, ribadisce che la linea dell’amministrazione, come della Regione Puglia, è quella di un accordo di programma che porti in prospettiva alla chiusura dell’area a caldo della fabbrica, che l’accordo ArcelorMittal-Invitalia invece mantiene e rilancia. “Io voglio ancora sperare - afferma il sindaco di Taranto - che tutte le forze politiche e di Governo sappiano cogliere questa opportunità di dialogo con la comunità e vogliano sforzarsi di intraprendere strade più impegnative ed onerose, ma sicuramente più morali”. Per il sindaco, “non possono più le ragioni della produzione nazionale soverchiare le ragioni della salute e dell'ambiente a Taranto”. 

E a proposito dell’accordo di programma il cui Tavolo sarà insediato il 9 dicembre con una video alle 12, il sindaco di Taranto sostiene che “è lo spartiacque della storia moderna di Taranto. Mercoledì - afferma Melucci - deve aprirsi finalmente un dialogo serio tra tutti, senza preconcetti, ove deve entrare la scienza e devono valere i numeri, quelli dell'occupazione come quelli dei soldi che il Governo è disposto a impiegare per la salvezza di Taranto, e soprattutto i numeri di una strage che deve finire”. Rivolto ai sindacati confederali e metalmeccanici che contestano l’accordo di programma e dicono no alla chiusura dell’area a caldo perché vuol dire chiudere tutto il siderurgico, il sindaco di Taranto così replica: “Chi diserta quel tavolo non ha scusanti, si assume un'incancellabile responsabilità davanti alla città intera e ai suoi figli”. “Ai no muscolari e inspiegabili, nelle dichiarazioni di alcuni vertici sindacali di queste ore, risponderemo - afferma il sindaco di Taranto - con un atteggiamento collaborativo e pacato, razionale e responsabile. Ma le ipocrisie adesso devono cadere”. “Il Governo deve dirci se crede alla transizione giusta per Taranto e il Paese, se ha nelle corde questa forza e questo coraggio”, conclude Melucci. 

E c’è la replica di Federmanager.

 “L’ipotesi di chiusura dell’area a caldo non trova giustificazione tecnica alcuna”. Sul siderurgico di Taranto ArcelorMittal Italia, quando mancano pochi giorni alla firma dell’accordo di coinvestimento dello Stato nella società dell’acciaio tra la stessa ArcelorMittal Italia e Invitalia, anche Federmanager - la federazione dei dirigenti di azienda - prende posizione contro la scelta che Regione Puglia e Comune di Taranto vogliono portare avanti attraverso un accordo di programma, per il quale è stato convocato un primo Tavolo in video call il 9 dicembre. 

 

Come hanno già dichiarato i sindacati, anche Federmanager - che di recente ha presentato uno studio per il rilancio del gruppo siderurgico -, in una lettera al sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, afferma che l’operazione di chiudere l’area a caldo “determinerebbe la chiusura definitiva della fabbrica e si muove in contrasto con le attività di sviluppo e riconversione industriale proprio in funzione della sostenibilità sanitaria ed ambientale del polo siderurgico”.

    Nella lettera di Federmanager, firmata dal presidente provinciale Taranto, Michele Conte, si fa riferimento, contestando la chiusura dell’area a caldo, cuore produttivo dello stabilimento, alla “previsione della ristrutturazione, in sicurezza e in termini ambientali e sanitari, della fabbrica, ex Ilva di Taranto, come elemento di economia e di occupazione, al momento, del territorio, oltreché polo centrale della siderurgia e manifattura metalmeccanica, portante nell’economia nazionale”. Federmanager concorda però col sindaco di Taranto nel convolgimento della città nel processo decisionale “e pertanto come soluzione equa, di mediazione e di garanzia, si propone la nomina obbligatoria nel costituendo consiglio di amministrazione del sindaco della città di Taranto, del sindaco e non di un suo delegato - si sottolinea - nella sua qualità di autorità sanitaria a garanzia della salvaguardia sanitaria e ambientale”. Una presenza, rileva ancora Federmanager, “che possa vigilare e prevenire ogni eventuale intervento di ristrutturazione della fabbrica non in linea con la tutela della salute e dell’ambiente, ma al tempo stesso garante dell’occupazione e dell’economia locale”. Infine Federmanager auspica “una soluzione partecipata con il Governo nazionale”ed “una guida dell’impresa di rinascita del polo siderurgico scevra da isterismi e astruse manipolazioni” con la città, Taranto, “protagonista di un nuovo progetto di ristrutturazione”. 

Nella settimana che dovrebbe portare alla firma dell’accordo di coinvestimento tra Invitalia e ArcelorMittal, con l’ingresso dello Stato nel capitale della società siderurgica, prima col 50 per cento e poi al 60 nel 2022, si radicalizza a Taranto lo scontro, per nulla nuovo, tra chi vuole il mantenimento dell’area a caldo, sia pure innovata tecnologicamente e resa sostenibile ambientalmente, e chi, invece, l’avversa e ne propone la progressiva e graduale chiusura perché fonte di inquinamento. L’area a caldo è il cuore produttivo del siderurgico. Comprende infatti altiforni e acciaierie senza delle quali non sarebbe possibile la produzione dell’acciaio - almeno per come è strutturato oggi lo stabilimento di Taranto - da trasformare poi in coils. I rotoli di acciaio che sono il prodotto commerciale e che alimentano anche il lavoro del siderurgico di Genova. I sindacati ne chiedono il mantenimento perché senza area a caldo tutta la fabbrica non c’è più. Regione Puglia e Comune di Taranto, invece, no. Tant’è che il governatore pugliese Michele Emiliano e il sindaco Rinaldo Melucci hanno convocato per il 9 dicembre una video call per insediare il Tavolo dell’accordo di programma per giungere appunto alla chiusura dell’area a caldo. La convocazione di Emiliano e Melucci per mezzogiorno del 9 recita: “Costituzione del Tavolo per la sottoscrizione dell’Accordo di Programma per la bonifica pubblica, il risanamento ambientale, la riconversione e lo sviluppo del polo siderurgico di Taranto”. E governatore e sindaco specificano che l’accordo (sul modello Genova e Trieste, che hanno già chiuso le rispettive aree a caldo siderurgiche, ma erano molto più piccole rispetto a Taranto) dovrà tra l’altro contenere “le previsioni necessarie alla chiusura delle lavorazioni siderurgiche a caldo dell’acciaio, il riassetto e lo sviluppo di lavorazioni siderurgiche carbon free in attuazione del piano industriale, le tutele occupazionali e reddituali”. Insieme alle due istituzioni, anche parlamentari locali e consiglieri regionali pugliesi di maggioranza (Pd e M5S), i movimenti e i comitati ambientalisti di Taranto, e un solo sindacato, l’Usb. Il punto è che proprio l’accordo che si accingono a firmare ArcelorMittal e Invitalia (piano approvato dal Governo col premier Giuseppe Conte che da ormai per chiuso l’accordo) prevede l’area a caldo. Riammodernata con l’importante investimento della ricostruzione dell’altoforno 5, oltre al nuovo forno elettrico e al nuovo impianto di preridotto per la decarbonizzazione. 

 

 L’accordo di coinvestimento prevede l’area a caldo perché così si possono produrre a regime di piano, nel 2025, gli 8 milioni di tonnellate necessari a conservare l’attuale occupazione di gruppo, che invece nella transizione verso il 2025 scenderà con la cassa integrazione (già 3mila cassintegrati si prevedono nel 2021). I sindacati Cgil, Cisl e Uil, nonché Fim, Fiom e Uilm, “respingono convintamente ogni proposizione che miri alla chiusura dell’area a caldo dello stabilimento che, in considerazione della conformazione tecnologica dello stesso, significherebbe determinare la chiusura definitiva degli impianti”. Per le sei sigle sindacali, va invece ribadita “la centralità della siderurgia nell’ambito dei piani strategici di sviluppo del Paese che, come tale, deve essere rivisitata in un’ottica di piena e totale sostenibilità ambientale accedendo alle risorse messe a disposizione dall’UE attraverso misure specifiche (Recovery Fund), che prevedono proprio per l’area ionica importanti piani di investimento dedicati”. I sindacati, che valutano il richiamo all’accordo di programma di Regione e Comune  “generico” e privo di “fondamento tecnico, giuridico e finanziario”, chiedono quindi a Conte di “avviare un tavolo di trattiva che chiarisca in maniera definitiva i termini dell’accordo in via di formalizzazione”. Si stacca invece dagli altri sindacati, l’Usb. Che dichiara: “Siamo sulla stessa lunghezza d’onda del Comune, della Regione e di tutti coloro che intendono portare le istanze del territorio al centro della trattativa nazionale sullo stabilimento ArcelorMittal”. “L’accordo di programma - afferma Usb -è un passaggio cruciale ed imprescindibile, per cui deve assolutamente essere incluso nella trattativa in corso“. E uno dei movimenti, “Cittadini e lavoratori Liberi e Pensanti”, annuncia infine per la mattina del 9 dicembre che sarà sotto il Municipio di Taranto. “E’ necessaria - si dichiara - una mobilitazione generale per pretendere il rispetto  per chi ad oggi ha perso la vita a causa dell'inquinamento e un futuro diverso per i bimbi di questa terra”.

A pochi giorni dalla firma che dovranno apporre sul contratto di coinvestimento ArcelorMittal Italia e Invitalia (quest’ultima per conto dello Stato che così entrerà nel capitale della società siderurgica), il fronte ambientalista, nelle sue varie espressioni, intensifica la sua opposizione sia all’accordo, per come si profila, sia al siderurgico. Il comitato cittadino per la tutela dell’ambiente e della salute a Taranto, che mette insieme varie realtà, ha chiesto al “presidente della Regione Puglia, Emiliano, il presidente della Provincia, Gugliotti, e al sindaco di Taranto, Melucci, con le rispettive fasce distintive, di organizzare un sit in sotto il Palazzo della Prefettura di Taranto per dire, insieme ai cittadini, no al nuovo accordo”. “Una posizione chiara di chiusura immediata di impianti illegali e pericolosi - afferma il comitato -. Questa, secondo noi, è la strada. A Genova, nel 2005, l’area a caldo è stata chiusa per sempre (e trasferita a Taranto), tutelando, attraverso un accordo di programma, le maestranze tutte. Anche Trieste, quest’anno, si è liberata di quella produzione inquinante”. “Noi da sempre diciamo - ha sostenuto oggi in una conferenza stampa il movimento “Giustizia per Taranto” - che quella fabbrica non deve stare in questo territorio. Lo diciamo da tempi non sospetti: Taranto senza Ilva”. “Noi Ilva - hanno affermato gli esponenti di “Giustizia per Taranto” - con qualunque denominazione là si voglia raccontare, non la vogliamo più. Non ci interessa area a caldo aperta, area a caldo chiusa, area a freddo, decarbonizzazione, preridotto, forni elettrici. A noi, non interessa nulla, noi vogliamo quella fabbrica fuori dalla città di Taranto”. Infine il movimento “Cittadini e lavoratori Liberi e Pensanti” ha contestato la scelta di ArcelorMittal di rescindere il contratto con l’impresa Cimolai che sta costruendo le coperture dei parchi minerali della fabbrica, una delle prescrizioni ambientali (anti-polveri) del siderurgico. “La scelta di Mittal di recedere dal contratto senza preoccuparsi delle conseguenze per la città e i lavoratori - affermano i “Liberi e Pensanti” - è gravissima in quanto la prosecuzione dei lavori da parte di una nuova azienda implica probabilmente una nuova progettazione soprattutto per le prescrizioni Aia con una ulteriore proroga che Taranto non si può permettere”. 

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