Economia, Lavoro & Industria

Economia, Lavoro & Industria (1520)

In bilico la realizzazione a Taranto del nuovo investimento da 200 milioni e 200 posti di lavoro diretti del gruppo Ferretti per uno stabilimento addetto alla costruzione degli scafi degli yacht. L’impianto sorgerebbe sull’ex yard Belleli, che affaccia su Mar Grande, attraverso un concorso di risorse pubbliche e private destinate sia alla bonifica dell’area che all’investimento vero e proprio.

    Il tavolo permanente del Contratto istituzionale di sviluppo per l’area di Taranto (Cis), convocato per la mattinata del 7 dicembre dal ministro per il Sud, Mara Carfagna è chiamato a sciogliere i nodi prima della fine dell’anno, data ultima per salvare l’investimento su Taranto, che altrimenti il gruppo Ferretti porterebbe all’estero. 

 

 Il problema riguarda la copertura con fondi pubblici dell’accordo di programma per Ferretti per la parte che coinvolge il Governo. Per superare l’empasse, il ministro Carfagna propone di definanziare l’acquario green (si tratta di un acquario con scopi di ricerca che costituisce anch’esso un progetto del Cis Taranto) dell’intera somma prevista, 50 milioni, e di spostarne 14 sull’accordo per Ferretti e il resto su altre misure del Contratto di sviluppo.     La proposta è all’odg del tavolo del 7 dicembre e Forza Italia si è già detta d’accordo anche perché il progetto dell’acquario green non è ancora specificato e le sue ricadute tutte da valutare.

    Fonti parlamentari spiegano ad AGI “che il problema riguarda proprio il salvataggio entro il 31 dicembre del contratto di programma dei Cantieri Ferretti. Il Mise - affermano le fonti - dice di non riuscire a trovare i 14 milioni mancanti mentre la Regione Puglia ha pienamente adempiuto agli accordi iniziali. Ecco perché Carfagna vorrebbe proporre di rimodulare i 14 milioni, parte della somma stanziata per l’acquario, per chiudere il cerchio”. 

 

“La Regione Puglia - aggiungono le fonti parlamentari ad AGI - ha già formalizzato che tiene alla realizzazione dell’acquario e chiesto garanzie formali su finanziamento completo per realizzare l’opera, anche se al momento non ha ancora un progetto definitivo”. 

    A favore dell’acquario green si schiera con varie voci l’M5S, anche perché fu l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Mario Turco, all’epoca coordinatore del Cis e oggi tra i vice presidenti nazionali pentastellati, a proporlo. Oggi M5S Taranto ha dichiarato che “non è il momento di definanziare nessuno dei progetti per la riconversione di Taranto perché Taranto non può rinunciare al suo futuro. Non possiamo accettare nessun definanziamento nella prossima riunione del Cis fissata per il 7 dicembre”.

    Riferendosi all’acquario e a Ferretti, per l’M5S, “mancano “spiccioli” (14 milioni di euro) per conservare i due progetti, già finanziati nel 2020 dal Governo Conte II per 250 milioni così come si può evincere dalle delibere Cipe già in Gazzetta Ufficiale. Per il Gruppo Ferretti - si specifica - siamo già al progetto esecutivo e per l’acquario green al progetto definitivo”. 

Sono partiti questa notte in pullman, dagli stabilimenti Leonardo di Grottaglie (Taranto) e Foggia, i lavoratori pugliesi diretti a Roma per lo sciopero di oggi di gruppo con manifestazione sotto la sede di Leonardo in piazza Montegrappa. Si protesta per la cassa integrazione ordinaria che, dal 3 gennaio e per 13 settimane, coinvolgerà, per riduzione di commesse di lavoro, i quattro stabilimenti di Leonardo, divisione Aerostrutture, che sono tutti nel Mezzogiorno: oltre a Grottaglie e Foggia anche Nola e Pomigliano d’Arco. Più di 3.500 i dipendenti Leonardo che andranno in cassa, di cui 1.839 per i due stabilimenti pugliesi. E di questi ultimi, 1.049, su un organico totale di circa 1.300 addetti, riguardano solo il sito di Grottaglie dove, su iniziativa della Fiom Cgil e della Uilm, lo sciopero è già cominciato giovedi scorso alle 17, appena l’azienda ha ufficializzato la lettera della cig, e si conclude oggi a mezzanotte per agganciarsi allo sciopero nazionale di 24 ore del gruppo. 

 

Grottaglie è lo stabilimento più colpito dalla cig perchè monocommessa con la lavorazione di due sezioni di fusoliera del Boeing. Una dipendenza che Leonardo si è dichiarata impegnata ad allentare attraverso nuove commesse tra cui l’assegnazione a Grottaglie di parti del nuovo drone europeo “Euromale”. Roberto Benaglia, segretario generale della Fim Cisl, ha dichiarato alla vigilia dello sciopero che i quattro stabilimenti del Sud “che sono quelli che producono le strutture per l’aviazione civile, stanno pagando una crisi internazionale con Boeing e Airbus hanno fermato gli ordinativi per effetto del Covid e perchè, conseguentemente, si viaggia meno”.

    “Per quest’anno, abbiamo lavorato con un intervento di solidarietà ed un intervento diretto dell’azienda - ha aggiunto Benaglia circa il fatto che i quattro stabilimenti nel 2021, pur in difficoltà, non hanno attivato la cig - ma la crisi perdura, il Covid non è finito, il 2022 è un altro anno di scarsità produttiva, e quindi l’azienda già da sei mesi ci ha chiesto di accedere alla cassa integrazione ordinaria. Che non è uno strumento che dichiara esuberi o porta a licenziamenti, ma viene usato in attesa che si riprenda il mercato”.

    “Noi domani scioperiamo unitariamente negli stabilimenti - ha sostenuto il sindacalista - perché chiediamo a Leonardo due cose molto semplici: di impegnarsi per Grottaglie con  nuovi investimenti e con un rilancio produttivo che superi la crisi e guardi al futuro. Chiediamo poi che i lavoratori non paghino la crisi da soli e quindi insieme al trattamento di cig, ci sia un impegno di un’azienda che ha margini, per poter diminuire l’abbassamento dei redditi. Vogliamo che questa cassa integrazione sia la più breve possibile”. “Speriamo entro Natale di fare con Leonardo una trattativa che porti al miglior accordo possibile”, ha concluso Benaglia. (Foto di repertorio)

“In seguito ai danni riportati dal crogiolo dell’Altoforno numero 4 si è resa necessaria la sostituzione dello stesso.

Per procedere a questa operazione è necessario raffreddare il crogiolo danneggiato e questo  provoca la fuoriuscita,  tramite bleeder, di fumi altamente tossici che, irrimediabilmente   in queste ore,  si stanno riversando sulla città di Taranto.”

A lanciare l’allarme in una nota pubblicata su fb sono i Cittadini Liberi e Pensanti. Le parole sono accompagnate da immagini eloquenti.

 

“Ricordiamo - proseguono i Liberi e Pensanti- che lo stesso Altoforno fu fermato nella primavera  scorsa per importanti interventi di manutenzione,  per poi essere rimesso in marcia nel mese di luglio.

 

Una valanga di soldi, in parte pubblici, per permettere allo stabilimento ex Ilva, oggi Acciaierie d'Italia, di continuare a produrre  malattie e morte.

 

Questi presunti lavori di ammodernamento mostrano quasi subito la loro inconsistenza.

Non ci sono alternative alla chiusura che assicurino  la tutela della salute dei tarantini, chi può e si ostina a parlare di progetti irrealizzabili è complice di questa strage.”

 “Quella di Leonardo, di annunciare in modo unilaterale a oltre 3.400 lavoratori di Grottaglie, Pomigliano, Nola e Foggia la cassa integrazione ordinaria a partire dal 3 gennaio prossimo, è una decisione di inaudita gravità". Lo dichiara Rocco Palombella, segretario generale Uilm. "Questo - prosegue - evidenzia l’immobilismo che dura da anni in una Divisione, quella di Aerostrutture, fondamentale per il futuro del nostro Paese e per la stessa Leonardo. A questo si aggiunge la mancanza di una visione da parte di un gruppo che per fare cassa, prima ha venduto Breda e STS ai giapponesi di Hitachi, oltre ad Ansaldo Energia, mentre ora ha messo sul mercato asset importanti come Oto Melara, Wass e la parte dell’Automazione. È un provvedimento che contrasteremo con tutta la nostra forza, perchè privo di una strategia industriale e di un piano in grado di poter prevenire un disastro occupazionale, principalmente nel Sud Italia".

    "Lunedì - conclude Palombella - abbiamo programmato lo sciopero generale di tutto il gruppo con manifestazione nazionale a Roma per chiedere al Governo e all’azienda il ritiro della procedura di cigo e l’apertura di un tavolo sulle prospettive industriali e sugli investimenti necessari per salvaguardare Leonardo da una catastrofe annunciata. Scioperiamo oggi per non chiudere domani”.

 Il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ha convocato sia l’azienda che i sindacati metalmeccanici il 13 dicembre, alle 14, per discutere di Acciaierie d’Italia. L’incontro sarà in presenza. Lo annunciano questa mattina fonti sindacali. All’indomani dello sciopero del 10 novembre in tutto il gruppo ex Ilva con manifestazione a Roma, le sigle Fim, Fiom e Uilm hanno sollecitato il confronto con il governo chiedendo di sapere a che punto é il piano industriale annunciato da Acciaierie d’Italia, quale la produzione prevista, quali gli investimenti e quali infine i riflessi occupazionali. Lo scorso 10 novembre i sindacati, che scioperarono anche per il nodo JSW di Piombino, ebbero un confronto con il capo dell’unità di crisi del Mise, Luca p, e con il vice ministro Alessandra Todde. Ma l’incontro fu ritenuto molto interlocutorio dalle sigle metalmeccaniche. A Taranto, infine, Acciaierie d’Italia ha annunciato l’altro ieri un nuovo ricorso alla cassa integrazione ordinaria da fine dicembre, per 13 settimane e per 3500 lavoratori diretti come numero massimo. È il primo incontro congiunto che si tiene tra le parti sotto la regia di Giorgetti. Sinora il ministro e il Mise avevano ascoltato solo i rappresentanti sindacali come accaduto l’ultima volta il 10 novembre. Il fatto che ci sia anche Acciaierie d’Italia (società formata da ArcelorMittal e da Invitalia che rappresenta lo Stato) fa presumere, secondo fonti sindacali, che il 13 dicembre si comincerà ad entrare nel merito del nuovo piano industriale dell’azienda siderurgica

Kima Mobilità informa che per la giornata di domani venerdì 3 dicembre è previsto uno sciopero di 4 ore – dalle ore 08:30 alle ore 12:30 – indetto dalla Segreteria Nazionale della UGL Autoferrotranvieri.

Pertanto, nella predetta fascia oraria potranno registrarsi interruzioni del normale servizio di linea degli autobus urbani e suburbani.

“Disservizi importanti alla centrale determinano il blocco di circa l’80% dello stabilimento siderurgico”. Lo dichiara stasera il sindacato Usb a proposito di Acciaierie d’Italia, ex Ilva, dopo aver ricevuto dall’azienda una comunicazione relativa agli impianti di Taranto. La centrale è quella elettrica ed approvvigiona di energia tutta la fabbrica. “Dunque - dice Usb -, ai reparti di cui già abbiamo comunicato la fermata solo due giorni fa (acciaieria 1, colate continue 1 e 5 e altoforno 4) si aggiungono acciaieria 2, agglomerato  e tutti gli altiforni”. Per Usb, “questo causa ovviamente l’aumento del numero dei lavoratori in cassa integrazione. Secondo le previsioni dell’azienda - rileva Usb -, il tutto dovrebbe rientrare domenica pomeriggio. Alla base del guasto alla centrale, ci sarebbe la mancanza di interventi di  manutenzione ordinaria e straordinaria”. “Rispetto alle fermate di acciaieria 1 e altoforno 4, riteniamo - conclude Usb - che dalla prossima settimana, come conseguenza anche della fermata di altri impianti, l’azienda arriverà a collocare in cassa integrazione fino ad un massimo di 5000 unità al giorno. Ciò significa che in tutta la fabbrica saranno in attività quotidianamente non più di 2.500 dipendenti”. 

La proroga della cassa integrazione ordinaria per altre 13 settimane per 3.500 dipendenti del siderurgico di Taranto è stata chiesta oggi, con lettera inviata ai sindacati, da Acciaierie d’Italia, ex Ilva. La nuova tranche scatta dal 27 dicembre prossimo. Nella lettera, il direttore delle Risorse umane, Arturo Ferrucci, riepiloga i problemi del sito di Taranto a partire dalla inattività dell’altoforno 2 da marzo 2020 per circa un anno, che ha privato lo stabilimento della produzione di circa 5mila tonnellate di ghisa. A questo Ferrucci aggiunge lo stop dell’altoforno 4, a partire da aprile scorso, con la perdita sino a luglio scorso di altre 5 mila tonnellate di ghisa. Per finire, l’azienda cita il nuovo stop dell’altoforno 4 dall’1 dicembre per problemi impiantistici che necessitano di nuovi lavori. La ulteriore fermata dell’altoforno 4, dettaglia l’azienda, si ripercuote sulla laminazione e rilavorazione a valle nonchè sull’acciaieria 1, anch’essa soggetta a fermata. Sulla nuova tranche di cassa da fine anno, i sindacati sono stati convocati per il 6 dicembre a Taranto per l’avvio della procedura.

 

 È da luglio 2019, cioè da pochi mesi dopo il subentro alla gestione di Ilva in amministrazione straordinaria (i commissari), che ArcelorMittal Italia prima e Acciaierie d’Italia dopo (in quest’ultima società è presente lo Stato con Invitalia) stanno sistematicamente ricorrendo alla cassa integrazione tra ordinaria e Covid. Da luglio 2019 non c’è mai stata interruzione. La cig tuttora in corso a Taranto è stata aperta a fine settembre, chiesta per un numero massimo di 3.500 dipendenti e applicata per circa 2.000 effettivi. A questo nuovo ciclo di cassa integrazione di fine 2021, se ne aggiunge dell’altra per alcuni giorni. Riguarda l’acciaieria 2, impianto non coinvolto dalla fermata progtammata di altoforno 4 e acciaieria 1. A tal riguardo, l’ex Ilva sempre oggi ha fatto una ulteriore comunicazione ai sindacati affermando che “l’acciaieria 2 si fermerà per 36 ore a partire da domani mattina alle 7 fino alle 15 di venerdì. La fermata è dovuta alla manutenzione della centrale elettrica. Il personale di esercizio sarà collocato in cassa integrazione mentre quello di manutenzione lavorerà normalmente. In questa fermata verrà garantito il presidio". 

 “L’altoforno 4 viene fermato nuovamente dopo solo un mese dal riavvio e dopo aver sprecato 80 mln di euro per interventi che, anziché risolvere il problema, hanno peggiorato la condizione degli impianti”. Lo dice la Uilm dopo che nelle ultime ore l’ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia, ha ufficialmente annunciato ai sindacati metalmeccanici che dall’1 dicembre, e presumibilmente sino al 20 gennaio, rimarrà fermo per lavori l’altoforno 4, uno dei tre operativi del siderurgico di Taranto. Come effetto di trascinamento, ci sarà anche lo stop dell’acciaieria 1 e di altri impianti. La Uilm sostiene che “consequenzialmente” ci sarà “una riduzione dei livelli di produzione con ricaduta occupazionale sull’area a freddo”. Quest’ultima è la parte di impianti che sta a valle degli altiforni e utilizza l’acciaio per produrre semilavorati. Parlando della gestione aziendale di Acciaierie d’Italia di cui è partner lo Stato attraverso Invitalia, la Uilm dichiara che vi è “il rischio che si passi dallo stallo di non decidere a scelte e decisioni inaccettabili che mettono in discussione sia la risalita produttiva che il futuro occupazionale dell’intera fabbrica”.  Insieme alle altre sigle metalmeccaniche, e con l’obiettivo di ridurre l’impatto della cassa integrazione che le nuove fermate determineranno a breve, la Uilm afferma che inviterà l’azienda all’”utilizzo delle ferie e dove possibile, la rotazione tra personale con mansioni fungibili”. (foto di repertorio del 28 novembre 2009) 

 Acciaierie d’Italia, ex Ilva, fermerà l’altoforno 4 del siderurgico di Taranto dall’1 dicembre. L'AGI apprende che ad annunciare la misura è stata l’azienda nell’incontro avuto a Taranto in tarda mattinata con le sigle sindacali metalmeccaniche. Insieme all’altoforno 4 si fermeranno, spiegano i sindacati, anche l’acciaieria 1, la laminazione e le officine. I sindacati stimano un aumento dell’uso effettivo della cassa integrazione ordinaria a Taranto. Attualmente la cassa è stata chiesta per un numero massimo di 3500 addetti ma in realtà sono realmente collocati  in cassa tra i 1800 e i 1900 addetti. Il numero massimo é in ragione dell’uso modulare e flessibile della stessa cig.

 

Adesso, con la prossima fermata di più impianti, salirà anche il numero degli effettivi dipendenti Acciaierie d’Italia in cassa integrazione. Gennaro Oliva, coordinatore di fabbrica Uilm, dichiara ad AGI che “l’incontro odierno con l’azienda é andato malissimo. L’altoforno 4 viene fermato perché, emerso da settimane, c’é un serio problema tecnico al crogiolo che andrà rifatto. Ci hanno detto che l’altoforno 4 ripartirà il 20 gennaio ma su questa data nutriamo forti dubbi”. “Ancora una volta - afferma Oliva - si palesa la completa inaffidabilità dell’attuale guida aziendale e stupisce per l’ennesima volta come lo Stato, azionista di Acciaierie d’Italia attraverso Invitalia, non faccia nulla per porre fine, una volta per tutte,  questa deriva gestionale, produttiva e industriale”.

    Con lo stop dell’altoforno 4, la produzione di ghisa del sito di Taranto resterà affidata a solo due altoforni, 1 e 2, mentre una sola acciaieria su due esistenti effettuerà la trasformazione della ghisa in acciaio. L’acciaieria 1 si è già fermata diverse altre volte. Accade sempre quando uno degli altiforni dell’attuale sistema viene fermato. “I lavoratori dell’acciaieria 1 sono molto arrabbiati - dice Oliva - ora che hanno appreso gli esiti dell’incontro. Questa gente farà Natale in cassa integrazione e di certo non sarà un bel periodo economicamente parlando”.

    Acciaierie d’Italia si accinge, di conseguenza, a chiudere il 2021 come già nel 2020 con un basso livello di produzione rispetto alle sue potenzialità e rispetto alla soglia produttiva autorizzata dalle norme ambientali, pari a 6 milioni di tonnellate annue di acciaio. Per il 2021, dopo un 2020 chiuso con poco più di 4 milioni di tonnellate di acciaio, l’azienda puntava a raggiungere i 5 milioni di tonnellate, primo step di una graduale risalita in cinque anni. L’obiettivo dei 5 milioni, però, non dovrebbe essere centrato. 

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